lunedì 6 settembre 2010

Un pasticcio bilingue

cartelli bilingui

Cartelli “bilinguizzati” col pennarello

Io non parlo bene il tedesco, lei, una bella signora meranese, non parla bene l’italiano. La cosa non ci è di nessun impedimento: ce la ciacoliamo allegramente lungo tutto il sentiero, parlando di fiori, di lavoro, di viaggi in giro per il mondo, di cucina, di grappe: lei si diletta a confezionare liquori aromatizzati con le erbe e mi racconta ricette, tempi, gradi alcolici. Ci suggeriamo a vicenda i vocaboli che ci mancano e ce la caviamo brillantemente parlando “gemischt”(*). E funziona così quasi sempre, in Alto Adige / Südtirol.

Tutto bene fino a quando non iniziamo a discutere dei nostri monti, passione comune: non ci capiamo. Come diavolo faccio a capire che il rifugio a lei più caro, la Flaggerschartenhütte, è il rifugio Vallaga? E come faccio ad apprezzare la sua salita al Glockenkaarkofl se me lo devo scrivere per scoprire a casa dopo un controllo che è la Vetta d’Italia?

Nessun conflitto etnico, amiamo entrambe la nostra terra comune, viviamo alla bellezza di 28 chilometri di distanza, ci capiamo su quasi ogni argomento, e non riusciamo a parlare di monti perché abitiamo su due pianeti linguistici diversi.

L’altro dì fermo un malgaro e gli chiedo se sono giusta per la Malga di Corvara e questo mi guarda stranito: Corvara sta dall’altra parte dell’Alto Adige, qui siamo in Passeier! Colpa mia che non riesco a scovare dalla memoria Rabensteiner Alm. Che ci sia qualcosa che non funziona a questo punto mi pare evidente.

E c’è parecchio che non quadra nella guerra che contrappone da più di un anno (da sempre, forse) CAI, Alpenverein, Provincia, SVP, Roma, Procura, quotidiani, APT, uomo della strada sulla questione dei toponimi bilingui e sulla segnaletica dei sentieri, diventati monolingui per un colpo di mano dell'SAV (Südtiroler Alpenverein, omologa tedesca del CAI).

Gli uni sono ancora risentiti, con buona ragione, dalle traduzioni fantasiose e prepotenti di Tolomei che si prese la briga di trovare, e lo stato italiano di imporre, una corrispondenza italiana ad ogni frazione, cima, torrente, prato, bricco di tutta la provincia. E quando non c’era, ovvero molto spesso, ad inventarla di sana pianta.

Gli altri si sentono stranieri in Italia, anche loro forse a buona ragione (non la discuto su questo post perché facciamo mattina), probabilmente aizzati dalla politica locale, e sicuramente in pieno diritto di protestare: i toponimi bilingui, e di conseguenza la segnaletica bilingue, è sancita da una legge costituzionale nata da un accordo internazionale. Soprattutto in considerazione che la nuova segnaletica, monolingue, rifatta a cura dell’SAV, è stata sovvenzionata per gran parte con soldi pubblici. Soldi di madrelingua italiana, tedesca e ladina.

Da qui un profluvio di motivazioni più o meno pretestuose, di atti di forza, di arroganza, di tentativi da parte dell’SAV di forzare la mano e mettere la politica altoatesina davanti alle cose fatte (politica tedesca ben lieta di mandare avanti qualcun altro a fare il lavoro sporco), che la pongono dalla parte del torto anche se le ragioni di fondo possono essere giuste; da parte italiana la solita, fastidiosa, lagna. E il solito, fastidiosissimo, revanchismo nazionalista, di altoatesini italiani e di sedicenti turisti che, senza aver capito una cippa di cosa c'è in gioco, starnazzano che non verranno mai più in ferie in Alto Adige aggiungendo al trito pregiudizio “non mi servono nei bar in quanto italiano” il motivo nuovo di zecca “ci sono i cartelli monolingue”. Chi sprizza indignato risentimento sono i partiti italiani di destra che cavalcano la tigre a fini elettorali (quelli di sinistra non sanno che pesci pigliare e da che parte stare e danno un colpo alla botte e uno al cerchio). Il che fa passare la voglia di prendere le parti della legalità e di sostenere il CAI che si affanna per trovare i toponimi italiani storici da salvare.

Un bel pasticcio. Che riempie le pagine dei quotidiani, gli uni e soprattutto gli altri, quelli italiani, a soffiare sul fuoco di un conflitto etnico che per le strade non ci sarebbe. Pasticcio nato un secolo fa e del quale siamo ancora prigionieri.

Kofelraster Seen

Il suddetto cartello bilinguizzato, indirizzava a questi due splendidi laghi: Kofelraster Seen

Io intanto, da sudtirolese di madrelingua italiana, sto facendo lo sforzo di imparameli i toponimi tedeschi, e dismettere quelli falsi, senza storia, inventati e colonialisti. Perché sono brutti, storicamente fasulli, artefatti. Perché vorrei capirmi con i miei concittadini quando parlo di un territorio sul quale, loro, vivono davvero. Perché se mi perdo possa farmi aiutare da chi il territorio lo conosce. E anche per rispetto.

Per contro pretenderei che il rispetto, del prossimo, delle leggi e delle regole, sia reciproco. Anche sulla toponomastica bilingue, finché un accordo auspicato e condiviso non stabilisca altre regole. E vorrei, con tutto il cuore, che insieme, altoatesini di tutti i gruppi etnici, si continui sulla strada della convivenza nonostante coloro che rimestano nel torbido. Non della convivenza civile e distratta, ma della compartecipazione e della comprensione(**).

 

(*)   gemischtsprachig = mistilingue
(**) cum – prehendere = prendere insieme, contenere in sé, abbracciare con la mente le idee, intendere appieno. (dizionario etimologico on line)