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sabato 25 aprile 2015

Grazie “Piccoli maestri”

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Luigi Meneghello
I piccoli maestri

Editore: Rizzoli BUR

anno: 2013

pp. 234
(e numerose altre edizioni)

Dagli orli del bosco si vedevano le colonne raggrupparsi, e formarsi i cordoni e le file indiane; c’erano migliaia di soldati; le staffette in sidecar andavano e venivano, a qualche centinaio di metri davanti a noi. A metà della mattina mi venne paura; fu l’unica volta che ebbi veramente paura durante la guerra. Era evidente che eravamo in trappola: mi ero sempre figurato un centinaio di uomini che ti rastrellano, diciamo duecento; ma qui era tutto pieno dappertutto. In principio si aveva il senso di avere tedeschi davanti, e spazio alle spalle; ma poi questa impressione andò a farsi benedire, si sparava anche dietro di noi, dove giravano i nostri compagni, e si capiva che potevano arrivare da qualunque parte. Avevamo due o tre caricatori per ciascuno, e qualche bomba a mano: cinque minuti. Dante ci aveva fatto mettere in una conchetta tra i pini. «Adesso stiamo qua» disse. Fu a questo punto che mi venne la paura. Era proprio paura, un’esperienza eccitante. La cosa disgustosa è quel paio di minuti tra quando avvisti la processioncina in arrivo, e quando ti dici: Va bene, è proprio vero. Mi pareva molto più facile alzarsi subito, andargli incontro. Per fortuna c’era Dante, il quale o non aveva paura o non si vedeva assolutamente.

«Cosa facciamo quando li vediamo?» dissi a denti stretti, che delle volte non battessero.

«Non pensare» disse Dante. Infatti aveva ragione, basta non pensare.

La prossima cosa che mi ricordo siamo tornati alla Fossetta. È sera, il rastrellamento è terminato, i camion stanno andando via da Marcésina. La malga non c’era più: misuravamo coi passi i residui neri, ed è incredibile quanto appariva piccola. Parte dei sacchi nascosti li avevano trovati, parte no.”

Inoltre, ricordo:

Paola Lugo
Montagne ribelli.
Guida ai luoghi della resistenza
Editore Mondadori  (collana Oscar storia)
anno 2009,
pagine XIX-179 p., ill., brossura,
€ 13
ISBN: 978-88-04-58839-9

del quale avevo parlato qui

(e mi pare che di “..un muto bisogno di decenza” ce ne sia sempre più bisogno)

lunedì 28 luglio 2014

Luglio 1914, Luglio 2014

28 luglio 1914, inizio della prima guerra mondiale con la dichiarazione di guerra dell'Impero austro-ungarico al Regno di Serbia.

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Monte Piana, posto di vedetta italiana con vista delle 3 cime di Lavaredo

perdite in vite umane (fonte, Wikipedia):

Alleati
Militari: tra 5.845.089 e 6.288.458
Civili: 3.935.757
totale: tra 9.669.846 e 10.113.215

Imperi centrali

Militari: 4.010.241
Civili: 3.141.720
Totale: 7.151.961

Paesi neutrali

Civili: 3599

Totale morti:

Militari tra 9.855.330 e 10.298.699
Civili: 7.081.074

Tra 16.936.404 e 17.379.773

 

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Monte Piana, Postazione italiana e Croda Rossa

Luglio 2014 (fonte Guerrenelmondo.it)

01 Pakistan: L’esercito iniziato offensiva di terra contro i talebani
Israele: Aerei da guerra israeliani bombardano Gaza, colpiti 34 obiettivi negli attacchi durante la notte

02 Siria: Militanti dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) catturano la città chiave di Boukamal al confine siriano

03 Siria: Gruppi ribelli siriani cercano aiuto per combattere i jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria (ISIS)

04 Arabia Saudita: 30.000 soldati sauditi dispiegati sul confine con l’Iraq
Israele: Israele mobilita le truppe lungo il confine con la Striscia di Gaza

05 Libano: Attacco aereo siriano uccide un bambino, ferisce membri della famiglia vicino Arsal nell’est del Libano
Ucraina: Forze ucraine riprendono la roccaforte ribelle di Sloviansk nell’est

06 Nigeria: Le truppe uccidono 53 insorti di Boko Haram e perdono 6 soldati nel Borno
Uganda: 60 morti negli scontri tra le Forze di Difesa Popolare Ugandesi (UPDF) e mercenari Bakonzo

07 Kenya: Militanti al-Shabaab hanno ucciso almeno 29 persone in due attacchi separati

08 Siria: Truppe siriane avanzano nel nord di Aleppo
Israele: Le sirene suonano a Tel Aviv e Gerusalemme; 16 morti in attacchi aerei delle Forze di Difesa Israeliane su Gaza

09 Somalia: Palazzo presidenziale sotto attacco dei militanti di al-Shabaab
Israele: Il numero dei morti sale a 51 mentre Israele bombarda Gaza, inclusi 13 bambini

10 Afghanistan: Insorti talebani attaccano ufficio del governatore e quartier generale della polizia a Kandahar uccidendo 26 persone

11 Ucraina: La milizia di Donetsk costringe le truppe ucraine a ritirarsi di 10 km da Karlivka
Iraq: Forze Peshmerga curde prendono il controllo delle raffinerie e giacimenti di petrolio di Kirkuk e Bai Hassan

12 Ucraina: 30 soldati ucraini uccisi in attacco missilistico durante la notte
India: Truppe pakistane violano il cessate il fuoco nel Jammu e Kashmir

13 Yemen: Ribelli sciiti Ansarullah accettano di ritirarsi dalla città chiave di Amran
Libia: Milizie libiche combattono per l’aeroporto internazionale di Tripoli

14 Ucraina: Carri armati ucraini attaccano Lugansk

15 Israele: Bilancio delle vittime nella Striscia di Gaza sale a 176 mentre continuano gli attacchi aerei israeliani
Iraq: Esercito iracheno lancia l’assalto su Tikrit conquistato dal gruppo sunnita Stato Islamico

16 Nigeria: Boko Haram ha attaccato il villaggio di Dille nello Stato del Borno uccidendo 45 persone
Grecia: Il capo fuggitivo di Lotta Rivoluzionaria arrestato dopo sparatoria ad Atene

17 Birmania-Myanmar: Tempo scaduto con i ribelli dell’Esercito di Liberazione Nazionale Ta’ang (TNLA)
Somalia: Intensi scontri scoppiati alla periferia di Qoryoley tra esercito e militanti di al-Shabaab

18 Ucraina: Leader separatista dice che i ribelli non hanno abbattuto il volo MH17 della Malaysia Airlines
Israele: Israele lancia operazione di terra nella Striscia di Gaza

19 Tunisia: 15 soldati tunisini uccisi vicino Chaambi, attacco rivendicato dal Battaglione Uqba Ibn Nafi

20 Siria: Forze governative tentano di riprendere il giacimento di gas conquistato dai combattenti dello Stato Islamico

21 Sud Sudan: Forze opposizione sud sudanesi rivendicano la cattura della città di Nasir

23 Turchia: 3 soldati e 6 militanti del Partito dell’Unione Democratica (PYD) sono stati uccisi in uno scontro armato sul confine siriano
Birmania-Myanmar: Ripreso il combattimento tra Esercito Birmano ed Esercito Stato Shan-Nord colpisce sei villaggi

24 Siria: 700 persone uccisi in due giorni di conflitto tra esercito e forze ribelli leali allo Stato Islamico (SI)
Repubblica Centrafricana: Ribelli musulmani Seleka e la milizia cristiana anti-balaka firmano il cessate il fuoco

25 Israele: Almeno 15 morti nel bombardamento israeliano su una scuola a Gaza, il bilancio dei morti supera le 760 persone
Israele: Attacco aereo israeliano uccide un leader delle Brigate al-Quds

26 Siria: Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) invade una grande base militare a Raqqa
Ucraina: Forze governative lanciano l’offensiva per riprendere Donetsk

27 Birmania-Myanmar: 800 civili nuovi sfollati a causa dei combattimenti tra esercito e ribelli (Palaung) dell’Esercito di Liberazione Nazionale Ta’ang (TNLA) nello Stato Shan
Israele: Israele riprende l’offensiva su Gaza dopo che i razzi di Hamas rompono il cessate il fuoco

28 Libia: Scontri armati tra forze governative e militanti islamici a Bengasi e Tripoli lasciano 59 morti

Gaza, missile uccide 9 bimbi palestinesi in parco giochi. Nuovi attacchi aerei sulla Striscia
(foto Repubblica.it)

Gaza, riesplode la guerra: missile uccide 7 bimbi
Tel Aviv nega: "era un razzo di Hamas" 
Colpi di mortai dalla Striscia: quattro morti in Israele (fonte Repubblica.it)

mercoledì 24 aprile 2013

Buona ultima

Ieri, 23 aprile, era la Giornata Mondiale del Libro e del diritto d'autore. Talmente indaffarata (e raffreddata, pure) da non trovare nemmeno il tempo di andare a ritirare il mio libro in regalo in biblioteca!

Però domani è il 25 aprile, così ne approfitto per parlare di un libro resistente:

Più riguardo a I giorni veri

Giovanna Zangrandi
I Giorni veri
Diario della Resistenza

Editore:
Isbn Edizioni

Anno 2012
pagine 288, brossura

ISBN: 9788876383359
disponibile anche in e-book: mobi e epub

Lo scoppio della seconda guerra mondiale trova Giovanna Zangrandi, pseudonimo di Alma Bevilacqua, in Cadore dove insegna scienze naturali nelle scuole di Cortina e di Pieve di Cadore, va per monti e diventa maestra di sci e dove continua a leggere, studiare e scrivere articoli e racconti, pubblicati con frequenza su riviste locali. Il generico antifascismo che la caratterizza nei primi anni di guerra si va delineando con l’8 settembre: sceglie infatti di entrare nella resistenza nella brigata garibaldina Pier Fortunato Calvi, Divisione Nannetti.

La possibilità di attraversare quasi quotidianamente la frontiera con il Reich (la montagna del Cadore e in particolare Pieve era stato annesso all’Alpenvorland) e la sua profonda conoscenza del territorio e delle montagne le permettono di portare ordini e armi alle varie brigate disseminate sul territorio e di individuare dove e come piazzare le mine e sabotare i nazisti. Camminate stremanti fra i monti, ore e ore sugli sci fra le montagne più belle del mondo che hanno già visto la guerra e la morte.

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Civetta

Ovviamente alla lunga iniziano i sospetti, e probabilmente qualcuno si prende la briga di denunciarla: fatto sta che la compagna Anna entra in clandestinità e sale in montagna. Da sola: la banda partigiana non prevede donne.

Riprende i contatti con i partigiani e a muoversi sul territorio fino al novembre ‘44 e al proclama di Alexander. Non era possibile tornare in valle, in paese, aspettare la primavera al sicuro con un tetto sopra la testa. La cercavano, su di lei pendeva una taglia, bisognava cavarsela in qualche modo, cercare di sopravvivere in montagna, in rifugi precari, al freddo, nascosta “in assoluto adiaccio contro una roccia a quota duemila, non grotta, ma un appiombo delle Marmarole ai margini di fitte faggete”(*) con un paio di compagni, con le orecchie sempre tese: bastavano le tracce sulla neve per portare a loro.

Finisce anche l’inverno, quelli rimasti riprendono la lotta, fino a un aprile convulso e feroce, alla fine del quale non sono molti i compagni ancora vivi.

Sono pagine di una scrittura scarna e asciutta, vi è narrato poco di epico o eroico, venata da una tristezza che non cessa nemmeno con la liberazione e la fuga dell’ultima colonna di panzer:

Non ho ucciso stamane, la guerra è finita davvero, anche da noi qui, verso mezzogiorno.

A Pieve di Cadore (come in troppi altri posti) è stata una fine amara, tra morti e macerie gratuite e assurde.

Stamane una colonna di panzer tedeschi da 88 millimetri risaliva dalla Val Piave, indomiti, feroci, sfegatati, decisi a continuare la guerra.

Inutile trattare con loro, offrire una resa, un ritorno alle loro case ormai tanto vicine, senza passare per i «lager» americani.

No, comandanti fanatici e soldati ridotti come macchine spietate non vogliono lasciare le armi, arrendersi; c’è stata battaglia in piazza a Pieve, hanno sparato coll’88 millimetri e sfondato case, hanno ucciso a raffiche Diana, il più giovane dei nostri (quindici anni) e ferito parecchi altri.

[…]

Quel panzer scassato sferraglia e va via. È l’ultimo rumore di guerra nella piazza piena di macerie, attraversata da una manica da fuoco a spegnere un inizio di incendio.
La barella di Diana come un lugubre soffio ha fatto silenzio; a lungo, e muoversi senza parlare, senza saper cosa fare, lentamente: è questa la fine, la pace?

Per quanto tempo non so, minuti, quarti d’ora; lento uscire di gente guardinga, senza parole. Una maestra elementare con una coccarda, ma è come un senso di ridicola, innocente rettorica che ti strappa quasi un sorriso, un pompiere tutto fuligginoso viene al balcone del Palazzo della Comunità e mette fuori la bandiera, lo fa senza gesti inutili, e veramente questa fa piacere vederla; uno ha detto «Légala a mezzo, ci sono dei morti».”

C’è Sergio, in un angolo, armato e tanto magro e piccolo che, se non mi fosse usuale come un fratello, non saprei se è un ragazzo o un attaccapannino di armi. Silenzioso, contratto, tutto occhi come sua madre. Ci guardiamo in silenzio, non abbiamo voglia di parlare; ci passano davanti quei tipi paludati di tricolori e coccarde, passa via la camionetta dei tommies e delle ragazze. Da sotto le armi esce la voce bassa e roca, staccata, di Sergio:
«Adesso comincia il casino, vedrai che razza di casino ci impiantano». Pensiamo ambedue a Severino che non c’è più. Dice il ragazzo, ingoiando saliva:
«Vieni a casa, dai. Vieni a mangiare, intanto».

Si va giù a passo per i vicoli, via dalla piazza, estranei, con uno stomaco che deve ingoiar qualcosa e un barlume di pensiero che domani tenterà di orientarsi «in questo casino», per continuare a fare quel che volevano i morti.”

Tai di Cadore, 2 maggio 1945

(*) da una lettera del 1962 di Giovanna Zangrandi a Vittorio Sereni

domenica 27 gennaio 2013

Gli spodestati e le facce di bronzo

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Sem-Sandberg Steve
Gli spodestati

Traduttore: De Marco Katia

Editore
Marsilio (collana Romanzi e racconti)
Anno 2012
pagine 664, rilegato

ISBN: 9788831711265
disponibile anche in e-book

Dalla quarta di copertina:

Quando alla fine del 1939 i nazisti lo insediano a capo del ghetto di Lòdz, Mordechai Chaim Rumkowski si convince che, per salvarsi, gli ebrei debbano rendersi indispensabili ai tedeschi nella loro guerra, e decide di trasformare il ghetto in un'immensa fabbrica. Ambiguo, dispotico, piegato dalla sua logica di produrre a ogni costo e spinto da un'ambizione titanica, "re Chaim" sacrifica alla sua causa chi non vuole o non è in grado di eseguire i suoi ordini. E cosi, forse consapevolmente, forse no, diventa ingranaggio fondamentale nella macchina di sterminio nazista. Mostro e opportunista crudele, oppure pragmatico stratega costretto ad amputare le braccia per salvare il corpo? "Gli spodestati" è un romanzo sull'ambiguità umana provocata dall'oppressione. Traditore per alcuni, eroe per altri, Rumkowski è un personaggio controverso che suscita inquietanti interrogativi su dignità e abiezione. Intorno alla sua folle ed enigmatica figura, ispirandosi alla "Cronaca del ghetto di Lódz", Steve Sem-Sandberg tesse le vite degli abitanti del ghetto, figure storiche e personaggi fittizi, esplorando i dilemmi morali e le insidie con cui la gente dovette fare i conti in una disperata lotta per la sopravvivenza.”

Un po' troppo lungo IMO, qualche taglio non avrebbe guastato. Serve leggerlo con molta attenzione, tornare indietro a volte per tirare le fila di parecchi personaggi abbandonati qui e là nella storia che rispuntano molte pagine dopo e non ci si ricorda dove erano stati lasciati. Di altri ci si chiede, a libro terminato, il destino anche se non è difficile da immaginare: "Dei 204.000 ebrei che passarono attraverso il ghetto di Łódź, solo 10.000 sopravvissero alla guerra." (wikipedia)
A tratti la realtà narrativa si mescola al sogno, e capita di dirsi: ma non era morta? ahhh, sta sognando!

Molto bene documentato e molto credibile nell'invenzione narrativa.

Agghiaccianti la fame, il freddo, la perdita della dignità, la vita o la morte determinate dall'arbitrio di soldati violenti e ubriaconi, la paura che fa emergere il meglio o il peggio di ognuno; l'inutile speranza dell'arrivo dei russi: quando succederà sarà troppo tardi.

E alla fine, Rumkowski: santo o traditore? collaboratore dei nazisti o salvatore? Tutto il suo darsi da fare, per interessi personali o per prolungare di qualche mese la vita del ghetto? se finisce il ghetto muore anche lui, e lo sa.
La persona risulta molto sgradevole: pedofilo, ambizioso, arrogante con i deboli e servile con i forti, ma avrebbe potuto fare altro? La storia non ha saputo prendere una posizione e io, alla fine, nemmeno.

Da leggere, a mio avviso, la pagina di Wikipedia dedicata al ghetto di Łódź:
e scorrere la documentazione fotografica


"Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene".

"non ha le stesse responsabilità della Germania" ma "ci fu una connivenza che all'inizio non fu completamente consapevole".

“è difficile mettersi nei panni di chi decise allora. Certamente il governo di allora per timore che la potenza tedesca vincesse preferì essere alleato alla Germania di Hitler piuttosto che opporvisi". 

Berlusconi Silvio, 27/01/13, giornata della memoria
Fonte: Repubblica on line


(eh già. Ricordiamocelo pure noi, tipo fra un mesetto)

martedì 2 ottobre 2012

Era Ora!

In memoria della partigiana "Ora" Ancilla Marighetto (1927-1945)

30 settembre 2012, malga Valarica di sotto, Tesino

venerdì 11 maggio 2012

7 anni

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“Il momento peggiore, più avvilente, è stato in Grecia: pioveva a dirotto da giorni, avevamo camminato senza dormire nel fango così alto che ci è annegato dentro un mulo, eravamo stanchi, sporchi, bagnati. Avevo in mano la gavetta con la zuppa. Nelle baracche non si poteva stare, le pulci ci mangiavano vivi. Cerco di ripararmi sotto la falda del tetto, ma l’acqua sgronda esattamente nel colletto della divisa. Così mi siedo su un sasso, con la mia gavetta in mano, a mangiare zuppa e pioggia senza sapere se domani sarei stato ancora vivo”

Odiava la retorica, il Pietro; di divise, alpini, spirito di corpo, dopo 7 anni buttati fra naia e guerra, fronte occidentale, Grecia e Albania, dopo aver schivato per una fatalità la Russia dalla quale nessuno del suo plotone è tornato, dopo essersi guardato davanti dai nemici e alle spalle dagli amici in camicia nera, dopo fame, freddo, cimici e morte, non ne poteva più. La croce di ferro in fondo a un cassetto. Non si è mai iscritto all’ANA, il cappello, privo della penna, lo metteva per andare a pescare: comodo e impermeabile. Adunata? Macché!

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Però. Però quando a Bolzano c’è stato il raduno triveneto degli alpini, lui e lo zio Elvio, che di retorica e alpini e adunate e penne nere (bianca, la sua) si nutriva, vecchietti e zoppicanti, c’erano. Entrambi un po’ commossi, ognuno a modo suo.

Per il Pietro, che nonostante tutto oggi sarebbe probabilmente in piazza, per Elvio, che è andato a scavare con i suoi a Gemona, che piangeva solo a sentirli nominare, gli alpini, che un’adunata a Bolzano la sognava e ha partecipato all’ultima a 93 anni, per la mia nonna Piera che ne aveva 5 di figli alpini in guerra, per Mario Rigoni Stern, per quelli che son tornati a baita e per quelli che sono rimasti in Russia, per gli alpini del Friuli e del Vajont, per quelli di Genova e della grande nevicata di febbraio, per quelli dell’Aquila, per loro oggi, come avrebbe fatto il Pietro, sul balcone c’è la bandiera.

(E non è vero che Bolzano avrebbe accolto gli alpini con freddezza. Né Bolzano, né i paesi qui intorno, a maggioranza tedesca. Giornalisti scaldacolla!)

mercoledì 25 aprile 2012

Cosa avrebbe fatto lei?

canalemussoliniAntonio Pennacchi
Canale Mussolini

Editore
Mondadori  (collana Scrittori italiani e stranieri)

anno 2010
pagine 460 rilegato
prezzo: € 20

(ci sono però edizioni più economiche)

"Cosa avrebbe fatto Lei?" chiede spesso la voce narrante, come per giustificare le discutibili scelte politiche della famiglia Peruzzi.
Non so cosa avrei fatto io, me lo sono chiesto più volte nel corso della vita senza saper rispondere. So cosa hanno fatto i miei, però: hanno aiutato persone ad evadere dal campo di concentramento di Bolzano, le hanno ospitate e nascoste e aiutate a mettersi in salvo, hanno rinunciato al posto di insegnanti per non prendere la tessera del fascio, hanno gestito per mesi una radio partigiana, hanno ceduto i loro documenti a una famiglia ebrea per farla espatriare. Non era inevitabile diventare fascisti, e non era inevitabile restarlo con pervicacia fino all'arrivo degli americani al confine del podere.

Ammazzare i parroco a randellate non è un incidente di percorso, perché in fondo l'idea era solo quella di dargli una lezione. Né è una marachella dar fuoco alla camera del lavoro e ai poveri alloggi delle persone del piano superiore solo perché non è morto nessuno. O una comprensibile vendetta sparare in faccia al maestro socialista, che in fondo se l'è cavata senza lasciarci le penne, né la marcia su Roma fu una scampagnata nella quale ci si è in fondo divertiti poco perché non ha fatto che piovere. E, mi spiace, ma i morti non sono tutti uguali: quelli che hanno lasciato le piume nelle colonie dopo aver massacrato e fucilato senza troppi rimorsi i musi neri non mi fanno la stessa pietà di coloro che sono morti da partigiani o da alpini in Russia.

Però non è stato solo tempo buttato e incazzature inutili: mi ha aiutata un po' a capire la genesi di alcune scelte, anche se capire non è giustificare nemmeno un po’; poi ho ritrovato aria di casa in alcune descrizioni della vita quotidiana nel podere e in fondo ho anche imparato qualcosa sulla vita nelle bonifiche, sulla fondazione di Littoria e ora so fra il resto come funziona il canale Mussolini, perché il macadam si chiama macadam e pure esattamente com'è fatto. Si sa mai che possa tornarmi utile.

Per il resto un diluvio di parole e di argomenti e una storia d'amore maledetto della quale si poteva tranquillamente fare a meno.

Premio Strega? BAH! Per fortuna non l’ho comprato ma preso in prestito.

(ma tutti quelli che ne hanno fatto critiche osannanti, votato entusiasti 5/5 sui vari siti, la storia l’hanno studiata? E non hanno avuto nulla da obiettare? Andava bene così? Una simpaticissima famiglia contadina? Anche l’ostracismo alla nuora incinta, simpatico eh?  Ancora BAH! ai lettori questa volta)

Buon 25 aprile, e stiamo in campana, che NON è la festa del ponte!!

lunedì 25 aprile 2011

Trento, Bolzano, Belluno province del Reich

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Bolzano, Corpo d’Armata. A destra dell’ingresso, la lapide a ricordo di Longon e Manci

Il 10 settembre 1943 Hitler nomina il plenipotenziario del Reich in Italia e suddivide le varie zone di influenza del territorio italiano occupato.

«A completamento della mia ordinanza del 10 settembre 1943 sulla nomina di un plenipotenziario del Reich della Grande Germania in Italia e sulla divisione del territorio italiano occupato, ordino:

I commissari supremi nella zona di operazioni "Litorale Adriatico" comprensivo delle province Friuli, Gorizia, Trieste, Istria, Fiume, Quarnero e Laibach e nella zona di operazione delle "Prealpi", composta dalle province di Bel­luno, Trento e Bolzano, ricevono da me le direttive fonda­mentali per la loro attività.

Quartier principale del Führer, 10 settembre 1943.

Il Fúhrer, firmato Adolf Hitler
Il capo dell'Alto Comando della Wehrmacht, firmato Keitel
Il ministro del Reich e capo della cancelleria del Reich, firmato dottor Lammers.»

L’11 settebre, Lammers scrive, nella lettera accompagnatoria all’ordinanza:

«...Alle massime autorità del Reich.

In allegato vi rimetto la copia dell'ordinanza del Führer sulla nomina a plenipotenziario del Reich della Grande Germania in Italia e la suddivisione del territorio italiano occupato con preghiera di presa di conoscenza.

L'ordinanza non sarà resa pubblica. Prego di dare cono­scenza del contenuto dell'ordinanza agli ufficiali subordi­nati ed esterni solo quando e nella misura in cui questo sarà indispensabile. Quello che importa è che non sembri, con questa ordinanza, che venga toccata la sovranità del gover­no italiano fascista.

I "commissari supremi" che secondo il punto V dell'or­dinanza sono assegnati come consiglieri civili nelle zone di operazioni ai comandanti militari, vengono nominati dal Führer. In un primo momento per le zone di operazioni "Litorale Adriatico" che comprende le province Friuli, Go­rizia, Trieste, Istria, Fiume, Quarnero e Laibach è nominato il luogotenente dei Reich dottor Rainer e per la zona di operazioni delle Prealpi, che comprende le province di Trento, Bolzano e Belluno, il luogotenente del Reich, go­vernatore Hofer.(*)”

Quassù non eravamo più Italia, nemmeno per finta come nella repubblica di Salò, eravamo Reich. E non persero occasione per farcelo ricordare: a 50 metri da casa mia, al Corpo d’Armata, c’era la camera di tortura dove sono passati fra gli altri Manlio Longon e Gianantonio Manci.

Buon 25 aprile, Italia, ne hai passate di peggio, passerà anche questa!

(*) fonte: Lorenzo Baratter, “Le Dolomiti del terzo Reich” Mursia Editore, anno 2005. Libro che consiglio, peraltro!

lunedì 21 marzo 2011

Travel is fatal to prejudice

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Ritten / Renon

"Travel is fatal to prejudice, bigotry and narrow-mindedness."
Mark Twain, Innocent's Abroad

Per quelli che “mi hanno servito per ultimo perché sono italiano”; “mi hanno trattato male perché non parlo tedesco”; “non ci hanno trovato un tavolo perché siamo italiani”; “questi crucchi che hanno fatto finta di non capire e non mi hanno indicato il sentiero perché parlo italiano” eccetera:

Enrica, che il mondo un poco l’ha girato, mi scrive in un commento:

Mi pare che anche in queste terre stupende ci sia qualche problema. Peccato davvero.
Sono stata a Bolzano e sinceramente mi sono stupita della bellezza di tutto, le montagne, i colli, i vigneti ma anche la città e la gente: diffidente, chiusa ma gentile.
Andavo a passeggio fino a una baita nascosta e non conosciuta, scoperta per caso, frequentata solo da gente del posto (e molti non parlavano italiano) che si riuniva dai casolari isolati (non ricordo come si chiamano) quasi ogni pomeriggio.
La prima volta mi hanno guardato diffidenti (ero l'unica estranea), la seconda mi hanno fatto molte domande, ma non inopportune, per vedere chi ero, la terza e la quarta mi hanno invitato a bere con loro al tavolo.
Visto che ho gradito un vino fatto da uno di loro l'ultima sera mi hanno anche invitato a mangiare il pane tipico fatto da una signora del tavolo e altre specialità, sempre casarecce (se le portavano da casa e anche il gestore mangiava insieme al tavolo).
Sinceramente? Tanta ospitalità e apertura ora nel resto d'Italia è proprio rara. C'era, per esempio in Sicilia, ma no la vedo più.
Non vorrei che questi posti, o i tuoi posti, fossero rovinati, sinceramente.
Non sono solo belli: c'è un equilibrio magico fra gente e natura, mi sembra. Che troppa "civiltà" non farà che contaminare, come è sempre successo (per esempio sui monti del Nepal, nei boschi del Terai al confine dell'India e così via, cose che conosco bene)
.”

Quando si gira con gli occhiali del pregiudizio sugli occhi, si vede il mondo attraverso le loro lenti.

E per tutti coloro che soffiano sul fuoco del conflitto etnico per motivi elettorali o politici o per vendere più copie di un giornale, conflitto etnico che fra la gente comune ormai è molto sfumato: se quassù prima o poi si dovesse tornare alle bombe sotto i tralicci e ai morti, e non sono passati tanti anni da questi eventi, se ricominceremo a odiarci, sappiate che è tutta colpa vostra.

(grazie Enrica, da parte di tutti noi quassù)

lunedì 6 settembre 2010

Un pasticcio bilingue

cartelli bilingui

Cartelli “bilinguizzati” col pennarello

Io non parlo bene il tedesco, lei, una bella signora meranese, non parla bene l’italiano. La cosa non ci è di nessun impedimento: ce la ciacoliamo allegramente lungo tutto il sentiero, parlando di fiori, di lavoro, di viaggi in giro per il mondo, di cucina, di grappe: lei si diletta a confezionare liquori aromatizzati con le erbe e mi racconta ricette, tempi, gradi alcolici. Ci suggeriamo a vicenda i vocaboli che ci mancano e ce la caviamo brillantemente parlando “gemischt”(*). E funziona così quasi sempre, in Alto Adige / Südtirol.

Tutto bene fino a quando non iniziamo a discutere dei nostri monti, passione comune: non ci capiamo. Come diavolo faccio a capire che il rifugio a lei più caro, la Flaggerschartenhütte, è il rifugio Vallaga? E come faccio ad apprezzare la sua salita al Glockenkaarkofl se me lo devo scrivere per scoprire a casa dopo un controllo che è la Vetta d’Italia?

Nessun conflitto etnico, amiamo entrambe la nostra terra comune, viviamo alla bellezza di 28 chilometri di distanza, ci capiamo su quasi ogni argomento, e non riusciamo a parlare di monti perché abitiamo su due pianeti linguistici diversi.

L’altro dì fermo un malgaro e gli chiedo se sono giusta per la Malga di Corvara e questo mi guarda stranito: Corvara sta dall’altra parte dell’Alto Adige, qui siamo in Passeier! Colpa mia che non riesco a scovare dalla memoria Rabensteiner Alm. Che ci sia qualcosa che non funziona a questo punto mi pare evidente.

E c’è parecchio che non quadra nella guerra che contrappone da più di un anno (da sempre, forse) CAI, Alpenverein, Provincia, SVP, Roma, Procura, quotidiani, APT, uomo della strada sulla questione dei toponimi bilingui e sulla segnaletica dei sentieri, diventati monolingui per un colpo di mano dell'SAV (Südtiroler Alpenverein, omologa tedesca del CAI).

Gli uni sono ancora risentiti, con buona ragione, dalle traduzioni fantasiose e prepotenti di Tolomei che si prese la briga di trovare, e lo stato italiano di imporre, una corrispondenza italiana ad ogni frazione, cima, torrente, prato, bricco di tutta la provincia. E quando non c’era, ovvero molto spesso, ad inventarla di sana pianta.

Gli altri si sentono stranieri in Italia, anche loro forse a buona ragione (non la discuto su questo post perché facciamo mattina), probabilmente aizzati dalla politica locale, e sicuramente in pieno diritto di protestare: i toponimi bilingui, e di conseguenza la segnaletica bilingue, è sancita da una legge costituzionale nata da un accordo internazionale. Soprattutto in considerazione che la nuova segnaletica, monolingue, rifatta a cura dell’SAV, è stata sovvenzionata per gran parte con soldi pubblici. Soldi di madrelingua italiana, tedesca e ladina.

Da qui un profluvio di motivazioni più o meno pretestuose, di atti di forza, di arroganza, di tentativi da parte dell’SAV di forzare la mano e mettere la politica altoatesina davanti alle cose fatte (politica tedesca ben lieta di mandare avanti qualcun altro a fare il lavoro sporco), che la pongono dalla parte del torto anche se le ragioni di fondo possono essere giuste; da parte italiana la solita, fastidiosa, lagna. E il solito, fastidiosissimo, revanchismo nazionalista, di altoatesini italiani e di sedicenti turisti che, senza aver capito una cippa di cosa c'è in gioco, starnazzano che non verranno mai più in ferie in Alto Adige aggiungendo al trito pregiudizio “non mi servono nei bar in quanto italiano” il motivo nuovo di zecca “ci sono i cartelli monolingue”. Chi sprizza indignato risentimento sono i partiti italiani di destra che cavalcano la tigre a fini elettorali (quelli di sinistra non sanno che pesci pigliare e da che parte stare e danno un colpo alla botte e uno al cerchio). Il che fa passare la voglia di prendere le parti della legalità e di sostenere il CAI che si affanna per trovare i toponimi italiani storici da salvare.

Un bel pasticcio. Che riempie le pagine dei quotidiani, gli uni e soprattutto gli altri, quelli italiani, a soffiare sul fuoco di un conflitto etnico che per le strade non ci sarebbe. Pasticcio nato un secolo fa e del quale siamo ancora prigionieri.

Kofelraster Seen

Il suddetto cartello bilinguizzato, indirizzava a questi due splendidi laghi: Kofelraster Seen

Io intanto, da sudtirolese di madrelingua italiana, sto facendo lo sforzo di imparameli i toponimi tedeschi, e dismettere quelli falsi, senza storia, inventati e colonialisti. Perché sono brutti, storicamente fasulli, artefatti. Perché vorrei capirmi con i miei concittadini quando parlo di un territorio sul quale, loro, vivono davvero. Perché se mi perdo possa farmi aiutare da chi il territorio lo conosce. E anche per rispetto.

Per contro pretenderei che il rispetto, del prossimo, delle leggi e delle regole, sia reciproco. Anche sulla toponomastica bilingue, finché un accordo auspicato e condiviso non stabilisca altre regole. E vorrei, con tutto il cuore, che insieme, altoatesini di tutti i gruppi etnici, si continui sulla strada della convivenza nonostante coloro che rimestano nel torbido. Non della convivenza civile e distratta, ma della compartecipazione e della comprensione(**).

 

(*)   gemischtsprachig = mistilingue
(**) cum – prehendere = prendere insieme, contenere in sé, abbracciare con la mente le idee, intendere appieno. (dizionario etimologico on line)

martedì 9 marzo 2010

Rami secchi

Fare e disfare è tutto lavorare diceva mia nonna. E per fare e per disfare occorron soldi da buttare.

“In metrò da Bolzano a Caldaro: sì al progetto Leitner da 200 milioni” titola oggi l’Alto Adige. Una magnifica idea per avvicinare tutti i paesi della destra Adige al capoluogo, sollevare dal traffico e dall’inquinamento la città e dalle code infinite della mattina e della sera gli abitanti di Appiano, Caldaro, San Paolo molti dei quali lavorano a Bolzano. Un progetto di mobilità alternativa che cova da tempo nei corridoi di palazzo Widmann (sede della Giunta Provinciale), variamente pensato e modificato e ora pare, finalmente, in dirittura d’arrivo.

E che diavolo ho da lamentarmi? Che il metrò di superficie da Bolzano a Caldaro c’era ed ha funzionato dal 16 dicembre 1898 al 28 giugno 1971. Che ora sul tracciato della vecchia ferrovia c’è, per mia grande soddisfazione visto che ne faccio sovente uso, la ciclabile che parte da casa mia e arriva dritta sparata fino quasi a Trento.

vecchia ferrovia

Galleria del trenino Bolzano-Caldaro sul tracciato della ciclabile

Ok, altri tempi, altra idea di mobilità, delle PM10 non si parlava, della chiusura del centro al traffico d’inverno nemmeno, ma porca miseria che spreco!

Che spreco allora a dismetterla e che spesa oggi a rifarla. Peraltro, mica è la sola: i cosiddetti rami secchi “potati” in Alto Adige sono parecchi: la Ferrovia Elettrica Brunico-Campo Tures, la Ferrovia Lana-Postal, la Ferrovia della Val Gardena e la mitica Ferrovia delle Dolomiti che collegava Dobbiaco a Cortina e proseguiva poi per Calalzo sul percorso della quale oggi si disputano una gara di granfondo di mountain bike e una gara di sci da fondo.

stazione[1]
Ex ferrovia delle Dolomiti: un pezzo del tracciato nel quale ancora si vedono (e sentono) le traversine una delle vecchie stazioni


E vogliamo parlare delle ferrovie dismesse in Trentino? La Ferrovia Rovereto-Arco-Riva, la Tramvia Dermulo-Fondo-Mendola, ovvero dell’Alta Anaunia e la Ferrovia della Val di Fiemme. Anche sul tracciato di quest’ultima è stata fatta una splendida ciclabile sulla quale si disputa ogni anno una granfondo.

Fa un po’ impressione soprattutto in questi giorni nei quali si sente riparlare in Trentino di Metroland: una montagna di soldi, quasi 5 miliardi di euro teorici ma quanti in realtà non si sa, per perforare mezzo Trentino e costruire ferrovie in galleria per collegare le valli fra loro con un metrò provinciale. Spero che vi ricordiate che nel frattempo staranno scavando il BBT, il tunnel di base del Brennero,

viadottoViadotto della ex ferrovia della val di Fiemme

che perforerà per anni la regione da sud a nord per il raddoppio della ferrovia con l’idea di spostare il traffico pesante dall’A22 ai treni.

Moltissime le perplessità attorno a Metroland sia per i costi esorbitanti che per l’enormità dei lavori previsti e per l’impatto ambientale: due nuove tratte: una verso Tione attraverso la  Vallagarina e il Bassa Sarca e una verso la val di Fassa e il Primiero passando sotto la catena del Lagorai. La tratta della Valsugana che già c’è  dovrebbe essere potenziata ed elettrificata e la Trento Malé, che già arriva fino a Marilleva, prolungata fino a Fucine e forse a Cogolo di Pejo.

Una seria analisi dei bisogni e dei costi, però, in Trentino manca. Manca un progetto serio, e pure la sicurezza del dove far uscire i soldi. I tempi di realizzazione molto lunghi mentre la mobilità nelle valli è incasinata adesso. galleriapiccola

Vecchia ferrovia della Val di Fiemme

La mobilità pubblica su ferro sta poi così a cuore che la sera non c’è verso di muoversi in treno fra Trento e Bolzano, il collegamento diretto fra Bolzano e Roma è stato soppresso dalle FFSS e si sta ancora brigando e discutendo su chi aprirà il portafoglio per ripristinarlo: per ora ci han pensato le Ferrovie Germaniche.

QUI un interessante approfondimento critico sul progetto e, per par condicio, QUI alcune voci a favore. (Occorre dire da che parte tendo? E, parola di giovane marmotta, non sono affatto affetta da misoneismo. :P)

TrenoGard04aSantaCristina[1]

La ferrovia della val Gardena vicino a Santa Cristina. (foto Wikipedia Italia, grazie a Mauro Bottegal che l’ha ceduta)

venerdì 25 settembre 2009

La Strada delle Dolomiti

C'era ancora il Kaiser quando il 13 settembre del 1909, 100 anni fa, venne inaugurato l'ultimo tratto della "Grande Strada delle Dolomiti", l'arteria che collega tuttora Bolzano, Cortina e Dobbiaco attraversando la Val d’Ega, il Passo di Costalunga, la Valle di Fassa, il passo Pordoi, il Falzarego, Campolongo.

Theodor Christomannos (a destra), 1896 ca, foto Franz Dantone.
Fonte
Wikimedia commons, Copyright scaduto.

Fortemente voluta da Theodor Christomannos, avvocato nato in Grecia ma di nazionalità austriaca, con studio professionale a Merano, appassionato di montagna, per diversi anni segretario del club alpino austrotedesco DÖV, che intuì già allora le potenzialità turistiche della zona dolomitica e comprese l'importanza di un'unica strada che ne collegasse fra loro le vallate. Uomo di grande lungimiranza, se si considera che la prima automobile arrivò a Cortina nel 1894 proveniente da Innsbruck e dovettero passare 9 anni prima che giungesse un'auto proveniente dall'estero: arrivava da Ferrara con a bordo il marchese di Bagno e i conti Monti nel 1903, mentre il primo colpo di piccone per il tratto che collegava Canazei ad Arabba, attraverso il passo del Pordoi, era già stato dato nel 1897.

L'intera opera costò 1.115.400 corone, richiese lo studio di soluzioni innovative sia per la quota alla quale si doveva lavorare, sia per la friabilità del terreno in particolare al passo Pordoi; vi lavorarono circa 2.500 operai con una paga giornaliera di 3 corone; fra la val di Fassa e Arabba la strada conta 61 tornanti, ha una pendenza massima del 7,9% e una pendenza media 6,7%; raggiunge la quota massima di 2239 metri al passo Pordoi, dove è da poco stato restaurato l'obelisco commemorativo inaugurato nel 1905 che riporta i dati tecnici dell'opera e una targa a con i nomi degli ingegneri Vittorio Dal Lago e Alfredo Riccabona che lavorarono alla sua realizzazione.

Nata soprattutto per fini militari, correva infatti lungo il confine con l'Italia, la strada aprì invece le porte del progresso e del mondo alla gente delle valli, e a una nuova forma di economia rivoluzionando la cultura e lo stile di vita di intere vallate: "senza strada nessun hotel, senza hotel nessuna strada" era il motto di Christomannos. Senza Hotel nessun turismo, possiamo agiungere noi, e nessuno sviluppo. Come si sia evoluto il turismo poi, con il suo buono e il suo cattivo, cosa abbia portato e cosa abbia distrutto, è davanti agli occhi di tutti.

A Christomannos è dedicata una delle Torri del Latemar e un'aquila di bronzo ai piedi delle pareti del Catinaccio pochi minuti a monte del rifugio Paolina.

Monumento a Christomannos sopra il passo di Costalunga - cartolina - fonte: progetto Cartoline del Trentino a cura della Biblioteca comunale di Trento - Catalogo Trentino di Immagini

I festeggiamenti per il centenario ci sono già stati, ovviamente, arrivo in ritardo, ma mi è venuta in mano stasera una pubblicazione della Nuova Editoriale Atesina srl, editrice dell'ormai defunto quotidiano locale "il mattino": "Dolomiti in cartolina" di Giuseppe Tomasoni, uscita a fascicoli insieme al giornale nel 2002. Fra le vecchie cartoline raccolte nel volume ce ne sono alcune della Grande strada delle Dolomiti in varie epoche: forse vale la pena mostrarne un paio:

Verso Carezza - 1906 ca

Passo Pordoi - 1919 ca 

Passo Falzarego - 1920 ca 

Passo Sella - 1938 ca

venerdì 18 settembre 2009

Fumo a Costabrunella

Lago di Costabrunella - Lagorai

"E di sotto la neve che se ne va appaiono mille laghetti, taluni ancora fioriti di gelo, ancora freddolosi ai piedi delle pareti nere (...). Il comando ha il suo lago (di forcella. Magna, n.d.A.), sorgono (...) attorno le baracchette, qualche tenda, la malga di sasso che la 5" bat­teria (...) s'è fabbricata con bella imprudenza proprio in vista alle posizioni nemiche del Cauriol e della Busa Alta.(…) I suoi sette od otto laghetti ce li ha la 265° (laghetti dell'Aia Tonda, di Reganèl, di Lastè, di Conte Moro, n.d.A.), uno ne hanno i cucinieri, uno i calzolai, uno fosco, solitario, sta lassù per Cima d'Asta e se lo gode un piccolo posto di vedetta.(1)”

Arrivarci dall'alto, a Costabrunella, è un colpo al cuore. Si gira il costone a forcella Quarazza ed eccolo lì, un occhio azzurro profondo, inaspettato per quanto atteso; e tornano in mente le parole di Paolo Monelli:

Ma il lago più bello non l'ha nessuno, perché adesso è in seconda linea ed ha un nome così romantico che a ripeterlo adagio con il suo ritmo novenario si fantastica di cose impossibili e si pensa alla bambina: il lago di Costa Brunella.(2)"

Camminiamo da tre giorni fra resti di trincee della prima Guerra Mondiale e su strade militari, ogni tanto spunta un rotolo arrugginito di filo spinato, resti lignei di baraccamenti, si pranza fra i resti di una cittadella militare ancora ben conservati, e non pensarci è difficile.

forcella Buse Todesche - resti di trincee

E quando si alza la nebbia, come succede tanto spesso attorno a Cima d'Asta, torna in mente un altro scampolo di storia recente, raccontata meno spesso, nota a pochi: emigrazione e diaspora, e morti premature contribuirono a far scordare pagine di storia drammatiche e importanti.

"I patrioti si fanno sentire per la prima volta nell’agosto 1944. Provengono dal Feltrino e si stabiliscono a Costabrunella e lassù formano il Battaglione G.Gherlenda. Pochi di numero, danno ai tedeschi l’impressione di essere in molti e ben agguerriti; il popolo condivide questa impressione di forza. [...]

Quando venne il giorno fissato per la partenza, "Fumo" provvide alla distribuzione delle vettovaglie per 4 o 5 giorni e alla consegna delle armi: 2 mitra, 8 parabellum, 11 moschetti (mod. 91), 5 carabine, 1 fucile, 1 steyr (tapum), 1 mauser, 10 pistole e 8 bombe e varie munizioni. L’equipaggiamento consisteva in 18 zaini e 23 coperte. Per comunicare con il comando di brigata c’era un cifrario convenzionale e i collegamenti erano tenuti tramite staffette (maschili).

Il comandante "Bruno" li raccolse sulla piazzetta antistante il magazzino della Casera Pietena, sede del Quartier generale della brigata: rivolse loro parole appropriate, li salutò e li abbracciò uno ad uno. Partirono in 29, il comandante "Fumo" in testa, la sera del 21 agosto verso le 18, mentre imperversava un violento temporale. Scomparvero oltre la forcella al posto di blocco 69, destinazione Costabrunella. Durante quella prima notte giunsero a Malga Vallazza e fecero sosta. [...] e alle 18 del 25 agosto arrivarono a Costabrunella, dove stabilirono il comando insediandosi al terzo piano e nella soffitta della casa del custode della diga. Per prima cosa "Fumo" predispose tre posti di blocco: il primo fu istituito presso la centrale idroelettrica di Sorgazza; il secondo alla malga del Lago a circa 200 metri sotto la diga e il terzo nei pressi della Forcella Quarazza a difesa degli accessi da val Quarazza, dalla Forcella Segura e dalle valli limitrofe.

Ebbe così inizio "una delle più belle pagine della resistenza in Trentino(3)"

Diga di Costabrunella con la casa del custode, rimasta più o meno come allora - foto Edo

Il 14 settembre 1944, sotto il comando di Isidoro Giacomin, il comandante Fumo, il Gherlenda si rese protagonista di un'azione di cui riferì anche Radio Londra: la presa della caserma tedesca del Corpo di sicurezza trentino di Castel Tesino. 50 prigionieri senza colpo ferire, un importante bottino di armi, uno smacco che ai tedeschi rimase per traverso.

Il giorno dopo, il 15 settembre, il guardiano della centrale ENEL di malga Sorgazza notò nel primo mattino movimenti di truppe tedesche: intuendo cosa si stava preparando avvisò per telefono i partigiani acquartierati a Costabrunella, 600 metri più in alto fra i monti.

Alle 9 e mezza i primi tedeschi trovarono ad accoglierli poco sotto al lago i mitra di Vento, Vittoria, Renata e Leo. Ma la nebbia, quella volta, giocò contro: con la visibilità normale nessuno sarebbe riuscito ad attraversare l'area scoperta dal bosco ed avvicinarsi alla diga senza essere visto ed immediatamente falciato da una raffica; i nazisti invece sciamarono da ogni angolo occultati dalla nebbia, in 300 contro i 73 partigiani, avvicinandosi sempre più pericolosi. Le squadre di Fumo non riuscivano a vedersi nemmeno fra loro, le bombe a mano fregate il giorno prima mancavano di detonatore e non funzionavano e il comandante non riusciva più ad avere un'idea completa di quello che stava succedendo. Le cose stavano precipitando, meglio abbandonare il campo. Partì lui stesso per attraversare il vallone che lo separava da una parte dei suoi per comunicare anche a loro l'ordine di ritirata.

Gli ultimi uomini ripiegarono quando i tedeschi erano a meno di 30 metri da loro, non prima di aver ucciso l'ufficiale nazista che camminava alla loro testa. I partigiani si attestarono al sicuro sparsi fra le guglie del gruppo di Rava fino al mattino dopo quando alla spicciolata si riunirono e si contarono: mancava Fumo.

"Al mattino scesero alla diga e trovarono tutto sottosopra: anche il forno per il pane era stato distrutto. Recuperarono solo qualche coperta e poco altro. Si divisero in varie squadre alla ricerca del comandante. Fu il gruppo di “Nina”, “Renata”, “Marco”, “Menefrego” e “Portafortuna” a trovarlo poco sotto la diga con una ferita mortale alla nuca. Gli avevano portato via l’orologio e le scarpe.

16 settembre 1944, Funerali del comandante Fumo. Fonte: Croaxarie

“Nina” mi dichiarò che sul corpo non c’erano segni di arma da
fuoco. La sua convinzione era che “Fumo” fosse stato sorpreso di spalle e colpito col calcio del fucile, ma è anche possibile che sia stato raggiunto da una raffica. Il comandante fu l’unico tra i partigiani a perire durante la battaglia.(4)"

Il Gherlenda restò unito nonostante la perdita di Fumo, elesse come nuovo comandante l'ex maresciallo di artiglieria "Marco" e riprese la sua attività malgrado la perdita di tutto il materiale e degli effetti personali.

Da leggere, a mio avviso, il bel libro di Giuseppe Sittoni, Uomini e fatti del Gherlenda, che racconta la storia di questi Uomini, pubblica copie di documenti originali, le relazioni a caldo dei protagonisti, le fotografie di quei ragazzi in fretta dimenticati, i ricordi di chi visse quelle giornate e ancora le può raccontare. E camminare per quei posti dopo averli letti ha un altro sapore.

(1) Luca Girotto - La lunga trincea 1915-1918 - Cronache della grande guerra dalla Valsugana alla val di Fiemme - Gino Rossato Editore - Citazioni tratte da "Le scarpe al Sole" di Paolo Monelli

(2) Paolo Monelli - Le scarpe al sole - Edizioni libreria militare

(3) Relazione datata 6 luglio 1945 fatta dall’arciprete di Castello Tesino don Silvio Cristofolini e giacente presso l’Archivio Storico di Trento, citata da Giuseppe Sittoni qui.

(4) Giuseppe Sittoni, "Uomini e fatti del Gherlenda" edito da Croaxarie.

venerdì 14 agosto 2009

Col San Giovanni

Col San Giovanni - Lagorai

1915:
2 agosto: prima pattuglia italiana sul Col San Giovanni
26 agosto: seconda occupazione itailana del Col San Giovanni
17 settembre: terza occupazione temporanea del Col San Giovanni
19 settembre: occupazione stabile italiana di Col San Giovanni
8 novembre: occupazione austriaca di Col San Giovanni
9 novembre. riconquista italiana di Col San Giovanni
11 novembre: abbandono di Col San Giovanni

1916.
17 aprile: nuova occupazione italiana del Col San Giovanni
16 maggio: conquista austriaca del Col San Giovanni

....

1918:
2-4 novembre: ritorno degli italiani nelle valli del Vanoi e del Maso, sporadiche pattuglie sul massiccio
(massiccio del Lagorai. N.d.f.)

e nel frattempo quanti morti, per conquistare, perdere, riconquistare e riperdere Col San Giovanni? Un insignificante montarozzo, una delle posizioni strategiche poste a guardia del Vanoi e della val Campelle, della Valsugana e del Veneto.

fonte: Cima d'Asta : Gruppo di Rava e Tolvà : natura, storia, itinerari / a cura di Giuseppe Busnardo e della Sezione SAT del Tesino.
editore: Società degli alpinisti tridentini. Sezione del Tesino, 1998.
Trovato al rifugio Brentari a cima d'Asta.

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venerdì 7 agosto 2009

martedì 21 luglio 2009

Un piccolo passo, un balzo culturale enorme

Foto JRRT

La mia nonna, nata ai tempi delle candele e dei carri trainati dai cavalli, che non aveva ancora capito come funzionasse un interruttore, passò questa notte, 40 anni fa, davanti alla TV.

Il giorno dopo aveva le gambe gonfie, era stanca morta, irritabile e più incazzosa del solito (e ce ne voleva!), ma era ben conscia di aver assistito a qualcosa di immenso: lei c'era, quando Armstrong mise il primo piede umano sulla luna.

Armstrong ha fatto il famoso grande passo, ma mia nonna? Ogni tanto ci penso: quando è nata, le automobili erano così:

Benz Patent-Motorwagen "Velo". fonte Wikimedia commons

La luce elettrica, in paese, non esisteva: studiò poco, quel che serviva a una figlia femmina, alla luce delle candele, che di giorno c'erano i fratellini da accudire, la campagna, le vacche, la casa, i vecchi nonni da badare, l'acqua da andare a prendere alla fontana pubblica, i panni da lavare a mano...

Andò in viaggio di nozze, in carrozza che si era sposata con uno "solido", da Tuenno (val di Non) a Riva del Garda. Suo marito era cancelliere al tribunale, mica paglia, poteva permettersi la carrozza: un paio di giorni di strada, allora. Un'ora e mezza quando c'è traffico, adesso.

Quando è nata i fratelli Lumière erano agli inizi delle loro sperimentazioni, la radio di là da venire, la televisione nemmeno immaginata, la luna calendario per le semine, per l'imbottigliamento del vino, per le mestruazioni, per le nascite, le variazioni meteorologiche. Che ci si potesse passeggiare sopra era un'idea da ubriachi o da sognatori.

Lei, una vecchia cornacchia non molto simpatica, ha attraversato tutto questo. In 87 anni di vita ha visto le carrozze e il LEM, il grande viaggio a Riva del Garda e quello sul Mare della Tranquillità.

Nonna Alba, primi del '900.

Per forza siamo un pochino scombiccherati: come si può passare dagli asini ai missili in 2 generazioni, quando fino ad allora i mutamenti si misuravano nell'ordine delle centinaia di anni, senza rimanere un po' sconcertati?

La tecnologia corre più veloce dei mutamenti culturali, la ricerca scientifica più veloce dell'etica, la corteccia cerebrale si appoggia sul cervello del serpente che non riesce a star dietro all'evoluzione scientifica. Noi siamo gli stessi dei tempi degli egizi, il mondo che abbiamo costruito invece no.

Così sconcertati che tuttora in molti non riescono a crederci che, piccolini e un po' scemi come siamo, siamo arrivati sulla luna.

domenica 19 luglio 2009

19 luglio 1985

fonte: fondazione Stava 1985

Zorzi Agnese
7 novembre 1901 - 19 luglio 1985
Tesero (Trento)

Lanzi Lucia
4 novembre 1984 - 19 luglio 1985
Castellarano (Reggio Emilia)

nate entrambe in novembre a 83 anni di distanza. 160.000 metri cubi di fango le hanno sepolte, lo stesso giorno, il 19 luglio di 24 anni fa. Morte per incuria, sciatteria, superficialità, pigrizia, disinteresse e interessi, pubblici e privati.

Sono la più anziana e la più giovane delle 268 vittime della tragedia di Stava.

"Così si chiamavano
di Paolo Ghezzi,
direttore del Quotidiano "L'Adige" dal 1998 al 2006. Articolo scritto nel ventennale della tragedia.

Si fa presto, oggi, vent'anni dopo, a ridire Stava.
Ma ci dovrebbe tremar la voce, a ripetere o riascoltare quel nome. È stata una strage degli innocenti. È stata un'ecatombe di famiglie. Si fa a presto a dire: 268 vittime. Si fa presto a dimenticarle: sono già passati vent'anni.
Ma provate a scriverli, 268 nomi, cognomi, età e luoghi di residenza. La mano si stanca, il cuore si commuove a rileggere, soprattutto i più piccoli e i più vecchi, quelli più fragili, meno esperti o troppo stanchi: Lorenzo, 11 anni; Giovanni, 10 anni; Felicita, 83 anni; Alice, 3 anni; Anna, 83 anni; Riccardo, 10 anni; Elisabetta, 8; Sara, 1 anno; Cristina Laura, 8 anni; Stefano, 9; Tommaso, 6; Emanuele, 2 anni; Cristina, 9; Ilaria, 4; Massimo, 6; Laura, 2 anni; Marco, 4; Massimo, 9; Giovanni, 83 anni; Matteo, 3 anni; Lucia, 8 mesi; Bruno, 83 anni; Giuseppa, 79; Massimo, 5 mesi; Pasquale, 84 anni; Emanuele, 1 anno; Filippo, 8 anni; Giorgio, 8; Edoardo, 9 mesi; Alessandro, 10 anni; Stefano, 10; Daniele, 3; Elena, 7; Raffaele, 5; Riccardo, 10 anni; Maria Grazia, 9; Patrizia, 1; Erica, 8 anni; Agnese, 83 anni. E poi tutti gli altri.
Erano mariti e mogli, padri e madri, figli e figlie, nonni e nipoti, zii e cognati. Erano famiglie italiane qualunque: quelle brianzole, o milanesi, o reggiane, o venete, o romane, o marchigiane in vacanza; erano gli operai trentini o le cameriere sarde che stavano lavorando lassù; erano i teserani che avevano gli alberghi o le case spazzate via.
Rileggiamoli, oggi, tutti quei nomi. Ci sono quelli demodé degli anziani (da Desdemona a Colomba), ci sono quelli dei figli degli anni Ottanta: i Marco, i Massimo, le Ilaria, le Erica. Ci sono i nomi nostri, quelli di tutte le nostre famiglie. C'è tutto un microcosmo di Italia inghiottito e spazzato via.
E siccome ai morti non si può chiedere scusa, il Trentino - oltre a celebrare giustamente i soccorritori - deve chiedere perdono ai familiari di quelle 268 persone spazzate via dal piccolo grande orrendo tsunami montanaro originato dall'insipienza umana: degli industriali che sfruttavano la miniera e degli amministratori e dei funzionari che non controllavano, di chi chiuse gli occhi, di chi non capì, di chi sottovalutò i segnali di pericolo.
Sì, torniamo a chiedere perdono a chi vive con l'offesa di una morte assurda. E torniamo a fare memoria dei loro nomi. Dei bambini e dei vecchi già nominati e di tutti gli altri cancellati dal fango.
Si chiamavano: Claudina, Vitale, Salvina, Felice, Armando, Renata, Roberto, Marina, Michele, Antonia, Carmela, Francesco Vito, Rosa, Luciana, Giovanni, Cesare, Renata, Natalina, Angelo Emilio, Giuseppe, Carla, Fausto, Pierangela, Celeste, Roberto, Marisa, Riccardo, Mara, Claudio, Luciana, Michelina, Tullio, Enzo, Cesira, Andrea, Agostino, Ottavia, Arturo, Elide, Maria Assunta, Maria, Renata, Giuseppe, Davide, Adriano, Angela, Anna, Giancarlo, Teresa, Deborah, Ennio, Maria, Irlanda, Lanfranco, Maria Enrichetta, Francesco, Valentina, Antonietta, Silvana, Colomba, Alcide, Norma, Andreana, Carlo, Claudio, Lucio, Maria Clementina, Giovanni, Maddalena, Manuela, Paolo Maria, Davide Maria, Giuseppe, Livia, Donato, Patrizio, Fabio Massimo, Gabriella Gemma, Marzio, Maria Grazia, Andrea, Massimo, Federico, Anna Maria, Armando, Valter, Rosella, Carlo, Maria Agnese, Giovanna, Rosanna, Maria Rosa, Matteo, Eliana, Giuseppe, Giovanna, Stefano, Maria Pasqua, Wanda, Anna, Alessandro, Giulio, Cesare, Kurt, Geltrude, Lucy, Olga, Rinaldo, Lucia, Andrea, Renzo, Lidia, Rossella, Wilma, Vera Rosaria, Gaetano Giuseppe, Elodia, Maria Luigia, Rosa, Iole, Nella, Adele, Fernanda, Athos Carlo, Elda, Antonio, Marcello, Ernesta, Liana, Luciano, Maria, Mario, Dolores, Giuseppe, Giuliano, Sandra, Ignazio, Enza, Mario, Lilliana, Lucia, Ottorino Salvatore, Laura Giuseppina, Fiorella, Clara, Maria Grazia, Stefano, Guido, Desdemona, Antonietta, Paolo, Valentino, Anna, Luigina, Rolando, Giuliana, Sandro, Alda, Aldo, Italia, Bruna Virginia, Michela, Mario, Giuseppina, Ciro, Virginia, Maria Rosaria, Mariano, Santa, Alessandra, Guido, Maria Chiara, Andrea, Emilio, Matilde, Aldo, Santina, Arturo, Maria, Arrigo, Alessandro, Noemi, Elsa, Amos, Luciana, Pasqua, Anna Maria, Clementina, Angela, Claudio, Anna, Luigi, Romana, Nicola, Ida, Ulisse, Olimpia, Maria, Rita, Adriano, Giacomino, Margherita, Mario, Cecilia, Severina, Alessandro, Franca, Luigi, Caterina, Maria Grazia, Egidio, Maria, Adriano, Paola, Leonardo, Gilberto, Doriana, Ivana, Clementina, Gianfraco, Rita, Paolo, Elvira, Giuliana, Enrico, Lorenzo, Massimiliano, Paolo, Silvia Maria.
Vite ingoiate dal fango. Nomi da non abbandonare nel buio. Così, si chiamavano.*"

(*) fonte: sito ufficiale della fondazione Stava 1985

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lunedì 27 aprile 2009

Montagne Ribelli: intervista con l'autrice

(post modificato dopo la pubblicazione con l'aggiunta del link al video della presentazione)

Ieri sera a Trento Paola Lugo ha presentato "in anteprima italiana" Montagne Ribelli. (Che vuol dire anteprima italiana, visto che il libro è già disponibile da un po' in libreria e ce l'ho sulla scrivania da almeno una settimana?)

Stefano Fait l'ha intervistata per il quotidiano Alto Adige di ieri 26 aprile e qui trovate il testo integrale dell'intervista (più una coda di un altro articolo sui film in programma al Filmfestival che non c'entra un cavolo).

Questa la scheda dell'autrice pubblicata sulla quarta di copertina del libro:
"
Paola Lugo (Bologna 1959), vicentina d'adozione, insegnante di italiano, alpinista, giornalista e scrittrice, già responsabile culturale del CAI di Vicenza, collabora con la casa editrice Antersass, specializzata in libri e film sulla montagna."

Cito un passaggio dell'intervista, più inerente all'ambiente e al nostro futuro che alla Resistenza, e alla domanda che mi facevo ieri: c'è avvenire per la montagna vera, non palestra per i giochi dei cittadini viziati, ma territorio di chi ci lavora e ci vive?

La lapide a memoria di un partigiano, sull'Altopiano di Asiago. (fonte CAI di Asiago)

"Nel suo Memoria della Resistenza, Mario Spinella ripensa alle sue esperienze sull’Appennino ed evoca “un paradiso possibile, a portata di mano, solo che si spezzino le dolorose barriere delle classi, dei ceti, delle abitudini figlie della disuguaglianza. Spesso... sono indotto a ritenere che allora noi toccammo con mano una più alta forma di civiltà”. E adesso?
La speranza è l’ultima a morire. Nella montagna di oggi spesso si sopravvive o ci si arrende, ma ho incontrato anche piccole isole, tentativi di resistenza, e non sono pessimista. Un’altra forma di civiltà esiste già anche solo nel semplice rispetto con il quale chi vive in montagna agisce sul paesaggio. Lo stesso ritmo dell’esistenza è più sostenibile. Questo modello di vita e società è il filo che lega partigiani e montanari di oggi."

Qui il video della presentazione a cura del FilFestival di Trento

giovedì 23 aprile 2009

"..un muto bisogno di decenza" (*)

Paola Lugo
Montagne ribelli.
Guida ai luoghi della resistenza
Editore Mondadori  (collana Oscar storia)
anno 2009,
pagine XIX-179 p., ill., brossura,
€ 13
ISBN: 978-88-04-58839-9

Quarta di copertina: "Fin dal Medioevo le montagne sono state ricettacolo, o rifugio, per ogni sorta di ribelli: vagabondi, fuorilegge, streghe, eretici, servi fuggiaschi. Niente di più naturale, allora, per quei giovani che l'8 settembre 1943 scelsero la disobbedienza al regime di Salò, che salire in montagna. E in montagna iniziarono a camminare." E cammina, alla lettera, anche l'autrice tracciando per noi dieci itinerari nei luoghi della Resistenza di scrittori come Calvino, Fenoglio, Ettore Castiglioni; luoghi, che nelle loro pagine troviamo a volte descritti altre volte solo citati o accennati, dove li portò la scelta di andare a combattere in montagna, fatta per "un muto bisogno di decenza" come scrive Santo Peli, citando Primo Levi, nella bella prefazione.

E Paola Lugo camminando  racconta: quello che vede lei, quello che in quei posti videro i suoi autori, quello che in quei posti accadde. Persone vere incrociano personaggi letterari, luoghi reali ospitano racconti di fantasia accanto a ricordi di avvenimenti storici.

Per ogni camminata c'è una scheda che sintetizza tempi di percorrenza, dislivelli, quota massima raggiunta, difficoltà, breve descrizione dell'itinerario e "libri guida": le orme di che scrittore e di che personaggio stiamo seguendo. Una poco dettagliata e non esauriente cartina serve per farsi un'idea del percorso e della zona dove si svolge.

Accompagnano ogni escursione numerose fotografie storiche, che ritraggono i protagonisti o i paesaggi narrati.

Paola Lugo cammina per i sentieri delle Dolomiti bellunesi nei Monti del Sole e nei Piani Eterni sulle tracce di Luigi Meneghello e del suo "I piccoli maestri". Sotto l'Antelao verso il rifugio Galassi cammina insieme a "I giorni veri" di Giovanna Zangrandi, al secolo Alma Bevilacqua, alpinista, scrittrice e partigiana per volontà della quale è stato costruito il Rifugio Antelao a Sella di Pradonego. Ancora Meneghello e i suoi Piccoli maestri accompagnano virtualmente Paola sull'Altopiano di Asiago alla ricerca dei posti narrati da Mario Rigoni Stern nel racconto "Un ragazzo delle nostre contrade" pubblicato nel volume "Ritorno sul Don".

Il sentiero successivo segue i passi di Ettore Castiglioni, grande alpinista, partigiano in Valpelline, molto più famoso del suo biografo Marco Ferrari. Emozionante la fotografia di pagina 66 nella quale sono ritratti, davanti alle baite dell'Alpe Berio, i membri della "piccola repubblica indipendente": Castiglioni e i suoi compagni.

Ovviamente non poteva mancare una camminata sulle Langhe a San Bovo di Castino insieme alla Resistenza antiretorica del Partigiano Johnny. E anche qui due foto emozionanti: due gruppi di partigiani fra i quali si riconoscono Pietro Balbo "Poli", il Comandante Nord, ed Enrico Martini Mauri, Comandante Lampus.

Il Comandante Lampus (fonte: parco paesaggistico letterario langhe monferrato roero)

Calvino accompagna Paola Lugo sul "sentiero dei nidi di ragno" nei monti liguri, McBride sulle Apuane al rifugio Rossi alla Pania di Miracolo a Sant'Anna. L'Appennino Tosco Emiliano è visto con gli occhi di Francesco Guccini e di Loriano Macchiavelli sui sentieri di Tango e gli altri, anche se proprio quei sentieri non esistono. Il Molino del Turco è solo nella testa dei due autori e la "Piana del Falchetto" si cercherebbe invano sulle cartine. I paesaggi e le atmosfere però esistono eccome, e anche uno dei personaggi del libro, Toni: Antonio Giuriolo, già incontrato con Meneghello, e sul suo sentiero Paola muove i primi passi in Appennino.

Agnese di Renata Viganò è la guida per le valli di Comacchio e l'argine del Reno ed è l'ultima dei nostri accompagnatori: infatti "Ci sono luoghi che aspettano che qualcuno scriva la loro storia" come la val Vajont e la val Mesath dell'ultimo capitolo: ci prova Paola Lugo con l'aiuto di Mauro Corona a scriverne un pezzettino in attesa di un narratore di razza.

Serviva, c'è da chiedersi, un altro libro sulla Resistenza, questo libro sulla Resistenza?

"... sull'Altopiano di Asiago, mentre raccontavo a un gruppo di amici le morti tragiche avvenute ai Castelloni, un trentenne mi ha interrotta, definendole morti inutili, volute da Stati che mandano a morire soldati ignari «per allargare i propri confini». I suoi sguardi un po' perplessi davanti ai miei successivi tentativi di spiegazione mi han fatto capire che di Resistenza e di 8 settembre non aveva mai sentito parlare". Possibile? Possibile che si faccia, come racconta l'autrice, spesso confusione fra la prima guerra e la Resistenza al punto che per il gestore di un rifugio "peraltro gentilissimo e subito dopo interessato e quasi confuso della propria ignoranza, la prima risposta è stata un veloce «Ah ma qui non c'è stato il fronte, gli austriaci non sono mai arrivati». Eppure la parola «partigiani» l'avevo detta e ripetuta più volte."

Forse si, in quest'Italia ignorante e smemorata, serviva.

(*) Primo Levi, Se non ora, quando?, Einaudi