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giovedì 31 marzo 2011

Frau Maier, le galline e l’ora legale

galline2

Bolzano, mercato del sabato, qualche anno fa:

“Keine Eier, heute!”
“Oh bella, perché senza uova Frau Maier?”
“Perché sono anche senza galline, porca miseria! Domenica sera prima di metterci a tavola, sono uscita come sempre per chiudere il pollaio. Ma le galline erano tutte in giro a becchettare, con l’aria di chiedersi cosa diavolo volevo a quell’ora: c’era ancora il sole, bello tiepidino, granini e vermetti appetitosi, troppo presto per rientrare. Che ne sanno loro dell’ora legale? Ci si vede all’ora solita non rompere le scatole adesso che abbiamo da fare! Non han mica il calendario, le galline.

Ceniamo, lavo i piatti, faccio ordine, finisco i compiti con la Marie, controllo che Matthias si sia lavato le orecchie e abbia detto le preghiere, metto a letto il piccolo… e il pollaio chi se lo ricorda più?

Verso le tre della mattina mi sveglio di colpo: IL POLLAIO! Zum Teufel, la porta del pollaio!

Schizzo fuori come un razzo in ciabatte… tardi! Io mi sono scordata di chiudere la porta, la martora non si è scordata per niente di dare una controllatina: una strage! Sangue, piume, galline morte ovunque… Le ha fatte fuori tutte! Tutte, dico! Se le fosse almeno mangiate, macché.

Unico superstite quel fifone di gallo, che da coraggioso combattente se l’è data a gambe subito senza fare nemmeno un chicchirichì.

Ora legale? pfui! Inutili invenzioni da cittadini altroché”

giovedì 8 aprile 2010

Dietro casa

Cima san cassiano

Cima San Cassiano, Alpi Sarentine / Kassianspitze, Sarntaler Alpen

Dietro casa. Dopo aver scalato le più impegnative montagne del mondo, o dopo aver sciato in cento posti diversi, si va a morire dietro casa, su cime facili, su discese semplici, durante scialpinistiche che più classiche non si può, sicure, note, da fare ad occhi chiusi.

Probabilmente è una questione di semplice statistica: dove si va più spesso? dietro casa, ovviamente. Ma non credo sia tutto lì. Dietro casa si abbassano le difese, si sta meno attenti, ci si sente molto sicuri di se’, ci si fida troppo. Si va anche se stanchi, tanto è qui vicino; se cambia il tempo, tanto si torna presto; se c’è poca visibilità, tanto si conosce a memoria; se non si sta benissimo, tanto son 3 orette in tutto.

Pericolo valanghe 3, ma cima Bocche è talmente nota e sicura… Così sicura e tranquilla che un esperto alpinista cresciuto poco lontano, maestro di sci, conosce la salita, punteggiata da molti scialpinisti della domenica, come le sue tasche. Così tranquilla che può fare una via alternativa, su per il canalino. E morirci.

E dietro casa è morto un grande alpinista, uno dei nostri grandi, Luca Vuerich, himalaysta, compagno di arrampicata di Romano Benet e Nives Meroi, compagno di vita della sorella di Nives, Leila. Morto scalando una cascata, a pochi chilometri da casa, e ancora non riesco a mettermela via.

E Reinhold Messner, dov’è che si è rotto un piede? Scavalcando di notte il muro di casa, ovviamente. mentre Cesare Maestri, (non trovo il riferimento, cito a memoria) si rompe le costole cadendo da una sedia mentre appende un quadro in casa.

E quando si smonta da una notte di lavoro, dove si va a fare una sciata, quando si è già stanchi, non c’è tempo per andare lontani, si vuole arrivare a casa presto e andare a letto? Dietro casa, su una classica, tranquilla scialpinistica. Una cimotta che si vede dalla finestra della cucina, che si è fatta d’estate, d’inverno, con tutte le condizioni meteo, cui si è pedalato attorno in mountain bike, una cimotta semplice sopra il rifugio gestito dagli amici… Pericolo 3 anche questa volta, in aumento, dice meteobolzano. Ma cima San Cassiano è tranquilla, che vuoi che succeda?

Succede che a sera a casa si preoccupino, che allertino il 118, che lo vadano a cercare non sapendo nemmeno bene dove. E che lo vedano dall’elicottero il giorno dopo, con la testa nella neve, con gli sci ancora sullo zaino, mezzo sepolto dalla valanga. Da quella valanga che non doveva cadere, non lì per lo meno, non addosso a lui.

Una morte in montagna mi emoziona sempre. Ancora di più quando succede dietro casa, in un posto conosciuto, a una persona conosciuta.

Volevo fare un ultimo post per quest’anno sulle valanghe, e poi non parlarne più. Non volevo fosse questo.

Buon riposo, Sepp, che la terra ti sia lieve.

domenica 14 dicembre 2008

Scende la valanga!

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Valanga sull'Everest (foto Ilan Adler, fonte Wikimedia Commons, licenzata Copyleft dall'autore)

Teoria:

"Se ti prende una valanga, sci a valle e via!"
E' praticamente impossibile sfuggire in velocità ad una valanga, anche essendo ottimi sciatori. E' molto meglio fuggire lateralmente alla direzione della valanga, oppure meglio ancora riuscire a togliersi gli sci e cercare di rimanere a galla nella valanga movendosi con ampi movimenti. Prima di essere investiti e di essere trascinati con velocità elevata, è utile cercare di aggrapparsi a qualcosa pure di riuscire a fermarsi o almeno, di far passare un po' della neve della valanga sotto di noi.

(fonte: scuola di scialpinismo Righini - CAI Milano)

Pratica:

"[...] Se ho provato a scappare, per esempio. Certo, appena ho visto il distacco, che pure all’inizio sembrava cosa da poco, ho cominciato a risalire il versante opposto con tutta la lena possibile. Ma è questione di secondi, non è che di strada se ne può fare tanta. Magari in fase di discesa ci si può mettere a uovo e tentare una libera alla Hermann Mayer, ma in salita, con le pelli ai piedi, il raggio d’azione è veramente risibile.

Se ho provato a nuotare, come suggeriscono di fare. No, non ci ho provato. O meglio, non sono neanche riuscito a pensare di ipotizzare di tentare di provarci. L’onda d’urto che precede la massa valanghiva non ha nulla a che vedere con il vento, neanche con la Bora a centodieci che pure ho provato a Trieste, anni fa, e che mi faceva barcollare, è vero, ma non mi sollevava mica da terra! Dopo lo schiaffo dello spostamento d’aria, con relativo atterraggio scomposto, è difficile fare qualunque cosa. E poi la valanga, la mia valanga almeno (di altre non ho esperienza), non ha niente a che vedere con l’acqua.
E’ come trovarsi all’interno di una gigantesca betoniera: lo stile libero riesce malissimo. La massa ti avvolge, ti impasta, ti disarticola. Già mantenere una congruenza morfologica è un’impresa impossibile, coordinare dei movimenti è pura teoria. Forse varrebbe la pena togliersi gli sci e rannicchiarsi per cercare di salvare gli arti, ma non è detto che così non si finisca più sotto. Comunque, pensare di riuscire a dominare in qualche modo la situazione è per lo meno illusorio.
[...]"

Ma tutto il resto del testo è molo bello, emozionante e avvincente. Leggetelo, è QUI, su "Nazione Indiana", a firma Roberto Cotti, il travolto, e Guido Fossati, uno dei soccorritori.

E' bella e ben scritta anche la parte emozionale, del durante e del dopo, compreso il nuovo modo di pensare alla montagna e a chi rimane in attesa di una telefonata. Che può essere tragica o liberatoria. Un bel dilemma, per chi ama andare per monti ma ama anche chi resta a casa a preocuparsi.

giovedì 6 marzo 2008

Avem fach un sumi

Occitania - Val Varaita fra le nuvole (foto Val)

Intanto la segnalazione di un sito: Chambra D'Òc:

Che cos'è la Chambra d'òc?
La Chambra d'òc è un'Associazione che raggruppa soggetti che lavorano i prodotti della terra, che operano nell'artigianato, che vivono di turismo, che si occupano della rinascita linguistica e culturale delle Valli occitane d'Italia.”

Con testi in occitano e italiano, si occupano di cultura, linguistica, montagna, convivenza e integrazione culturale, didattica, territorio, tradizioni. Qui, nella loro pagina di presentazione, i settori principali nei quali l'associazione è presente ed attiva.

Mensilmente sul sito un periodico di "Nòvas d'Occitania", bilingue, da leggere, guardare ed ascoltare: numerosi i servizi e le interviste in podcast, le foto, i video.

In una sezione del sito, presentata da Enrico Camanni, "Convivéncia d'Occitània - Avem fach un sumi", una raccolta di interviste raccolte in Piemonte dal giornalista Maurizio Dematteis, ognuna corredata da un breve video, a 14 coppie che hanno deciso di restare o di tornare a vivere e lavorare in paese, in montagna. Storie di scelte fatte per seguire il proprio compagno o per abbandonare il caos del fondovalle, per tentare un nuovo progetto di vita o per far crescere i propri figli in un ambiente a misura di persona. Ogni intervista una storia diversa, alcune di integrazione altre di straniamento, tutte più o meno faticose, nessuna retorica.

Dalla prefazione di Camanni:

"I soliti problemi tra uomo e donna, due passati, i figli, un cane, qualche speranza, il futuro. Niente di eccezionale, se non fosse per la scelta di andare (o di restare) in montagna, che è quanto di più fuori moda si possa concepire in questo nostro deragliamento metropolitano in cui niente sa più di terra e tutto è così fugace, così liquido, così rarefatto, che la terra sembra cosa dei nonni, o di un altro mondo. Eppure buona parte delle scelte di coppia raccolte da Maurizio Dematteis nasce proprio da una critica al nostro vivere e al nostro consumare, tanto che la terra assume un peso ben diverso da quello, obbligatorio, dei contadini o dei montanari del secolo scorso: il peso di chi sceglie."

Le storie sono state raccolte da Chambra d'Òc anche in un libro bilingue, "AVEM FACH UN SUMI", accompagnato da un DVD con le interviste video, ed è stato presentato l'8 dicembre insieme ad una mostra fotografica presso la sala della Provincia a Cuneo nell'ambito della manifastazione "Convivéncia d'Occitània - l'arte di vivere insieme in armonia"

venerdì 11 gennaio 2008

Bisogna aver tempo!

"Adesso i contadini portano via i vitelli alla mucca che hanno dieci-dodici giorni e poi li mettono nelle stalle: quando hanno quindici-sedici mesi han già uno sviluppo di tre quintali di carne che prima ci voleva più del doppio del tempo, ma vanno soltanto di mangimi, per quello la carne non ha più quel profumo, perché viene precoce; è come mangiare un pollo da cortile cinquant'anni fa, o anche dieci anni fa, o anche di chi ha ancora un cortile: ha un altro profumo, ma ci vuole un anno a fare un pollo da cortile, invece adesso lo fanno in cinquanta-sessanta giorni, e allora è tutto là... Li portano precoci e la carne non ha più quella sostanza, quel gusto e quel profumo che prima si percepiva: bisogna aver tempo per fare una cosa!"

Mario Covi, classe 1910 in un'intervista concessa a Marco Romano il 6 dicembre 1995

Ho scovato un libro moto particolare, difficilissimo da trovare: "Quella era la vita allora - I racconti degli anziani di Fondo, Tret e Vasio - Storia, tradizioni e cultura in una comunità alpina" edito dal comune di Fondo (val di Non, Trentino) nel 1996 e ristampato da Nitida Immagine a Cavareno nel 1997.

Si tratta di una cinquantina di interviste ad anziani nonesi raccolte e trascritte da Marco Romano fra il 1995 e il 1996, nelle quali contadini, operai, artigiani, casalinghe raccontano com'era la vita allora, "ai tempi", confrontandola con quella attuale. La grande storia accanto alle esperienze quotidiane di lavoro, emigrazione, povertà, abitudini e usanze, rimedi popolari, animali, giochi, dalla viva voce di chi queste esperienze le ha vissute. Storie che Marco Romano ha fissato sulla carta prima che se ne perda ogni ricordo.

Leopoldo Abram, classe 1922, sottufficiale di polizia, di Vasio:

"A me sembrava una bella vita, e ci si trovava in piazza finché non è cominciato a subentrare al posto del carro il trattore, al posto della falce la falciatrice. Dopo non c'è stato più niente da fare, perché tutti correvano"

Era meglio? era peggio? Senza dubbio era diverso.

Peccato che il libro sia ormai introvabile. Ogni tanto ne posterò qualche stralcio qui e là, fanno nostalgia e tenerezza oltre ad essere molto interessanti.

sabato 22 dicembre 2007

Natale 1945 (Mario Rigoni Stern)

Più che la neve che doveva calpestare durante il giorno, era il freddo della notte che gli rendeva duro quel tempo.
Partiva quando il chiarore dell’alba compariva sulle rocce dell’alta montagna dal bel nome che gli stava di fronte: l’ondata del sole toccava poi via via tutte le montagne intorno. Restavano, però, sempre in ombra alcuni versanti e il fondovalle, e i boschi in basso dove il sole sarebbe arrivato solo a marzo. Lì la neve rimaneva sempre appesa alle rocce e agli alberi dando sensazione di freddo fossile.

Camminava su per l’erta fin dove il grande bosco confinava con i pascoli delle malghe più alte e dove il debole sole di dicembre dolcemente lo riscaldava.
Era questo il posto dove l’anno prima i tedeschi della Todt avevano fatto tagliare gli alberi più alti e più belli per rifare i ponti sul Po che ogni volta venivano distrutti dai bombardamenti degli Alleati o dai partigiani.
Ora erano rimasti i grossi ceppi ultracentenari, pesanti e compatti, abbarbicati alla montagna e cementati dal gelo.

Vi saliva portando sulle spalle la slitta leggera e solida, il cibo per un pasto, una borraccia d’acqua, il badile, il piccone, le scuri e gli altri attrezzi li lasciava lassù ai piedi di un abete che aveva i rami fitti e larghi che formavano una capanna sotto il livello della neve.

Un’ora e mezza di salita al mattino, mezz’ora di discesa nel pomeriggio con tre quintali di ceppi sulla slitta. Gli scarponi e le gambe sino alle ginocchia erano protetti con teli di sacco.
Quando arrivava in quell’ultimo bosco, con un ramo di citiso lungo ed appuntito forava lo strato di neve per saggiare se sotto il rialzo c’era un ceppo oppure un sasso; con il badile spalava la neve per denudare il terreno e con il piccone scavava per liberare le radici; con le scuri le tagliava e, infine, con la leva rovesciava il ceppo. I ceppi troppo grandi, prima di sradicarli, li spaccava in quarti o in ottavi con i cunei di ferro e la mazza. A volte faticava molto con poco risultato, altre volte con poca fatica riusciva a fare due carichi con la slitta sino in fondo alla valle, dove in primavera avrebbe potuto vendere mille quintali di legna, o forse più, per le fornaci delle vetrerie. E con il ricavato pagare il debito e il viaggio per l’Australia.

Era rientrato in ottobre dopo aver fatto un lungo giro per l’Europa orientale. L’avevano preso i fascisti durante un rastrellamento nel settembre del '44. Processato, l’avevano condannato a morte per “banditismo” e la condanna cambiata poi con la deportazione a vita in Germania.
In qualche modo se l’era cavata, ma ritornato a casa troppe cose trovò cambiate nel giro di un anno; sua madre non c’era più, e non se la sentiva di vivere in quella casa.
Ma vivere doveva. Decise allora di andare dal santolo Toni che aveva bottega di alimentari. – Santolo – disse -, voi sapete come mi è andata; non ho che poche lire che mi hanno dato al Distretto Militare ma ho tanta voglia di lavorare. Se mi fate credito in primavera pagherò tutto.

Ebbe lardo, farina da polenta, formaggio tarato, orzo, pasta e conserva di pomodoro. Un po’ di patate le ebbe in carità da una famiglia della contrada; barattando due lepri prese con il laccio riuscì ad avere tre chili di sale. Prima delle nevicate caricò tutto il suo avere sul carro di un amico che andava a sboscare, per conto del Comune, l’ultimo legname abbandonato dai tedeschi.

Nella vecchia osteria semidistrutta, sotto un tetto riparato alla meno peggio sopra le travi bruciacchiate, in quell’autunno del 1945 trovarono rifugio boscaioli, bracconieri, cavallari e reduci allo sbando. Ma dopo le prime nevicate tutti se ne andarono per non restare bloccati, e si ritrovò solo. Non gli dispiaceva: poteva parlare con le cose che gli stavano attorno, e lavorare come gli pareva, e pensare e meditare su quanto gli era capitato in quegli anni, da soldato in Albania, da partigiano sulle montagne, da condannato a morte, da deportato, da vagabondo dopo che il Lager era stato liberato dai soldati russi.

I giorni di sole con il freddo intenso, i giorni di neve uniformi e come sommersi fuori dal tempo, il suo fuoco, il silenzio.
E la sua fatica e il sonno profondo sullo strame di paglia accanto al fuoco che si spegneva sulle pietre del focolare dove, per secoli, avevano trovato compagnia i viandanti e i contrabbandieri. Non sapeva il trascorrere dei giorni; aveva,sì, con il coltello, incisa una tacca sul ramo di un abete ogni mattina che risaliva il sentiero scavato nella neve come una trincea, ma non ricordava più con precisione il giorno che era rimasto solo, e forse non sempre aveva inciso la tacca. Avrebbe potuto essere la fine di dicembre, o anche il principio dell’anno nuovo. Ma che importanza aveva?
I viveri, a dosarli bene, potevano bastare ancora un paio di mesi; se poi riusciva a prender con i lacci qualche lepre o un capriolo poteva arricchire la razione. – Magari un giorno – disse al fuoco -, dopo una nevicata, invece di cavar ceppi vado a seguire le tracce.

Anche quella sera aveva ravvivato il fuoco discoprendo la bracia del mattino. E ora, dopo aver appeso alla catena sopra il fuoco il paiolo con l’acqua per fare la polenta, si era arrotolato la sigaretta di trinciato, l’unica che poteva permettersi e sempre in quel momento della giornata.
Guardava le fiamme salire sullo sfondo nero della fuliggine depositata sulle pareti del camino, le faville che si rincorrevano, e si sentiva appagato della giornata trascorsa.
Fuori il cielo si era abbassato e lentamente era incominciato a nevicare. Unico rumore era quello del fuoco e del suo respiro.

Sentì avvicinarsi un frusciare di sci, poi sbattere dei legni per staccare la neve, chiamare il suo nome.
Riconobbe subito la voce ma non si scostò dal fuoco.
Sentì battere con forza sulla porta e ancora ripetere il suo nome. Si alzò dalla panca, levò il paletto che teneva chiusa la porta e chiese: - Cosa vuoi?
- Oggi è Natale – gli rispose l’uomo. - Ho saputo che sei qui. Posso entrare?
- Meglio di no.
- Ascoltami, almeno.
- Vieni avanti.
L’uomo si pulì dalla neve, si avvicinò al fuoco e dopo disse: - Quando ti abbiamo preso e condannato non ho fatto che eseguire gli ordini. E poi era quello il mio dovere verso la patria. Non era colpa mia.
Non rispose, non fece alcun gesto. Guardava il fuoco ed era come rivivere tutto. Le donne e i ragazzi uccisi dai soldati tedeschi, i compagni lasciati morti nella neve, gli ebrei di Leopoli. Il Lager. Il Lager dove era morto quel ragazzo di città che era stato preso e condannato assieme a lui. Poi lo avevano spogliato e buttato nella grande fossa oltre i reticolati deve c’erano jugoslavi, greci, polacchi, russi, italiani. Era stato proprio l’anno prima, di questo tempo, perché assieme alla fame c’era anche tanto freddo.
Forse era Natale quel giorno di dicembre quando morì il ragazzo.

Non ascoltava quello che gli diceva il suo maestro della Scuola elementare, che aveva ritrovato in divisa della Brigata nera. L’acqua nel paiolo stava per alzare il bollore e andò a prendere il sale e la farina.
- Oggi è la Natività del Signore – riprese il maestro, - ho saputo che eri qui da solo e sono venuto a trovarti. Ti chiedo scusa per quello che ti ho fatto. Ho qui nello zaino un panettone e una bottiglia di spumante.
Non poteva perdonarlo, no.
Non per quanto lo riguardava direttamente, ma per gli altri che non avevano nemmeno più un fuoco da guardare. Si avvicinò alla porta e la spalancò.
Là fuori era buio e la neve che mulinava il cielo veniva a posarsi fin sulla soglia di pietra della vecchia osteria di confine.
– Va via – gli disse sottovoce.

Mario Rigoni Stern, Natale 1945. Tratto da: Racconti di Montagna, Einaudi 2007, collana Spuercoralli

martedì 27 novembre 2007

La scelta di Hans

Forcella Sassolungo col Rifugio Demetz

Era inquieto, Hans Demetz, quel giorno del 1952: sulla NE del Sassolungo si stava scaricando un temporale tremendo. E su quella parete c'era suo figlio Toni, apprezzata guida alpina come il padre, con 2 clienti tedeschi. Toni era bravo, prudente, conosceva il Sassolungo come le sue tasche, vicino alla vetta c'era un bivacco dove ripararsi ma Hans non riusciva a darsi pace. Continuava a scandagliare la montagna col binocolo, andava su e giù come un leone in gabbia.

Appena possibile, senza aspettare gli amici del soccorso alpino, partì alla ricerca del figlio. Arrivato in cresta facendosi strada fra la grandine, trovò quel che temeva: un fulmine si era scaricato sulla cordata, un cliente era già morto, il figlio e l'altro alpinista erano ancora vivi ma gravemente feriti.

Quello che passò per la mente di Hans ce lo possiamo solo immaginare, il dramma della scelta di un padre: da solo, chi tentare di salvare? Hans scelse il cliente. Se lo caricò in spalla e iniziò a scendere. Quando le guide raggiunsero Toni lo trovarono già spirato.

Cosa sarebbe cambiato se avesse scelto di salvare il figlio? Forse nulla, sarebbe morto lo stesso. Ma vivere il resto dell'esistenza con questo dubbio dev'essere stato devastante.

In memoria di Toni, Hans costruì un rifugio, il rifugio Demetz a forcella Sassolungo. E lo gestì per anni, il suo rifugio, nel cuore di quella montagna che tanto amava e che gli aveva strappato un figlio.

Non sono riuscita a sapere la sorte del secondo cliente, se la scelta drammatica di Hans abbia contribuito a salvare una vita.

(Giovanni Demetz, detto Hans, Santa Cristina in Val Gardena 1903-1994, orologiaio, elettrotecnico, guida alpina, per 50 anni membro del soccorso alpino gardenese. Aprì e liberò diverse vie, la più famosa sullo spigolo SE del Gran Cir. Fu uomo di grande umanità e lucidità, capace di sdrammatizzare e risolvere le evenienze più complesse. Mi spiace di non aver saputo la storia quest'estate quando siamo arrivati al rifugio Demetz sotto una fitta nevicata, bagnati e congelati, rigorosamente a piedi anche se ora si raggiunge in funivia.)

mercoledì 21 novembre 2007

Ferro

Tutti conoscono Primo Levi come autore di "Se questo è un uomo" e "La tregua", ma Levi scrisse anche di altri argomenti, non solo della sua esperienza ad Auschwitz: era uno scrittore completo, un bravo scrittore, oltre che chimico e montanaro.

Credo che il mio preferito sia "Il sistema periodico": 21 racconti autobiografici che fondono le vicende della sua vita con lo studio e il lavoro di chimico. Ogni racconto prende l'abbrivio da uno degli elementi della tavola periodica di Mendeleev del quale adotta il nome: argon, oro, zinco, cerio, cromo eccetera.

Mi piace molto la profondità di Primo Levi, accompagnata da uno stile asciutto ma mai banale, senza traccia di retorica, nel quale non si trova una frase né una parola di troppo.

Il più bello dei racconti, a mio avviso, è "Carbonio" ma, per restare In Topic, copio qui uno stralcio da "Ferro", nel quale ci narra di monti e della sua amicizia con Sandro Delmastro.

"La facile cresta doveva essere facile, anzi elementare, d'estate, ma noi la trovammo in condizioni scomode. La roccia era bagnata sul versante al sole, e coperta di vetrato nero su quello in ombra; fra uno spuntone e l'altro c'erano sacche di neve fradicia dove si affondava fino alla cintura. Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l'ala da far pena, Sandro in preda ad un'ilarità sinistra che io trovavo irritante.

- E per scendere?
- Per scendere vedremo, - rispose; ed aggiunse misteriosamente: - il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell'orso -. Bene, la gustammo, la carne dell'orso, nel corso di quella notte che trovammo lunga. Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventato un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. Alle sette eravamo in riva a un laghetto ghiacciato, ed era buio. Mangiammo il poco che ci avanzava, costruimmo un futile muretto a secco dalla parte del vento e ci mettemmo a dormire per terra, serrati l'uno contro l'altro. Era come se anche il tempo si fosse congelato; ci alzavamo ogni tanto in piedi per riattivare la circolazione, ed era sempre la stessa ora; il vento soffiava sempre, c'era sempre uno spettro di luna, sempre allo stesso punto del cielo, e davanti alla luna una cavalcata fantastica di nuvole stracciate, sempre uguale.

Ci eravamo tolti le scarpe, come descritto nei libri di Lammer cari a Sandro, e tenevamo i piedi nei sacchi; alla prima luce funerea, ci levammo con le membra intormentite e gli occhi spiritati per la veglia, la fame e la durezza del giaciglio: e trovammo le scarpe talmente gelate che suonavano come campane, e per infilarle dovemmo covarle come fanno le galline.

Ma tornammo a valle con i nostri mezzi, e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un'ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell'orso: ed ora che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino. Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai, in quella e in altre imprese insensate solo in apparenza, e so con certezza che queste mi hanno servito più tardi.

Non hanno servito a lui, o non a lungo. Sandro era Sandro Delmastro, il primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d'Azione. Dopo pochi mesi di tensione estrema, nell'aprile del 1944 fu catturato dai fascisti, non si arrese e tentò la fuga dalla Casa Littoria di Cuneo. Fu ucciso, con una scarica di mitra alla nuca, da un mostruoso carnefice-bambino, uno di quelli sciagurati sgherri di quindici anni che la Repubblica di Salò aveva arruolato nei riformatori. Il suo corpo rimase a lungo abbandonato in mezzo al viale, perché i fascisti avevano vietato alla popolazione di dargli sepoltura.

Oggi so che è un'impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta: un uomo come Sandro in specie. Non era un uomo da raccontare né da fargli monumenti, lui che dei monumenti rideva: stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; nulla se non parole, appunto."

Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi (collana Einaudi tascabili. Scrittori)


domenica 11 novembre 2007

Il tetto della solidarietà

19 gennaio 1951

Nevicava da due giorni, fitto e senza interruzione, quel 19 marzo 1951. Ormai le strade non si vedevano piu', i cavalli affondavano fino alla pancia, era difficile uscire di casa e le tracce aperte poco prima erano ben presto ricoperte da uno strato spesso come un piumino. Era neve pesante, bagnata, neve primaverile. Il nonno inquieto passava da una finestra all'altra della sua bottega da calzolaio a guardare il cielo che continuava a rovesciare sulla valle fiocchi grossi come cuscini.

Ogni tanto dal bosco dietro casa arrivava il rumore di un abete che cedeva sotto il peso, il ciliegio nel prato aveva perso il ramo piu' bello. No, così non andava: troppa neve, troppo pesante, troppo tardi.

All'alba del terzo giorno con uno schianto crollò il tetto di casa.

Nel silenzio seguito al cataclisma si cominciarono a sentire voci per il paese: “Sveglia, popi, l'e' vegnù gió el coert dei Scarpolini!”

Tempo un'ora davanti a casa c'era tutto il paese: donne per dar na man, uomini con gli attrezzi da boscaiolo, il parroco, il sindaco, i pompieri. Chi a cercare di salvare il salvabile, chi a procurare la legna per le travi, chi a sgrossarla con l'accetta, chi a tagliare le scandorle per fare le tegole, lo zio "lezu" a progettare il tetto nuovo, le donne a mettere sul fuoco pentoloni di caffè de orz col vin per scaldare gli operai, la nonna ad infornare pane, mamma, giovanetta, a fare la minestra d'orzo per tutti. E il cielo, quel maledetto, a tirare fuori il piu' caldo dei soli primaverili.

Per farla breve in capo a 15 giorni la nostra casa ebbe il piu' bel tetto del paese: grande, enorme, strano, troppo pendente, sbilenco, bellissimo.

La maggior parte di quegli uomini non c'è più, non c'e' più il nonno, non c'è piu' la nonna, non c'è più nemmeno quella giovinetta della manestra d'orz. Non c'è più il Pero Bomba con i cavalli, l'Edoardo da Ronc, il Peo Stradin, il Longo dei Borele, il Tomaso da Oritsé; ma ancor'oggi, guardando il paese dall'altro versante della valle o da una delle montagne di fronte, il tetto della solidarietà si riconosce a colpo d'occhio. Mi è tornata in mente questa storia raccontatami tante volte, guardandolo dall'alto il nostro tetto storto, fra le ultime vestigia di quello che era un paese di montagna.

mercoledì 31 ottobre 2007

Il gallo di Auronzo e la contadina astuta

La piana di Dobbiaco

Dopo un post serioso uno leggero: la storia del gallo di Auronzo

Dobbiaco e Auronzo si litigavano il confine della val Popena Bassa da decenni. Quando si decise di smetterla di litigare e di accordarsi finalmente su un'equa soluzione, le due comunità pensarono di servirsi di questo metodo: due contadine, al canto del gallo, si sarebbero messe in strada partendo dai rispettivi paesi e il punto d'incontro sarebbe diventato il confine. Una commissione aveva il compito di controllare il rispetto delle regole stabilite.

La contadina di Auronzo però, di soppiatto punse il gallo con un ferro da calza, svegliandolo di soprassalto. La brava bestia si mise a cantare a squarciagola ben prima del tempo, e la furbona si avviò prima dell'avversaria. Si incontrarono al Ponte della Marogna che dal 1753 divenne, truffaldinamente dicono a Dobbiaco, la linea di demarcazione fra i territori dei due comuni.

Aggiornamento:

Stendec gentilmente precisa: "Lo punse 3 volte. In cima alla chiesetta della Madonna delle Grazie ad Auronzo la banderuola segnavento raffigura un gallo con tre buchi (sul didietro)."



domenica 28 ottobre 2007

35 anni dopo: maso Kofler zwischen den Wänden

Maso Kofler zwischen den Wänden

11 aprile 1972
"Kofler zwischen den Wänden significa letteralmente "maso Kofler collocato tra le pareti di roccia". La perifrasi sarebbe singolare per definire un maso se essa non fosse lo spartito onomatopeico dei luoghi.

Il maso, m.1528, giace su una ripidissima radura fra due salti di roccia, [...] nel comune di Campo Tures, e nella parrocchia di Acereto da cui dista un'ora e mezzo di sentiero che può essere difficile. E' abitato da 8 persone. Ha una centralina elettrica autonoma.

[...] A porre sale sul fuoco è intervenuto il Bossi Fedrigotti. Nella sua guida della Pusteria lo definisce "il maso più inaccessibile del Tirolo del Sud". Aggiunge: "il sentiero attraverso le pareti è appena da usare e viene praticato soltanto da quelli del maso"

[...] Al termine di una buona ora di acrobazie, uscimmo, nella luce equivoca del prematuro tramonto invernale, al principio dell'erta innevata del maso.

[...] Probabilmente d'estate il recesso potrà apparire meno drammatico non tenendo presente, come fanno i turisti, il rapporto fra ambiente e fatica fisica per sopravvivere

[...] il Mühlweg [...] affronta la roccia strapiombante, liscia come la mano di una fanciulla. In corrispondenza del passaggio meno accessibile, là dove un buio antro si spalanca nel granito, è stata collocata una scala di legno di venti gradini.

[...] Erich e la sua lanterna si tiravano sull'orlo del precipizio per segnalare silenziosamente un'insidia [...]

[...] Cacciando il naso nella finestrella inferriata a sinistra della porta, scorsi, nell'umida oscurità, una vecchia macchina per cucire a mano e un paio di letti sfatti tirati contro la parete. L'identico odore di chiuso, di orina, di fieno, di canfora, di letame ci colse nella Stube. E' un locale minuto e basso. Dalle finestre si scorgeva la neve portata a raffiche dal vento.

[...] un paio di anni fa alla nuora Paula. Costei infatti mise al mondo la piccola Marghit nel bosco, mentre scendeva al Toblhof per recarsi all'ospedale di Brunico in attesa del parto.

[...] nel prossimo autunno il piccolo Seppele frequenterà la suola ad Acereto. [...] dovranno assisterlo nella traversata dell'Ostawand. Per il resto dovrà arrangiarsi.

[...] "Molte volte abbiamo portato dentro il fieno alla luce delle lanterne" [...] "abbiamo poco denaro però abbiamo da mangiare e anche da bere."

[...] Il Kofler è un maso che Voter Jakob ha fatto rinascere a furia di lavoro. Veritiera è perciò l'osservazione dell'oste del Toblhof: "Il Bauer è tanto coraggioso che si meriterebbe due medaglie"

Da: "Gli eredi della solitudine", di Aldo Gorfer e Flavio Faganello

Ottobre 2007:
Vi presentiamo uno dei più remoti e solitari masi d'alta montagna dell' Alto Adige. È arroccato sull'orrido precipizio lungo il sentiero montano che collega il paesino di Acereto con Riva di Tures ed è in ogni stagione dell'anno un'apprezzata méta per passeggiate ed escursioni.

Uno degli appartamenti turistici

La trattoria con i suggestivi locali rustici e la soleggiata terrazza panoramica con vista sui ghiacciai e le vallate sottostanti, l'originale "stube" tirolese, la buona cucina con autentiche specialità della casa, lo speck, i salumi ed il formaggio grigio prodotti nella propria azienda agricola, ne fanno un ritrovo per tutta la famiglia.

Il prato giochi per bambini, le allegre grigliate, le escursioni a cavallo e le visite guidate al maso, rendono le vacanze nei nostri appartamenti turistici, suggestive ed indimenticabili. Parcheggio auto. Servizio postale.


Da: sito Internet del maso.

Il maso fa parte del circuito "Gallo Rosso - Agriturismo in Alto Adige" che segnala gli Agriturismi di qualità.

Nulla da aggiungere, se non: cappello! Al Bauer e a chi l'ha finanziato.

(foto dal sito)

sabato 22 settembre 2007

La dolorosa storia di malga Busetto

Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli Editore, Milano, 2007, pp.64


Post lunghissimo e farina del sacco altrui.

Non ho riscontri, non ho potuto sentire l'altra campana, ma ce ne sono tante storie simili per non credere a Paolo Rumiz, persona seria, che racconta questa storia:


Perché l’acqua si mise a correre


Bassano, è piovuto tutta la notte, al mattino il Grappa è uno scivolo traslucido d'acqua. Più tendo l'orecchio e più lo sento che gronda. Decine, centinaia di torrenti, in tutte le tonalità che la pioggia è capace di esprimere. Non è tempo da gita in montagna, ma qualcosa mi spinge egualmente lassù. Forse la voglia di uno scoglio fermo, dopo la cieca navigazione in pianura del giorno prima. "Vada ai Coi Alti, i ga el fogolar," mi consiglia l'albergatore. Guarda verso le nubi: "Una volta l'acqua ci metteva ventiquattr'ore a scendere. Oggi ce ne mette sei. La va quatro volte più svelta".

"Come mai?" gli chiedo.

"Succede da quando hanno cacciato i pastori dal Grappa. Avevano messo su un alpeggio stupendo. Tuto el Veneto 'ndava veder che bel che'l jera. Quattrocento bestie, abbeveratoi, pascoli, malghe rimesse a nuovo, il terreno e le acque a regime. Poi la politica si e messa di mezzo, il pascolo è uscito fuori controllo. E il Grappa è diventato una cascata."

Chiedo chi, esattamente, si è messo di mezzo.

"Vada a domandarlo alla Curia. Qua conta solo i preti, i politici xe paiassi che no val niente. Lori i va e i vien, el pievan resta. Lo chieda, lo chieda ai preti che fine ha fatto il pascolo di Malga Busetto."


Con il tempaccio, su ai Coi Alti, non c'è quasi nessuno al vecchio albergo San Giovanni. Solo una signora, accanto al fuoco, che legge Il ponte sulla Drina di Ivo Andric. Storia bosniaca, non comune in mano a un italiano. Una donna forte, scarponi e capelli neri a caschetto, come una vivandiera partigiana. Anche lei è salita con la pioggia. Le chiedo se conosce Malga Busetto e che cosa è successo lassù. Si presenta: Lucia Zanarella, di Ponte San Martin, sinistra Brenta.

Lucia conosce bene la storia. Tutto comincia negli anni ottanta, quando tale Giovanni Parolin fonda in pianura una cooperativa zootecnica di ex mezzadri. Senza volerlo, crea un perfetto kibbutz, che funziona alla grande. Per migliorare la qualità delle sue bestie da carne, chiede al Comune di Cismon un pezzo del Grappa da bonificare come pascolo per l'estate. Chiama esperti dall'Università di Padova, rimette a posto ottocento ettari di pascolo abbandonato. Il ripristino funziona così bene che arrivano visitatori anche dall'estero. La malga diventa un'azienda modello, aperta a tutte le cooperative del Veneto. La vicina casera della Pertica è trasformata in sede di incontri culturali e attira subito grandi nomi: Olmi, Meneghello, Rigoni Stern. Malga Busetto è gia un faro per i liberi contadini.


Ma Giovanni commette un errore grave, per un cattolico veneto. Lascia pascolare insieme le vacche dei "bianchi" e quelle dei "rossi", e cosi facendo mette a repentaglio il feudo elettorale dc. La sua azienda mobilita il Veneto migliore, sforna prodotti da concorso, versa cifre record all'erario, è la prima ad allinearsi alle norme europee. Ma non importa: gli enti pubblici non vogliono né il suo latte né la sua carne, perché la sua è un'azienda che ha sgarrato. Chiesa, politica e Università si alleano per demolire l’esperimento, accusano Parolin di aver scelto i "comunisti". Le banche si adeguano. Dopo cinque anni la cooperativa è sfrattata, le bestie sequestrate. Finiscono il pascolo, il lavoro, la malga. E con la malga, spariscono i visitatori, le osterie, il regime delle acque. Scompare un mondo.


Lucia chiama al telefono il pastore sconfitto, lo conosce da anni. Dopo mezz'ora Parolin Giovanni - classe 1935, mani grandi, occhi azzurri e capelli candidi come Abramo - sbuca dal temporale, si pulisce gli scarponi infangati, ci dà la mano con un sorriso. Pranziamo insieme, mentre fuori piove su praterie di anemoni. Sul tavolo polenta fumante e brasato. Giovanni si segna, ringrazia per il pane e il vino "che allieta i cuori". E’ un patriarca che rinnova tra di noi qualcosa di antico.


"La terra è la madre," dice. "Va rispettata, fatta riposare come una regina. Io ho nove fratelli e mi ricordo mia mamma, quand'era incinta. Era riverita da tutti e riceveva il cibo migliore." Allunga la mano aperta, la stringe per afferrare una zolla immaginaria, soppesarne 1'energia vitale. "Guarda quanto è piena di microelementi. I lombrichi... sono lì che lavorano sempre, giorno e notte... e non fanno mai sciopero... La terra è tempo, domanda tempo. Per fermarsi, per pensare, per crescere. Oggi stiamo uccidendo il tempo."


"Cosa succede, Giovanni?"

"Tutto è cominciato con la disintegrazione della grande famiglia patriarcale. Era una perfetta unità economica capace di funzionare senza sprechi, a bassa energia, con rispetto della natura. Un trattore solo bastava per trenta, quaranta persone. Abbiamo distrutto questo sistema per incentivare i consumi, ma non l'abbiamo sostituito con niente. Le unità unifamiliari si sono svenate di spese, ognuna ha voluto il suo campetto e il suo trattore, poi non ce l'hanno fatta più. E hanno svenduto la terra."


"Perché non avete tenuto duro?"

"Perché negli anni settanta le donne si son rifiutate di cercar marito nelle famiglie contadine. Volevano operai. Le donne ga copà la tera... Ma la risposta ce l'avevo: era la cooperativa! L'unica alternativa possibile alla crisi del vecchio mondo. Si salvava la terra e anche la cultura contadina."


"Chi si è messo in mezzo?"

"La cooperativa era una fregatura per il potere. Con noi non c'erano sprechi, l'industria vendeva meno trattori, automobili, falciatrici... Così ci hanno segato. Chiaro, no? E poi figurati, io assumevo chiunque... Mi no ghe domando a nissun se el va in cesa o cossa che el vota. Per questo ci hanno fatto morire."


"Risultato?"

"Uno sviluppo avvelenato. La guardi, la ricchezza del Nordest! Falde inquinate per sempre, centinaia di migliaia di famiglie senz'acqua, terrene senza humus, alluvioni e siccità, il Grappa senza più i pascoli... Tutte le volte che vede il Po in piena, ci pensi: dietro non c'è l'effetto serra, ma la politica... Cento, mille storie come Malga Busetto... Cento, mille umiliazioni nei confronti dei piccoli giardinieri di Dio che cercano di tener duro sul territorio..."


Gli chiedo come andrà a finire.

"In vent'anni Federconsorzi e Coldiretti si saranno mangiati la terra e le multinazionali governeranno su tutto. La monocultura tv accelera il processo, ci spinge alla demenza e all'autodistruzione. Viviamo un'epoca di oscurantismo, liquidiamo tutto, le osterie, i piccoli punti di vendita, la buona scuola professionale, la cultura. L'ltalia non parla più di economia primaria... è una follia... Ma come si fa a non capire che l'agricoltura è ricchezza? Guarda, con un chicco ne fai cento! Dimmi, quale industria è in grado di esprimere una simile crescita? "


All'improvviso il monte si scrolla di dosso le nubi, una luce obliqua inonda lo Scarpon fradicio d'acqua e la cima maggiore, tutta intrisa di rivoli. "Monte Grappa tu sei la mia patria" fa la canzone della Grande guerra. Ma quassù la patria è solo un imbroglio. Il Grappa come il Piave, mai così stuprato come da quando è stato promosso "fiume sacro" d'ltalia. Nella Grande guerra era gia tutto chiaro, mi dice Lucia. Dopo Caporetto, il governo aveva promesso la terra ai contadini, in cambio della vittoria. La vittoria venne, ma i contadini non ebbero nulla. Poi fu il fascismo, Mussolini fece il concordato e anche in Veneto la maggioranza delle curie fece combutta con gerarchi e latifondisti per fregare i contadini. La fine di un'illusione, durata lo spazio di un mattino.


"Ascolta," mi esorta indicando la pianura, "ascolta il grande silenzio del Veneto. Un mondo che tace, che ha sempre subito... Da piccola la sentivo, in casa, la fame di pane e di terra... era una fame antica di mille anni... Nel '55, quando ero bambina, studiavo nella stalla, perché quello era l'unico posto dove si poteva. Studiavo tanto, così a scuola puzzavo di stalla... Dopo le elementari non c'era futuro: una bambina poteva studiare solo dalle suore, mia mamma mi aveva preparato gia il corredo, ma io piansi, non volli, a undici anni presi la bici e andai a Padova da sola a fare l'esame di ammissione..."


Le chiedo che sogni avesse, allora.

"Sentivo la sapienza antica di una civiltà bastonata, sapevo che il popolo affamato della mezzadria conosceva il valore immenso della terra, aveva il senso delle stagioni, portava rispetto alla natura. Cosi, dopo 1'università, ho speso tutta me stessa per la campagna veneta. Sono diventata responsabile delle Acli Terra e ho spiegato ai contadini che l'unico modo per reggere alla modernità era la cooperazione, ho mobilitato migliaia di persone per la riforma fondiaria. Viaggiavo cinquantamila chilometri l'anno per parlare con la base..."


"E come andò a finire?"

"Un giorno Beniamino Brocca, presidente delle Acli di Padova, un amico caro, mi convoco nel suo ufficio. Mi disse: 'o te sparissi ti o sparissi le Acli de Padova, ordine del vescovo'. Era affranto, povero Beniamino. Per ordine del Vaticano stava iniziando la liquidazione di una grande classe dirigente."


"Perché ti erano contro, Lucia?"

"Non volevano che i contadini mangiassero la foglia... La Coldiretti non voleva contadini liberi, voleva un popolo deprivato, incolto, assistito... voleva gestire un'agonia per costruire il voto di scambio. I talibani esistono dappertutto, caro mio. Quelli di casa nostra avevano deciso che la terra non doveva acquistare dignità, evolversi... Fu terribile: vennero in cinquemila, con i trattori, a protestare per la mia rimozione. Ma non ci fu niente da fare. Non potevo credere che ci fosse di mezzo la chiesa."


"E poi?"

"Tempo fa ho trovato un documento dei primi di ottobre del 1922. Sanciva l'accordo tra la Curia di Padova e gli agrari fascisti. Solo allora tutto mi à sembrato conseguente. In Italia tutto è contro chi vuole cambiare."


"La sinistra ti ha aiutato?"

"Ho cercato di coinvolgerla in ogni modo. Anche in operazioni umanitarie in Bosnia. Ma anche lì, quante delusioni... Talibani anca quei… La sinistra xe voda su tuto. I cattolici almeno i ga el paternoster…


Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2007, p.64 e seguenti


(spero di non violare i diritti postando 4 pagine del testo su 339. In caso contrario condenserò il post ma mi pare un vero peccato)

domenica 16 settembre 2007

El Nisio

Mezzana (TN)
Il Nisio è stato l'ultimo narratore del paese.

Qualcuno ricorda ancora quando, prima e dopo la prima guerra mondiale, girava da una stalla all'altra per fare filò e raccontare la sua storia. Un giorno dopo l'altro narrava, a puntate, un racconto senza fine. Vi figuravano principi, soldati, contesse bellissime e fanciulle insidiate.

Ogni sera cambiava stalla e chi poteva lo seguiva, per ascoltare quanto gli usciva dalla mente fertile. Si ascoltava lui stesso, felice di udire le tante cose che uscivano da sole dal suo pensiero.

Era quasi cieco, ma si guadagnava il pane tagliando legna: l'esperienza e il tatto lo aiutavano dove gli occhi non ce la facevano più. Un paio di colpi precisi e il ciocco era spaccato.

E' un personaggio che pare uscito dalla leggenda, ma mio zio, che è ancora vivo e vegeto, l'ha conosciuto e l'ha ascoltato raccontare le sue storie al caldo della vecchia stalla di famiglia qualche inverno di non tantissimi anni fa. Non so che fiine abia fatto, il Nisio, né da quanti anni sia morto o dove sia sepolto, ma affido questi pochi bit alla rete perché ne conservi il ricordo.

(fonte: diario di Pietro)

sabato 25 agosto 2007

La Fracassina

Segheria alla veneziana in Val d'Ultimo

Quando alla malga il burro stentava a formarsi, i pastori cominciavano a sospettare che stesse arrivando la Fracassina. E sbagliavano di rado. Anziana e brutta come la peste, la Fracassina aveva fama di essere una strega. "Stèntel a vègner el botér? Lasséme far a mi*" Un paio di colpi alla zangola ed il burro era fatto. Ben volentieri i pastori le offrivano un piatto di "polenta e lat" per togliersela dai piedi.

Abitava alla "Sega vecia" dove faceva funzionare un piccolo mulino. Nel 1935 la casa dei Gosetti andò a fuoco. Accorsero pompieri e paesani che misero in salvo bestiame, masserizie e quant'altro poterono. Approfittando della confusione qualcuno si fregò gran parte della biancheria di casa, rimasta incustodita.

Grande scandalo dei presenti e fra i commenti fu molto risentito quello della Fracassina: augurava alla mano ladra di restare impigliata negli ingranaggi del mulino.

Puntualmente, pochi giorni dopo chi ci rimise una mano nel mulino fu proprio lei, la Fracassina: la sua stregoneria le si era rivoltata contro.

(fonte: diario di Pietro)

*Il burro fatica a venire? Lasciate fare a me.