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lunedì 4 novembre 2013

La cultura al macero

E no, non sto facendo l’ennesimo pippone tipo “signora mia” “o tempora o mores” e “l’ignoranza dilaga”. Per quanto…

Questo post è un requiem per una libreria cooperativa storica di Bolzano, e quando chiude una libreria è sempre una gran perdita per una città. Per Bolzano poi, città che non pullula di librerie, e dove negli ultimi anni hanno buttato la spugna diversi librai.

shapeimage_4Oggi è iniziata la svendita da KoLibri, che a fine mese chiude i battenti. Per qualche giorno tutti i 12.000 titoli presenti in negozio al 30% di sconto per poi, se resta ancora qualcosa, abbattere i prezzi in modo da far fuori tutto: quello che non viene venduto verrà portato al macero. Già, libri al macero, mi piange il cuore. La liquidazione della cooperativa, oberata dai debiti, non permette altra soluzione: il liquidatore spiega che per legge non è possibile privilegiare alcuni creditori rispetto ad altri quindi non è possibile restituire l’invenduto agli editori, nemmeno a quelli che li ritirerebbero volentieri. Per quello è partita la campagna “adotta un libro”, per evitargli la triste fine del macero (mi torna in mente, a proposito, il bellissimo “una solitudine troppo rumorosa” di Bohumil Hrabal).

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foto KoLibri

Riuscite a non piangere, bolzanini, pensando a tutti questi libri distrutti? Sono passata oggi pomeriggio, la cassa scampanellava con insistenza: pare che la svendita sia iniziata bene.

D’altra parte non era la mancanza di clienti il grosso problema: il negozio è in un posto centralissimo, a due passi da piazza Walter; ha (aveva) una scelta di titoli interessante, sia testi in lingua italiana che in lingua tedesca (come mi piacevano le loro vetrine bilingui!). Multilingue e multietnica era anche la clientela.  E anche un po’ alternativa. KoLibri nasce infatti dalle ceneri della libreria “la Sinistra” e ha mantenuto poi sempre quel carattere aperto pluriculturale e anticonformista, sia nella scelta della saggistica sia negli eventi che, periodicamente, organizzava nell’ammezzato.

La cooperativa può vantare, fra chi è stato socio o chi lo è ancora, persone come Alex Langer, Benno Simma, che ne propose il nome e ne disegnò il logo, lo storico Giorgio Delle Donne (Firefox mi chiude da solo la sua home page senza dirmi il motivo), gran parte dell’intellighenzia bolzanina.

No, non è colpa di IBS o di Amazon, né dell’ebook: come si legge  in un’intervista rilasciata da Renato Bariletti, uno dei soci dipendenti, a Fabio Zamboni sul quotidiano Alto Adige on line del 13 ottobre scorso:

«La cosa triste – spiega Bariletti è che lo spirito ideale con cui una cooperativa gestisce un’attività come questa deve scontarsi con il cosiddetto mercato. E ancora più triste è che non chiudiamo perché vendiamo meno libri: negli ultimi anni siamo stati in costante crescita e lo scorso anno abbiamo avuto un aumento di vendita del 16 per cento, in un mercato italiano che era a meno 10».

E allora? «E allora sono stati i debiti accumulati, ad ammazzarci. Quelli pregressi, aumentati accanto a quelli sostenuti per l’ultimo rinnovo dei locali un paio d’anni or sono e per l’acquisto di un programma di gestione bilingue. A Bolzano nel frattempo hanno chiuso altre quattro librerie – Libri & libri, Librolandia, quella in piazza Adriano e quella in via San Quirino. E noi invece di poterne “approfittare” ci vediamo costretti a chiudere. La vera concorrenza, comunque è arrivata dalle librerie gestite direttamente dagli editori, come Giunti. Loro hanno condizioni molto più favorevoli, hanno la merce al prezzo di costo».

E internet ha inciso sulla vostra fine? «In parte sì, molti acquistano online o scaricano, ma la concorrenza non viene da lì. E nemmeno dall’ebook: qui a Bolzano, poi, ne circolano davvero pochi».

Su “Salto”, il “portale bilingue di informazione e social network altoatesino” come si autodefinisce, Gabriele Di Luca fa un’analisi un po’ più profonda: “Forse, per trovare una risposta, bisognerebbe tirare in ballo il collasso di un intero mondo. Non solo quello della “sinistra alternativa”, ma più in generale dell’impegno interetnico e culturale lentamente prosciugatosi, o comunque non più capace di stringersi attorno a uno dei suoi simboli più riconoscibili. La crisi del settore, la possibilità di acquistare libri in rete e la nascita di punti vendita alternativi, filiali delle grandi catene, ha fatto il resto.”

Un’amica che bazzica attivamente KoLibri mi raccontava di una storia simile a Trieste. Ma a Trieste si è mosso Claudio Magris, che in quella libreria è uso giocare a scacchi, e una soluzione si è trovata. Qui non abbiamo Magris e Langer purtroppo non c’è più. Ora tutti si stracciano le vesti ma (Sempre De Luca): “Quando, nei mesi scorsi, già era nota la difficilissima situazione nella quale versava Kolibri, avevo più volte contattato Silvia Maranelli per convincerla a denunciare la situazione, rivelandola così a un pubblico più vasto. Ma il messaggio era sempre quello: “Aspettiamo, forse si può ancora fare qualcosa, e creare allarme, in un frangente del genere, sarebbe peggio”. Una comunicazione più tempestiva avrebbe cambiato qualcosa? Se qualcuno avesse potuto intervenire, forse, l’avrebbe fatto anche senza attendere l’eventuale clamore della notizia. La speranza non è comunque bastata e le parole che avete appena letto, purtroppo, hanno il sapore delle considerazioni postume.

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foto Salto

Ora spuntano tante persone che, pur sapendo dei problemi, non sapevano che “Dei 230 soci iniziali si è passati agli attuali 77. Ma soltanto 22 fanno ancora parte del vecchio gruppo, precedente cioè il tentativo di creare un’inversione di tendenza (mediante l’acquisto di una tessera al costo di 100 euro una tantum e una politica di sconti ai soci) che poi però non ha dato i frutti sperati”; persone disposte a pagare i 100 euro per dare una mano. Sarebbero bastate? Probabilmente no. Avrebbero solo spostato il problema strutturale e culturale di un po’ di tempo. Però a mio avviso è mancata un’informazione a tappeto, un po’ di spam insomma, dove non hanno saputo arrivare gli addetti ai lavori forse qualcosa potevano fare i clienti.

Dei se e dei ma sono piene le fosse.

Bolzanini, abbandonereste il vostro migliore amico? No, vero? Allora adottate un libro! Non lasciate che vada al macero!

KoLibri, ci mancherai.

link:
Exit Kolibri
Adotta un libro. KoLibri svende tutto per evitare il macero
Chiude «Ko-libri» la libreria alternativa fondata nel 1978
L’AMARCORD: «Quei primi passi in via della Roggia»

giovedì 21 marzo 2013

Il gatto in un appartamento vuoto

21 marzo, giornata mondiale della poesia.

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Morire – questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.
Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.

Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c’era qualcuno, c’era,
e poi d’un tratto è scomparso,
e si ostina a non esserci.
In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Cos’altro si può fare.
Aspettare e dormire.

Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all’inizio niente salti né squittii.

Wisława Szymborska premio Nobel per la letteratura 1996

(ciao Anna, te ne sei andata davvero troppo presto!)

mercoledì 17 febbraio 2010

Telemark? Telemark!

All’ inizio degli anni 2000 mancano video decenti sul Telemark, sia video didattici che documentari. I produttori specializzati in film di montagna del Telemark, quando andava bene, se ne disinteressavano, altri se ne facevano proprio beffe. Così nel 2005 Nils Larsen, Dave Waag, e Naheed Henderson fecero una spedizione nei Monti Altaj, catena montuosa lunga circa 2000 chilometri situata fra la Mongolia e la Russia nel sud della Siberia, alla ricerca di un popolo che da secoli si sposta muovendosi sugli sci, si costruisce gli attrezzi con l’accetta partendo dal tronco dell’albero, e che scia… Telemark.

Ma non solo: in occidente abbiamo scoperto l’acqua calda. Da qualche anno si vedono infatti i raider girare con i nuovi Fatski, quegli sci larghissimi (e non proprio bellissimi) che pare abbiano un’eccezionale capacità di galleggiamento in neve fresca. Ma pensa! I nipoti di Gengis Khan lo sapevano da un bel po’!

Insomma, Larsen & C. sono tornati altre 3 volte fra quel popolo di strambi sciatori, hanno girato diverse ore di video e quello che era partito come un progetto didattico è diventato un film: “Skiing in the Shadow of Genghis Khan/Timeless Skiers of the Altai ” che rende, finalmente, al Telemark il giusto tributo.

Il film è acquistabile qui a $ 24.95

Il trailer è splendido, tutto da vedere, fantastica la sequenza della costruzione dello sci: Trab, Atomic, DYnastar? Pippe, altroché! 

 

Per chi volesse approfondire, domani a partire dalle 20 sulla pista Doninz – Gardenaccia a La Villa in val Badia si tiene la prima serata de “La Falda” (La piega), festa del Telemark: istruttori nazionali e maestri di sci faranno dimostrazioni di discese a tallone libero e mostreranno le tecniche più adatte ai vari tipi di neve: si potrà provare a cadere con la tecnica classica,

 

oppure a fare degli splendidi voli a pelle d’orso con la tecnica dell’Alpenstock (con un bastone solo)

 

ma si potranno anche fare voli rovinosi sciando a quattro zampe con il doggystyle (no, non è una roba porno!):

 

Alla fine, vin brulè per tutti.

La seconda serata, per chi è ancora tutto intero, sarà il 25 marzo, sempre a La Villa in Badia.

fonti:
telemarktribe
Freeheels, il sito del progetto Altai

venerdì 18 dicembre 2009

Avete mai assistito a un'alba sulle montagne?

Mario Rigoni Stern

Domando tante volte alla gente: avete mai assistito a un’alba sulle montagne? Salire la montagna quando è ancora buio e aspettare il sorgere del sole. È uno spettacolo che nessun altro mezzo creato dall’uomo vi può dare, questo spettacolo della natura.
A un certo momento, prima che il sole esca dall’orizzonte, c’è un fremito. Non è l’aria che si è mossa, è un qualche cosa che fa fremere l’erba, che fa fremere le fronde se ci sono alberi intorno, l’aria flessa, ed è un brivido che percorre anche la tua pelle.
E per conto mio è proprio il brivido della creazione, che il sole ci porta ogni mattina.
E sentirai per esempio il canto del codirosso, poi sentirai il pettirosso, poi magari vedrai un capriolo. Sì il capriolo è un animale notturno, incominci a vedere che rientra nel bosco, lo individui e poi sparisce, l’immagine che esce da lì è quella del cervo e quando poi magari, quando il cielo è chiaro e le stelle sono sparite, ti accorgi che sopra di te vola un’aquila.
Ma prima hai sentito il brivido.

tratto da: RITRATTI Mario Rigoni Stern (1999) di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini

inserito su youtube da maurihal100

domenica 22 novembre 2009

Numeri

Trentino, ruderi di una malga abbandonata

190.568: chilometri quadrati delle Alpi

13,9 milioni: abitanti sulle Alpi

13 mila: specie vegetali sulle Alpi

87 mila: chilometri di strade di montagna sulle Alpi

2136: chilometri di piste da sci sulle Alpi nel 1977

6943: chilometri di piste da sci sulle Alpi nel 2007

2024: impianti di risalita sulle Alpi

10 milioni: posti letto turistici sulle Alpi

5954: Comuni sulle Alpi

-60%: popolazione nelle frazioni alpine dal 1980

-32%: popolazione in quota nelle valli alpine dal 1980

300: km quadrati di pascoli falciati in Trentino nel 1980

190: km quadrati di pascoli falciati in Trentino nel 2007

440 euro: premio UE annuo per sfalcio a ettaro fino al 2006

260 euro: premio UE annuo per sfalcio a ettaro dopo il 2006

3123: aziende agricole di montagna in Trentino nel 1990

950: aziende agricole di montagna in Trentino nel 2007

36 mila: vacche in alpeggio in Trentino nel 1970

8 mila: vacche in alpeggio in Trentino nel 2007

45 mila: vacche in Trentino nel 2007

700: malghe attive in Trentino nel 1970

300: malghe attive in Trentino nel 2007

90 mila: ettari a pascolo in Trentino nel 1980

35 mila: ettari a pascolo in Trentino nel 2007

57 anni: età media popolazione sulle Alpi

72 anni: età media piccoli contadini sulle Alpi

470 mila: abitanti del Trentino

5 milioni: turisti in Trentino

305 mila: soci Cai in Italia

24 mila: soci Sat in Trentino

12%: pernottamenti nei rifugi sotto i 18 anni

-50%: superficie ghiacciai alpini negli ultimi 100 anni

-30%: superficie ghiacciai alpini negli ultimi 20 anni

fonti: ANAS, Cipra, Cai-Sat, Istat, Pat, Wwf, Federcaccia

ma soprattutto, fonte:

Visetti Giampaolo
Ex Italia. Viaggio nel paese che non sa più chi è

Editore: Baldini Castoldi Dalai  (collana Le boe)

anno: 2009
pagine: 240, brossura
€ 17

ISBN 978-88-6073-598-0

Analisi disperante e spietata di una nazione spaventata, sempre più povera e sempre più sola, che si è venduta il territorio, il paesaggio e l’arte; che ha perso la maggior parte dei suoi abilissimi artigiani e la capacità del lavoro ben fatto, ma ha anche chiuso le fabbriche e, come in Piemonte, sta chiudendo i centri commerciali; che ha spopolato la montagna ma l’ha ricoperta di impianti di risalita. Giovani e vecchi uniti dalla mancanza di futuro, dall’assenza della famiglia, dalla solitudine e dal silenzio. E, spesso, dalla bottiglia.

Me lo sto divorando come se fosse un giallo mozzafiato, con un senso di disagio crescente, con imbarazzo, quasi fastidio fisico.

Visetti, giornalista di Repubblica, ex direttore dei quotidiani locali L’Adige, Trentino, Alto Adige e Corriere delle Alpi, attraversa tutta l’Italia, in lungo e in largo, e dedica un capitolo per ogni regione, uno per le due provincie autonome Trentino e Sudtirolo (non lo chiama MAI Alto Adige), mettendo a fuoco la particolare problematica di ognuna allargando lo sguardo sul resto del territorio. Difficoltà endemiche che la crisi ha peggiorato, punti di forza che si sono trasformati in enormi problemi, insicurezza, povertà, xenofobia mentre i giornali si occupano delle nozze di Briatore e del crocifisso in aula.

Ogni capitolo però contiene anche un seme di speranza: due ragazzi che riaprono una malga abbandonata e si dedicano alla produzione di formaggi, il nuovo bisogno di spiritualità, il nuovo turista soft che cerca agritur, rapporti umani e camminate nei boschi (e non li trova), invece che piste, impianti di risalita e wellness.

Insomma, accatatevillo!

martedì 27 ottobre 2009

Il bello, il brutto e l'irrimediabile

Albergo in Val di Sole (si vede che è decorato di rosa e azzurro?)

L'altro dì mi è arrivato "La Val", bollettino quadrimestrale del Centro Studi per la Val di Sole, che si apre con un editoriale di Alberto Mosca, studioso, scrittore e membro del direttivo dell'associazione. Mosca riferisce del convegno, organizzato da Italia Nostra il 19 settembre, che ha raccolto un'ottantina di persone in un magnifico vecchio palazzo solandro, attorno ad un argomento che, come ben sa chi mi legge perche' l'ho doverosamente già annoiato in proposito, mi sta parecchio a cuore: "Paesaggi sensibili - Il paesaggio storico, risorsa per il futuro: riferimenti alla Val di Sole”.

Incollo qui il suo editoriale, poi, a rate, che è roba lunga e noiosa, parte dei commenti usciti sui quotidiani a ridosso del convegno.

"I PIÙ BELLI E QUELLI CHE SONO ANCORA IN TEMPO

di Alberto Mosca

La Val di Sole è ancora in tempo: oggi si gioca il suo futuro, la scelta tra conservare e valorizzare il pro­prio "paesaggio sensibile" ovvero distruggere il pa­trimonio storico dato da secoli di storia e cultura. Questa, in estrema sintesi, una delle conclusioni cui è approdata la recente giornata di studio che Italia Nostra ha portato a Terzolas per parlare di "pae­saggi sensibili" e in particolare di "paesaggio storico, risorsa per il futuro" prendendo a riferimento la Val di Sole. Un tema sul quale torneremo. Tante sono state le brutture, le violenze, le distru­zioni di memoria portate avanti in questi ultimi anni, ma tanto rimane intatto e bisognoso di cura e rispetto, per dare a noi una cultura viva e consa­pevole e al turismo quella qualità così necessaria per vincere le sfide dei mercato odierno. Altrimenti avremo presto tante "pizzerie napoletane" (così è stata definita casa Framba di Cogolo dopo il de­vastante lavoro di "recupero" di qualche anno fa) e nessuna testimonianza tangibile di secoli di vita sulla montagna solandra.-"

Prima... Dopo
Casa Framba com'era non l'ho trovata, ma anche casa Mocatti a Monclassico rifatta in stile tirolese rende bene l'idea. (fonte Questotrentino che dedicò già nel 2006 all'argomento un articolo interessante: Vandali in casa


"I relatori, assai qualificati, hanno mostrato via via l'evoluzione dei paesaggio urbano solandro dalla metà dei XIX a oggi, alcuni casi tra i più eclatanti di malgoverno dei paesaggio, in più di un caso trattati anche sulle pagine della nostra rivista. In questo senso giova ricordare che, nel lontano 1999 proprio La Val lanciò un dibattito, che si rivelò assai vivace e non privo di accenti in­fuocati, sulla "metamorfosi di un paesaggio", con un convegno dedicato e ricco di contenuti. Purtroppo in molti casi rimasti lettera morta. Ma il malgoverno dei territorio solandro, è emerso dalla giornata di studio di Terzolas, è per la maggior parte imputabi­le alla fine della tutela dei paesaggio a livello com­prensoriale: consegnare ai comuni competenze così importanti e delicate, caricando le fragili spalle delle commissioni edilizie della tutela dei territorio ha provocato gravi scompensi, come dei resto ammes­so dagli stessi funzionari provinciali presenti come relatori alla giornata di studio: con buona pace di chi, anche tra i nostri sindaci, si dice convinto che in questi ultimi anni non sia accaduto nulla di grave. Nella speranza che la nuova comunità di valle, ov­vero ritornando ad un modello di gestione sovra­ c
omunale dei paesaggio, possa dare quelle risposte così necessarie. Le decine di esempi proposti, le im­magini eloquenti, ben distribuite lungo tutta la valle, ci dicono che tanti errori sono stati fatti. Ma ci con­fermano altresì che parliamo ancora di episodi, fre­quenti sì ma che non sono la normalità."

Mezzana, Val di Sole.

"II messaggio finale dato dalla giornata è stato positivo: siamo a un punto di non ritorno, oltre il quale vi può essere la rovina totale o al contrario una presa di coscienza che ci permetta di essere i migliori gestori dei pa­esaggio solandro. Insomma, siamo ancora in tempo. A patto che amministratori, progettisti, committenti prendano coscienza dei propri ruoli, accantonando per sempre quel sistema paesano di commistione di interesse, quel sottobosco di convenienze che fanno l'interesse dei momento ma ci privano di un bene di lungo periodo. E a ben vedere il paesaggio è l'unico vero bene che rimane alla valle, sia in termini di identità che di vendibilità turistica. Nel frattempo, a pochi chilometri da noi, altri paesi trentini, Rango di Bleggio e San Lorenzo in Banale festeggiavano con oltre 70 delegazioni provenienti da tutta Italia il quarto "Festival dei Borghi più belli d'Italia". Profumi e sapori da tutte le regioni italiane (mancavano solo Valle d'Aosta e Sardegna) arrivati per celebrare la capacità di alcuni borghi "i più belli d'Italia" di mantenersi intatti nella fisionomia data loro dalla storia e dalla cultura locale."

Val di Sole, arredo urbano

"Borghi che nel passato hanno pagato e duramente, uno stato di isolamento e di arretratezza che ora diventa la loro principale ricchezza, una vera e propria miniera d'oro che li porta a essere conosciuti e valorizzati a livello nazionale. E nel corso del convegno legato al Festival, nella cornice di Castel Stenico, il prof. Massimo De Marchi, docente di geografia sociale all'Università di Padova, ha sottolineato argomenti che potremmo fare nostri, nell'ottica di un nuovo rapporto con il paesaggio. Esso deve diventare, ha spiegato De Marchi, "patrimonio sociale" degli abi­tanti di un luogo, grazie alla costruzione di identità, unione e partecipazione. Serve che il borgo diventi proprietà collettiva, paesaggio della cittadinanza: un paesaggio costruito che sia anche paesaggio sociale. Perché è di tutti, e tutti ne siamo responsabili."

Tutti ne siamo responsabili!

venerdì 4 settembre 2009

Mi rubano il lavoro!

Oggi sul quotidiano Alto Adige:

"I tre comuni dell’Alta Badia vogliono - con le regole precise in edilizia - salvare l’architettura tipica della valle dove le brutture, purtroppo, non mancano. Badia, Corvara e La Valle a tal proposito hanno nominato due esperti perchè predispongano la bozza di un regolamento che, il prossimo anno, verrà recepito dai tre Comuni. I tre Comuni di Badia, Corvara e La Valle hanno discusso di recente sull’elaborazione di eventuali direttive su come costruire o meglio non costruire per mantenere il carattere ladino delle costruzioni della valle. Per una maggiore sensibilizzazione nei confronti della tipica architettura ladina e dell’Alta Badia verranno organizzate delle manifestazioni da parte di Alto Adige Marketing assieme alla Camera degli architetti ed anche al Consorzio dei Comuni."

Volete dire che chiudo il blog "caccia al kitsch" prima ancora di  pubblicare un post?

Per fortuna resta la Val di Sole (Trentino) che mi offre tutto il materiale che mi serve.

Per esempio, Mezzana, paesino in mezzo ai monti, a 900 metri s.l.m., meno di 900 abitanti, che gravita economicamente tutto attorno alla stazione sciistica di Marilleva. E dove arriva lo sci se ne vanno l'identità e la storia.

Lo stesso posto a distranza di una sessantina di anni.

Che c'azzecca quella pensilina attorno alla fontana, rifinita in acciaio satinato e l'altrettanto satinata ringhiera che si vede qui sotto?

Non si ferma nessun bus lassù, in centro storico, dove non si può decidere il colore delle persiane ma dove si possono rifare i vecchi ponti di legno in questo modo:

Il palazzotto che si vede in secondo piano è casa Maturi, del XVI secolo, del quale il paese è giustamente orgoglioso. Attorno al quale però si distrugge sistematicamente la memoria.

Sono sicura che l'amministrazione comunale ha fatto quello che riteneva meglio, quel che pareva più bello e pratico, più moderno ed ergonomico. Ma nessun architetto di quelli interpellati ha detto loro che è meglio conservare e recuperare invece che cancellare.

Son mica brutti i ponti, con i faretti incassati nei montanti, li avessero messi a Bolzano per esempio; nemmeno la pensilina, se fosse una pensilina e non fosse nel micro centro storico di un antico minipaese. Le ringhiere satinate invece sono orribili tout court.

Speriamo che chi stila le regole per la val Badia non siano gli stessi consulenti di Mezzana!

Lo sostengo da un bel pezzo: strangolarli in culla, gli architetti!

(Per chi temeva una deriva buonista della sottoscritta dopo le ferie :D )

mercoledì 26 novembre 2008

Finito non finito

plattnerKarl Plattner (***)

Dopo alcuni anni di lavori, nel 1977 venne inaugurato e restituito alla città Schloss Maretsch, castel Mareccio. Fra le varie feste e manifestazioni forse l'evento più importante fu la mostra antologica dedicata a Karl Plattner, pittore di respiro internazionale, nato in val Venosta, cittadino del mondo, che rimase però legato fortemente alle sue radici altoatesine anche nelle sue opere.

In quel tempo il mio babbo era direttore dell'Azienda di Soggiorno, proprietaria del castello, e per un paio di anni tutto il suo e nostro mondo ruotò attorno al restauro: ferie saltate, racconti, preoccupazioni, nottate, consigli di amministrazione, coliti, incontri con esperti, consulenti, restauratori, personaggi stranissimi, che finivano spesso a cena a casa nostra. E per la durata dell'esposizione mezza famiglia, amici e conoscenti si trovarono coinvolti nella mostra di Plattner: chi a fare il guardiano notturno, chi quello diurno (che tuttora, dopo giornate intere fra le sue opere, di Plattner non ne può più), chi alla reception, chi al bookshop. Ne ho riparlato l'altro giorno con Ale (bookshop), anche lei si ricorda con simpatia questo signore gentile, serio e sottile, così intrinsecamente triste ed elegante, che portava nello sguardo l'annuncio dei suoi ultimi drammatici anni e di "Quel mondo duro e tenero insieme; affilato, impietoso ed insieme ansioso, sognante di fuga, di follia che è nelle cose di questo pittore di confine, di un confine non soltanto geografico ma culturale" L. Sciascia*

Insomma, oltre a piacermi parecchio, ho qualche motivo ulteriore per essere affezionata all'opera di Plattner, motivo che va un po' oltre la mia scarsa cultura artistica e inesistente capacità di critica. Mi piace molto sia il suo "mondo duro" delle figure drammatiche e stupefatte che il mondo "tenero" dei suoi paesaggi altoatesini.  plattner_maso

Landschafr - Paesaggio (1980-81) finito, accostato al non finito***

La faccio breve (oddio, non sono più a tempo :D): sono andata a vedere la mostra "finito non finito", ospitata nelle sale di Unibz nell'ala che faceva parte del vecchio ospedale.

Valeva la pena, anche se alcuni accostamenti mi sono parsi un po' tirati per i capelli. Accanto ad opere finite, alcune molto note altre meno, sono esposti diversi non finiti che, secondo i pannelli esplicativi che anticipano la mostra, sono opere con una dignità compiuta e che ai finiti che le affiancano possono essere in qualche modo apparentate.

rnanchtlichesZwiegesprch196465-vi

Nächtliches Zwiegespräch - Conversazione notturna (1964-65). Accostato a questo non finito (fine anni 70) ***

Alcuni si, sono quadri anche piuttosto belli. Altri sono interessanti, si intravvede, forse, cosa Plattner avesse in mente, l'abbozzo della composizione, le scelte cromatiche. Alcuni invece mi paiono davvero solo pasticci nei quali io non vedo niente, e forse nemmeno lui. Veramente difficile immaginare che strada avrebbe preso l'opera, che racconto ne sarebbe uscito dalle sillabe buttate lì sulla tela, se nemmeno lui, dice, spesso sapeva dove sarebbe andato a finire: "La mia pittura nasce come un alfabeto. Come dalle lettere si può formare una parola, da una macchia di colore deriva una forma. E' un'unione organica di elementi che scaturiscono nel corso del divenire del lavoro. Nello sviluppo dell'opera io scopro l'oggetto o il soggetto che si va definendo, allora subentra la memoria o l'inconscio e prende forma quello che ho elaborato"**. Pretendere di capirlo io mi pare davvero presuntuoso.

Chissà, peraltro, se gli avrebbe fatto piacere vedere esposto qualcosa che lui non aveva pensato di terminare, chissà se l'avrebbe riconosciuta come cosa sua. Mi viene il dubbio, a volte, che Plattner sia usato come bandiera dell'arte altoatesina, bandiera della quale si sarebbe già visto e detto tutto: ormai occorre ravanare nel retrobottega.

La mostra finisce sabato 29 novembre, come sempre io arrivo in zona Cesarini. Merita una visita se fate ancora in tempo.

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* fonte: prefazione al catalogo della mostra "finito non finito" a firma di Primo Schönsberg, assessore alla Cultura, Ricerca e Piano di Sviluppo strategico del Comune di Bz.

** Frase raccolta e trascritta nella prefazione di cui sopra, estrapoalta da un documentario dedicato a Plattner di Bruna Dal lago Veneri, Nora Veneri e Osmund Zöschg per RAI Sender Bozen, proiettato durante la mostra.

*** fonte: il bel catalogo della mostra "finito non finito", edizioni Tappeiner, 2008

Karl Plattner su:
Wikipedia
cainoinc (Diego Brambilla?)
"L'arte a stampa"
Arte.go

venerdì 26 settembre 2008

Der Frosch for president!

 «Zuerst die Füße», prima i piedi: titolo della rana della discordia. (Fonte Panorama on line)

E' stata su tutti i giornali e telegiornali nazionali la rana crocifissa che ha fatto scandalo impegnando i bolzanini in polemiche e dispute anche pesanti per tutta l'estate. Non ci fosse altro di cui discutere da queste parti, questo blogghino potrebbe fornire qualche spunto.

Un brevissimo riassunto per chi si fosse perso (beato lui) la questione: il nuovissimo (e molto bello a mio parere) Museion di arte contemporanea, nuovo fiore all'occhiello del Governatore/Kaiser/papà degli altoatesini, ha spiazzato anche il suo babbo: forse non pensava che "arte contemporanea" non vuol dire bei quadri di fiorellini e paesaggi montani; Segantini, per dire, non c'entra.

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Museion

Nella mostra "Sguardo periferico e corpo collettivo” che inaugura il museo viene esposta la rana crocifissa, opera del tedesco Martin Kippenberger, morto nel 1997 a 43 anni dopo una devastante malattia. E che aveva tutto in mente, fuori che vilipendere la religione.

Mai come in questa storia si può applicare il detto: "la malizia è negli occhi di chi guarda": si è scatenata una polemica assurda che ha impegnato società civile, Provincia, Governatore, Sindaco (che, permettetemi, di tutto potranno parlare ma di arte, per favore, no! Almeno, non seduti sullo scranno), episcopato, Schützen, Benedetto XVI, mancano solo il museo di storia naturale e la protezione animali.

Bisogna toglierla, è una vergogna, è un vilipendio alla religione, un attacco alla sensibilità cattolica profondamente radicata nella nostra terra, è blasfema (!) e, dulcis in fundo, i bambini, i nostri BAMBINI! Così presi dalla rana da non vedere, nella stessa mostra e in posto molto più centrale, un'installazione con esplicite scene di sesso. Eh, i bambini!

Non è servita a nulla la spiegazione della direttrice del museo sul significato dell'opera: quando si parte per una crociata non si torna indietro. Ditelo a Goffredo di Buglione che la Terra Santa sta benone come sta.

Infatti Franz Pahl, consigliere SVF e presidente della Regione (che, essendo Trento e Bolzano due province autonome, conta circa come il due di picche) ha fatto lo sciopero della fame perché la rana venisse rimossa. Sciopero interrotto "per malore" quando un gruppo di artisti buontemponi si sono messi a rosolare cipolle e a cuocere würstel poco lontano.

La direttrice prima, il CdA dopo, non cede alle pressioni e decide invece che la Rana rimanga al suo posto. Che i politici si impiccino dei fatti loro. Chi ha ha messo la direttrice in quel posto? Loro. Ora la lascino in pace. Volevano un museo di arte contemporanea o di arte sacra?

Cosa c'entra questo blog con la storia della rana? Ora che la mostra è finita, la rana liberata se ne va in giro per l'Alto Adige Gabibbo like a fare il mona fra la gente, cazzeggia qui e là, e soprattutto filma i lavori per il BBT (il tunnel di base del Brennero, di cui mi rifiuto di parlare) il fracasso del nostro aeroporto fra le case, il traffico assurdo di Bolzano bella cittadina in mezzo ai monti.

compatsch

Compatsch, agosto 2008. a Sx a metà inquadratura la colata di cemento

Ispirata la passeggiata fra automobili, negozi di souvenir, carrozzelle coi cavalli all'Alpe di Siusi, e ancora più devastante per l'immagine dell'Alto Adige quell'altra passeggiata, sempre all'Alpe, che parte dallo spettacolo delle Dolomiti, attraversa il casino di gente dell'orrido centro turistico di Compatsch, da un'occhiata alla cabinovia con sfondo Sciliar per arrivare alla colata di cemento subito sopra il paese. Senza dire una parola fa più baccano di una conferenza stampa. Insomma un blogghino interesante.

Qualcuno suggerisce che dietro alla rana liberata ci sia un candidato dei Verdi alle elezioni provinciali. Non ho idea se sia vero o no. Io voto rana for president, ma lei, la saltabeccante anfibia rompigiocattoli, non chi eventualmente c'è dietro. Che non manca di ironia, comunque si chiami.

P.S.: con la chiave di ricerca "rana crocifissa" sul sito del quotidiano locale: 126 risultati dal 26 maggio 2008 al 26 settembre. Nemmeno Gesù (96 risutlati)

giovedì 18 settembre 2008

Disneysmontegada

agnello in braccio

Transumanza, autentica, in val di Fiemme (TN)

Nel mio post di Notiziole varie, Marzia chiosa, a proposito delle Desmontegade diventate un evento, con un commento che merita di avere un po' di visibilità e che mi ha fatta pensare: 

"comunque, secondo me i pastori che partecipano a queste iniziative non lo vivono più con lo spirito di una volta.
...la gente un tempo ti salutava, ti offriva il bicchiere di vino, adesso ti cattura con la telecamera ed il cellulare..."

La prima casa che i malgari incontravano scendendo con le vacche dalla malga a mont, era la nostra. Li si sentiva arrivare un po' prima che spuntassero le prime bestie dalla curva del sentiero: i campanacci, il cane, le voci dei pastori.

Allora uscivano gli zii con la bottiglia del vino, ci si sedeva sugli scalini di casa a scambiare quattro ciacole sulla stagione, sulla manza del Peo che la s'é scavizada en coren, la grisa del Bepi che l'ha fat doi vedéi, della Maria che la s'é maritada con un furest, del Stefano dei Borele che l'ha vist l'ors, ma dal bon, l'era stremì e blanc come en linzöl!.*

Un paio di biceròti, di previsioni sull'inverno incombente, sul raccolto delle patate, e la desmontegada era bella che finita.

vacca Si, la capomandria aveva il campanaccio delle feste e qualche ramo di abete sui corni, c'era un po' di movimento dei vari allevatori che venivano a riprendersi le bestie, qualche altro biceròt che girava, fine.

Un poco più avanti nella stagione, nel giorno in cui l'estate finisce, si teneva, e si tiene tuttora, un evento importante per gli allevatori e i malgari della valle, la "fera de san Matté", la fiera di San Matteo, mostra mercato del bestiame a Malé, una delle più antiche in assoluto: se ne trovano tracce scritte fino dal 1270. Lì c'erano anche le bancarelle, le giostre, lo zucchero filato, il palco della banda e lo spiazzo per la balera dove gli allevatori tiravano tardi, giocavano alla morra, e tornavano a casa rigorosamente alticci, almeno una volta all'anno.

Niente a che vedere con le desmontegade riscoperte come evento spettacolo negli ultimi anni. Intorno alla tradizione si è creata la messa in scena della tradizione, pastori e allevatori diventano figuranti di sé stessi, quello che era addobbo per una festa spontanea rischia di diventare un cappellino kitch.

Attorno alla desmontegada si organizzano infiniti altri eventi, come le demo di Nordic Walking, le gite gastronomiche, la dimostrazione, anche quella spettacolo, della lavorazione del latte. Le APT vendono il "pacchetto speciale Desmontegada" che comprende la partecipazione alla sfilata di una fila di baccalà paganti che c'entrano come i cavoli a merenda. I veri protagonisti sono derubati della loro autenticità, diventano attori che recitano, enfatizzandole, le loro stesse vite, la tradizione non è più un legame che crea l'identità collettiva di un paese o di un popolo, diventa la rappresentazione di quello che il turista chiede di vedere; portando in cambio un altro po' di soldi in valle.

pecoredischiena-vi

Meglio o peggio di quanto succede altrove? Dove la transumanza non è ancora diventata show ed è vista con estremo fastidio da cittadini e amministratori locali che fan di tutto per mettere lacci e lacciuoli e creare difficoltà, perché gli animali sporcano le strade, perché mangiano qualche vaso di fiori, perché rallentano il traffico così gli automobilisti, odiando la transumanza autentica, arriveranno in ritardo in Primiero a vedere la transumanza spettacolo.

Senza rendersi conto che sono davanti a un evento che si ripete da migliaia di anni, più o meno uguale, a prescindere dalle mode, dal governo, e dai mercati finanziari. E che è una delle espressioni culturali ed economiche che unisce gli uomini di ogni tempo e cultura e colore.

Una via di mezzo fra la disneyzzazione della desmontegada e il disprezzo della transumanza non si troverà? O da una parte lascermo distruggere la cultura dagli ignoranti, supponenti, senza memoria e dall'altra ci faremo mangiare la nostra storia dal mercato del turismo e, in estremo limite, dalla "invenzione della tradizione" e non sapremo più chi siamo? 

Non ho risposte definitive, ovviamente. Ma chi se le ricorda com'erano le cose prima della TV e dell'appiattimento generale, le racconti a chi non le ha potute vedere, che sappia distinguere il vero dal falso in tutte le desmontegade che incontrerà nella vita.

* la manza del Peo che si è spaccata un corno, la vacca grigia del Bepi ha partorito due gemelli, della Maria che ha sposato uno di fuori, lo Stefano dei Borele che ha visto l'orso, ma davvero davvero, era spaventato e bianco come un lenzuolo.

venerdì 4 luglio 2008

Qua la zampa!

kale_getimg(Foto dal sito del Museo di scienze naturali di BZ)

Altri animali, altra mostra da segnalare:

Qua la zampa!
Al Museo di Scienze Naturali dell'Alto Adige 
Via Bottai, 1 - Bolzano
dall'08.07.2008 al 07.09.2008

Mostra fotografica di Ingo Arndt, che poi sarebbe questo tipo qui: bravissimo e noto fotografo naturalista tedesco che da sempre ha impiegato ogni minuto del suo tempo libero in giro con la macchina fotografica a seguire la sua passione: fotografare la natura. Finché, nel 1992, appena finiti gli studi, ha fatto di questa passione una professione, girando in lungo e in largo in tutti i continenti per diverse riviste naturalistiche con risultati notevoli.

La mostra di Bolzano è focalizzata su un soggetto un po' particolare: le zampe.

"Il fotografo naturalista Ingo Arndt ha viaggiato a lungo per scattare 5.400 fotografie di zampe! Le piante dei piedi ben evidenti su sfondo nero, in parte fotografate da sotto a un vetro, offrono all’osservatore un punto di vista inconsueto su un soggetto apparentemente banale.

Le foto di grande formato e dai colori intensi ritraggono zampe di gechi, uccelli, lucertole, rane, tartarughe e di diversi mammiferi con i loro cuscinetti plantari, le lamelle adesive, gli artigli e le membrane natatorie."(*)

Chiusa il lunedì, la mostra è visitabile dalle 10 alle 18 con ingresso libero.

E questa non mi scappa sicuramente.

(*) (fonte: sito del museo di Scienze naturali dell'Alto Adige, presentazione della mostra)

Cammini infiniti

Locandina della mostra

Il 6 luglio alle 16 in Valle Stura si inaugura la mostra cammini infiniti, curata dalla nostra amica Marzia, che ne segnala l'apertura presentandola così:

"Che cos'è il pascolo vagante, se non un infinito cammino alla ricerca di pascoli per sfamare il gregge? Qui vi racconto quasi quotidianamente cosa accade ai pastori: scene romantiche di tramonti, nascite di agnelli, cieli blu, ma anche pioggia, neve, difficoltà. Questo è il mestiere, ma... la domanda sorge spontanea: è un mestiere senza tempo? Come resiste oggi, nel XXI secolo? Ecco perchè nasce questa mostra, in collaborazione con l'Ecomuseo della Pastorizia di Pontebernardo(CN), e con la Comunità Montana Valle Stura di Demonte."

Copio dalla locandina:

Un pastore, un cane, un gregge, milioni di passi alle spalle, altrettanti di fronte. Fino a quando?

Sabato 5 Luglio
Ore 9.00 Pontebernardo/Ferriere
Escursione guidata sul sentiero dei Becchi Rossi.

Ore 15.00 Ferriere
Visita al Museo del Contrabbandiere.

Ore 16.00 “Balo marmoto” musica d’Oc.

Ore 21.30 Pietraporzio
“La veià di Pastres” con Bidaia (Paesi Baschi),
R. Matta e P. Rouch (cornamuse d’Occitania),
Vioulo Bergero (valados), B. Le Rouzic (cornamusa scozzese),
S. Lombardo (flauti di Provenza). Direzione artistica S. Berardo.
Ballo finale

Domenica 6 Luglio
Ore 16.00 Pontebernardo
Inaugurazione della mostra documentaria
“cammini infiniti” a cura di Marzia Verona.

Seguirà
“Suonar, Balar, Tastar” gran concerto finale
con la partecipazione di tutti i suonatori.

Degustazione del formaggio dell’Ecomuseo
guidata da un maestro Onaf.

5 e 6 Luglio
stage di cornamusa scozzese

Ecomuseo della pastorizia
Pontebernardo - Pietraporzio (CN)
Per informazioni: Tel. 0171/955555 - www.vallestura.cn.it

La mostra Cammini Infiniti
sarà visitabile dal 6 Luglio al 31 Agosto
tutti i giorni dalle 15.00 alle18.00
(escluso il lunedì)

Io sto lontanissima, difficile che possa fare un salto, ma non si sa mai, fino al 31 agosto un po' di tempo c'è.

mercoledì 2 aprile 2008

Riccardo Zandonai

Autunno fra i monti (Sarntal)

"- Son cinque vero, queste tue impressioni?
- Cinque. Ed esauriscono, nel mio concetto, il quadro della primavera che ho voluto affrontare. Adesso però sono attrato da un più vasto disegno...
- Allora è segno che lo attuerai. Zandonai non parla invano: tutto quel che dice, fa. Almeno sino ad oggi...
- E se mi guastassi col crescere? ... Dicevo che ho una certa intenzione di allargare lo sguardo nel tempo e di tradurre in musica le mie impressioni dell'estate, dell'autunno, dell'inverno, dopo quelle della primavera. Le "quattro stagioni" insomma...
- Come Haydn... 
- Be' non facciamo paragoni! Ma t'immagini che tentazione per un artista, montanaro per giunta, esprimere la fragorosa e tremenda imponenza della valanga? oppure il silenzio del ghiacciaio?
- Musicare il silenzio?
- Ma certamente: il silenzio del ghiacciaio è fatto di poesia profonda e penetrante, e la poesia è musica [...]"

Franco Ranieri, Giornale d'Italia, 28 febbraio 1915

Riccardo Zandonai, "Primavera in Val di Sole" composta da: Alba triste, Nel bosco, Il ruscello, L'eco, Sciame di farfalle. Insieme a "Autunno fra i monti" fa parte delle Impressioni Sinfoniche "Terra nativa"

(da non crederci, non ho una bella foto mia della primavera in Val di Sole!)

martedì 18 marzo 2008

Il Postino di Buzzati

Nell'autunno del 1950 lo scrittore Dino Buzzati e il regista Adolfo Baruffi seguono con la cinepresa una giornata di lavoro del postino di Colle Santa Lucia, paesino di lingua ladina della val Fiorentina, fra Agordo e Cadore, vicino al Pelmo e sotto "la più bella muraglia delle Alpi" come lo stesso Buzzati definì la Nord-ovest della Civetta.

Angelo gira di casa in casa con la sua borsona a tracolla, bussa alle porte, consegna la posta e scambia due parole con i paesani ritratti nella quotidianità della piccola comunità montana, al lavoro, in casa, in bottega o per strada. Da questo espediente narrativo nasce un documentario in bianco e nero di una decina di minuti dal titolo: "Il postino di montagna" con soggetto, testi e commento parlato dello stesso Buzzati, prodotto nel 1951 dalla CABA Film, e quindi andato disperso.

Ritrovato e restaurato da poco a cura della Fondazione Cineteca Italiana di Milano è stato presentato il 18 agosto 2007 al Film Festival della Lessinia di Bosco Chiesanuova (VR).

"Il postino di montagna" di Buzzati - Baruffi
(caricato su youtube da
emilianociao)

Fanno tenerezza la vecchia corriera che si arrampica per la sterrata, il contadino che scende per gli sgrebeni col carro del fieno tirato dalle vacche a rischio di restarci sotto, la maestra con la multiclasse, la gente che zappa campi ripidissimi o che batte la segale col fler (in trentino si chiamava così): qualcuno qui se lo ricorda ancora. Le vecchie case, i ragazzini con le calze di lana e i cospi,  e anche la coppia dei rari turisti tirati a lucido con l'auto decapottabile. Che, si chiede Buzzati, andranno a fare un giro o si infratteranno nei boschi? :-D

Il numero di gennaio 2008 di Meridiani Montagne, la cui monografia è dedicata appunto alla Civetta, allega un interessante DVD: oltre al documentario di Buzzati/Baruffi propone una rivisitazione del paese a oltre 50 anni di distanza, seguendo la giornata della postina contemporanea cercando di ritrovare i personaggi e gli squarci del paese di allora.

Quanto è cambiato Colle Santa Lucia? Tanto, tantissimo, come gran parte dei paesi alpini, ma ancora riconoscibile nelle sue radici e con un trend di ripopolamento che dà speranza per il futuro.

giovedì 13 marzo 2008

Le Dolomiti di Franz Lenhart

Un paio di volte all'anno arrivava da Merano una lettera scritta con la stilografica, che pareva provenire dal lontano 1800. Gli argomenti erano banali: l'asfaltatura delle stradine interne, l'assegno per le spese condominiali, quasi sempre sbagliato in eccesso, il rifacimento di una recinzione. Il tono e lo stile, quelli di un antico signore di un'altra epoca, ogni lettera un piccolo capolavoro. Dopo la firma, fra parentesi, la sua età.

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Franz Lenhart

"visitate le Dolomiti" - 1930 "Sommer in den Dolomiten" - 1938
(Fonte: "I colori delle Dolomiti nei manifesti di Franz J. Lenhart"
Edizioni Banca di Trento e Bolzano, 2000)

Franz Lenhart nasce in Tirolo, vicino a Kufstein, nel 1898, figlio di un ingegnere minerario e destinato dal padre a seguirne le orme. Franz invece sceglie di dedicarsi alla sua passione, la grafica, e si iscrive prima all'Accademia d'Arte di Vienna dove si diploma, poi, dopo la lunga parentesi della guerra, si specializza in incisione a Firenze.

Nel 1922 si trasferisce a Merano, cittadina nella quale si stabilirà definitivamente, inizia ad insegnare e a disegnare i suoi manifesti pubblicitari. Nel 1924 il colpo di fortuna che lo rende famoso e lo lancia in Europa come cartellonista: vende all'Ente Nazionale Italiano per il Turismo la prima edizione del manifesto "Visitate le Dolomiti", che viene esposto in tutta Italia. Bolzano, l'Alto Adige e le Dolomiti diventano famose anche per merito dei suoi disegni che rappresentano sciatori, donne eleganti, alpinisti, sportivi, bella gente felice e senza pensieri, con lo Sciliar, il Catinaccio, il Latemar, il Pordoi o le città di Bolzano e Merano sullo sfondo.

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Franz Lenhart

"Funivia Trento-Sardagna"-1925 "Bolzano-Gries. Dolomiten"-1938
(Fonte: "I colori delle Dolomiti nei manifesti di Franz J. Lenhart"
Edizioni Banca di Trento e Bolzano, 2000)

Nei primi anni '20 si tiene a Bolzano la "Biennale d'Arte della Venezia Tridentina", che il governo italiano vuole fortemente per promuovere i nuovi acquisti territoriali, e Franz Lenhard viene invitato ad esporre per 3 edizioni di seguito: una bella vetrina che contribuisce a farlo diventare uno dei più richiesti cartellonisti dell'epoca. Molto importante per il suo lavoro è il rilancio del turismo in Trentino/Alto Adige dopo la disastrosa parentesi della guerra, puntando sugli sport all'aria aperta come golf e tennis, e il tentativo di allungare la tradizionale stagione turistica estiva nelle altre stagioni puntando sullo sci e sulle terme.

2384Modiano1935Posters-vi Lenhart, "Modiano. Cartine e tubetti per sigarette", 1935. (fonte op.cit.)

Alla fine degli anni 20 inizia a collaborare con Vittorio Levi, titolare della stamperia "Officine Grafiche B.V.Levi" di Cortina, che dà un forte impulso alla committenza oltre l'area tirolese e al settore turistico. Lenhart non è più solo l'esecutore grafico di un'idea pubblicitaria altrui, ma sono suoi i soggetti, il messaggio, la strategia persuasiva. Gli anni '30 segnano il raggiungimento della maturità stilistica e del prestigio professionale: lavora per quasi tutti i più grandi tipografi italiani dell'epoca, da Longo a Grafitalia, Alfieri I.G.A.P., Richter, Modiano per il quale disegna, nel 1935, la sua opera più famosa: "Modiano. Cartine e tubetti per sigarette".

E' spesso in viaggio in giro per il mondo, Europa, Africa, Estremo oriente, Americhe, sempre con album e matite in mano; si innamora della raffinatezza del Giappone e se non fosse scoppiata la guerra forse non sarebbe più tornato.

Dopo la guerra riprende a dipingere, si dedica all'affresco, lavora alle tavole per la "passeggiata d'inverno" a Merano, dove continua a lavorare e ad esporre fino quasi alla morte: nel 1991 i suoi ultimi quattro manifesti, fedeli al suo stile e alla sua personalità al di là delle mode e del tempo trascorso.

Franz Lenhart muore a castel Winkel, dove abita e ha lo studio, nel marzo del 1992, a 94 anni.

 

firma_lenhart

giovedì 6 marzo 2008

Montagne, un’arcana passione - Mostra

L'Österreichischer Alpenverein (CAI austriaco) ha organizzato a Innsbruck una mostra di lunga durata dal tema molto interessante: Berge, eine unverständliche Leidenschaft.

Incollo dal loro sito:

Montagne, un’arcana passione

Mostra dell’Alpenverein-Museum nella Hofburg di Innsbruck
aperto tutti i giorni tutto l’anno dalle 9.00 alle 17.00
ultimo accesso: ore 16.30 (fino al 2012 N.d.f.)

Tutti i testi della mostra anche in italiano.”

Dalla locandina della mostra, ecco la presentazione:

“Le montagne evocano sensazioni, suscitano fascino e turbamento, entusiasmo e straniamento. Il piacere di scalare, sciare, muoversi lassù in libertà è certo assai più recente delle rocce e dei ghiacci. La collezione dell’Alpenverein-Museum si presenta in una nuova veste: è la storia sfaccettata di vette e valli, in cui l’alpinismo si palesa come fenomeno che coinvolge corpo, mente e cuore.

Al crescere della sua popolarità l’alpinismo trovò appassionati tra le persone più disparate: artisti, scienziati e filosofi si occuparono delle montagne tra le montagne, dove trovavano ispirazione, effettuavano esperimenti, coniugando il superamento della fatica con gratificanti escursioni ad alta quota. La tanto attesa gioia della vetta si imbatté però nelle insidie del corpo e della natura. “Pensare con i piedi” dice Nietzsche. Percepire con i polmoni, per certi versi, non vi si discosta.

La mostra illustra dimensioni fisiche, mentali ed emotive dell’andare in montagna e dello scalare, tra escursioni ed arrampicate. Dodici ambienti guidano attraverso motivazioni ed azioni dell’uomo nel mondo dei miti e delle misurazioni scientifiche, dell’avventura e dell’acribia, della fantasia e del fanatismo.

La maggior parte degli oggetti esposti proviene dall’Alpenverein-Museum, a cui si sono aggiunti prestiti da raccolte private ed archivi internazionali.

Per la prima volta la Hofburg di Innsbruck apre le sue nuove sale ad una grande mostra di lunga durata.

Si offre così al visitatore una combinazione inattesa: abbinare una visita agli appartamenti imperiali con una gita storico-culturale oltre il limite della vegetazione, in cui il fresco vento d’alta quota pare come soffiare da documenti e oggetti della quotidianità, materiale fotografico e video, opere d’arte e di consultazione.”

Qui la locandina in formato .pdf, testo in tedesco con traduzioni in italiano.

giovedì 6 dicembre 2007

Tibet

Segnalo ancora una volta un post pubblicato sul blog di Lucangel, Lioa o Lucio Angelini che dir si voglia: "STERMINATO TIBET; TIBET STERMINATO" nel quale riporta ampi stralci di un articolo de "La Rivista" del CAI: Luigi Zanzi, di ritorno da un viaggio in Tibet, parla con toni accorati dello "sterminio, tragico e crudele, che condurrà in breve tempo all'estinzione di quei popoli montanari e della loro civiltà". Da leggere!

Ringrazio vivamente Lucio per avermi risparmiato la scansione dell'articolo ;)

Chissà perché il CAI non pubblica una versione elettronica della rivista sul suo sito, come invece fa meritoriamente la SAT

mercoledì 31 ottobre 2007

Bel paese brutta gente

Ancora un libro, un bel libro: "Bel paese brutta gente - Romanzo autobiografico dentro le tensioni di una regione europea di confine" di Claus Gatterer, edizioni Praxis 3 di Bolzano. Già la mission della casa editrice racchiude in sé il senso di questo libro: «Dare voce agli italiani e far conoscere i tedeschi». O viceversa, aggiungo io.

E' la storia della giovinezza dell'autore, trascorsa da Gatterer a Sesto Pusteria dove era nato pochi anni dopo l'annessione dell'Alto Adige all'Italia e in piena era fascista, quando Mussolini voleva italianizzare la zona. E' un testo scorrevole e garbato, ironico e disincantato, scritto dalla parte della gente semplice che si trova a battagliare contro uno Stato gradasso e cialtrone che non la rispetta, la burocrazia che alimenta sé stessa, leggi incomprensibili che passano come carri armati su persone, cultura, economia, radici, contro le opzioni che pretendono di far scegliere fra piccola patria e nazione.

"Ben presto questa divisione (fra italiani e tedeschi N.d.f.) sfuma, per dimostrare che vizi e virtù sono di tutti e di nessuno. Appaiono così italiani saggi e tedeschi ottusi, ma anche italiani sciocchi e tedeschi assennati, fascisti fanatici da operetta paesana e anche nazisti di uguale pochezza". Non si trova odio etnico fra questa gente, abituata da sempre al passaggio di foresti, piccola gente comune di entrambe le etnie davanti alla Storia e ad avvenimenti più grandi della loro comprensione e del loro pratico buonsenso.

Sono ancora storie di persone, di stagnini e federali, di levatrici e recuperanti, postini, contadini, commercianti, studenti insegnanti e ragazzini. Di giochi e domande senza risposta, di poveri e ricchi di gente e dinamiche di paese.

L'ho regalato a diversi amici che vivono lontani da questa terra, per aiutarli a capirne un po' le logiche e la cultura, per spiegare loro come è stato vissuto quassù quel periodo orribile per tutti ma per l'Alto Adige forse un po' più orribile e incomprensibile. Perché, quando arrivano fra queste meravigliose montagne, evitino di pensare "qui siamo in Italia, bisogna parlare italiano!"

Qualche stralcio del libro in un prossimo post per non allungare troppo il brodo :)

E un altro post più approfondito lo merita l'autore. Arriverà.

giovedì 25 ottobre 2007

Solo il vento bussa alla porta

Ancora Gorfer - Faganello, ancora un libro, ancora storie di persone ma con un'altra conclusione.

Questa volta dedicato ai paesi morenti del Trentino. Esce nel 1970 in prima edizione e nel 1981 in quarta edizione, riveduta ed ampliata.

Il libro si apre con la foto di una processione emblematica: 1966, gli abitanti maschi di Ischiazza sgomberano gli arredi sacri della chiesa e abbandonano il paese, inabitabile dopo un'alluvione. Una tremenda simbologia di rinuncia.

E' una lunga storia di paesi abbandonati quella trentina. Per peste, frane, alluvioni o perché troppo decentrati. Il libro racconta alcune di queste comunità che si sono spopolate lentamente nell'ultimo secolo, nelle quali resta solo qualche sparuto abitante con attorno il paese svuotato o addirittura nessun residente stabile.

Gorfer parla con i rimasti, si fa raccontare storie di persone e di cose, tradizioni, leggende e Faganello, come sempre, scatta. Tutte cose destinate a restare solo nella memoria dei vecchi e in questo testo.

"Sevròr, nella Pieve di Bono, giugno 1965

Poche case affondate nel verde, il saliscendi d'un viottolo, la chiesetta d'una contenuta letizia barocca, la fontana di contro al muro cadente d'un orto. Sevròr è tutto qui. Il silenzio è solenne tanto che vi vien voglia di bussare vigorosamente agli usci e di gridare: « Ohilà, siamo in un paese deserto?»


Proprio come è accaduto a me, dopo essere giunto all'ultima casa. Sola cosa viva era un bilancino per portare i secchi poggiato allo stipite di granito. Il fabbricato era largo e massiccio, col tetto a due falde che scendeva verso la chioma d'un noce. Dal di dentro usciva un cadenzato tonfo, come se qualcuno battesse i piedi sull'impiantito. Finalmente un viso di donna si affacciò dall'assito presso il ballatoio: « Non c'è nessuno - chiesi - in questo paese? ». La donna - portava il fazzoletto annodato sotto il mento secondo l'uso giudicariese - rispose che i più se n'erano andati e che le case erano sbarrate e che erano rimasti i vecchi e i nostalgici.


Più tardi m'incontrai con i pochi abitanti usciti, a tanto chiasso, sulla stradicciola nonostante che dal Melino stesse arrivando un temporale. Seppi che Sevròr, frazione di Praso nella Pieve di Bono, è un villaggio in disarmo. Uno dei molti, cioè, del Trentino minore che vengono abbandonati dalla gente e che tra pochi anni si tramuteranno in casali sperduti sui monti.

Attualmente (1971) vi risiede una ventina di persone; ma nel dopoguerra ce n'erano fino a cinquanta."


E' un libro malinconico e pessimista, pieno di nostalgia per cultura e radici perse, abbandono del territorio, morte delle comunità, di storici ippocastani tagliati.


Nel 1981 Gorfer torna a visitarne alcuni, e nella quarta edizione del libro scrive: "Cambiamenti ve ne sono stati si, in peggio. I villaggi trentini che stanno morendo sono un po' più morti, un po' più soli e abbandonati."


Nel censimento del 2001 Sevròr risulta avere 13 abitanti, Iron non risulta, Margon che nel 1970 aveva 49 abitanti, nel 2001 ne ha 35. Padaro passa dai 128 del 1915 ai 44 del '69, ai 64 del 2001. In leggerissima crescita. Troppo leggera per sperare in una rinascita.

A me il paragone con i masi altoatesini nasce spontaneo, a voi?.