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martedì 4 maggio 2010

Piselli di Mendel e immortalità dell’acqua*

(Equipaje, la prima parte della storia la sai già ;)

Ho avuto per diversi anni una peonia arborea, color rosa pieno, splendida per 5 giorni all'anno.

peonia arborea

IMG_3900 Quando era in piena fioritura di solito pioveva (ci dev'essere un rapporto causa/effetto che mi sfugge), e quindi i fiori si rovinavano in un batter d'occhio; appena sfiorita e per il resto dell'anno pareva una scopa: un ciuffo di foglie in cima e il resto pelatissimo.

peonia arborea

Il mio babbo ne era molto orgoglioso, al punto da mettere ai fiori il cappuccio di nylon per ripararli dalla pioggia (sempre), uscendo sotto l'acqua come fosse una questione di importanza nazionale; se la pianta fosse più bella con 12 fiori fradici o con 12 sacchetti del supermercato, è questione in famiglia ancora dibattuta.

Pur in luogo non adatto a una arborea, troppo ombroso, è vissuta più a lungo di lui; ma quando è mancata anche la mamma, si è arresa. Secca, stecchita, amen.

Però quel bastoncino verde e striminzito lì, che occhieggia sotto la rosa, non pare una peonia arborea? Che prima di morire abbia figliato? Non è facile per le arboree. Mah, vedremo, se son peonie, fioriranno!

E l’anno scorso è fiorita. Uno solo ma enorme. Bianco.

Diavolo, nata da seme, li ho visti (e anche raccolti, qualcuno volesse provare **). Autofecondato probabilmente. E com’è che è bianca? Mendel e i suoi piselli che ne dicono? Mah, sarà rosa pallido… poi sai, forse la gran pioggia ha dilavato il colore.

E quest’anno è rifiorita. 2 fiori, enormi. Rosa pallido un tubo, bianchi che più bianchi non si può.

Almeno, a me sembran bianchi, e a voi?

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Bianca, vero? Non posso uscire a controllare, perché piove. A catinelle.

Egregio signor Mendel, lei e i suoi piselli, che ne dite? Il colore è andato per i fatti suoi, ma il gene della pioggia, quello è passato in pieno alla generazione successiva. Ho avuto grazia di vederla fiorita nel pieno del suo splendore per la bellezza di giorni 1, dopo di che il diluvio.

Quasi quasi esco a metterle in testa un paio di sacchetti della Despar, che vi pare?

*  citazione da:copj13[1] ** Equipaje, teressa?

mercoledì 31 marzo 2010

Cerchi nel grano

patate jerome

I cerchi verdi degli irrigatori nelle campagne altrimenti aride di Jerome, Idaho. Fonte: GoogleMap

Chissà chi fa i cerchi nei campi dell’Idaho: gli ufo? gli alieni, gli omini blu? Se non stiamo attenti a quel che mangiamo diventiamo noi omini blu altro che ufo!

Qui si parla di patate invece che di grano, ma sempre cerchi sono:

Chiesi a Forsyth di illustrarmi il regime stagionale di interventi e i sistemi all'avanguardia per il controllo di un campo di patate. Di solito si incomincia all'inizio della primavera con un tratta­mento per il terreno; per controllare i nematodi e altre patologie, i coltivatori cospargono i campi prima della semina con un com­posto chimico tossico al punto da uccidere ogni traccia di mi­crorganismi nel suolo. Poi Forsyth innaffia i campi con un erbi­cida (Lexan, Sencor o Eptam), per "ripulire" il terreno dalle er­bacce. Al momento della semina, viene applicato sul terreno un insetticida sistemico, come il Thimet, che verrà assorbito dalle gio­vani piante e ucciderà ogni insetto che ne mangi le foglie per di­verse settimane. Quando le pianticelle saranno alte una quindici­na di centimetri, viene spruzzato sui campi un secondo erbicida per controllare lo sviluppo delle erbacce.

Gli agricoltori che operano in zone aride, come Forsyth, col­tivano gli enormi cerchi che avevo visto dal cielo; ognuno di es­si e delimitato dal raggio dell'irrigatore e di solito ricopre una superficie di 135 acri. Pesticidi e fertilizzanti vengono sempli­cemente aggiunti nell'impianto d'irrigazione, che nell'azienda agricola di Forsyth pompa acqua dal vicino Snake River (e glie­la restituisce). Insieme alla razione d'acqua, le patate di Forsyth ricevono dieci annaffiature settimanali di fertilizzanti chimici. Appena prima che i filari si chiudano, cioè prima che le foglie di una pianta incontrino quelle delle vicine, Forsyth inizia a spruzzare un fungicida che si chiama Bravo, per controllare la ruggine tardiva della peronospora, lo stesso fungo che causò la carestia di patate in Irlanda ed è ancora oggi la minaccia che più preoccupa gli agricoltori. Nel giro di aria notte, una sola spora può infettare un intero campo, mi disse Forsyth, riducendo i tuberi a una poltiglia marcescente.

All'inizio di luglio, Forsyth affitterà un polverizzatore per i trattamenti contro gli afidi da eseguire a intervalli di quattordi­ci giorni. Di per se gli afidi sono innocui, ma trasmettono un virus che provoca l'accartocciamento fogliare (PLRV) e la necrosi "a rete" nelle Russet Burbank - macchioline scure nella polpa dei tuberi - che impedisce di vendere l'intero raccolto. Nono­stante tanti sforzi, a Forsyth successe proprio lo scorso anno. La necrosi "a rete" è un difetto puramente estetico, ma poiché Mc­Donald's crede (e a ragione) che ai clienti non piaccia mangiare patatine fritte ricoperte di puntini scuri, gli agricoltori come Danny Forsyth devono irrorare i campi con alcuni fra i compo­sti chimici più tossici attualmente in uso, compreso un orga­nofosfato che si chiama Monitor.

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Patate nostrane, di montagna, senza Monitor

“II Monitor è velenosissimo” mi spiegò Forsyth, infatti e risa­puto che può danneggiare iI sistema nervoso umano. Dopo che I'ho spruzzato, non vado nei campi per almeno quattro o cinque giorni, nemmeno per aggiustare un irrigatore rotto.» Dunque For­syth preferirebbe perdere uno dei suoi enormi cerchi che espor­re se stesso o un dipendente a un veleno simile.

Anche senza considerare i costi sanitari e ambientali, dal pun­to di vista economico tutto questo lavoro di controllo ha un costo spaventoso. Un coltivatore di patate dell'Idaho spende gros­so modo 1950 dollari per acro (soprattutto in prodotti chimici, elettricità e acqua) per ottenere un raccolto che, in una buona annata glie ne farà forse guadagnare 2000. Ecco quanto un produt­tore industriale di patatine fritte pagherà le venti tonnellate di patate ricavabili da un acro. […]

Prima di andare a visitare i campi, Forsyth e io parlammo di agricoltura biologica. Forsyth [...] mi disse alcune cose che non mi sarei mai aspettato di sentire da lui agricoltore tradizionale. «Io preferisco mangia­re cibo biologico, e infatti a casa coltivo parecchie cose. Le verdure che compriamo al mercato dobbiamo lavarle un sacco di volte. Non so se dovrei dirlo, ma pianto sempre un campetto di patate in cui non uso la chimica. Alla fine della stagione, le patate del mio campo sono buone da mangiare, ma quelle del­la piantagione probabilmente sono ancora piene dl sistemici. Io non le mangio.”

copj13[1]

Fonte:
Michael Pollan
La botanica del desiderio. Il mondo visto dalle piante

Editore
Il Saggiatore Tascabili  (collana Saggi)

anno 2009
pagine 255, brossura
€ 11

ISBN 978-885650046-2

Questo citato non è che uno degli argomenti marginali del libro, interessante quanto mai; argomento marginale ma che mi è tornato in mente leggendo il breve intervento di Luigi Mariotti del WWF sul quotidiano di oggi. Ne riparliamo.

Comunque un’ottima occasione per consigliare Pollan. A me l’ha suggerito Stef in un commento a un mio post, ha rincarato la dose Equipaje (ehi, dove sei sparita?) , e per finire anche un amico.

(si, sto leggendo anche il dilemma, datemi tempo ;) )

mercoledì 15 luglio 2009

La valle incartata

Val di Non - foto Loriz che ringrazio.
Da guardare in grande, merita: è una delle foto più belle della valle in che ci sia circolazione (strumento lente di ingrandimento)

Val di Non, o per meglio dire val Melinda: una bella valle che ha fatto della monocultura delle mele la sua principale fonte di reddito. Mele, mele, e poi ancora mele: sempre più territorio sottratto al prato, al pascolo, ad altre coltivazioni. Nuovi cultivar e forse anche il cambio climatico permettono di espandere i meleti verso l'alto, in montagna, dove finora i frutti non maturavano. Ma iniziano a saltare all'occhio i limiti di questa monocultura che sacrifica ai pomi la diversità territoriale, la biodiversità, il patrimonio naturalistico e la bellezza del paesaggio. La notizia che anche i "Pradiei" saranno convertiti alla frutticoltura ha provocato alcuni accorati interventi sul quotidiano di Trento "L'Adige": "Gli accorti e lungimiranti nonesi hanno ben pensato di devastare anche quest'area nel nome della «dea mela» consentendone coltura intensiva e, va da sé, tubazioni per le irrigazioni, migliaia di pali in cemento e, com' è facile pensare a quasi 1.000 metri, chilometri e chilometri di splendide reti antigrandine nere o bianche." scriveva quest'autunno Elena Pasquazzo, e Anna Basile le fa il controcanto: "ho letto con apprensione l'articolo sull'Adige di sabato scorso che parla dell'imminente sviluppo della frutticultura sulla magnifica zona dei Pradiei, un'oasi di bellissimi prati fra i paesi di Romeno e Fondo. Il rischio è di deturpare un paesaggio unico in Val di Non con orrendi impianti di meleti, migliaia di pali di cemento e reti antigrandine. Sono inoltre preoccupata per la mia salute poiché sulla stessa pagina dell'Adige leggo un altro articolo allarmante che parla della pericolosità per l'uomo dei fitofarmaci usati sui meleti." (Il problema dei fitofarmaci è molto serio, non ne parlo qui altrimenti allungo troppo il brodo, e un blog non è fatto per i gli articoli lunghi)

Tutto gira attorno al pom, tutto richiama el pom, addirittura una concessionaria di auto ha pensato bene di chiamarsi "Golden Car" e di esporre come insegna una mela golden con le ruote. Vuoi mai che qualcuno si scordi, appunto, la mela d'oro!

A dire la verità in primavera, quando i meli fioriscono tutti insieme, lo spettacolo è splendido. Ettari ed ettari trasformati in una nuvola bianca, milioni di api al lavoro, vista dall'alto la valle sembra un enorme campo di ovatta. Ma la primavera passa, arriva l'estate, e con l'estate i temporali. E la grandine. Che spesso falcia, a strisce, intere zone della valle, rovinando il raccolto della stagione e, se la grandinata è cattiva e rovina le piante, anche quello delle stagioni successive. E quindi?

E quindi si incartano i frutteti con le reti antigrandine. Costose, non sempre efficaci, e, diciamolo, orribili:

Secondo i frutticoltori non c'è alternativa: l'unico modo valido per proteggere dalla grandine i frutteti è quello delle reti antigrandine. Salvano il raccolto e quindi il guadagno dell'agricoltore e salvano il lavoro dei consorzi, dei centri di lavorazione della frutta, dei magazzini e dei magazzinieri, dei raccoglitori, dei cernitori, degli spedizionieri, cosa che le assicurazioni non fanno. Niente mele vuol dire niente lavoro e quindi cassa integrazione. Funziona sempre lo spettro della cassa integrazione.

Lo Stato e la Provincia intervengono massicciamente con contributi per alleggerire il costo delle assicurazioni, ma la crisi mette in dubbio per quest'anno la quota statale, e la provincia di Bolzano sta attendendo le scelte di Roma per decidere le quote ed aprire il portafoglio. Non so cosa stiano facendo a Trento ma immagino la stessa cosa.

Secondo il presidente della potente lega dei contadini di lingua tedesca, il Bauernbund, le reti sono l'unico valido ausilio  contro la grandine nonostante l'installazione delle coperture sia piuttosto costosa, 20 mila euro all'ettaro a cui vanno aggiunte le spese di rinnovo dell'impianto, ovvero "lavorazione del terreno, impalcatura, ancoraggi e ovviamente il costo delle piante da mettere a dimora.(*)"; e nonostante l'amministrazione provinciale non ne sponsorizzi l'installazione, nella valle dell'Adige il 30% dei meleti è ormai coperto.

L'altro giorno si è scatenato un bel temporale, e l'Alto Adige così commenta: "I chicchi ghiacciati hanno colpito parte dal fondovalle, in prossimità del campo sportivo e del Lido fino verso il paese, poco sotto l’abitato della frazione di Sella, mentre verso nord ha lambito quasi il Lago di Caldaro. Gli effetti sono stati disastrosi: il danno, che inciderà più sulla quantità che sulla qualità, si aggira, in certe zone del fondovalle, anche fino all’80%. Per fortuna che oltre un quarto dei meleti della zona di Termeno sono protetti da reti antigrandine. In questo modo è salvaguardato il raccolto e garantito il lavoro presso le varie cooperative frutticole." Pare chiaro che cosa ne pensi l'articolista delle reti antigrandine.

Ogni tanto poi arriva una grandinata di quelle con i controfiocchi, le reti raccolgono la grandine nelle loro pance, si piegano, si spaccano e con loro spaccano le piante che dovrebbero coprire facendo un macello. Il microclima sotto le reti cambia rispetto all'aria aperta, i frutti non prendono colore e bisogna scappellarli una quindicina di giorni prima della raccolta, chissà se sorgeranno altri funghi o malattie che finora non colpiscono i pomi in plen air.

Io cosa ne penso? Capisco i contadini, eccome li capisco. Non c'è assicurazione che ripaghi un anno di fatiche sprecate in un raccolto perso per la grandine. Ma camminare in un paesaggio incartato fa impressione.

Il problema non è, secondo me, reti si o reti no, ma la monocultura a pomi. Pomi, pomi, e ancora pomi e solo pomi e ovunque pomi, coperti da reti. Al posto dei pascoli, reti. Al posto degli orti, reti. Campi non ce ne sono più, solo pomi e reti e fitofarmaci. Turismo? E chi diavolo va in vacanza in una zanzariera?
 

Il problema è non diversificare gli investimenti, non monopolizzarsi su una risorsa e a quella risorsa sacrificare tutto: biodiversità, ambiente, paesaggio, salute. (Cio ho perso uno zio, anni fa, ammazzato dai fitofarmaci!). Non incartare anche l'economia della valle nelle reti delle lobby dei consorzi agricoli e dei latifondisti, dei magazzinieri e dei trasportatori, non incartarsi su sé stessi fino a perdere di vista ogni alternativa.

"[...] Lo scenario rilassante della zona dei Pradiei" prosegue la signora Basile "consente oggi passeggiate incantevoli e riconvertire quella che rimane una delle ultimissime zone aperte della Valle, significa cambiare il volto stesso dell'Alta Valle di Non, costringendo noi turisti a cercare altre luoghi per le nostre vacanze." Importerà a qualcuno? Finchè el pom tira, si vende, porta guadagno, non fregherà bellamente a nessuno. Salvo il brivido gelato corso lungo le schiene dei contadini per il colpo di fuoco batterico, che pareva far strage di meli un paio di anni fa, o lo scopazzo, malattie del melo che fan venire in mente la peronospora che nel 1845 aggredì l'unica varietà di patata coltivata in Irlanda in quegli anni, distrusse il raccolto di alcune stagioni consecutive e fu una delle concause della carestia e della fame che spinsero due milioni e mezzo di irlandesi a emigrare oltre l'Atlantico.

 

(*) Georg Jageregger, presidente della sezione della Bassa Atesina del Bauernbund, al quotidiano Alto Adige dell'8 luglio scorso.

mercoledì 3 dicembre 2008

Ciao, cedri

querciaBolzano, Passeggiate di Sant'Antonio

Io ho una mia topografia verde nella testa: in primavera allungo la strada e faccio giri viziosi per vedere la fioritura di due magnolie bellissime. Poi ci sono le tamerici di parco Petrarca, un glicine centenario in viale Venezia, un altro a San Maurizio; viale Principe Eugenio tutto rosa in maggio, le vigne rosse di castel Mareccio l'autunno, le grandi querce sulle passeggiate, un enorme ciliegio che merita una deviazione in via Vittorio Veneto quando è bianco di fiori in primavera e quando è color ruggine l'autunno. Poi c'è la casetta delle camelie in via Montello, quella fiorita tutto l'anno in via Battisti, una serie di rose di Merano lungo la strada che porta all'Ospedale. E tanti altri angoli verdi o singole piante alle quali sono affezionata.

cedri

Foto by Microsoft Virtual Earth, Bird eye

Questi quattro cedri del Libano li vedo dalle finestre di casa, alzo gli occhi dal monitor in studio e li vedo; da ragazzina mi perdevo a guardare gli uccelli sui loro rami invece che ascoltare la profe di geografia detta "Nevero?"; sotto le loro fronde ho giocato a uga e disu, a celo manca; hanno ospitato corvi e civette, cince e un gufo; li conosco da sempre, enormi e bellissimi. Pian piano li ho visti spelacchiarsi, perdere rami nelle giornate ventose, diventare pericolosi. A ogni nevicata un po' consistente devo chiamare i vigili del fuoco perché si schiantano sulla strada, è la terza volta in poco tempo che spianano qualche automobile, prima o poi fanno male a qualcuno: ci sono scuole lì accanto, il mercato al sabato, un discreto via vai di passanti.

Anche questa volta, come gran parte dei vecchi cedri sparsi in città, hanno ceduto sotto la neve pesantissima: un tronco di 50 cm di diametro è piombato sulla strada infilandosi, per puro culo, fra due auto parcheggiate: un paio di fanali rotti un paraurti ammaccato, la rete del mio Lorto acciaccata, poca roba ma vederlo cadere mi ha fatto paura. Se ci fosse stato qualcuno lì sotto poteva finire molto male, e non si può sempre contare sull'"indispensabile culo".

Sto scrivendo con il rumore della motosega nelle orecchie: uno è andato, un altro lo stanno tagliando adesso, poi toccherà a questi due di fronte. Son solo alberi, lo so, c'è ben altro, ma a me spiace lo stesso.

Silvia, vedrai che cambiamenti, quando torni, alla tua topografia verde, che strage di piante in città!

Mettiamola così: meglio adesso che in primavera, quando sono carichi di nidi. Sgrunt.

giovedì 5 giugno 2008

Ospio che mal!

Menta piperita
Franz Eugen Köhler, in Köhler's Medizinal-Pflanzen. (Fonte Wikimedia, licenza copyleft)

Ibuprofen un corno, gli analgesici non c'erano, bisognava arrangiarsi con quel che si aveva a disposizione, e ogni famiglia aveva un suo ricettario di rimedi tradizionali al quale ricorrere. Che spesso coniugava erbe e superstizione. Tagliare le unghie al lunedì, per esempio, avrebbe preservato dal mal di denti. Ma se nonostante il rispetto del precetto veniva un mal di denti da sbattere la testa contro i muri?

Radici di millefoglie (Achillea millefolium), cicche di tabacco o grani di sale grosso da masticare, decotti di semi dell'erba di santa Polonia, o sant'Apollonia (Hyoscyamus niger, giusquiamo, velenoso! non venga in mente di far la prova pliz), si infilavano chiodi di garofano nei buchi delle carie, si strofinavano foglie di menta o di salvia sulle gengive per disinfiammarle e si raccomandava qualche tazza di the di salvia per rinforzarle.

Ancora: foglie di cavolo oppure patate tagliate in modo che rilsacino il loro succo e legate sulla guancia con il fazzoletto annodato in testa. Con il decotto di rosmarino o di ortica invece si facevano risciacqui.

Insomma bisognava tenerselo, il mal di denti, o sperare di trovare prima o poi il modo di cavarlo, il dente incriminato, da un medico o da un cavadenti improvvisato.

E per tenerli sani? Riporto una splendida ricetta scovata sul sito Dentist.it di una "Polvere odontalgica per imbianchir li denti e conservarli sani di Giovanni Grecij detto Cosmopolita" (1769) approvata dai magistrati alla Sanità e ufficialmente venduta nel veneto:
"Ossa di seppia mezza oncia
Pietra Pomice drame sei
Cremor Tartaro drame tre
Alume bruciato mezza drama
Coralli rossi bruciati mezza oncia
Perle preparate una drama
Mirra una drama
Yreos fiorentino due drame
Occhi di cancro preparati tre drame
Cocciniglia una drama
Sal di tartaro uno scrupolo
Olio di garofoli trenta gocce
Tutto si unisce facendo polvere sottilissima."

Fonte: Dentist.it

lunedì 7 aprile 2008

Pericolo valanghe

Bollettino del traffico a cura della Provincia Autonoma di Bolzano, di oggi 7 aprile 2008:

"Strade di montagna alte e passi:

News Le gomme invernali sono necessarie.Per il passo Giovo consigliamo le catene. Il passo Gardena e il passo Sella sono CHIUSI per motivi di sicurezza.

San Pietro di Funes - Passo Erbe
Sul tratto "Russis Kreuz" - Passo delle Erbe CHIUSURA per pericolo valanghe. 
Comune di Vandoies
A Fundres CHIUSURA al traffico della Via Dun per pericolo valanghe."

E questa notte ha suonato ancora la sirena: vuol dire freddo, gelo in valle, pericolo per i fiori dei meleti. Avvisa i contadini che occorre l'irrigazione antigelo che, come spiega un documento della facoltà di agraria di Firenze:

"-  sviluppa l’energia interna dell’acqua (1 kcal/kg °C);
-  svolge il calore latente di congelamento (ca. 80 kcal/kg);
-  rimescola verticalmente l’aria;
-  -aumenta la conducibilità termica del terreno ed il suo potere di assorbimento-emissione;
-  aumenta l’umidità relativa dell’aria con possibilità di nebbia con conseguente aumento della radiazione da essa proveniente.

Il meccanismo nettamente prevalente è quello dello svolgimento del calore latente di congelamento;
la solidificazione avviene a 0 °C e tale temperatura si mantiene pressoché costante fino a quando c’è acqua da congelare; quindi l’acqua che cade sulle piante con un certo intervallo e che man mano congela funziona come accumulatore di calore.
Il ghiaccio riceverà il calore anticipato quando il bilancio termico è tornato attivo e cessa la pioggia; tale calore non viene fornito dalla vegetazione, ma dall’ambiente circostante."

Lo spettacolo che ne risulta è magico, come si può vedere qui sotto in una foto rubata a fotoarchiv.it 

e nelle numerose fotografie delle pagine seguenti.

lunedì 10 marzo 2008

Elleboro

elleboro

Helleborus niger L. - Fiorito da un paio di settimane davanti alla finestra della cucina

Eccita i centri nervosi e istiga alla calunnia, porta cattiva fama, viene usato per fatture ed esorcismi, abbassa la temperatura corporea in modo abnorme, è efficace contro la malattia mentale: lo dimostra il fatto che guarì Ercole dalla follia. Anche il pastore e mago Melampo, col latte di alcune capre che si erano nutrite di elleboro, (o mettendo foglie di elleboro nell'acqua dove bevevano) guarì le figlie di Preto, re di Tirinto, alle quali per una maledizione era dato di volta il cervello. Non so se per premio o per punizione ne ottenne una in sposa insieme ad un pezzetto di regno.

La città di Anticyra, nel golfo di Corinto, era famosa per la fioritura di una grande quantità di ellebori ed era diventata una sorta di famoso centro psicoterapico: Marco Livio Druso ad Anticyra guarì dalle ricorrenti crisi epilettiche e Orazio ne consigliava agli alienati un soggiorno curativo. Anche D'Annunzio nella "Figlia di Iorio" gli attribuisce, per bocca di Aligi, la qualità di guarire dalla pazzia: "Anna Onna, su, svégliati, su, lèvati, e vammi in cerca d'ellèboro nero, che il senno renda a questa creatura!"

Plinio il Vecchio, pur facendo un gran casino fra elleboro e veratro albo col rischio di far fuori qualche incauto, nella sua "Storia naturale" ne descrive le numerose qualità medicinali.

Secondo gli inglesi invece le radici polverizzate renderebbero invisibili.

L’Helleborus Niger, raro altrove e frequente nelle Alpi nord-orientali, è un'erbacea perenne della famiglia delle Ranuncolacee, ha la radice a rizoma corto, legnoso e di colore nero da cui prende il nome.

In Trentino si trova facilmente nella parte sud-occidentale della regione e fa parte delle specie protette dalla Legge Regionale 28 giugno 1962 n. 10.

E' emmenagogo, narcotico, antitumorale, diuretico, cardiotonico in caso di scompensi cardiaci. Molto tossico, provoca vomito e forte diarrea, cefalea, vertigini, sonnolenza, collasso cardiaco e può portare alla morte.

Il consiglio di lavarsi le mani dopo averlo maneggiato non è del tutto esagerato.