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lunedì 23 maggio 2016

Selvaggia

Visto che per altre cose latito, dopo la ravanata che ho fatto per tornare on line, almeno le recensioni di libri attinenti agli argomenti del blog potrei metterle, no? Cominciamo, o ricominciamo, da qui:

Sarah Marquis
Selvaggia – Ho camminato fino alla fine del mondo

Editore: Sperling & Kupfer  (collana Varia)

anno: 2015
pp. 243, illustrato

Mille giorni e mille notti. Ecco quanto ha impiegato Sarah Marquis a compiere la sua impresa: attraversare sei Paesi, dalla Mongolia all'Australia, passando per il deserto del Gobi, la Gina (sic!), la Siberia, il Laos e la Thailandia. Camminando. Perché camminare è un'antica forma di meditazione, e Sarah, un passo dopo l'altro, ha fatto sua questa pratica. Ventimila chilometri davanti e uno zaino sulle spalle, Sarah ha visto paesaggi sontuosi, come il Lago Bajkal, e luoghi lussureggianti, come la giungla del Laos. Si è imbattuta in animali amichevoli e temibili belve, come i lupi della Siberia e i leopardi delle nevi nel deserto del Gobi. Ha incontrato personaggi minacciosi, ladri, narcotrafficanti, ma anche popolazioni accoglienti e calorose. Un viaggio incredibile in cui, contando solo sulle sue capacità, Sarah ha affrontato temperature gelide e caldi opprimenti, i pericoli della natura selvaggia e della solitudine. Ricompensata dalla bellezza dei luoghi e dal cammino interiore percorso, ci racconta in queste pagine la natura in tutta la sua grandiosità: meravigliosa e forte, emozionante, pericolosa e spettacolare.

Link al suo sito

La tipa è tosta eh, tostissima. Fa cose pazzesche che mi lasciano a bocca aperta, cose che, sapendo quanto pesa uno zaino per un trekking di 6 giorni, riesco a cogliere abbastanza bene. Mi rendo conto che condensare 2 anni e mezzo di viaggio in meno di 240 pagine non sia banale, ma di quelle 240 pagine ne ho trovate di veramente piacevoli su per giù la metà. Attraversare a piedi paesi così selvaggi e difficili, da donna sola, non credo sia rassicurante. Non sto commentando la sua impresa, che mi sembra grandiosa, né sto stroncando lei. Selvaggia, coraggiosa, sporca e stanca, lei mi è simpaticissima. Ma il libro mi è piaciuto poco poco. Probabilmente, suppongo, non ne ho la certezza, è tratto da testi eterogenei già pubblicati altrove (blog, articoli vari) alcuni ben riusciti altri meno. Per la gran parte lo stile è rigido, poco coinvolgente anche nei momenti drammatici; non si coglie lo scorrere del tempo, ci si rende conto con fatica che dal capitolo precedente sono passati mesi; dedica pagine e pagine ad alcuni paesi (Mongolia, Australia) e liquida in poco Laos (mi ero persino scordata che l'avesse attraversato), Thailandia, Siberia.
Resta per prudenza a debita distanza dagli esseri umani che trova, probabilmente a ragione, più minacciosi dei coccodrilli, quei pochi che incontra per necessità li presenta come sospettosi, poco cordiali, aggressivi. (Tesoro, sei tu ad essere molto strana e in casa altrui, mica loro). Ogni tanto salva dalla critica una donna, ma raramente.Ha scadenze da rispettare, non può e non vuole per prudenza prendersi il tempo di farsi conoscere e di conoscerli, scappa via. E noi ci perdiamo storie, abitudini, culture di paesi che conosciamo pochissimo e che, temo, alla fine conosca poco anche lei.

Bella e coinvolgente invece la parte australiana, cammino con lei fra animali, piante, fatica, paesaggi lussureggianti. Nel resto dell'avventura non riesco a starle al fianco.

Seccante il pippone vegetariano che cerca di far sentire a disagio gli onnivori. Trovo le prediche parecchio fastidiose sempre!

Ho notato alcune contraddizioni. Ad esempio: [...] incarna tutta l’ospitalità delle generazioni di donne mongole che l’hanno preceduta. quali? La frase le presenta come tutte ospitali, la maggior parte invece le descrive come virago sospettose e cattive.

Evitando (grassetto mio) la fonte di tutti i miei problemi, ovvero la gente, lascio che la Thailandia mi seduca con i suoi sorrisi, i suoi monaci, i suoi profumi e la sua generosità.. e chi è che ti sorride ed è generoso con te se la gente la eviti come la peste?

Ma questa volta avevo deciso di fare almeno il richiamo per l’antitetanica, per proteggermi dalla rabbia. Consisteva in tre iniezioni a intervalli più o meno lunghi, ma con lo stress della partenza non ho avuto il tempo di completare il ciclo, quindi avevo tutto l’interesse a non farmi mordere né leccare da nessun animale più o meno selvaggio. Antitetanica contro la rabbia?

Aggiungo: 66 volte la parola sorriso e i suoi derivati. Pietà! Se ne trovavo ancora uno volava il Kindle dalla finestra.

Ah, peraltro, i leopardi delle nevi mica li ha incontrati eh!

Edit: mi sovviene che il titolo vorrebbe evocare "Wild" della Cheryl Strayed. Bè, non ci siamo proprio.

lunedì 29 febbraio 2016

Messner e Simone Moro: in cauda venenum

 

Simpatico video dal CB (fonte Gazzetta dello Sport) che non riesco a incorporare!

Già nel 2010, quando Tamara Lunger raggiunse la vetta del Lhotse, Messner le fece sì i complimenti, ma subito dopo arrivò la spenta:

A Tamara vanno tutto il mio rispetto e i miei complimenti».  
quindi aggiunse: «Pochi giorni fa è salito sull’Everest un tredicenne: l’Everest e il Lhotse tecnicamente non presentano grandi difficoltà e con le corde fisse sono quasi come una ferrata. Di alpinistico c’è poco, di esplorativo più nulla».

Simone Moro ha portato a termine la prima invernale assoluta del Nanga Parbat, una montagnaccia sgradevole anche in estate, tanto simpatica da essere soprannominata “la montagna assassina” e Messner, raggiunto dalla Gazzetta, prima gli fa tanto di complimenti ma poi non resiste:

Il successo di questa bella salita, importante anche se non la si può definire storica, viene da una ottima logistica.” Eh no, importante ma non storica, bravo Moro ma non darti troppe arie.

Faceva fatica a fare i comlpimenti per una grande impresa senza metterci quella puntina di acido? Non erano ancora scesi al CB, non avevano ancora portato a casa le piume, poteva mica lasciar perdere? che la solfa la ripete da anni: Una volta qui era tutta campagna! Ai miei tempi sì era alpinismo mica adesso! Le mie sì sono imprese storiche, signora mia, altroché!

Per chi non lo conoscesse, Moro è un tipino che va su e giù dall’Everest come io dalle passeggiate del Guncina, ha fatto quattro 8000 in invernale, è pilota di elicottero, fa parte di un team di elisoccorso nepalese specializzato in operazioni ad altissima quota, ha effettuato un recupero a circa 7000 metri, record assoluto. E’  medaglia d’oro al valor civile con questa motivazione:
«Con grande coraggio, rinunciando al compimento di un’ardua impresa alpinistica, interveniva in soccorso di un giovane rocciatore inglese precipitato lungo la parete di un monte, a circa 8000 metri di altitudine e con un elevatissimo rischio di valanghe. Dopo notevoli difficoltà, con il buio e il freddo, raggiungeva il ferito, il quale giaceva immobile ed in stato di shock, con il viso insanguinato e quasi assiderato. Quindi lo legava a sé e tirandolo di forza, con estenuante e lunghissima fatica, riusciva a portarlo in salvo. Nobile esempio di elette virtù civiche ed esemplare spirito di solidarietà. 22 maggio 2001 - Lhotse-Everest (Nepal)».

Eppure non se la tira. Simone Moro eh!  ;)

Cold, fonte Youtube

venerdì 2 gennaio 2015

dalle stalle alle stelle

Nonna Alba Nonna Alba

Era nata alla fine del 1800 da una famiglia contadina di Tuenno, val di Non, in Trentino. Campi, stalla, maiali, patate, la solita vita dei paesi alla fine dell’800 nell’impero austrungarico. Narrano  le storie familiari di un mitico viaggio in slitta trainata dai cavalli, sepolta dalle coperte e dalle pellicce, per andare a Innsbruck a trovare la sorella sposata lassù.

nonno eugenioEra molto bella, brillante, con una sua eleganza innata e un carattere volitivo (una peste ad essere sinceri :D); purtroppo non ho più nessuno a cui chiedere come e dove conobbe e affascinò mio nonno Eugenio, bello e fine pure lui, nato in una famiglia colta e benestante di Bolzano. So però che in viaggio di nozze andarono, sempre in carrozza, a Riva del Garda.

Da sposa imparò ad apprezzare le comodità di una casa di città e attraversò, fra varie vicissitudini, gran parte del ventesimo secolo passando dalla candela alla luce elettrica, dalle stufe a legna da accendere stanza per stanza al riscaldamento centralizzato, dalla lavandaia alla lavatrice, dal carro all’automobile, dai filò in stalla alla televisione alla magia del telefono. Nonostante non avesse mai capito come funzionava un interruttore né a programmare il termostato della caldaia, assisteva con ammirazione e curiosità allo sviluppo tecnologico: rimase alzata tutta la notte davanti alla TV per assistere allo sbarco di Armstrong e Aldrin sulla Luna e ne parlò per mesi con entusiasmo.

Nonna Alba

Chissà, nonna Albina Cristoforetti, cosa ne penseresti oggi a sapere che Samantha è ingegnere, capitano dell’aeronautica, pilota di jet e sta girando 400 km sopra le nostre teste nella Stazione Spaziale Internazionale, mandando sulla terra in tempo reale le foto del nostro pianetino e delle nostre valli prese da lassù!

valli di Non e Sole dalla ISS – foto Samantha Cristoforetti

“Come abitante temporanea di un avamposto umano nello spazio, condividerò la prospettiva orbitale e condurrò virtualmente nello spazio tutti quelli che vorranno prendere parte a questo viaggio.

Samantha Cristoforetti

martedì 9 luglio 2013

Gli eremiti della montagna

vallagaFlaggerschartenhütte – Rifugio forcella Vallaga (Alpi Sarentine)

Ho trovato in rete, sul sito Fortezza open Archive, la copia di un articolo a firma Grazia Negro pubblicato sul defunto quotidiano “Mattino dell’Alto Adige” il 19 ottobre 1989. E’ il resoconto di una chiacchierata con una collaboratrice degli allora gestori del rifugio Forcella Vallaga Giovanna e Mario Coccia, che mi piace riproporre ai miei 15 lettori.

Negli anni il rifugio, proprietà del CAI di Fortezza, ha superato diverse difficoltà di gestione, un anno è addirittura rimasto chiuso, costringendo gli escursionisti impegnati nello splendido trekking “ferro di cavallo” (comprese le due spatuzze, ovvero mia sorella Val e la sottoscritta) a sobbarcarsi un bel po’ di dislivello per scendere a dormire in valle e risalire il giorno appresso. Da qualche anno è gestito da Manfred Niederkofler e pare abbia ritrovato l’equilibrio.

“Gli «eremiti della montagna» al servizio degli alpinisti

Quant'è aspra e ingrata
la gestione di un rifugio!

Il racconto d' un'esperienza al « Vallaga»

Nella nostra zona di confine i coniugi Giovanna e Mario Coccia sono gli unici gestori italiani di un rifugio. I problemi dei collegamenti e dei rifornimenti. La riscoperta di una diversa “dimensione” della vita.

Può risultare difficile spiegare il valore di un'esperienza che esula dai canoni del “tutto subito senza fatica”, tipici del nostro tempo; altrettanto problematico spiegare agli altri, ma prima di tutto a sé stessi, le motivazioni che conducono a questo tipo di scelta, che sono un condensato di un bisogno fisico di stare nella natura, di un tentativo di riscoprire la dimensione manuale della vita, della necessita di chiarire la direzione della propria esistenza, al di fuori di qualsiasi condizionamento passibile. Lesperienza a cui mi riferisco, vissuta da me in prima persona quest'estate, è la vita e il lavoro in un rifugio alpino, il rifugio Vallaga del CAI di Fortezza, che si trova a quota 2481 m. nel Monti Sarentini. L'atmosfera dei monti che circondano il rifugio è impervia e selvaggia, quasi incontaminata e l'abitato si inserisce bene in questo contesto, anche grazie al suo raggiungimento non proprio agevole: (5/6 ore da Mezzaselva; 2 ore da Valdurna; 4 ore da Passo Pennes; 4/5 ore dal rifugio Croce di Latzfons)

La giornata comincia presto per i gestori, i signori Coccia di Bressanone: la signora Giovanna deve riscaldare la Stube, preparare la colazione e i successivi pasti. Il signor Mario deve provvedere al funzionamento di tutte le macchi­ne del rifugio (gruppo elettrogeno, pompa dell'acqua ecc.) Per me ed Evi, l'altra ragazza tuttofare, la sveglia suona alle sette, solo raramente prima; dopo un ascolto veloce delle notizie e del bollettino del tempo alla radio, l'unico, mezzo di contatto, insieme ai Gäste, con il mondo, passiamo a servire le colazioni, a rassettare la cucina e la Stube, i bagni, infine le camere e il Lager. Questi lavori ci occupano fino a metà mattinata; segue la merenda e poi un po' di tempo libero da sfruttare per la lettura o per qualche passeggiata nei dintorni.

L'arrivo di qualche montanaro mattiniero può però far saltare questa pausa e costringerci ad attivare la cucina, con gli ottimi minestroni, canederli e gulasch della signora Giovanna, già alle 10 di mattina!

Fino a pomeriggio inoltrato si servono i pasti e le bibite e se va bene, prima della cena, c'è tempo per un altro stacco. La gioia più grande consiste nel finire tutti i lavori la sera e potersi sedere al tavolo e fare una partita a carte.

vallaga interno
Interni del rifugio

Riuscire a leggere un giornale, magari di due o tre giorni prima; vedere Aldo e Franco che ogni settimana portano a spalla tutti i viveri deperibili, (pane, verdura, carne ecc.) e anche qualche messaggio da casa, qualche lettera o qualche alimentare di "lusso" (frutta, yoghurt ecc.); mangiare un gelato portatoci in via eccezionale da Otello o uno yoghurt particolare, promesso e poi infilato nello zaino da Günther; scendere un giorno di brutto tempo di corsa a Valdurna e ritornare dopo aver fatto cinque o sei telefonate; la visita di qualche amico: tutti questi eventi per me costituiscono una festa.

Altrettanto bello e importante è scappare, appena posso, nella natura, nel suo silenzio, sulla Cima di S. Giacomo o sul Corno di Tramin, o anche solo ai laghetti intorno al rifugio; contemplare lo spettacolo della luna piena che sorge, riuscire a fare colazione, ancora assonnata, all'aperto, pensare a Bressanone ed immaginarla oltre ai monti. L'atmosfera famigliare ed accogliente che i gestori imprimono al rifugio, le chiacchierate con i Gäste, simpatici e solo assai raramente poco disponibili, alleviano la fatica fisica, che a volte si sente di più, specialmente nei giorni di festa e fanno arrivare presto la sera, le ultime canzoni ascoltate con il Walkman prima di addormentarsi.

La scansione lunga e dilatata del tempo, e non stressante come a valle, la rivalutazione delle piccole comodità quotidiane, che l'altitudine fa cadere nelle dimenticanze, l'importanza dei contatti umani e dei piccoli gesti, la bellezza sempre nuova della natura e la sua completezza rispetto ai nostri vuoti, questi, credo, gli elementi della lezione di vita che ho appreso e che consiglierei a tutti.”

Chiedo venia per i refusi, anche il miglior OCR si incasina con l’immagine spiegazzata di un articolo di giornale!

articolo vallaga

(Dal racconto di Grazia Negro non pare di scorgere una vita “aspra e ingrata”, sebbene non comoda: anzi lei sembra contenta dell’esperienza. A meno che non manchi all’articolo qualche chiosa dei gestori pubblicata a parte).

sabato 29 giugno 2013

Coccodrilli tardivi

Libera scienza in libero statoMargherita Hack

Libera scienza in libero stato

Editore
Rizzoli  (collana Saggi italiani)

Anno 2010
ISBN 9788817046138

“Da qualche anno si fa un gran parlare di «innovazione», magica parola che dovrebbe permettere ai Paesi del mondo industrializzato di reggere la concorrenza dei Paesi emergenti, che producono le stesse cose a prezzi enormemente inferiori. Innovazione significa dunque immaginare nuovi modi di produrre le stesse cose a minor costo, oppure inventare nuovi prodotti, dai più complessi ai più semplici, che in qualche maniera facilitino la nostra vita quotidiana in casa o sul lavoro, o macchine o utensili più facili da usare di quelli esistenti, o creare marchingegni e renderli indispensabili.

Innovazione significa anche utilizzare le conoscenze sul funzionamento del nostro corpo per vivere meglio e in miglior salute, e soprattutto trovare il modo di debellare tante malattie ancora oggi inguaribili. Basta pensare a quali e quanti sono stati i progressi della medicina nel corso di questi ultimi cento anni.

Perciò l'innovazione è frutto della tecnologia e la tecnologia è frutto della ricerca applicata, la quale a sua volta deriva dalla ricerca di base: la ricerca, cioè, che non si pone problemi di applicazioni pratiche, ma si occupa solo di scoprire le leggi che regolano l'universo, il nostro pianeta, il nostro corpo, la ricerca che soddisfa la curiosità e insegue la conoscenza per la conoscenza.

Allora perché in Italia si dà così poca importanza alla ricerca scientifica? Quando si parla di innovazione lo si fa sempre a vanvera. Invece l'interesse per la scienza e le sue applicazioni dovrebbe essere inculcato nei bambini già dalle prime classi elementari.

Disinteresse per la scienza significa anche e soprattutto disinteresse per la cultura, per la scuola di ogni ordine e grado, che è quella che dovrebbe «nutrire» i cervelli di ogni cittadino.

[...]

Il semianalfabetismo o addirittura analfabetismo scientifico spiegano tante paure irrazionali e la credulità in pseudoscienze come l'astrologia, il paranormale, il creazionismo. La scarsa considerazione che la nostra classe politica e in particolare quella più recente riserva all'istruzione, all'università e alla ricerca è la conseguenza del basso livello culturale della gran maggioranza degli eletti in Parlamento.

[…]

Come se non bastasse, anche il papa si permette di accusare gli scienziati di essere arroganti e avidi: «La scienza moderna a volte segue solo il facile guadagno e tenta di sostituirsi al Creatore con arroganza, senza essere in grado di elaborare principi etici, mettendo in grave pericolo la stessa umanità».

E, dati alla mano, gli scienziati italiani proprio non si meritano queste accuse: a più di trent'anni un ricercatore arriva a uno stipendio di poco superiore ai 1000 euro al mese, e un professore ordinario alla fine della carriera non supera gli 80.000 euro lordi all'anno. Questo in moneta sonante è il valore che l'Italia riconosce alla cultura, alla ricerca e alla tanto celebrata innovazione che evidentemente riempie le bocche ma non le tasche.

[…]

Ma l'ingerenza della Chiesa sulla scienza non è finita. Se si guarda bene dall'intervenire sulle ricerche di pertinenza delle scienze abiologiche come la fisica o la matematica, ben diverso è il caso che riguarda le scienze biologiche, o scienze della vita. Esempi recenti sono le pressioni su deputati e senatori che per la loro ignoranza scientifica hanno partorito la vergognosa legge 40 sulla fecondazione assistita, gli ostacoli posti al testamento biologico, cioè la dichiarazione consapevole di non volersi sottoporre all'accanimento terapeutico, l'impossibilità per un malato terminale di ottenere l'eutanasia, per non parlare poi degli ostacoli posti alla stesura di una legge per i diritti delle coppie di fatto, sia etero sia omosessuali. Insomma la scienza è umiliata dalla politica, che a sua volta è succube del Vaticano.

[…]

Nel giugno 2005 c'è il referendum per ottenere l'abrogazione della famigerata legge 40 del 19 febbraio 2004, che limita l'accesso alle tecniche di inseminazione artificiale alle sole coppie sterili, non consente la fecondazione eterologa (l'impiego di gameti da parte di terze persone), non consente la crioconservazione (il congelamento degli embrioni), vieta qualsiasi sperimentazione sulle cellule staminali embrionali, anche soprannumerarie e congelate - ricerche che potrebbero permettere la guarigione da malattie ancora oggi inguaribili - e soprattutto vieta la diagnosi preimpianto. Così portatori sani di malattie, per esempio l'anemia mediterranea, non possono accertarsi che l'embrione da impiantare sia sano e rischiano di mettere al mondo un bambino che avrà una vita d'inferno, oppure la donna si troverà costretta ad abortire. E qui si tocca il culmine dell'assurdità: l'embrione, che ha l'anima, deve comunque essere impiantato, casomai se il feto è malato si ricorre all'aborto. Quindi l'anima dell'embrione è più importante di quella del feto. Inoltre impone alla donna l'impianto di tutti gli embrioni ottenuti, senza che abbia la libertà di interrompere il trattamento.

Il referendum non raggiunge il quorum del 50 per cento più uno dei votanti. Solo il 25,9 per cento si reca alle urne, sia per l'aperta e martellante propaganda della Chiesa sull'astensione, sia per la mancanza di informazione, chiara e semplice, sugli scopi del referendum da parte dei vari canali televisivi, quasi tutti asserviti al potere politico.

[…]

Qualche ripensamento da parte della Chiesa per non ripetere casi analoghi a quello di Galileo arriva nel luglio 2009 da parte di monsignor Sergio Pagano, capo dell'Archivio segreto: «Il caso Galileo insegna alla Chiesa ad accostarsi ai problemi scientifici con molta umiltà e circospezione, fossero anche quelli legati alla più moderna ricerca sulle cellule staminali».

Ma il governo è più papista del papa perché finanzia soltanto i progetti in cui si usano cellule staminali adulte, sebbene gli studi sulle cellule staminali embrionali siano legali purché «la distruzione degli embrioni non avvenga in Italia e le cellule siano importate dall'estero». Un bell'esempio di ipocrisia!

Margherita Hack

martedì 25 giugno 2013

Ci si chiede sempre perché

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Königspitze - Gran Zebrù

Anche sul N.G. it.sport.montagna (sì, esiste ancora, e qualcuno ancora ci scrive) ci si sta chiedendo “perché?”. Fatalità, errore, imprudenza, poca preparazione, sfiga? Difficile parlare seduti in poltrona. Luigi Ruggera ha raccolto per il “Corriere dell’Alto Adige” (che non posso linkare perché non c’è on line) la testimonianza di chi li ha visti volare, Fabio Lenti, guida alpina:

«Nella cordata davanti a quella dei tre ragazzi altoatesini c'era anche un istruttore del Cai, che li aveva avvisati: tornate indietro, è pericoloso. Ma loro purtroppo non hanno seguito il consiglio e, poco dopo, sono precipitati. All'istruttore del Cai che li aveva avvisati — continua Lenti — hanno risposto che per loro non c'era alcun problema ed hanno quindi proseguito. Poco dopo, si è verificato il tragico incidente: li ho visti precipitare. Avevano sottovalutato la situazione del manto nevoso: pensavano, probabilmente, che la neve fosse molle e che quindi, anche in caso di caduta, sarebbero riusciti a fermarsi. Ma così non è stato perché in quel tratto il pendio è molto ripido, fino a 45 gradi. Nei pressi del collo di bottiglia, in effetti, la loro caduta si era rallentata, ma non sono comunque riusciti a fermarsi ed hanno poi fatto il salto della parete, precipitando nel vuoto».

Lorenzo Zampatti, Presidente CNSAS Alto Adige, intervistato per  la stessa testata da Federico Mele, risponde fra l’altro:

«Sicuramente si tratta di una coincidenza, anche se è inevitabile pensare che qualche errore è stato commesso, in entrambi i casi. Per il primo incidente so che ci sono testimoni, e hanno confermato che i tre alpinisti erano legati tra loro senza però, come si dice in gergo, "fare sicurezza" a terra. Per quanto riguarda invece il secondo incidente, quello del primo pomeriggio, la dinamica non è ancora molto chiara, anche se è molto probabile che sia accaduta la stessa cosa. Ed è inevitabile che affrontando la salita in questo modo, basta la caduta di uno, per trascinare giù anche gli altri».

Sul quotidiano Alto Adige a parlare invece è Christian Knoll, del Soccorso Alpino di Sulden – Solda, che ha partecipato alla spedizione di recupero degli alpinisti:

«Con la stagione avanzata, normalmente chi scivola lungo il pendio sommitale è in grado di fermarsi ai suoi piedi, dove c’è una specie di catino circondato da roccette - spiega Knoll –ma in questo periodo c’è ancora molta neve, il catino è coperto e il pendio si trasforma in una sorta di trampolino di lancio verso il vuoto.
Non si può dire che gli alpinisti morti ieri siano andati incontro al loro destino da sprovveduti, tutti erano perfettamente equipaggiati, al termine della caduta indossavano ancora i ramponi - continua – il problema è che la neve può diventare instabile, basta poco a metterla in movimento e quando parte un membro della cordata, soprattutto se è il primo, c’è il rischio concreto che porti con sè anche i compagni
»

375px-Reinhold_Messner_at_Juval_(2012)Reinhold Messner (Autore Vale93b Fonte Wikimedia Commons, licenza Creative Commons 3.0)

E poi arriva Messner a dire la sua, sempre per L’Alto Adige, a Massimiliano Bona:

«Quello è un posto pericoloso, negli ultimi anni quasi maledetto, e se non ci sono le condizioni bisogna avere il coraggio di tornare indietro». Racconta di essere tornato indietro, nello stesso posto, con condizioni simili e di non essersi vergognato: «In questi casi bisogna pensare che la montagna resta e l'esperienza che un alpinista fa a tornare indietro è probabilmente più importante e formativa di quella che avrebbe fatto a raggiungere la vetta. In cima non c’è nessuno a darti la medaglia»

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L’Ortler – Ortles

Aggiunge poi con un certo cinismo: «Non ho problemi a dire che chi affronterà questa mattina* la parete Nord dell'Ortles, e scommetto che saranno in tanti, è uno stupido. Ma veramente stupido. Il rischio che cadano dei seracchi, dei blocchi di ghiaccio, è molto elevato. Può accadere tre volte alla settimana o tre volte in un mese in questo periodo ma il rischio c'è. Fosse per me impedirei anche ai più esperti di salire: metterei un divieto di transito in alta quota.

Età, forma fisica, esperienza e conoscenza del territorio sono fondamentali. Chi sale tardi in questo periodo non ha la testa a posto». «Con questo caldo non gela più la notte e gli alpinisti non hanno sotto i piedi uno strato compatto. Il primo che cade, poi, trascina gli altri a valle con le tragiche conseguenze di ieri sul Gran Zebrù».

Aggiunge ancora Messner: «Io con questo caldo non andrei a fare una salita sul Gran Zebrù. Gli escursionisti esperti lo dovrebbero sapere». […] «Anche la via normale è molto pericolosa con le alte temperature e se l’inverno ha portato tanta neve. Io penso, ma non posso dimostrarlo, perché non sono salito, che nella zona dell’incidente sia caduta una valanga di neve bagnata. Con le attuali temperature la neve non riesce a solidificarsi creando così una situazione di forte pericolo. La neve bagnata tende a scivolare» […] «anche avere la piccozza non garantisce sufficiente sicurezza».

Fatalità, errore, imprudenza, sfiga? Tutto insieme, forse. Resta il rimpianto di 6 giovani morti, di famiglie distrutte, di bimbetti che si chiederanno per sempre “perché”.

Chissà almeno se il prossimo we qualcuno farà tesoro di questa tragedia e ci informerà meglio sulle condizioni.

* lunedì mattina

lunedì 24 giugno 2013

Come sei bella!

E come sei pericolosa :(

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Königspitze -  Gran Zebrù

Wolfgang, Matthias e Jan; Matteo, Michele, Daniele.

mercoledì 29 maggio 2013

Ciao, Franca

 

Era il 9 marzo del 1973, il giorno in cui Franca Rame fu aggredita da 5 neofascisti. Questi la portarono su un furgoncino e la violentarono, lasciandola poi sulla strada in uno stato di totale confusione mentale. La violenza fu raccontata dall'attrice nel 1975 attraverso il monologo "Lo stupro", senza dichiarare di averla vissuta personalmente, dichiarazione che fece solo nel 1987 alla trasmissione Fantastico della RAI.”

fonte: Youtube - RaiUno tramite Vento Tagliente

giovedì 21 marzo 2013

Il gatto in un appartamento vuoto

21 marzo, giornata mondiale della poesia.

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Morire – questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.
Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.

Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c’era qualcuno, c’era,
e poi d’un tratto è scomparso,
e si ostina a non esserci.
In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Cos’altro si può fare.
Aspettare e dormire.

Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all’inizio niente salti né squittii.

Wisława Szymborska premio Nobel per la letteratura 1996

(ciao Anna, te ne sei andata davvero troppo presto!)

martedì 2 ottobre 2012

Era Ora!

In memoria della partigiana "Ora" Ancilla Marighetto (1927-1945)

30 settembre 2012, malga Valarica di sotto, Tesino

martedì 24 gennaio 2012

Guido Rossa, alpinista, operaio, compagno

Il 24 gennaio 1979 le Brigate Rosse uccidono a Genova il delegato sindacale Italsider Guido Rossa.

Guido Rossa

Guido Rossa, annuario 2004 CAI Bolzaneto, negativo F. Jöchler. Fonte unfinished, il bel sito di Andrea Corradi.

Forse è stato l’inizio della fine delle Brigate Rosse.

Mi pare importante ricordarlo, in questi tempi cupi in cui il sindacato si dibatte per trovare forza nella voce e cercare di salvare qualcuno dei diritti che stiamo quotidianamente perdendo.

Molto bello il post di Andrea Corradi, al quale indirizzo chi mi sta leggendo: non saprei ne avrei modo di scriverne meglio né più diffusamente.

martedì 29 novembre 2011

E’ morto un giusto

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(foto AAD)

A soli 51 anni se n’è andato Michele Nardin, anestesista del pronto soccorso dell’ospedale S.Maurizio di Bolzano, alpinista, cofondatore e direttore sanitario dell'Aiut Alpin Dolomites, il soccorso alpino dell’area delle Dolomiti. Chissà quante volte ci è volato sopra la testa, chissà quante volte l’abbiamo visto in azione.

Gli dobbiamo tutti qualcosa.

Il funerale si svolgerà giovedì 1 dicembre alle ore 16.00 presso la chiesa di Appiano / S. Michele.

mercoledì 23 novembre 2011

Corri in edicola!

Faccio il verso alle pubblicità radiofoniche, per segnalare questa uscita:

Chi ha letto “Un mondo perduto” ci troverà le fotografie a colori che nel libro mancano e un po’ di storie di montagna; chi non l’ha letto, il racconto di alcune delle sue avventure in stralci di articoli da lui scritti per la rivista; chi ricorda “Epoca” dei bei tempi avrà qualche attacco di nostalgia, chi si è sempre domandato come diavolo facesse a pubblicare le foto di sé stesso se era in giro da solo, avrà la risposta e chi si chiedeva cosa diavolo ci fosse nel suo zaino, pure.

Ci sono le foto di Bonatti prima di essere Bonatti e una bella intervista a Rossana Podestà, trattata dalla burocrazia sanitaria con il disprezzo e l’indifferenza che non si usa più nemmeno per una cortigiana.

Bella persona, coraggiosa, pura e testarda, ultimo modello per i ragazzini che sognavano di fare, da grandi, gli esploratori: ormai non c’è più nulla da esplorare su questo pianeta.

E, se mi è concesso, gran bell’uomo.

mercoledì 14 settembre 2011

Sit tibi terra levis, Walter

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Walter Bonatti ed Erich Abram al campo base del K2 durante la spedizione al K2 del 1954 (fonte: Wikimedia Commons)

“La montagna mi ha insegnato a non barare, a essere onesto con me stesso e con quello che facevo. Se praticata in un certo modo è una scuola indubbiamente dura, a volte anche crudele, però sincera come non sempre accade nel quotidiano.

Se io dunque traspongo questi principi nel mondo degli uomini, mi troverò immediatamente considerato un fesso… E’ davvero difficile conciliare queste diversità. Da qui l’importanza di fortificare l’anima, di scegliere cosa si vuole essere. E, una volta scelta una direzione, di essere talmente forti da non soccombere alla tentazione di imboccare l’altra…”

Fonte: quarta di copertina del libro “montagne di una vita”, Baldini & Castoldi s.r.l., 1996

martedì 19 luglio 2011

Quattro passi in tre

Partiti dalla “Romània”, diretti in Francia, ognuno col suo bagaglio sulla groppa, chi indossando gli scarponi, chi con gli zoccoli, chi con le zampe: lei, l’asinello, il cane. Li ho incontrati domenica scorsa in val di Sole, vicino a una fontana: fatti bere gli animali, stava ripartendo verso ovest. E’ giovane, viaggia da sola, senza altri esseri umani intendo, parla male l’italiano, è carina e sorridente.

FSC_7332Non ho fatto a tempo a domandarle molto di più, era già in strada, e non ho avuto la presenza di spirito di chiederle se avesse magari bisogno di qualcosa, dove avrebbe dormito, se le servisse da mangiare, da riposarsi o da ricoverare gli animali per una notte tranquilla: non mi mancano conoscenze da quelle parti.

Spero che trovi gente un po’ più sveglia di me lungo il cammino anche se a dire il vero pareva se la stessero cavando benissimo.

Buona strada, terzetto, siete tre grandi!

ragazza con asino

mercoledì 27 ottobre 2010

Una bella e una brutta

La notizia bella la saprete tutti ormai: Tami è tornata, con una vetta in meno ma un bel po’ di esperienza in più rispetto alle previsioni. E qui si tira un bel respiro di sollievo.

La vetta non si sposta, e lei è giovane giovane e con un sacco di tempo davanti: avrà modo di prendersi le sue soddisfazioni.

 

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Nell’angolino in basso a destra, il rifugio Puez

Ci siamo passati tutti al rifugio Puez, una volta o l’altra. Chi a dormire, chi a bersi una birra lungo l’Alta Via N.2, chi salendo dalla mefitica rampazza in fondo alla Vallunga che è proprio lunga eterna, chi meno faticosamente con la funivia che taglia un bel po’ di fatica. E di solito trovava bel po’ di gente: il Puez è costruito in uno dei posti più belli delle Dolomiti e quindi è uno dei rifugi più trafficati. In mezzo al casino, efficiente e un po’ brusco, Oscar Costa a domare il gregge di escursionisti.

La mattina invece, se non si aveva fretta, quando gli escursionisti di giornata non sono ancora arrivati e quelli delle alte vie se la sono già data a gambe, allora Oscar si prendeva un po’ di tempo per 4 chiacchiere. Un discorso sui pastori che “qui sono ancora tutti dei nostri, non come altrove che ci sono solo romeni”, una dritta sul sentiero più panoramico, un caffè insieme.

Ecco, Oscar non c’è più. Lo hanno cercato per due giorni, ostacolati dalla nevicata precoce dei giorni scorsi, e l’ha trovato il fratello, poco sotto il sentiero che avrebbe potuto percorrere a occhi chiusi, con ferite alla testa, rannicchiato, assiderato, a trecento metri dal rifugio che la sua famiglia gestisce da decenni, che lui non ha mai lasciato, dove è arrivato con i genitori quando aveva appena 6 mesi.

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Il vecchio rifugio Puez

Stando alle ipotesi avanzate da chi ha rinvenuto il cadavere” riporta il quotidiano Alto Adige di oggi, “Oskar Costa sarebbe scivolato, forse addirittura in un laccio delle ghette, procurandosi gravi lesioni alla testa e perdendo quasi subito conoscenza”.

Era salito domenica mattina al rifugio, chiuso da fine settembre, per fare dei lavoretti: una scarpinata di un’ora e mezza da dove aveva lasciato l’auto. Verso mezzogiorno una telefonata alla moglie: “Sto scendendo” poi il silenzio.

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Rifugio Puez

«Oscar era un uomo che impersonava la montagna e il Cai. È stato eletto (presidente della sezione della Val Badia. N.d.f.) nel 1989 succedendo al padre Pire ed è sempre stato riconfermato all’unanimità.» dice con rammarico il segretario della sezione Fortunato Flatscher al quotidiano di oggi .

E il pensiero corre alla sua Alma, con la quale la montagna non è stata molto generosa: 5 anni fa è infatti morto Ivan, il loro figlio di 21 anni, andato a schiantarsi con lo slittino contro una motoslitta, in un posto quasi piano, su una pista larga 60 metri.

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martedì 5 ottobre 2010

Berg heil

   

« Se tu vens cà sù ta' cretis,
là che lôr mi àn soterât,
al è un splàz plen di stelutis:
dal miò sanc 'l è stât bagnât.
Par segnâl une crosute
jé scolpide lì tal cret:
fra chês stelis nàs l'arbute,
sot di lôr jo duâr cuièt.
Ciol sù, ciol une stelute:
je 'a ricuarde il néstri ben,
tu 'i darâs 'ne bussadute,
e po' plàtile tal sen.
Quant che a ciase tu sês sole
e di cûr tu preis par me,
il miò spirt atòr ti svole:
jo e la stele sin cun té. »

« Se tu vieni quassù tra le rocce,
laddove mi hanno sepolto,
c'è uno spiazzo pieno di stelle alpine:
dal mio sangue è stato bagnato.
Come segno una piccola croce
è scolpita lì nella roccia:
fra quelle stelle nasce l'erbetta,
e sotto di loro io dormo sereno
Cogli cogli una piccola stella:
ti ricorderà il nostro amore.
Dalle un bacio,
e poi poggiala sul tuo seno.
Quando a casa tu sarai sola
e di cuore pregherai per me
il mio spirito ti aleggerà intorno
io e la stella siamo con te. »

 

Berg heil, Walter; Berg heil, Erwin

giovedì 27 maggio 2010

Ma che simpatico!

Summit Lhotse 169[1] Summit Lhotse (fonte: sito ufficiale di Tamara)

Premesso che per default non metto la mano sul fuoco su quanto riportano i giornalisti, però, cavolo, il buon Reinhold Messner in questa breve intervista comparsa ieri sull’Alto Adige, appare simpatico come una zitella acida. A proposito della vetta del Lhotse di Tamara Lunger, il nostro inizia benissimo commentando:

A Tamara vanno tutto il mio rispetto e i miei complimenti». 

Però, secondo quanto riporta il giornalista, dopo aggiunge:

«Pochi giorni fa è salito sull’Everest un tredicenne: l’Everest e il Lhotse tecnicamente non presentano grandi difficoltà e con le corde fisse sono quasi come una ferrata. Di alpinistico c’è poco, di esplorativo più nulla». Polemico? «No, la mia è solo la presa d’atto di una situazione».

Eh, mai più nessuno come lui, perché adesso è tutto diverso. Cosa vuoi che sia, in fondo, il Lhotse, quasi una ferrata come tante.

Caro Reinhold, era molto più gradevole se ti fossi fermato alla prima frase, tutto il resto hai avuto modo di dirlo più volte in altre sedi. Quel po’ di acido sulla festa di Tamara potevi proprio risparmiarlo.

(in questo momento Tami è in home page sul sito di Repubblica)

giovedì 8 aprile 2010

Dietro casa

Cima san cassiano

Cima San Cassiano, Alpi Sarentine / Kassianspitze, Sarntaler Alpen

Dietro casa. Dopo aver scalato le più impegnative montagne del mondo, o dopo aver sciato in cento posti diversi, si va a morire dietro casa, su cime facili, su discese semplici, durante scialpinistiche che più classiche non si può, sicure, note, da fare ad occhi chiusi.

Probabilmente è una questione di semplice statistica: dove si va più spesso? dietro casa, ovviamente. Ma non credo sia tutto lì. Dietro casa si abbassano le difese, si sta meno attenti, ci si sente molto sicuri di se’, ci si fida troppo. Si va anche se stanchi, tanto è qui vicino; se cambia il tempo, tanto si torna presto; se c’è poca visibilità, tanto si conosce a memoria; se non si sta benissimo, tanto son 3 orette in tutto.

Pericolo valanghe 3, ma cima Bocche è talmente nota e sicura… Così sicura e tranquilla che un esperto alpinista cresciuto poco lontano, maestro di sci, conosce la salita, punteggiata da molti scialpinisti della domenica, come le sue tasche. Così tranquilla che può fare una via alternativa, su per il canalino. E morirci.

E dietro casa è morto un grande alpinista, uno dei nostri grandi, Luca Vuerich, himalaysta, compagno di arrampicata di Romano Benet e Nives Meroi, compagno di vita della sorella di Nives, Leila. Morto scalando una cascata, a pochi chilometri da casa, e ancora non riesco a mettermela via.

E Reinhold Messner, dov’è che si è rotto un piede? Scavalcando di notte il muro di casa, ovviamente. mentre Cesare Maestri, (non trovo il riferimento, cito a memoria) si rompe le costole cadendo da una sedia mentre appende un quadro in casa.

E quando si smonta da una notte di lavoro, dove si va a fare una sciata, quando si è già stanchi, non c’è tempo per andare lontani, si vuole arrivare a casa presto e andare a letto? Dietro casa, su una classica, tranquilla scialpinistica. Una cimotta che si vede dalla finestra della cucina, che si è fatta d’estate, d’inverno, con tutte le condizioni meteo, cui si è pedalato attorno in mountain bike, una cimotta semplice sopra il rifugio gestito dagli amici… Pericolo 3 anche questa volta, in aumento, dice meteobolzano. Ma cima San Cassiano è tranquilla, che vuoi che succeda?

Succede che a sera a casa si preoccupino, che allertino il 118, che lo vadano a cercare non sapendo nemmeno bene dove. E che lo vedano dall’elicottero il giorno dopo, con la testa nella neve, con gli sci ancora sullo zaino, mezzo sepolto dalla valanga. Da quella valanga che non doveva cadere, non lì per lo meno, non addosso a lui.

Una morte in montagna mi emoziona sempre. Ancora di più quando succede dietro casa, in un posto conosciuto, a una persona conosciuta.

Volevo fare un ultimo post per quest’anno sulle valanghe, e poi non parlarne più. Non volevo fosse questo.

Buon riposo, Sepp, che la terra ti sia lieve.

sabato 13 febbraio 2010

Le ceneri di Dino

croda da lago

Lastei de Formin e Croda da Lago

Finalmente, a quasi 40 anni dalla morte di Dino Buzzati, il Progetto di legge n.234, presentato in aula il 24 aprile del 2007, è stato approvato il 09/02/2010 dal Consiglio Regionale del Veneto, nell’ultima seduta prima della fine della legislatura. La legge detta le norme, fra l’altro, per la cremazione e autorizza, finalmente, la dispersione delle ceneri in natura.

Potranno così essere rispettate le ultime volontà dello scrittore: tornare fra i suoi amati monti. Quest’estate, probabilmente fra giugno e luglio, le sue ceneri, custodite finora dalla famiglia in un luogo segreto, potranno essere sparse su una delle cime attorno a Cortina: sulle 5 Torri o sulla Croda da Lago, teatro della sua prima arrampicata e anche dell’ultima, per merito dell’amico Rolly Marchi che glie la donò accompagnandolo in cima per il suo sessantesimo compleanno.

Il quotidiano Alto Adige pubblica oggi una breve intervista di Francesco Saltini alla vedova dello scrittore che dice, fra l’altro:

«L’ultima scalata di Dino sarà effettuata in compagnia dei familiari e di pochi amici. Il pensiero va a Lorenzo Lorenzi(*), che coinvolgerò per organizzare il tutto, e a Rolly Marchi, che spero possa essere con noi. Comunque ne daremo notizia solo a cerimonia avvenuta. […] Finalmente Dino potrà riavere la libertà sulle sue montagne. Sono contenta».

Quante volte l’abbiamo detto agli amici: qui, questo è il posto dove vorrei restare per sempre. Ma ogni regione legifera a modo suo, chi autorizza e chi mette paletti di varia natura, chi non vara il regolamento di polizia mortuaria rendendo inefficace l’abolizione, avvenuta nel 2001, dell'art. 411 del codice penale che vietava lo spargimento delle ceneri funerarie in natura.

Insomma, ora in Veneto si può ufficialmente fare quello che, spesso, è stato fatto di nascosto violando la legge. Sono contenta.

In Alto Adige non so come sia la legge: sul monte Pez, per esempio, Val, non so mica se si possa ;)

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Il mondo visto dal Monte Pez (Schlern)

(*) gestore del rifugio Scoiattoli a Cortina, storico e amico di Buzzati.

Articolo sul sito del Corriere della Sera