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domenica 8 giugno 2014

Vacanze gratis? In Alto Adige si può

contadina

In una piccola azienda agricola di alta montagna, come sono gran parte dei masi altoatesini, basta poco per trovarsi in serie difficoltà economiche: il Bauer si infortuna? Si diventa anziani e i figli se ne vanno? Nasce un bimbo nuovo e la Bauerin deve allattare, non può stare molte ore lontana, sul campo? Ecco che manca chi è in grado di andar per legna, di governare il bestiame, di concimare il pascolo, di aggiustare la recinzione…. I contributi in denaro spesso non sono la soluzione: servirebbe aiuto pratico, un paio di mani in più, una schiena giovane, qualcuno che stia con la nonna mentre i giovani stanno lavorando i campi o fanno i fieni…

Ecco l’idea: mettere in contatto chi ha bisogno di aiuto con chi è disponibile a dare una mano. Da quasi 20 anni l’associazione Bergbauernhilfe - Volontariato in montagna seleziona persone disponibili a fare un’esperienza in un maso, a “vivere in prima persona un’esperienza diversa presso i contadini di montagna” e a “offrire sostegno dei contadini e per aiutare con il raccolto, a casa, nella cura per i bambini e per gli anziani e disabili” e li indirizza verso chi è in difficoltà.

Sì, forse non è proprio la solita idea di vacanza fatta di spiaggia, sole, bagni, racchettoni, disco, gnocche, relax e nemmeno quella di trekking, mountain bike, nordic walking, rafting, canyoning, wellness; con il titolo del post un pochino vi ho ingannati, è una vacanza a farsi il culo, di alzatacce, a letto con le galline, letame, vacche, rastrelli, accette, vesciche sulle mani, “di duro lavoro fisico, il servizio per altri e di vivere in armonia con la natura, profonda soddisfazione e gioia”.

Interessante vedere quante persone si sono iscritte come volontari, e come sono cresciute negli anni:

per quanti giorni di intervento effettivo prestato:

e quanti sono i masi che hanno richiesto un aiuto:

e la provenienza dei volontari:

Chi viene aiutato?
I masi devono soddisfare diverse condizioni definite con chiarezza dall'Associazione e verificate anche facendo sopralluoghi presso i masi. Deve essere un maso, dove il lavoro è molto duro. Ci sono anche i punti di difficoltà da considerare (sono composte dal ripido pendio, la superficie da lavorare a mano, la distanza dal paese più vicino e l'altitudine del maso).

[…]

Inoltre sono considerati anche la situazione sociale e finanziaria del maso e anche l'impegno sociale dei contadini nella vita nelle comunità. Particolare attenzione è data ai masi che accolgono persone anziane e/o ammalate oppure in situazione di handicap.”

maso

Per fare domanda è sufficiente avere 18 anni ed è indispensabile saper badare a sé stessi e aver voglia di lavorare: che il volontario non diventi una rogna in più invece che un sollievo. Portarsi scarponi, maglioni, giacca a vento, vestiti da lavoro; vitto e alloggio verranno condivisi con gli abitanti del maso. Si può far domanda da soli, in coppia, con la famiglia intera. Ci pensa poi l’associazione ad accoppiare nella maniera più proficua i volontari con i masi, a supportare i volontari per gli eventuali problemi, ad assicurarli, a non abbandonarli al loro destino una volta al maso.

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“Ma perché dovremmo? Al bar non ci servono perché siamo italiani, i tedeschi ci trattano male e ce l’hanno con noi!” vero? Ecco qualche estratto dal feedback di Gino Servillo da Scafati (SA), reduce da un’esperienza al maso nel 2012:

“Sono contento di essere stato alla festa e di far parte di quest’Associazione, di cui sono fiero. Ritengo che i Masi di alta montagna facciano parte di un patrimonio inestimabile di tutto l'Alto Adige, non solo dal punto di vista paesaggistico ma anche culturale e umano. Sostenere i masi dell'Alto Adige vuol dire tutelare un patrimonio che è di tutti noi non solo dei privati contadini. Sono contento dell'accoglienza che mi è stata riservata al mio arrivo alla “Bürgerhaus” e ringrazio gli organizzatori e tutti i volontari, presenti e non presenti, per l'aiuto che ogni anno danno ai proprietari dei masi sacrificando se stessi e le proprie famiglie per una causa di grande valore umano. Spero anche per il prossimo anno di dare il mio, piccolo, contributo di assistenza che tutti i masi meritano! Un saluto di cuore, Gino Servillo “

Bisogna sapere per forza il tedesco? Sarebbe meglio, ma non è indispensabile.

Erica Balella da Fusignano (Ravenna):

Sono stata ospite presso un maso nella Valle Isarco, dove la famiglia mi ha fatto sentire subito come a casa. Vorrei innanzittutto ringraziare chi mi ha ospitato con tanto amore e affetto. Grazie per l’ ospitalità, la cortesia e la gentilezza. Grazie a E. per le chiacchierate con gelato, a R. per l'affetto che mi ha trasmesso e l’inaspettata gita al mercato, a W. per l'ottima cucina (la migliore cuoca e amica che potessi incontrare!!) e tutti i consigli culinari che mi ha dato (spero di metterli in pratica!) e a L. un ragazzo dal cuore d’oro e un lavoratore inesauribile! Grazie a E. per le passeggiate dopo pranzo e E. che ha sorvegliato su tutti noi.

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Simone da Treviso:

Il lavoro nei campi e nella fattoria non è mancato, ma noi ci siamo portati a casa molto di più dei muscoli un po' doloranti. Abbiamo visto e vissuto in una realtà ben diversa dalla nostra, fatta di ritmi lenti, fatta dal ritrovarsi come una grande famiglia a tavola, fatta di sapori senza tempo e riscoperta del benessere dato dal coltivare una terra così difficile ma anche così bella. Indimenticabili le ore passate in stalla a curare gli animali, a tagliare il formaggio, a metterlo nel fienile... “

Insomma, vacanze attive e avventurose senza lasciare niente al caso in un territorio mozzafiato fra panorami grandiosi, in mezzo alla natura incontaminata ad un passo dalle Dolomiti patrimonio dell’umanità, dove protagonista è la natura, ma anche cultura, storia e tradizioni, in un ambiente familiare che vi farà sentire come a casa vostra. Ci si fa il culo come un ombrello, ma il prezzo è davvero conveniente! ;)

Informazioni sul sito dell’associazione

“Rassegna Stampa”
Mountain blog - “VACANZA UTILE” Volontariato in montagna
Alto Adige.com: Volontariato in montagna
Quotidiano Alto Adige: Aiutare i contadini nei masi di alta montagna
Famiglia cristiana: faticare ad alta quota

martedì 9 luglio 2013

Gli eremiti della montagna

vallagaFlaggerschartenhütte – Rifugio forcella Vallaga (Alpi Sarentine)

Ho trovato in rete, sul sito Fortezza open Archive, la copia di un articolo a firma Grazia Negro pubblicato sul defunto quotidiano “Mattino dell’Alto Adige” il 19 ottobre 1989. E’ il resoconto di una chiacchierata con una collaboratrice degli allora gestori del rifugio Forcella Vallaga Giovanna e Mario Coccia, che mi piace riproporre ai miei 15 lettori.

Negli anni il rifugio, proprietà del CAI di Fortezza, ha superato diverse difficoltà di gestione, un anno è addirittura rimasto chiuso, costringendo gli escursionisti impegnati nello splendido trekking “ferro di cavallo” (comprese le due spatuzze, ovvero mia sorella Val e la sottoscritta) a sobbarcarsi un bel po’ di dislivello per scendere a dormire in valle e risalire il giorno appresso. Da qualche anno è gestito da Manfred Niederkofler e pare abbia ritrovato l’equilibrio.

“Gli «eremiti della montagna» al servizio degli alpinisti

Quant'è aspra e ingrata
la gestione di un rifugio!

Il racconto d' un'esperienza al « Vallaga»

Nella nostra zona di confine i coniugi Giovanna e Mario Coccia sono gli unici gestori italiani di un rifugio. I problemi dei collegamenti e dei rifornimenti. La riscoperta di una diversa “dimensione” della vita.

Può risultare difficile spiegare il valore di un'esperienza che esula dai canoni del “tutto subito senza fatica”, tipici del nostro tempo; altrettanto problematico spiegare agli altri, ma prima di tutto a sé stessi, le motivazioni che conducono a questo tipo di scelta, che sono un condensato di un bisogno fisico di stare nella natura, di un tentativo di riscoprire la dimensione manuale della vita, della necessita di chiarire la direzione della propria esistenza, al di fuori di qualsiasi condizionamento passibile. Lesperienza a cui mi riferisco, vissuta da me in prima persona quest'estate, è la vita e il lavoro in un rifugio alpino, il rifugio Vallaga del CAI di Fortezza, che si trova a quota 2481 m. nel Monti Sarentini. L'atmosfera dei monti che circondano il rifugio è impervia e selvaggia, quasi incontaminata e l'abitato si inserisce bene in questo contesto, anche grazie al suo raggiungimento non proprio agevole: (5/6 ore da Mezzaselva; 2 ore da Valdurna; 4 ore da Passo Pennes; 4/5 ore dal rifugio Croce di Latzfons)

La giornata comincia presto per i gestori, i signori Coccia di Bressanone: la signora Giovanna deve riscaldare la Stube, preparare la colazione e i successivi pasti. Il signor Mario deve provvedere al funzionamento di tutte le macchi­ne del rifugio (gruppo elettrogeno, pompa dell'acqua ecc.) Per me ed Evi, l'altra ragazza tuttofare, la sveglia suona alle sette, solo raramente prima; dopo un ascolto veloce delle notizie e del bollettino del tempo alla radio, l'unico, mezzo di contatto, insieme ai Gäste, con il mondo, passiamo a servire le colazioni, a rassettare la cucina e la Stube, i bagni, infine le camere e il Lager. Questi lavori ci occupano fino a metà mattinata; segue la merenda e poi un po' di tempo libero da sfruttare per la lettura o per qualche passeggiata nei dintorni.

L'arrivo di qualche montanaro mattiniero può però far saltare questa pausa e costringerci ad attivare la cucina, con gli ottimi minestroni, canederli e gulasch della signora Giovanna, già alle 10 di mattina!

Fino a pomeriggio inoltrato si servono i pasti e le bibite e se va bene, prima della cena, c'è tempo per un altro stacco. La gioia più grande consiste nel finire tutti i lavori la sera e potersi sedere al tavolo e fare una partita a carte.

vallaga interno
Interni del rifugio

Riuscire a leggere un giornale, magari di due o tre giorni prima; vedere Aldo e Franco che ogni settimana portano a spalla tutti i viveri deperibili, (pane, verdura, carne ecc.) e anche qualche messaggio da casa, qualche lettera o qualche alimentare di "lusso" (frutta, yoghurt ecc.); mangiare un gelato portatoci in via eccezionale da Otello o uno yoghurt particolare, promesso e poi infilato nello zaino da Günther; scendere un giorno di brutto tempo di corsa a Valdurna e ritornare dopo aver fatto cinque o sei telefonate; la visita di qualche amico: tutti questi eventi per me costituiscono una festa.

Altrettanto bello e importante è scappare, appena posso, nella natura, nel suo silenzio, sulla Cima di S. Giacomo o sul Corno di Tramin, o anche solo ai laghetti intorno al rifugio; contemplare lo spettacolo della luna piena che sorge, riuscire a fare colazione, ancora assonnata, all'aperto, pensare a Bressanone ed immaginarla oltre ai monti. L'atmosfera famigliare ed accogliente che i gestori imprimono al rifugio, le chiacchierate con i Gäste, simpatici e solo assai raramente poco disponibili, alleviano la fatica fisica, che a volte si sente di più, specialmente nei giorni di festa e fanno arrivare presto la sera, le ultime canzoni ascoltate con il Walkman prima di addormentarsi.

La scansione lunga e dilatata del tempo, e non stressante come a valle, la rivalutazione delle piccole comodità quotidiane, che l'altitudine fa cadere nelle dimenticanze, l'importanza dei contatti umani e dei piccoli gesti, la bellezza sempre nuova della natura e la sua completezza rispetto ai nostri vuoti, questi, credo, gli elementi della lezione di vita che ho appreso e che consiglierei a tutti.”

Chiedo venia per i refusi, anche il miglior OCR si incasina con l’immagine spiegazzata di un articolo di giornale!

articolo vallaga

(Dal racconto di Grazia Negro non pare di scorgere una vita “aspra e ingrata”, sebbene non comoda: anzi lei sembra contenta dell’esperienza. A meno che non manchi all’articolo qualche chiosa dei gestori pubblicata a parte).

martedì 26 marzo 2013

Andar per fontane

DSC_3688_3Oggi mi sono fermata da un artigiano che lavora le pietre dei nostri monti: porfido di Sarntal, Granito di Brixen, marmo di Laas. Una bella azienda, bravi, esperti, appassionati, ce l’han contata su lunga, li ho guardati lavorare. Con una fresa a controllo numerico, ovviamente.

Ma il signor Gasser non si limita a creare cose nuove, raccoglie e sistema anche vecchie pietre lavorate: antichi portali scolpiti con ancora i cardini originali, cornici di finestre, pilastri, metri e metri di canali irrigui di granito, fontane, mangiatoie, abbeveratoi. Scavati a mano, con lo scalpello: ore e ore di pazienza, di lavoro, di perizia per costruire oggetti che potrebbero durare per sempre che languono dietro un capannone. E mi è tornato in mente McCarthy:

Fontana Cornaiano Foglie3-001

“Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C'era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai li, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava li. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all'uomo che l'aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di allora ho letto un po' di libri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell'uomo si era messo li con una mazza e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma secondo me non poteva essere cosi ingenuo. Ci ho riflettuto tanto. Ci riflettei anche dopo essermene andato da li quando la casa era ridotta a un mucchio dì macerie. E ve lo dico, secondo me quell'abbeveratoio è ancora li. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto li con la mazza e lo scalpello, magari un paio d'ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l'unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. E la cosa che mi piacerebbe più di tutte.”

Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi

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Vecchia fontana con incisa la data. (foto catalogo Gasser)

Nel 1669 muore Rembrandt, la Repubblica di Venezia deve cedere Candia agli ottomani, Vermeer ha finito da poco La ragazza con l’orecchino di perla e un ignoto scalpellino termina e data la sua fontana.

Purtroppo non ci sta dove vorrei metterla, ma quanto mi piacerebbe! :)

venerdì 23 novembre 2012

Dove volavano gli angeli

Un post sconsolato di settembre del Cipputi mi ha risvegliato la memoria e, cerca e ricerca, ho ritrovato un articolo di Renzo M. Grosselli pubblicato sul quotidiano L’Adige il 16 settembre 2000, che avevo ritagliato e conservato. Ben nascosto: ho ravanato un bel po’ per scovarlo.

Il bosco si sta lentamente mangiando i pascoli della malga che fino allo scorso anno era in piena attività nonostante fosse priva di strada d'accesso.” scrive Fausto della situazione attuale. Leggetevi com’era 12 anni fa, che ne vale la pena: un sogno finito e un patrimonio di conoscenza, tradizioni e lavoro buttato. Esoterismo, medicina alternativa, grandi padri e Bibbie comprese, che su quelle ognuno la vede a modo suo.

(Non prendetevela con me per lo stile del Grosselli, è fatto così che ci volete fare?)

Dopo (o prima fa lo stesso) aver letto questo post, non perdetevi i link che trovate a fondo pagina.

montalon

Succede anche questo in un Trentino che sta facendo molto per distruggere le sue malghe: che la Magnifica Comunità di Fiemme chieda una lettera di fidejussione di 2 milioni di lire per permettere il passaggio delle vacche che lasciano una malga. Eppure a Malga Montalon si sta iniziando una sperimentazione che potrebbe indicare il cammino della salvezza ad altre malghe trentine oggi in crisi.

Immaginate una malga in cui lavorano tre persone: lui a suo tempo mise in piedi la prima Comune di Bolzano, lei a volte calza le braghe de coram(*) e l’aiutante è un nepalese. Fantasia? No, è Malga Montalon, sul territorio di Telve, di proprietà della baronessa Luigia Buffa. Lassù, quest’estate sono vissuti gli angeli: Emanuela Seber, 45 anni di Castello di Fiemme e Oswald Tonner, 47 anni di Terlano, con maso ed azienda agricola a Salorno. Del terzo angelo vi parleremo poi.

Cento minuti per raggiungere Montalon a piedi, in cima alla Val Campelle. Non un sentiero, ma un ex greto di torrente, scavato tra i sassi. In cima, la bellezza del Lagorai. Molti animali: la malga è stata caricata con 18 galline, 1 gallo, 2 gatti, 2 cani, 12 cavalli, 5 asini, 14 vacche, 64 manze, 3 pecore, 20 capre. In una ampia cucina pulita ed accogliente, Emanuela: braghe da jodler su un viso dolce e capelli neri. Non ha l’aspetto della contadina. A 20 anni Emanuela si sposò e si trasferì a Predazzo dove per 24 anni e mezzo lavorò come segretaria nell’azienda del marito. «A quel punto dovevamo scegliere: o altri 24 anni o separarci».

Si separarono in armonia. Lei, in quegli anni, aveva praticato anche sport ad un certo livello (fu quinta alla Pusterthaler sci di fondo). Ed aveva avuto alcuni incontri che le avrebbero cambiato la vita. Con un libro, nell’82, ad esempio: L’alimentazione dissociata. «Era dicembre e da gennaio in poi non entrò più carne in casa». Vulcanica, drastica, esagerata. «Il cambiamento grande per il mio cammino interiore e spirituale, la cosa che mi ha messa in contatto col Grande Padre è stato capire cosa lui ci ha proporzionato per mantenerci in salute. Dobbiamo partire dai chicchi che Lui ci ha donato, i cereali. Leggi la Bibbia e c’è tutto scritto». Corre, parla, sta mettendo sul fuoco un pasto fatto con le sue regole: pane di grano tenero e segale, gnocchi di miglio con zucchine. Dal 1982 Emanuela iniziò a coltivare la cucina naturale ed integrale. Un corso. «Non mollai più l’insegnante, Inge Orehek, autrice del libro La cucina integrale nelle Dolomiti». Assieme organizzarono successivi corsi in valle, poi l’insegnante fu solo Emanuela. Quindi la donna di Fiemme contattò la Fondazione «Ggb» del dott. Brucker: germanica, insegna alla gente ed ai medici il valore dell’alimentazione corretta. Ora Emanuela è la direttrice della sezione in lingua italiana della scuola, in Sudtirolo.

Un successivo passaggio per la donna di Fiemme fu la nascita della figlia Vanna nel 1986. Aveva dei problemi ai piedi. «O percorrevo la via normale, gesso ogni 15 giorni e poi imparare a convivere con l’handicap, o sceglievo la cura alternativa, i massaggi». Anche 14 volte al giorno massaggiava la figlioletta che ai 14 mesi si mise in piedi e camminò ed oggi è perfettamente normale. Talvolta Manuela in malga propone a chi la va a trovare il massaggio del piede. «Ho imparato che le mani sono due attrezzi meravigliosi». Il tutto, naturalmente, ha alle spalle 3 anni di corsi a Milano. Corre il tempo a Malga Montalon ma Emanuela mostra un quadro: pezzi di orologio: «È il simbolo mio e di Oswald, la rottura del tempo». Dopo i massaggi, corsi Reiki. «Un tuffo nelle vite precedenti, una doccia fredda. Tutti i drammi che viviamo, sono morti traumatiche o drammi di una precedente vita». Non è obbligatorio crederci.

Alla fine del ’98 Emanuela ebbe una visione: una grande casa di Carano, esistente, dove avrebbe potuto fare dell’agriturismo, organizzare corsi, preparare la sua cucina naturale e integrale. La prese svenandosi economicamente, piantò i suoi semi («Vedi questi? Hanno 100 anni e vengono da Capriana, non sono stati manipolati geneticamente»). Il 28 aprile del ’99 si recò ad abitare in quella casa. Il 4 maggio conobbe Tonner. «Tutto quello che io dicevo era quello che voleva lui, e viceversa».

Alto, magro, lunghi capelli raccolti in una treccia. Oswald è uno che nel 1975 partecipò alla prima Comune creata a Bolzano. Poi a Vienna frequentò i corsi universitari di psicologia e pedagogia. Quindi, per 25 anni, in segnante all’Istituto agrario di Ora. E un maso, gestito sopra Salorno: «Lo trovai abbandonato, lo comprai. Una lunga via durata 20 anni». Oswald ha un feeling unico con gli animali: li accarezza, parla con loro.

OswaldOswald (foto Ruralpini)

Dopo l’incontro con Emanuela, l’aiutò nei corsi che lei aveva organizzato nella casa di Carano. Ma a gennaio del 2000 qualcuno comunicò loro che era disponibile Malga Montalon. «Capimmo che era importante. Contattammo la baronessa e facemmo il contratto senza vedere la malga». Il contratto parla di 6 anni, prorogabili a 10. Il primo maggio 2000 la coppia si è recata a Montalon. L’impatto fu duro: la sporcizia accumulata era moltissima, le cose da cambiare anche. Cinquanta giorni di duro lavoro. Ma avevano bisogno di una terza persona per portare avanti la stagione di malga anche perché Emanuela aveva deciso che avrebbe proposto agli ospiti la sua cucina. Detto, fatto. Giunse una telefonata di un ragazzo di Trento che proponeva un suo conoscente: si trattava di Sange Lama, un nepalese di 25 anni che, in effetti, ha lavorato tutta l’estate in malga. «Lui abita in un villaggio sopra i 4.000 metri, dove vivono 12 famiglie. Ha lasciato la sua terra per studiare. Giunse in malga con le bandierine benedette nel monastero del suo paese. È legato carmicamente a me osserva Emanuela la numerologia lo conferma».

Il 12 giugno la malga è stata caricata: vettovaglie, mobili, materiali edili sono venuti sin quassù con l’elicottero. Nove milioni di lire di spesa. Perché manca una strada. Qui i tre amici hanno fatto burro, formaggio di mucca e di pecora. Emanuela ha proposto agli amici i suoi piatti. Il formaggio si fa col gas a Malga Montalon. Perché? «Non c’era legna e non c’era tempo per farla. Certo, tutto sarebbe migliore con la legna...». Il formaggio di Montalon è eccezionale, quello di capra, paradisiaco.

Economicamente funziona questa malga? «Quest’anno andremo in pari con le spese. L’anno prossimo altre spese. L’importante è portare un’alitata di gioia. Ogni volta che arriva un messaggero alla porta io mi dico: "Chissà chi mi manda il Signore"». Manuela dalle braghe de coram e dagli occhi dolci. A Malga Montalon Emanuela e Oswald non propongono solo formaggio e burro ma una visione completa della vita. Non utopistica. Perché Tonner sa bene che se il lato economico non quadra, tutto va a catafascio. «Una strada è indispensabile o gli allevatori non ci daranno più le bestie. Abbiamo un capitale di 200 milioni di animali». Per portare su e giù le cose, quest’anno Oswald ha usato i suoi asini, caricati con cestoni di vimini. Come un secolo fa. E come scaricare le mucche con quel sentiero? Via Val di Fiemme. E qui la novità: la Magnifica Comunità ha chiesto una lettera di fidejussione bancaria di 2 milioni di lire. Incredibile.”

L’Adige il 16 settembre 2000

E di seguito, LAURA ZANETTI
Malga dell’acqua e malga della vita

«Montalon e Montaléto, la Costa e Zopéta... ’nde via solo per Campele...», recitava l’antica scritta in val Campelle che segnalava le quattro storiche Malghe dei Castell’Alto. Dopo un «assalto » dolce di larici «...alleati dei pascoli per le fronde leggere, filtranti luce... », come rivela il prof. Pedrotti, appare Malga Montalon, totalmente immersa nella vasta libertà di orizzonti, ove è intuibile una frequentazione pastorale antichissima e dove si è intessuta forte la relazione tra uomini ed animali. Lassù al «Baloton» (enorme masso roccioso), riparavano un tempo i pastori, ma non la notte tra «i Santi e i Morti»... avrebbero avvertito i suoni dei campanacci sepolti con le loro bestie a Malga Cere causa una spaventosa moria per carbonchio!

Dentro una luce a perdifiato, ovunque sta la voce dell’acqua. Acqua che si fa lago e rio, sorgente che sgorga, sussulta, s’insinua tra questi alpeggi, scrigno prezioso di eccezionali rarità vegetali: Draba stellata, Stellaria, Geum, Gaya, Lichene... descritti dal bassanese Montini, grande esploratore botanico del Lagorai. «...Radici, trefojo, tuto en fior l’era té le Giàre» e «...su te le buse de Ziolére, ala prima erba...», ricorda Gemma, moglie di Nello Paterno, l’ultimo casaro di quella dinastia di Spera che per 97 anni consecutivi, conservò con saggezza questa malga e la «sociologia » dei suoi fiori. «...Se ti vol molder, staghe drio al graso...» (se vuoi un buon pascolo, utilizza intelligentemente lo stallatico) dice la metafora popolare: l’acqua nasce a monte di un lunghissimo barco di porfidi, lo percorre nel suo interno, viva, sull’acciotolato, fuoriesce alimento per questi prati, ed i suoi fiori, perfetta e complessa «farmacia», messa in moto dal sole. L’acqua poi, è forza motrice per la zangola, energia per le «lengue de vaca» (acetosa), con cui, un tempo si avvolgevano i pani di burro.

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Malga Montalon: impianto "a energia rinnovabile" per l'azionamento idraulico della zangola (foto Ruralpini)

Nella «caséra», unico caseggiato che ospita il luogo del fuoco ed il luogo del latte è il legno l’elemento che caratterizza la struttura: le ampie finestrature del «casélo» e l’armonioso assemblaggio di assi e tronchi nello spazio frontale, testimoniano i forti «legami» architettonici con i «Bait» di Fiemme ed i «Tabia» del Vanoi, filtratisi attraverso i collegamenti periferici. Staccato in un unico corpo di fabbrica, il «caserin del formai»; «Paradiso » era il suo nome ottocentesco. «Paradiso » è tuttora per quei due sensi, affatto minori, l’olfatto ed il gusto, ove dimorano le memorie e le emozioni. Fuori, tra le «Buse», «el Scagno dell’aspio », «el Scagno de s. Piero», «el Pian dela Cavala» pascolano solo le vacche retiche dell’attuale malghese Oswald Tonner: le antiche «bigie» brucando, conservano la storia di Malga Montalon, casa del tempo infinito. Dentro il cuore del Lagorai, è lei l’anello di congiunzione tra area della «resistenza casearia » e l’area impoverita e depredata dai lattedotti che sta annullando l’economia identitaria di queste valli. Non quassù nella malga dell’acqua, nella malga della vita poiché, l’esperienza del passato, fatta propria da Oswald e Emanuela Tonner è la prospettiva ideale che configura il nuovo rapporto con la terra in una micro - economia tutta da valorizzare.”

Ma, scriveva Mario nell’agosto 2011 sul bel blog gemello:
purtroppo, questo potrebbe essere l'ultimo anno che Oswald potrà condurre in alpeggio a Malga Montalon le sue bestie e deliziarci con il suo burro straordinario e il suo formaggio di capra perché il barone Luigi Buffa non vuole ristrutturare la malga per adeguarla alle normative vigenti, e così.........un tesoro di inestimabile valore andrà perso.”

Infatti. E il risultato, in un solo anno, è quello descritto da Cipputi.

(Spero di non aver violato troppi diritti con la pubblicazione di questo articolo. In caso contrario, se qualcuno si seccasse e chiedesse risarcimenti, portatemi le arance in prigione per favore, che ormai non fumo più, accidenti! ;) )

(*) braghe de coram: pantaloni di cuoio, tipo questi

link:
Antichi mestieri: la malga di Montalon
L’altro Terre Alte: Le malghe del Lagorai: Malga Montalon
Cipputiblog: Il lento declino di Montalòn
Ruralpini: Malga Montalon
Vita Trentina: intervista a Oswald

giovedì 21 gennaio 2010

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La Opel chiude lo stabilimento di Anversa, sulla strada 2.600 lavoratori. 2.600 famiglie, quante persone fanno? Repubblica on line mostra i loro volti durante un’assemblea:

 

domenica 10 gennaio 2010

Al bar Casablanca

Al bar Casablanca
seduti all’aperto
una birra gelata
guardiamo le donne
guardiamo la gente
che va in passeggiata
con aria un po’ stanca
camicia slacciata
in mano un maglione
parliamo parliamo di proletariato
di rivoluzione.”(*)

“Bolzano, Walter Rigon, 57 anni, da 32 alle acciaierie Valbruna, è in cassa integrazione guadagni ordinaria. Da più di un anno. Nel 2009, su 12 mesi ne ha lavorati forse 4, e a inizio 2010 definisce la sua condizione assai tragica.

Con estrema dignità - «perché è una vita che lavoro e alla mia azienda ho dato molto, per cui non mi devo vergognare proprio di nulla» - racconta come stia vivendo in questi mesi di difficoltà economica. […] « così non arrivo ai mille euro. Alcuni mesi proprio non ce la faccio, posso tranquillamente dirlo: vado sotto, in rosso».

Ciò che maggiormente preoccupa Walter Rigon è il 2010. L'azienda pare non abbia fornito rassicurazioni davvero rassicuranti, ma soprattutto ci sono le preoccupazioni personali, private. «Già ora, con 900 euro al mese, è dura. Devo tirare la cinghia, non mi posso più permettere di fare acquisti alla leggera. Compro solo offerte, non mi concedo nessun tipo di lusso superfluo. II giaccone o la maglia me li terrò anche per il prossimo anno. Ma questa cassa integrazione mi è piovuta addosso nel momento peggiore, e proprio non so come me la potrò cavare. Mi sono appena trasferito in via Nicolò Rasmo, a Casanova. Sono con una cooperativa e da primavera mi toccherà cominciare a pagare il mutuo, ma con che soldi?». Sono domande, chiosa Rigon, «che i politici non si pongono mai, con i loro stipendi da 20mila euro al mese. In tutto questo anno di crisi, davanti alla Valbruna non abbiamo visto nemmeno uno di loro. Nessuno ha richiesto un colloquio con noi, ci ha domandato come andasse o di cosa ci fosse bisogno. Scommetto che fra qualche mese, all'avvicinarsi delle elezioni, qualcuno arriverà. Gli voglio dare un consiglio: non si faccia vedere, né dentro né fuori dalla Valbruna, perché verrebbe accolto a pomodori in faccia».” (**)

“Al bar Casablanca
con una gauloise
la nikon, gli occhiali
e sopra una sedia
i titoli rossi dei nostri giornali
blue jeans scoloriti
la barba sporcata da un po’ di gelato
parliamo, parliamo di rivoluzione
di proletariato.”(*)

“Se Walter Rigon evidenzia le problematiche economiche derivanti dalla cassa integrazione, il collega Marino Vilardo sottoscrive in pieno, ma preferisce puntare sull'aspetto psicologico, sulla frustrazione dell'operaio lasciato a casa.

«Sono stato assunto - ricorda - nel 1978. Allora alle Acciaierie eravamo in 1.800. Ora siamo a mala pena 500. Ho dato qualsiasi cosa a questa azienda, ma loro non fanno investimenti. La candela, questa almeno è la mia opinione, si sta spegnendo piano piano. Oltre al danno economico questo ha riflessi sul mio morale: ti vedi andare in fumo una vita di lavoro. E poi ci sono tante, troppe cose che non riesco a spiegarmi. Per esempio, perché la crisi tocca la Valbruna a Bolzano, mentre per la sede principale di Vicenza non vale lo stesso»

Ma Vilardo, con le sue domande ironiche tenta anche un'analisi politica, di ampio respiro. «La Provincia - spiega - per la cassa integrazione ci ha suddivisi in due fasce: i ricchi come me, che con la cassa integrazione arrivano addirittura a 1.020 euro al mese, e chi ha meno anni di anzianità, che si aggira sugli ottocento. Bene, peccato che non abbiano pensato bene a cosa stavano facendo. Chi come me ha 57 anni una moglie e tre figli, uno solo dei quali lavora, con mille euro al mese non ce la fa neanche se vuole con tutte le forze. Chi lavorava alle Acciaierie, soprattutto grazie ai turni, prima si portava a casa 1.400-1.500 euro al mese. Non si navigava nell'oro, ma si arrivava alla fine del mese. Ma adesso come faccio?»”.(**)

L’importante e che l’operaio prenda coscienza.
Per esempio i comitati unitari di base…
guarda gli operai di Pavia e di Vigevano non hanno mica permesso che la politica sindacale realizzasse i suoi obiettivi, hanno reagito, hanno preso l’iniziativa!
Non è che noi dobbiamo essere la testa deli operai. Sono loro che devono fare, loro, noi…
“(*)

II peggio, spiega Vilardo, è che la cassa integrazione ordinaria è in via di esaurimento. «Poi arriverà la cassa integrazione straordinaria, cui seguirà magari la mobilità, per arrivare infine al licenziamento. Sono stufo di sentir parlare di crisi. Gli unici ad essere autorizzati a parlare di crisi siamo noi cassaintegrati. Per noi è stata una batosta doppia: prima l'euro che ha portato i rincari, poi la decurtazione della busta paga. Sto cominciando a perdere davvero le speranze. e non solo il solo. In tanti ormai stanno cercando di scappare, ma io, che a marzo compirò 57 anni, cosa posso fare? Dove posso andare? Chi mi vuole? Anche se uno è qualificato, a questa età non ti cerca nessuno. E i politici provinciali, che si sentono tanto sapienti, cosa stanno facendo? Come intendono aiutarci?». (**)

“Al bar Casablanca
seduti all’aperto
la nikon gli occhiali
e sopra una sedia i titoli rossi
dei nostri giornali
blue jeans scoloriti
la barba sporcata da un po’ di gelato
Parliamo, parliamo di rivoluzione, di proletariato…”(*)

E questa è la dorata Bolzano.

Scendete dal pero, tutti quanti, di qua e di là dell’arco costituzionale, dentro e fuori dal parlamento, al centro e in periferia, perché i segnali ci sono, di quello che potrebbe succedere. E non sono per nulla tranquillizzanti.

Non so quanta colla sarà sufficiente per mantenere i vostri culi sulle vostre comode poltrone a organizzare bicamerali, primarie, dialoghi con le destre, varie ed eventuali.

Dormitorio lager dei lavoratori immigrati (fonte: Repubblica on line)

(*) Giorgio Gaber, Al bar Casablanca. In “dialogo fra un impegnato e un non so” 1972

(**) Quotidiano Alto Adige, oggi, 9 gennaio 2010. Interviste di davide pasquali.

domenica 26 aprile 2009

Un'onda pulsante

Cristian Cristoforetti davanti a uno dei pannelli della mostra (fotogramma tratto dal video di presentazione a cura del TrentoFilmFestival)

Ne aveva già parlato Marzia in un post l'anno scorso: patrocinato dalla Provincia autonoma di Trento è stato pubblicato "Pastori nelle Alpi, storia e testimonianze” libro transfronteliero frutto del progetto interregionale di sostegno e promozione del settore ovicaprino nell’arco alpino denominato Alpinet Gheep. Il libro è il risultato di tre anni di lavoro e di studio sull'allevamento ovino e caprino nell'area alpina al quale hanno collaborato studiosi ed esperti di diversi istituti di ricerca di Italia, Austria, Baviera e Slovenia mentre la parte iconografica è stata affidata al fotografo trentino Cristian Cristoforetti.

Da qualche giorno e fino al 16 maggio queste belle foto sono esposte a palazzo Trentini, nell'ambito del TrentoFilmFestival della montagna, in una mostra curata dall’Ufficio per le Produzioni Biologiche della Provincia.

In questo video, ospitato sul sito del FilmFestival, Cristian Cristoforetti parla del suo lavoro e dell'esperienza straordinaria che ha rappresentato per lui seguire le greggi e i pastori durante la transumanza e si chiede che futuro ha, in questo mondo di corsa che li ignora o li tratta con fastidio, l'onda pulsante dei pastori vaganti con i loro animali.

Sono io che sono più sensibile all'argomento rispetto a tempo addietro o c'è in giro più attenzione per pecore e pastori? Libri, mostre, articoli, studi. Forse è per quel meccanismo a causa del quale prima ignori un fenomeno poi, appena inizi ad occupartene, lo vedi ovunque, ma pecore e pastori (e capre eh!) mi sono sempre piaciuti. Speriamo che la maggiore attenzione, se è vera, porti anche più tolleranza e meno rigidità nei riguardi di questo che è "il lavoro più antico del mondo", altroché ;)

Dal 23/04/2009 al 16/05/2009
10:00 - 19:00
Palazzo Trentini, Via Manci, 27
sabato 9/05 e 16/05 orario: 10:00 – 13:00, domenica 10/05 chiuso

Ah, per inciso, avrete capito che a Trento è in pieno svolgimento il 57° FilmFestival della montagna e dell'esplorazione, del quale qui c'è uno scomodissimo programma HTML oppure qui un più banale ma anche più comprensibile programma in .pdf. (non sono così in ritardo come pare nel segnalarlo: le proiezioni sono iniziate solo ieri).

Dal calderone di proposte di ogni tipo, ne segnalo una:

IL MONDO DELL’ARRAMPICATA VISTO ATTRAVERSO I COMIX DI CAIO

Che se è QUEL Caio, il famoso Caio di Traversella, di ISM, di Fuorivia, una segnalazione se la merita sicuramente.

Caio Comix

Link:
Il libro "Pastori delle Alpi" in formato .pdf zippato da scaricare liberamente. Foto comprese

Altri documenti interessanti a libera consultazione da scaricare dal sito Alpinet Gheep

Articolo del giornale "Vita Trentina" sul progetto Alpinet Gheep

TrentoFilmFestival: webTV

venerdì 4 luglio 2008

Cammini infiniti

Locandina della mostra

Il 6 luglio alle 16 in Valle Stura si inaugura la mostra cammini infiniti, curata dalla nostra amica Marzia, che ne segnala l'apertura presentandola così:

"Che cos'è il pascolo vagante, se non un infinito cammino alla ricerca di pascoli per sfamare il gregge? Qui vi racconto quasi quotidianamente cosa accade ai pastori: scene romantiche di tramonti, nascite di agnelli, cieli blu, ma anche pioggia, neve, difficoltà. Questo è il mestiere, ma... la domanda sorge spontanea: è un mestiere senza tempo? Come resiste oggi, nel XXI secolo? Ecco perchè nasce questa mostra, in collaborazione con l'Ecomuseo della Pastorizia di Pontebernardo(CN), e con la Comunità Montana Valle Stura di Demonte."

Copio dalla locandina:

Un pastore, un cane, un gregge, milioni di passi alle spalle, altrettanti di fronte. Fino a quando?

Sabato 5 Luglio
Ore 9.00 Pontebernardo/Ferriere
Escursione guidata sul sentiero dei Becchi Rossi.

Ore 15.00 Ferriere
Visita al Museo del Contrabbandiere.

Ore 16.00 “Balo marmoto” musica d’Oc.

Ore 21.30 Pietraporzio
“La veià di Pastres” con Bidaia (Paesi Baschi),
R. Matta e P. Rouch (cornamuse d’Occitania),
Vioulo Bergero (valados), B. Le Rouzic (cornamusa scozzese),
S. Lombardo (flauti di Provenza). Direzione artistica S. Berardo.
Ballo finale

Domenica 6 Luglio
Ore 16.00 Pontebernardo
Inaugurazione della mostra documentaria
“cammini infiniti” a cura di Marzia Verona.

Seguirà
“Suonar, Balar, Tastar” gran concerto finale
con la partecipazione di tutti i suonatori.

Degustazione del formaggio dell’Ecomuseo
guidata da un maestro Onaf.

5 e 6 Luglio
stage di cornamusa scozzese

Ecomuseo della pastorizia
Pontebernardo - Pietraporzio (CN)
Per informazioni: Tel. 0171/955555 - www.vallestura.cn.it

La mostra Cammini Infiniti
sarà visitabile dal 6 Luglio al 31 Agosto
tutti i giorni dalle 15.00 alle18.00
(escluso il lunedì)

Io sto lontanissima, difficile che possa fare un salto, ma non si sa mai, fino al 31 agosto un po' di tempo c'è.

giovedì 5 giugno 2008

Malga Cambroncoi

cabroncoi

Malga Cambroncoi

Dal quotidiano l'Adige di oggi:

"SANT'ORSOLA TERME Affittata malga Cambroncoi L'impresa agricola De Bastian Sara si è aggiudicata il bando di confronto concorrenziale per l'affitto della malga Cambroncoi con annesso agritur, di proprietà dell'Asuc di Sant'Orsola. La signora Sara De Bastian ha presentato l'offerta migliore, 8600 euro l'anno. Il contratto durerà cinque anni, fino al 2012. Malga Cambroncoi può accogliere una quarantina di bovini da latte e circa dieci suini nel periodo dal 10 giugno al 10 settembre. L'Agritur rimarrà aperto tutto l'anno con la possibilità di pernottamento per sei posti letto."

giovedì 8 maggio 2008

4 elements

4 elements2

Un fotogramma dal film

Se qualcuno domattina si lamenta ad andare al lavoro, vada a dare un'occhiatina a "4 elements", il film che ha vinto il Trento Film Festival. (Si lo so avevo promesso di non parlarne più, ma questa sera sono andata a vederlo, potevo tacere?)

Una squadra di operai, in Siberia, a mille miglia dalla civiltà, alle prese con un incendio che devasta i boschi. Fra zanzare e umidità, accampati alla meno peggio in tende fatiscenti, senza modo di lavarsi, scaldarsi o cucinare decentemente, dopo una giornata di durissimo lavoro fra le fiamme.

Alaska, un peschereccio in mezzo all'oceano, un tantino incazzato. Freddo, bagnati come pulcini, pesci morti o da ammazzare, granchi grandi come padelle, enormi gabbioni di reti metalliche da spostare dentro e fuori dall'acqua, giorni col pavimento che gioca alle montagne russe, tutto che balla, cigola, rumoreggia attorno. Spazio vitale, dove ricordarsi di essere uomini, una cuccetta.

Germania, una giornata in miniera. Qualche migliaio di metri nella pancia della terra a estrarre carbone. Solo l'idea mi fa venire l'ansia. Anche qui umidità, fatica, sudore, rischio, sporcizia, e rumore, rumore, rumore!

Ultimo elemento, l'aria. Pulita e leggera, ma che fatica volare! L'ultimo quarto del film mostra le torture alle quali si sottopongono gli astronauti per allenarsi in vista del lancio.

Che enorme fatica mettere le briglie ai 4 elementi di Empedocle. Fatica fisica, sudore, sporcizia, rischio, dolore. Che piccoli e pericolosi esseri siamo, capaci di sopportare l'incredibile e di costruire un razzo e spedire 3 uomini nello spazio.

80 minuti di film letteralmente volati. Pochissimo parlato, immagini potenti, situazioni al limite.

"In miniera, ti ci vorrebbe qualche anno in miniera!" Ho impressione che ci basterebbero 20 minuti, altroché qualche anno. Il pilota lavoro usurante? Il professore? Ma fatemi ridere!

martedì 15 aprile 2008

L'uomo di nuvole e lana

Fabrizio Torchio, sul quotidiano l'Adige di venerdì 28 marzo, racconta di una strana persona e di un libro che pare molto interessante, difficile da trovare ma che andrò a cercare quest'estate, a Caderzone, nelle Giudicarie trentine.

Ecco l'articolo:

"Il volume «L'uomo di nuvole e lana», la storia di Rizzieri e Lorenzo

L'uomo di nuvole e lana è il primo volume del Museo della malga di Caderzone, allestito con la collezione dell'autore del volume, Gianluigi Rocca, e la lodevole iniziativa del sindaco Maurizio Polla. Il volume, nella «collana delle pasture» (215 pagine, moltissime fotografie), è, al tempo stesso, il racconto vivo di vite solitarie, quelle dei pastori di Valandro, sopra Stenico, una denuncia della nostra indifferenza nei confronti di una tradizione emarginata, la flebile speranza di «un avvenire che non sia solo rinuncia e abbandono».

Lorenzo, il pastore di Kamauz, «ha diviso la montagna con il vecchio Rizzieri, che da quando è mancato ha continuato a monticare in solitudine», scrive Rocca. «Le problematiche oggettive a cui è andato incontro durante le ultime stagioni dell'Alpe, soprattutto per le assidue e incessanti aggressioni subite a causa degli orsi, gli hanno procurato un travaglio non indifferente costringendolo ad abbandonare definitivamente questi pascoli». «La vita tra i monti - è l'amara constatazione di Gianluigi Rocca - è un destino ormai scritto sulla soglia di una prossima, definitiva, estinzione».

VALANDRO, L'ULTIMO PASTORE SE NE VA

Rizzieri, l'ultimo postaròl , nel primo giorno sull'alpe annodava due vipere alle croci in ferro che lungo l'erta annunciano il pascolo. Se ne è andato per sempre qualche anno fa, dopo una vita di fatiche su e giù da Valandro, dalle «schiene» verdi del Ghirlo con gli asini e le pecore. Lorenzo di Kamauz, un altro «custode» di quel pascolo d'altura duro ma anche un po' magico, aveva preso il suo posto. «Ma quest'anno non tornerà», racconta Gianluigi Rocca pittore e pastore, poeta e docente all'Accademia di Brera, ma che nelle malghe del Brenta, e dell'Adamello, ha lavorato con passione per oltre vent'anni. Di Rizzieri e di Lorenzo, Rocca racconta la storia in L'uomo di nuvole e lana, straordinario libro-testimonianza che è - spiega egli stesso - «un racconto per immagini e poesia lungo un percorso doloroso e sincero di semplici vite, di uomini soli schiacciati nelle problematiche di una emarginata condizione che tra le montagne è solitudine e incontrollabile mesto destino».

A molti, quelle di Rocca sono sembrate pagine intrise di tristezza, ma quelle immagini di solitudine scandiscono una realtà: settimane al pascolo come «un aspro calvario». La malga è crollata tanti anni fa, e la sera gli uomini si stringono in un container portato su con l'elicottero. Prima, Rizzieri non aveva nemmeno quello: viveva in un riparo che si era costruito con le assi e i sassi lasciati dalla slavina. «Era dovuto un riparo, che l'affittanza del monte era alta di prezzo e doveva esser compreso», scrive Rocca. «Ma dalle panche di chi siede a palazzo ti hanno risposto con garbo che c'era solo un container. Una scatola di plastica e ferro per la tua estate. Una vergogna, nel santuario prezioso della natura di questo monte... nel cuore di un parco», Chiedevano invano una minuscola casa di legno. «Se non altro per la dignità denigrata di uomini che stanno alla montagna da soli. Lontano da tutto e da tutti senza aspettare nessuno».

E poi l'orso: Non ho niente contro, ma l'estate scorsa a Valandro ce n'erano otto. Sono venuti gli svizzeri con i cani, poi gli hanno sparato con l'elicottero. Ma l'orso sta davanti al recinto e non ha paura di niente. Sembra che venga dal nulla: non c'è una pianta lassù, ma quando arriva non te ne accorgi. Vedi, una volta gli sparavano, oggi risarciscono i danni. Ma al pastore quei soldi non interessano, perché lui vuole solo le sue pecore». C'è un distacco forte, in quelle pagine, fra l'alpe e noi quaggiù: «Non c'è sguardo rispettoso ai pastori», scrive Rocca. «Tanto vivono da soli e poi si sanno arrangiare, che gli va bene ogni luogo».

fonte: quotidiano l'Adige, 28 marzo 2008, pag.46

sabato 29 marzo 2008

Il gaìn dei parolòti

(foto Wikimedia, licenza public domain)

Tornavano a casa in questa stagione i parolòti della val di Sole, partiti "for per le Italie" dopo la fera de San Maté, la grande fiera annuale che tuttora si tiene a Malé il 21 settembre, giorno di San Matteo. Quelli di Peio e di Castello tornavano dal mantovano o dal bolognese, quelli di Termenago da Pisa, quelli di Cogolo da Ferrara o da Padova: ogni paese aveva la sua zona per non far concorrenza ai colleghi dei paesi vicini.

D'estate contadini e piccoli allevatori, con un'economia di mera sussistenza, nella brutta stagione, quando la campagna impegnava meno, i parolòti lasciavano la donne e le famiglie per fare i calderai e gli stagnini ambulanti. Passavano di casa in casa, spesso attesi con impazienza di anno in anno, ad aggiustare o vendere utensili di rame, dal paiolo per la polenta al mestolo, dalla grande caldaia per il formaggio alla casseruola, il tegame o la pignatta. Ritiravano anche oggetti vecchi e rotti che, riparati, venivano rivenduti come nuovi con notevoli guadagni.

Come molti altri artigiani girovaghi i paroloti avevano un loro gergo, chiamato tarón o gaìn, che permetteva loro di capirsi fra colleghi senza farsi intendere dalla clientela. Il primo studio sul tarón di cui si abbia notizia fu opera di Cesare Battisti che ne illustrò le caratteristiche in una monografia pubblicata a Trento nel 1906. L'opera, "Il tarón o gaìn. Il gergo dei calderai della Val di Sole nel Trentino", oltre ad un'interessante analisi linguistica, comprende un vocabolario di 330 termini gergali. Più recente, ma non recentissimo,la pubblicazione di Quirino Bezzi "Dizionarietto comparato delle voci gergali taróne" edito dal Centro Studi per la Val di Sole nel 1976.

Di seguito un esempio di tarón in un divertisment in poesia del Bezzi:

"A slacar giust n'ho mai smoinà gnifela,
ma quan che ho slumà ti su la forela
de na baita lassù fra i nossi slonzi
vergot de nöf me s'è stanzià 'n te 'l cor
e coi lusnèi che me pareva 'mbronzi
da quel ciaròs n'ho pù percà che ti.
E fin ch'el zoadór dei sbertidóri
no 'l dirà che l'é ora de zoàr
e ciaperò 'n te 'l bèf 'na botesada
e no sarò pu bon de stonzenar
e pertegàr col ràntech la calcosa
e amò dopo che sarò sgasì
la me manìa sarasti demò ti."

(A dire il vero non ho mai corteggiato una ragazza
ma quando ho visto te sulla finestra
di una casa lassù fra i nostri paesi
qualcosa di nuovo mi è entrato nel cuore
e con gli occhi che mi parevan stralunati
da quel giorno non ho visto che te.
E fin quando il medico
non dirà che è ora di andarsene
e non prenderò nel culo un bel calcione
e non sarò più capace di saltare
e correre col paiolo sulla strada
e ancora dopo che sarò morto
la mia fissazione sarai solo tu)

giovedì 27 marzo 2008

Altri tempi, stesse vite

bece Lagorai

Marzia, altre pecore, altre montagne, altri tempi, stessi problemi mi pare.

"Prima della guerra del '14, pastori a Pieve (Pieve Tesino, ultimo lembo orientale del Trentino ai piedi della catena del Lagorai. N.d.f.) ne erano rimasti tre, ma prima ancora ce n'erano molti di più, anche di Cinte e di Castello. Mio nonno per esempio ha sempre fatto il pastore: è nato col bastone in mano e col bastone in mano è morto.

Ognuno aveva la sua zona per i pascoli: chi Cima d'Asta, chi Prà della Madonna, altri l'Altanè o Lefre o il Piado. In inverno andavano verso al pianura veneta.

Questo diritto di svernare in Veneto, la conca del Tesino o aveva ricevuto dallo Stato Veneto come ricompensa, perché aveva dato degli uomini per combattere contro il vescovo di Feltre. Poi è venuta l'Austria e ha messo i dazi. Per esempio c'era una legge che i pastori, quando rientravano nella valle, dovevano avere lo stesso numero di pecore che avevano all'uscita delal conca, se no pagavano un dazio. Allora d'inverno le pecore si mettevano nella stalla e se c'erano delle belle giornate si portavano a pascolare sul Coldanè o in Pradelan.

Dopo il '18 si è potuto di nuovo tornare nella pianura senza pagare dazi, e allora si andava nella zona di Pordenone, dove ci sono terre sterili, i "magredi", oppure sul Montello o verso il Tagliamento o alle Badoere.

Dal giorno di S. Martino fino a S. Marco si poteva pascolare liberamente dappertutto, anche sui terreni privati, poi era permesso solo sul suolo comunale.

Ogni pastore aveva 60-70 pecore, una trentina delle sue e altre prese dai privati. Come ricompensa al pastore spettava la metà dei nuovi nati e tutta la lana del taglio di primavera. La lana si tagliava due volte: dopo la metà di febbraio e ai primi di settembre.

In genere bisognava essere in tre. due sempre dietro al gregge e un altro che andasse a fare la polenta dai contadini. Di notte si stava sempre all'aperto, anche coi fulmini, anche sotto la neve. Si metteva per terra delle canne, sopra della paglia e le pelli; per ripararsi le coperte e un'altra tenda sopra, e si dormiva per quattro o cinque ore.

Ho fatto il pastore fino al '46. Quell'anno sono partito il 22 di dicembre da solo, con un cane e 60 pecore, sono sceso giù per il Murello e sono arrivato fino al Tagliamento, a Caorle."

Annibale Rippa, (1883-1972) intervistato da Elda Fietta Ielen nel 1969.
Fonte:
Elda Fietta Ielen
"Con la cassela in spalla: gli ambulanti di Tesino"
Editori: Priuli & Verlucca, Quaderni di cultura alpina
Ivrea, 1987
Fuori catalogo :(

giovedì 20 marzo 2008

Bèèèèèèèè

foto di giancarlo rado

Vero che è Pasqua, ma nella blogosfera qui attorno è tutto un belato.

Anche Bersntol dedica a Marzia e al pascolo vagante una sua foto e nel contempo segnala il bel book fotografico di giancarlo rado: "Un giorno lungo un anno" per le strade fra il Veneto e il Trentino, fra Lamon e il Lagorai, insieme ai pastori e alle loro pecore lungo strade, ponti, gallerie e ferrovie fino quando "Dopo un anno di transumanza i pastori sono arrivati a baita.."

E come dice Marzia: "i pastori hanno maggiori speranze di poter continuare a praticare il loro mestiere se la gente SA che esistono. E quando lo sai, inizi a vederli, a scorgere le tracce del loro passaggio."