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mercoledì 16 febbraio 2011

Il Gran Ladro

C’è un monte, in val d’Ultimo, classica scialpinistica e bella escursione estiva, con uno strano nome: Hoher Dieb, Gran Ladro in italiano.

panlagoprospettiva

Koflraster See dalla cima dell’Hoher Dieb

Narra la leggenda che i pingui pascoli attorno ai Koflrasterseen, di proprietà dei paesi della val d’Ultimo, fossero invidiati ed appetiti dai pastori della vicina val Martello. Più di una primavera, infatti, arrivati con le greggi alla loro malga, quelli della val d’Ultimo la trovavano già caricata di animali dei confinanti. E ogni volta finiva in una zuffa che stabiliva, a suon di sassi, bastonate e di forconi piantati nel sedere, chi avrebbe pascolato in quella stagione.

Quell’anno però gli usurpatori, arrivati in gran numero, trovarono una brutta sorpresa: erano attesi dai legittimi proprietari armati fino ai denti. Si picchiarono, si legnarono, si presero a sassate, se le diedero di santa ragione per un paio di giorni, finché quelli di val Martello si arresero, raccattarono feriti e contusi e se la diedero a gambe levate. Tutti meno il loro capo, che rimase per sempre lassù trasformato per punizione, da chi non è dato saperlo e non trovo più la fonte della leggenda, in un enorme ammasso di pietre: il Gran ladro, appunto.

Qui in Alto Adige non c’è nulla di semplice: ogni atto ufficiale dev’essere bilingue, e anche i cartelli indicatori dei sentieri e delle località dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) essere bilingui. A volte sono molto bilingui: ecco cosa pubblicava il settimanale in lingua tedesca ff quest’autunno:

Granladro

“fra Ulten e Vinschgau c’è un monte, che si chiama Gran Ladro. Un lettore di ff ci ha mandato la seguente traduzione:
Vista da G. Breitenberger
” (Ringrazio l’amica Loriz che me l’ha fotografata e spedita)

Non si fa, eh, non si fa…. :P

lunedì 6 settembre 2010

Un pasticcio bilingue

cartelli bilingui

Cartelli “bilinguizzati” col pennarello

Io non parlo bene il tedesco, lei, una bella signora meranese, non parla bene l’italiano. La cosa non ci è di nessun impedimento: ce la ciacoliamo allegramente lungo tutto il sentiero, parlando di fiori, di lavoro, di viaggi in giro per il mondo, di cucina, di grappe: lei si diletta a confezionare liquori aromatizzati con le erbe e mi racconta ricette, tempi, gradi alcolici. Ci suggeriamo a vicenda i vocaboli che ci mancano e ce la caviamo brillantemente parlando “gemischt”(*). E funziona così quasi sempre, in Alto Adige / Südtirol.

Tutto bene fino a quando non iniziamo a discutere dei nostri monti, passione comune: non ci capiamo. Come diavolo faccio a capire che il rifugio a lei più caro, la Flaggerschartenhütte, è il rifugio Vallaga? E come faccio ad apprezzare la sua salita al Glockenkaarkofl se me lo devo scrivere per scoprire a casa dopo un controllo che è la Vetta d’Italia?

Nessun conflitto etnico, amiamo entrambe la nostra terra comune, viviamo alla bellezza di 28 chilometri di distanza, ci capiamo su quasi ogni argomento, e non riusciamo a parlare di monti perché abitiamo su due pianeti linguistici diversi.

L’altro dì fermo un malgaro e gli chiedo se sono giusta per la Malga di Corvara e questo mi guarda stranito: Corvara sta dall’altra parte dell’Alto Adige, qui siamo in Passeier! Colpa mia che non riesco a scovare dalla memoria Rabensteiner Alm. Che ci sia qualcosa che non funziona a questo punto mi pare evidente.

E c’è parecchio che non quadra nella guerra che contrappone da più di un anno (da sempre, forse) CAI, Alpenverein, Provincia, SVP, Roma, Procura, quotidiani, APT, uomo della strada sulla questione dei toponimi bilingui e sulla segnaletica dei sentieri, diventati monolingui per un colpo di mano dell'SAV (Südtiroler Alpenverein, omologa tedesca del CAI).

Gli uni sono ancora risentiti, con buona ragione, dalle traduzioni fantasiose e prepotenti di Tolomei che si prese la briga di trovare, e lo stato italiano di imporre, una corrispondenza italiana ad ogni frazione, cima, torrente, prato, bricco di tutta la provincia. E quando non c’era, ovvero molto spesso, ad inventarla di sana pianta.

Gli altri si sentono stranieri in Italia, anche loro forse a buona ragione (non la discuto su questo post perché facciamo mattina), probabilmente aizzati dalla politica locale, e sicuramente in pieno diritto di protestare: i toponimi bilingui, e di conseguenza la segnaletica bilingue, è sancita da una legge costituzionale nata da un accordo internazionale. Soprattutto in considerazione che la nuova segnaletica, monolingue, rifatta a cura dell’SAV, è stata sovvenzionata per gran parte con soldi pubblici. Soldi di madrelingua italiana, tedesca e ladina.

Da qui un profluvio di motivazioni più o meno pretestuose, di atti di forza, di arroganza, di tentativi da parte dell’SAV di forzare la mano e mettere la politica altoatesina davanti alle cose fatte (politica tedesca ben lieta di mandare avanti qualcun altro a fare il lavoro sporco), che la pongono dalla parte del torto anche se le ragioni di fondo possono essere giuste; da parte italiana la solita, fastidiosa, lagna. E il solito, fastidiosissimo, revanchismo nazionalista, di altoatesini italiani e di sedicenti turisti che, senza aver capito una cippa di cosa c'è in gioco, starnazzano che non verranno mai più in ferie in Alto Adige aggiungendo al trito pregiudizio “non mi servono nei bar in quanto italiano” il motivo nuovo di zecca “ci sono i cartelli monolingue”. Chi sprizza indignato risentimento sono i partiti italiani di destra che cavalcano la tigre a fini elettorali (quelli di sinistra non sanno che pesci pigliare e da che parte stare e danno un colpo alla botte e uno al cerchio). Il che fa passare la voglia di prendere le parti della legalità e di sostenere il CAI che si affanna per trovare i toponimi italiani storici da salvare.

Un bel pasticcio. Che riempie le pagine dei quotidiani, gli uni e soprattutto gli altri, quelli italiani, a soffiare sul fuoco di un conflitto etnico che per le strade non ci sarebbe. Pasticcio nato un secolo fa e del quale siamo ancora prigionieri.

Kofelraster Seen

Il suddetto cartello bilinguizzato, indirizzava a questi due splendidi laghi: Kofelraster Seen

Io intanto, da sudtirolese di madrelingua italiana, sto facendo lo sforzo di imparameli i toponimi tedeschi, e dismettere quelli falsi, senza storia, inventati e colonialisti. Perché sono brutti, storicamente fasulli, artefatti. Perché vorrei capirmi con i miei concittadini quando parlo di un territorio sul quale, loro, vivono davvero. Perché se mi perdo possa farmi aiutare da chi il territorio lo conosce. E anche per rispetto.

Per contro pretenderei che il rispetto, del prossimo, delle leggi e delle regole, sia reciproco. Anche sulla toponomastica bilingue, finché un accordo auspicato e condiviso non stabilisca altre regole. E vorrei, con tutto il cuore, che insieme, altoatesini di tutti i gruppi etnici, si continui sulla strada della convivenza nonostante coloro che rimestano nel torbido. Non della convivenza civile e distratta, ma della compartecipazione e della comprensione(**).

 

(*)   gemischtsprachig = mistilingue
(**) cum – prehendere = prendere insieme, contenere in sé, abbracciare con la mente le idee, intendere appieno. (dizionario etimologico on line)

sabato 12 luglio 2008

Onomastica

ritten3 
Il profilo dello Schlern dall'altopiano del Ritten

Gambero rotto mi prende garbatamente in giro in un suo commento al post di ieri, perché uso il doppio nome, quello tedesco e quello italiano, citando le località altoatesine. Ha ragione: non vedo il motivo per farlo.

Visto che Saint Vincent non si chiama San Vincenzo e che Antey-Saint-André non si chiama Sant'Andrea, e che le traduzioni di Tolomei sono, oltre che fantasiose e spesso senza storia né senso, sgradevoli e colonialiste; dato che non vedo motivo perché Uttenheim debba chiamarsi Villa Ottone e visto che i Rosszähne letteralmete sarebbero "Denti di cavallo" e non "Denti di terra rossa", cercherò di usare i nomi originali, quelli in lingua tedesca o ladina, escluso per i centri più grossi che il nome italiano ce l'avevano prima dell'avvento di Tolomei. E non mi sarà sempre facile, spesso dovrò andare a cercarmeli.

Augh, Mosco ha parlato ;)

(ok, ok, in calce la traduzione, ma imparateli eh! ;)
Schlern=Sciliar; Ritten=Renon)

lunedì 7 aprile 2008

Carlo Magno re di Francia

carlomagno

Passo Campo Carlo Magno in una cartolina dei primi del '900

Fino al 1909 passo Campo Carlo Magno, il valico che mette in comunicazione la Val di Sole con la Val Rendena e Madonna di Campiglio, si chiamava Moschera, o Campo. Campo probabilmente perché largo e pianeggiante, Moschera, ipotizza lo storico Quirino Bezzi, perché, proprio in quanto comodo e pianeggiante, zona di gran pascolo delle mucche, invaso dal letame e di conseguenza da nugoli di mosche.

Ma Carlo Magno, al quale è dedicato il passo, è davvero transitato di là come narra la leggenda? Secondo la “carta di Pellizzano”, una pergamena del 1446, custodita nell'archivio della parrocchia del paese solandro e copia di un'originale del 1429, nel 775 l'imperatore avrebbe attraversato la Val Camonica, il Passo del Tonale, avrebbe disceso la Val di Sole fino al torrente Meledrio per risalire alla Moschera, scendere in Rendena, abbattere un castello, fondare la chiesa di Santo Stefano di Carisolo, far fuori un po' di pagani e di ebrei per poi togliersi dalle scatole.

Lo stesso testo della pergamena lo troviamo all'interno della chiesa di Santo Stefano, trascritto in caratteri gotici, sotto l'affresco cinquecentesco di Simone Baschenis che rappresenta il passaggio dell'imperatore e compare, con trascurabili differenze, in altri due documenti quattrocenteschi trovati a San Giovanni di Cala e Bienno.

Questo lo stralcio della pergamena, tradotto in italiano, che racconta il passaggio di Carlo nella valle del Meledrio (Pala di Valiana) fino alla partenza dell'imperatore per altri lidi:

“[...] Detto  Carlo  attraversò  una certa  valle  chiamata  Valiana,  e raggiunse un monte detto Moschera,  inoltrandosi nella val Rendena e mandò a dire al più potente giudeo che doveva credere nella fede cattolica o consegnargli il castello.

Come il castellano udì l’inaspettata  intimazione,  fuggì  oltre  il  mare.  Il  giorno  dopo Carlo  distrusse il castello e ne  raggiunse un altro chiamato Pelugo, di cui era padrone Catanio, giudeo, che fu convertito alla fede in Cristo. Carlo abbatté il castello e vi fece edificare una chiesa in onore di San Zenone, e i medesimi sette vescovi concessero quaranta giorni di indulgenza ciascuno da  lucrarsi ogni giorno visitando la chiesa.
E vennero alla chiesa di Santo Stefano  e  vi  battezzarono  moltissima gente. [...]

Antonio Selerio ottenne per  la  chiesa  di  Santo  Stefano  la
grazia di mille e cinquecento anni di  indulgenza  ogni  domenica  prima d’ogni mese e per ogni  solennità, perché era stato per sette anni come paggio con re Carlo. Proprio colà  Carlo  terminò  di  convertire tutti i pagani e giudei e nella stessa chiesa  lasciò un  libro nel quale erano  contenute  tutte  le  imprese da  lui compiute  in  tutto  il mondo. Poco dopo si ritirò di lì con tutto il suo seguito e giunse in Blavia…

Graziadeo notaio di Bolbeno scrisse  la presente  copia nell’anno del S.N.G.C. 1446, indizione nona, il 19"

Alcuni studiosi riportano il fatto come storico, molti altri nutrono invece seri dubbi, non essendoci traccia di documenti storici sui quali basare questa ipotesi. Il Bezzi riporta in un suo articolo comparso sull'annuario della SAT del 1982 la sdegnata reazione dello storico Silvestro Valenti alla ridenominazione del passo:

"La denominazione Campo Carlo Magno, storicamente falsa, per vanità, capriccio, indifferenza e affarismo è passata nella nomenclatura postale austriaca, sulle guide, sulle carte topografiche locali e finalmente nell’Elenco Ufficiale Toponomastico e chi ha avuto ha avuto, e chi ga bu a bu in trentino, e ci a bu ci a bu in nones”.

Forse c'è un po' di vero sul quale è fiorita la leggenda, forse Carlo Magno non è mai passato da quelle parti ma qualche frangia del suo esercito durante le spedizioni contro i Longobardi, o chissà che altro esercito medievale ha attraversato quel valico: per cercare di fare un po' di luce sulla vicenda è nato il Progetto Carlo Magno che, come recita il sito di riferimento, "ha ottenuto il patrocinio della Provincia Autonoma di Trento, della Provincia di Brescia, della Regione Autonoma Trentino Alto Adige, del Comune di Brescia, del Comune di Carisolo" al quale hanno dato vita il Circolo culturale "Il Faggio Val Rendena" e la Pro Loco di Carisolo, che ha lo scopo di ricercare documenti o tracce che aiutino a capire se di storia o di leggenda si tratta.

giovedì 8 novembre 2007

Steig, cosa vuol dire?

Segnaletica oscura

Capita spesso di leggere sui cartelli indicatori o sulle cartine termini tedeschi dei quali non si capisce il significato. Può essere utile conoscerne la traduzione.


Alm = malga
Almhütte = Casera
Bach = rio, torrente
Berg = monte, montagna
Bergkante = spigolo
Bergkessel = Busa, Van
Bergschulter = spallone
Ebene = Piano
Fels = rupe, sasso
Felsnadel = Guglia
Gipfel = punta, cima, vetta
Horn = corno
Hütte = rifugio
Jausenstation = punto di ristoro
Joch = passo, giogo
Klettersteig = ferrata, sentiero attrezzato
Lichtung = radura
Pass = passo
Rüchen = dosso
Sattel = sella
Scharte = forcella, valico, bocca
See = lago
Spitze = punta, pizzo, vetta
Steig = sentiero
Tal = valle
Wald = bosco
Wanderweg, Wandersteig = sentiero escursionistico
Weg=via
Wiese=prato

Ricordarsi sempre che la lingua tedesca usa spesso parole composte: Rittnerhorn si traduce Corno del Renon, Sarnerscharte, Forcella Sarentina: occorre quindi estrapolare il termine che interessa dal nome composto.

martedì 23 ottobre 2007

Croda dei Toni

Dolomiti di Sesto - Croda dei Toni o Cima Dodici/Zwölferkofel

La Croda dei Toni o Cima Dodici è una delle cime che chiude la val Fiscalina e fa parte della "meridiana di Sesto". Sul versante di Auronzo era chiamata Croda della Val dei Toni, come la valle in fondo alla quale si trova, contratto poi in Croda dei Toni.

E chi sarebbero questi Toni? Dalle mie parti dare a una persona del Toni è come dargli del sempliciotto. La croda dei sempliciotti? Me lo chiedevo guardando l'enrosadira dal rifugio Comici ai suoi piedi nello scorso settembre.

Secondo la "Guida storico-alpina del Cadore" di Ottone Brentari il nome deriva dal "singolare frastuono, nei giorni di temporale, dei tuoni che vanno ripercuotendosi di cima in cima".

Niente sempliciotti quindi ma rumorosi e scenografici tuoni.

lunedì 22 ottobre 2007

Maddalene, perché?

Le Maddalene viste dal Monte Pin

Le Maddalene sono una catena di monti che appartiene geograficamente al gruppo Ortles-Cevedale e chiude a nord l'alta Val di Non (Trentino occidentale) facendo da spartiacque con la Val d'Ultimo/Ultental in Alto Adige.


Ancora poco sfruttate turisticamente, prive di pareti strapiombanti da arrampicare, vicine a ghiacciai, stazioni sciistiche e cime molto più famose, povere di rifugi e di ristori, sono poco conosciute e finora per gran parte incontaminate.


Me lo son chiesta più di una volta: perché questo nome?


Maddalene non è un toponimo comune ma è meno raro di quel che si crede: esiste per esempio una Val delle Maddalene nel veronese, un quartiere di Vicenza chiamato Maddalene, una Madelein Spiz in Val Senales. Secondo Giulia Mastrelli Anzilotti, studiosa che ha dedicato diverse ricerche e pubblicazioni sulle origini della toponomastica trentina, l'etimologia risale alle regole comunali che disciplinavano lo sfruttamento del territorio e dei pascoli e che vietavano, in quelle località, lo sfalcio del fieno prima del 22 luglio, festa di Santa Maria Maddalena.


Ecco spiegato l'arcano :)