martedì 25 giugno 2013

Ci si chiede sempre perché

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Königspitze - Gran Zebrù

Anche sul N.G. it.sport.montagna (sì, esiste ancora, e qualcuno ancora ci scrive) ci si sta chiedendo “perché?”. Fatalità, errore, imprudenza, poca preparazione, sfiga? Difficile parlare seduti in poltrona. Luigi Ruggera ha raccolto per il “Corriere dell’Alto Adige” (che non posso linkare perché non c’è on line) la testimonianza di chi li ha visti volare, Fabio Lenti, guida alpina:

«Nella cordata davanti a quella dei tre ragazzi altoatesini c'era anche un istruttore del Cai, che li aveva avvisati: tornate indietro, è pericoloso. Ma loro purtroppo non hanno seguito il consiglio e, poco dopo, sono precipitati. All'istruttore del Cai che li aveva avvisati — continua Lenti — hanno risposto che per loro non c'era alcun problema ed hanno quindi proseguito. Poco dopo, si è verificato il tragico incidente: li ho visti precipitare. Avevano sottovalutato la situazione del manto nevoso: pensavano, probabilmente, che la neve fosse molle e che quindi, anche in caso di caduta, sarebbero riusciti a fermarsi. Ma così non è stato perché in quel tratto il pendio è molto ripido, fino a 45 gradi. Nei pressi del collo di bottiglia, in effetti, la loro caduta si era rallentata, ma non sono comunque riusciti a fermarsi ed hanno poi fatto il salto della parete, precipitando nel vuoto».

Lorenzo Zampatti, Presidente CNSAS Alto Adige, intervistato per  la stessa testata da Federico Mele, risponde fra l’altro:

«Sicuramente si tratta di una coincidenza, anche se è inevitabile pensare che qualche errore è stato commesso, in entrambi i casi. Per il primo incidente so che ci sono testimoni, e hanno confermato che i tre alpinisti erano legati tra loro senza però, come si dice in gergo, "fare sicurezza" a terra. Per quanto riguarda invece il secondo incidente, quello del primo pomeriggio, la dinamica non è ancora molto chiara, anche se è molto probabile che sia accaduta la stessa cosa. Ed è inevitabile che affrontando la salita in questo modo, basta la caduta di uno, per trascinare giù anche gli altri».

Sul quotidiano Alto Adige a parlare invece è Christian Knoll, del Soccorso Alpino di Sulden – Solda, che ha partecipato alla spedizione di recupero degli alpinisti:

«Con la stagione avanzata, normalmente chi scivola lungo il pendio sommitale è in grado di fermarsi ai suoi piedi, dove c’è una specie di catino circondato da roccette - spiega Knoll –ma in questo periodo c’è ancora molta neve, il catino è coperto e il pendio si trasforma in una sorta di trampolino di lancio verso il vuoto.
Non si può dire che gli alpinisti morti ieri siano andati incontro al loro destino da sprovveduti, tutti erano perfettamente equipaggiati, al termine della caduta indossavano ancora i ramponi - continua – il problema è che la neve può diventare instabile, basta poco a metterla in movimento e quando parte un membro della cordata, soprattutto se è il primo, c’è il rischio concreto che porti con sè anche i compagni
»

375px-Reinhold_Messner_at_Juval_(2012)Reinhold Messner (Autore Vale93b Fonte Wikimedia Commons, licenza Creative Commons 3.0)

E poi arriva Messner a dire la sua, sempre per L’Alto Adige, a Massimiliano Bona:

«Quello è un posto pericoloso, negli ultimi anni quasi maledetto, e se non ci sono le condizioni bisogna avere il coraggio di tornare indietro». Racconta di essere tornato indietro, nello stesso posto, con condizioni simili e di non essersi vergognato: «In questi casi bisogna pensare che la montagna resta e l'esperienza che un alpinista fa a tornare indietro è probabilmente più importante e formativa di quella che avrebbe fatto a raggiungere la vetta. In cima non c’è nessuno a darti la medaglia»

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L’Ortler – Ortles

Aggiunge poi con un certo cinismo: «Non ho problemi a dire che chi affronterà questa mattina* la parete Nord dell'Ortles, e scommetto che saranno in tanti, è uno stupido. Ma veramente stupido. Il rischio che cadano dei seracchi, dei blocchi di ghiaccio, è molto elevato. Può accadere tre volte alla settimana o tre volte in un mese in questo periodo ma il rischio c'è. Fosse per me impedirei anche ai più esperti di salire: metterei un divieto di transito in alta quota.

Età, forma fisica, esperienza e conoscenza del territorio sono fondamentali. Chi sale tardi in questo periodo non ha la testa a posto». «Con questo caldo non gela più la notte e gli alpinisti non hanno sotto i piedi uno strato compatto. Il primo che cade, poi, trascina gli altri a valle con le tragiche conseguenze di ieri sul Gran Zebrù».

Aggiunge ancora Messner: «Io con questo caldo non andrei a fare una salita sul Gran Zebrù. Gli escursionisti esperti lo dovrebbero sapere». […] «Anche la via normale è molto pericolosa con le alte temperature e se l’inverno ha portato tanta neve. Io penso, ma non posso dimostrarlo, perché non sono salito, che nella zona dell’incidente sia caduta una valanga di neve bagnata. Con le attuali temperature la neve non riesce a solidificarsi creando così una situazione di forte pericolo. La neve bagnata tende a scivolare» […] «anche avere la piccozza non garantisce sufficiente sicurezza».

Fatalità, errore, imprudenza, sfiga? Tutto insieme, forse. Resta il rimpianto di 6 giovani morti, di famiglie distrutte, di bimbetti che si chiederanno per sempre “perché”.

Chissà almeno se il prossimo we qualcuno farà tesoro di questa tragedia e ci informerà meglio sulle condizioni.

* lunedì mattina

lunedì 24 giugno 2013

Un inverno che non finisce mai

Ieri, 23 giugno, a quest’ora a Bolzano c’erano 33°C, oggi ce ne sono 13 sul mio balcone.

Un po’ di immagini rubate alle webcam qui attorno:

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alpe di siusi

Seiseralm – Alpe di Siusi

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Ai piedi delle Odle

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Bletterbach

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5 Torri. Qui, adesso, sta ancora nevicando.

Ieri c’è stata l’inaugurazione della stagione estiva nei rifugi. Oggi neve fino a 1400 metri, 25° di escursione termica, di nuovo inverno.

Chissà perché il mio orto non si decide a far bene, quest’anno! :S

Come sei bella!

E come sei pericolosa :(

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Königspitze -  Gran Zebrù

Wolfgang, Matthias e Jan; Matteo, Michele, Daniele.

mercoledì 19 giugno 2013

Michil vi racconta il passo Sella

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Sellajoch - Passo Sella

Questo articolo è comparso sul quotidiano Alto Adige il giorno 12/06/2013 a firma Michil Costa, albergatore della val Badia ed esponente dei Verdi altoatesini.

Si può leggere sul blog dell’autore in formato jpg. Sul quotidiano on line non riesco a localizzarlo, ed è un peccato non si trovi tramite google. Quindi eccolo qui, più comodo da leggere ed indicizzato, più o meno d’accordo che si sia:

VI RACCONTO IL PASSO SELLA E CAPIRETE

“L'estate è alle porte e la solita ridda di voci - promesse, chiacchiere e polemiche - è tornata ad accendere la "rissa" sui passi dolomitici, alla quale il sottoscritto e la sua categoria assistono ormai da anni, nella speranza di fare affari d'oro, nonostante la crisi infinita. E cosa facciamo, per riconquistare i turisti dei bei tempi? Offriamo spettacoli come quello del rifugio in cima al passo Sella, ai piedi del Sassolungo. La scena classica, in un giorno di stagione, merita di essere descritta. I pensionati tedeschi che scendono dai pullman, estasiati dal volo dei parapendii. Le auto sportive richiamate fin lassù da un raduno che strombazzano allegre con i loro vecchi clacson. Ex giovani con le loro icone rock stampate sulle magliette e i giubbotti di pelle con teschi e catene, un po' immusoniti perché nessuno ammira le loro motociclette cromate. I ciclisti che camminano in punta di piedi sulle loro scarpette, spingendo le loro specialissime, cercando di sfuggire a quel caos di individui e veicoli. Gli alpinisti che ripongono corde e moschettoni nelle loro auto, per loro la giornata sportiva volge già al termine. Una lunga colonna di vetture sale dal versante gardenese, dall'altra parte giunge invece il rombo di potentissime moto sportive, rumori amplificati dalle torri del Sella, paradiso per gli scalatori di mezzo mondo.

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Tramonto autunnale sul Sellagruppe - gruppo del Sella

Ma un mio amico, guida alpina, mi ha detto che i suoi clienti non li porta più ad arrampicare su quelle placche. Perché non ci sente più: a causa di quel rumore, la guida non riesce più a comunicare con i propri allievi. Ecco, adesso direte che - come al solito - ho esagerato. Ma questa scena rispecchia comunque quello che sono diventati i nostri passi, centri commerciali della montagna, che non hanno nulla da invidiare a Disneyworld. Per fortuna non è sempre così. Fuori stagione vi regna la pace. Non c'è un'anima. Strano, vero? Non sono le montagne più belle del mondo? E allora, mi chiedo io, perché non proviamo "valorizzarli" - come si dice al giorno d'oggi - questi luoghi? Perché non li facciamo tornare i posti unici che sono, una meta da raggiungere, un'avventura che non può essere consumata in tre minuti ma va vissuta fino in fondo, con l'energia e la calma, per tutto il corso dell'anno? Ai miei colleghi che sperano di tornare a fare affari dico che il turismo di qualità sarà sempre più legato a tre fattori: natura, cultura, individualità. I passi dolomitici, oggi, sono natura. Punto.

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Langkofel - Sassolungo dal Sellajoch - passo Sella

E allora perché non farli diventare anche un traguardo a cui ambire? Come? Chiudendoli al traffico motorizzato a fasce orarie. Lanciando una straordinaria operazione di marketing. Adottando anche d'estate il modello invernale del Dolomiti Superski, garantendo la mobilità con gli shuttle e l'apertura estiva degli impianti di risalita, pubblicizzando le Dolomiti Unesco per quello che sono veramente: un'area tutelata da vivere fino in fondo, senza queste scene da Disneyworld, ma con la fatica che diventa bellezza. Puntando, ad esempio, su quello che è un trend ormai affermato: i ciclisti. Per gli appassionati della bicicletta pedalare qui, liberi dall'inquinamento acustico e atmosferico, è una cosa straordinaria, come arrivare in cima a El Capitan per uno scalatore. Un'esperienza unica. Assieme a loro, possiamo puntare anche sui giovani che stanno riscoprendo la montagna, sugli anziani che potranno godersi il volo dei parapendii senza temere di essere investiti da un motociclista che ha come unico anelito quello della velocità. Per i raduni di auto storiche dovrebbero essere necessari dei permessi speciali: le guide alpine ringrazierebbero e tornerebbero a portare i loro clienti sulle torri del Sella. Io ne sono convinto: ci guadagneremmo tutti, non solo la mia categoria. In termini economici e di qualità della vita.”

martedì 18 giugno 2013

In luglio con le ciaspole

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Rifugio Boè (fonte quotidiano Alto Adige on line)

No, non sono foto del gennaio scorso, ma di una settimana fa! Il gestore del rifugio Boè è salito in quota con l’elicottero per vedere la situazione e, magari, cominciare a lavorare per aprire il rifugio. L’elicottero non è riuscito ad atterrare, la neve è ancora troppo alta, rischiava di affondare. La porta del rifugio è tuttora invisibile, spuntano dalla neve le finestre del piano superiore.

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(come sopra)

Lodovico Vaia, il gestore, ha cooptato tutti gli amici disponibili che con ciaspole, pale e buona volontà gli diano una mano a dissotterrare il rifugio e ad aprirlo per la fine del mese. Nel frattempo si batterà una pista, segnalata con le paline dell’ANAS, in modo che gli escursionisti, con le ciaspole mi raccomando! riescano a raggiungere il rifugio per godere di un panorama mai visto a quelle quote: il tramonto estivo in un ambiente prettamente invernale.

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Il rifugio in veste estiva

Situazione simile nella zona delle 3 cime di Lavaredo: il percorso che unisce i rifugi Zsigmondy-Comici, Büllelejoch-Pian di Cengia e Dreizinnenhütte-Locatelli è ancora in parte innevato e difficilmente percorribile, come molti sentieri sopra i 2000. I rifugi altoatesini raggiungibili con gli impianti sono tutti già aperti, sia in val Gardena che in Badia, se continua a far caldo si spera di poter aprire tutte le strutture entro l’ultimo fine settimana di giugno.

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Rifugio Büllelejoch Hütte - Pian di Cengia

Conviene però, prima di decidere l’escursione, dare un colpo di telefono al rifugio o all’ufficio guide alpine. Un sentiero normalmente molto facile può diventare un problema con neve o ghiaccio. Ieri salendo sullo Schwarzhorn abbiamo incrociato due ragazzi che ne scendevano, piuttosto impauriti dal semplice canalino del versante nord ovest: ripido e ghiacciato, in discesa non dev’essere simpaticissimo.

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Schwarzhorn – Corno Nero

Mi resta il fondato sospetto che a metà luglio il trekking in val Aurina e dintorni lo vedrò col binocolo a meno che non voglia farlo con gli sci :S

domenica 16 giugno 2013

Ha cominciato bene

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Geislergruppe / Le Odle

Da poco più di una settimana la presidenza della fondazione UNESCO è passata dalla provincia di Belluno alla provincia di Bolzano e nel suo discorso di insediamento, il neopresidente Pichler Rolle, assessore provinciale SVP alla “Natura, paesaggio e sviluppo del territorio”, aveva espresso le linee guida del prossimo triennio a gestione sudtirolese: ampliamento dell’area tutelata ai gruppi del Sassolungo, del Sella e delle Dolomiti austriache di Lienz, ricerca di una soluzione al traffico dei passi dolomitici, maggiore offerta di turismo sostenibile e occhio più attento alla comunicazione.

In una delle sue prime uscite ufficiali con la doppia carica di assessore e presidente della fondazione, ecco in sintesi la posizione di Pichler Rolle espressa il 13 giugno all’assemblea dei gestori di impianti di risalita: “No, i confini delle zone tutelate non si spostano per gli interessi degli impiantisti. Nemmeno di un metro. E non chiedetelo più.”

Si può discutere sull’ammodernamento degli impianti esistenti, del collegamento fra comprensori diversi se ne esistono le condizioni, ma niet nuove zone sciistiche né aggressioni all’area tutelata dall’UNESCO. Il riconoscimento delle Dolomiti come patrimonio dell’umanità deve acuire la sensibilità nei loro confronti e non essere un motivo di ulteriore sfruttamento.

L’inizio è condivisibile, vediamo poi se i buoni propositi resteranno solo chiacchiere, come sostiene a gran voce Reinhold Messner, che, per quanto mi stia piuttosto antipatico, sull’UNESCO temo abbia più che una ragione, o se la presidenza sudtirolese farà da volano a un reale cambiamento di politiche e strategie. Per certe cose davvero “Südtirol ist nicht Italien”, potrebbe funzionare, chissà.

lunedì 3 giugno 2013

Campa cavallo

..che la neve, forse, cala.

La situazione a ieri pomeriggio, 2 giugno:

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di questo passo toccherà aspettare ancora un po’ per andare, seriamente, per monti.

mercoledì 29 maggio 2013

Ciao, Franca

 

“Era il 9 marzo del 1973, il giorno in cui Franca Rame fu aggredita da 5 neofascisti. Questi la portarono su un furgoncino e la violentarono, lasciandola poi sulla strada in uno stato di totale confusione mentale. La violenza fu raccontata dall'attrice nel 1975 attraverso il monologo "Lo stupro", senza dichiarare di averla vissuta personalmente, dichiarazione che fece solo nel 1987 alla trasmissione Fantastico della RAI.”

fonte: Youtube - RaiUno tramite Vento Tagliente

venerdì 17 maggio 2013

Maledetta primavera…

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Passo del Rombo, metà maggio 2013 (fonte: Quotidiano Alto Adige)

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passo dello Stelvio, webcam di oggi 17 maggio 2013

Al passo del Rombo ci sono ancora fino a 10 metri (!) di neve, e sta ancora nevicando. Nonostante una megafresa al lavoro, difficilmente potrà essere aperto a breve.

Sul passo dello Stelvio il 24 dovrebbe passare il Giro: con le ciaspole sotto le bici, suppongo. Li vedo poi bene nella tappa seguente, Silandro – 3 cime di Lavaredo (rifugio Auronzo, 2333 metri s.l.m.) passando per il passo S.Pellegrino (m.1918), passo Giau (m.2236) passo 3 Croci (m.1805)…

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Quando passa il Giro per l’Alto Adige piove o nevica quasi sempre. Come quando fiorisce la mia peonia arborea che faccio appena a tempo a vedere prima che si infradici, e quando apre il Lido di Bolzano. Tutti eventi che si verificano fra metà aprile e metà maggio. Chi volesse venire in vacanza quassù si ritenga avvisato A bocca aperta

lunedì 13 maggio 2013

e-book [OT]

 

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(Poldo, chissà dove sei finito, gattino!)

Un libro non è fatto solo di parole: è fatto di capitoli, paragrafi, interlinee, spazi pieni e spazi vuoti. Sono importanti perché stabiliscono i ritmi della narrazione, le sospensioni, lo scorrere del testo. L’impaginazione è importante quasi come il testo. E a me girano, eccome girano, quando un testo è impaginato con i piedi. Mi veniva da citare un’altra parte anatomica, mi sono moderata. Sono poco oltre la metà di questo libro ed ho collezionato già 19 grossi errori di impaginazione (sì, da qualche e-book in qua li raccolgo puntigliosamente) ma non mi conviene buttare il reader dalla finestra o nella stufa, cosa che avrei già fatto con un libro di carta. Sono quasi tutti errori di impaginazione di questo genere (quasi eh, ci sono anche i buoni vecchi refusi normali):

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Mi pare di avere il singhiozzo.

Refusini standard:

“Il vecchio mi vide arrivare qualche mese, dopo con la canna da pesca e il sacco pieno di bottiglie di birra.” Che c’azzecca la virgola dopo “mese”?
”le mie sorelle1” Che intendesse sorellONE?

Eccetera eccetera.

No, non è un libro piratato, né comprato su altri store e poi convertito con Calibre: comprato su Amazon, pagato ad Amazon, scaricato in totale legalità. Certo, lo so che non è colpa di Amazon ma dell’editore. Infatti ce l’ho proprio con loro, i Signori Editori. Poco più di un mese fa pubblicavo un post che stroncava l’editing di un altro e-book e nel frattempo mi sono scornata con altri svarioni di altre pubblicazioni elettroniche.

Pubblicano schifezze scientemente, per disincentivare l’e-book del quale hanno terrore? Terrorizzati dalla pirateria, non sono in grado di offrire testi di qualità superiore alle schifezze che si scaricano, gratis, illegalmente? O è semplice, banale, irritantissima, cialtroneria?

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(no, da che ho il reader non ho smesso di comprare carta!)

Piaccia o meno l’e-book affiancherà il cartaceo in modo sempre più incisivo e premierà, secondo me, gli editori che gli dedicheranno cura ed attenzione. Che proporranno titoli interessanti, in gran numero, a prezzi congrui (non ha senso che costino poco meno del cartaceo, suvvia!) ed editati con cura.

(Peraltro, il libro che sto leggendo non sarebbe nemmeno malaccio, porca miseria!)

lunedì 29 aprile 2013

La guerra dei confini

A ridosso della giornata della Terra, si fanno sempre più forti le pressioni della SVP (Südtiroler Volkspartei) gardenese sui confini dell’area dolomitica tutelata dell’UNESCO. Per ridimensionarne l’area e potenziare una funivia, ovviamente, che credevate?

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Geislergruppe/Odle dal Seceda

Siccome il previsto spostamento del tracciato della funivia Fundres-Seceda porterebbe ad attraversare parte dell’area protetta, che si inventano i gardenesi? Ma di spostare l’area protetta, mica di spostare la funivia. Visto che i vincoli non ammettono costruzioni di nessun genere nell’area soggetta a salvaguardia, risulta molto più economicamente conveniente e più semplice ridimensionarne i confini. Che volpi a Ortisei!

Di fatto lo spostamento non sarebbe enorme, qualche decina di metri, ma se lo può fare Ortisei, perché non Castelrotto, Arabba, S.Martino di Castrozza? Una sforbiciatina qui, una là, si tira su l’orlo a Siusi, si accorciano le maniche sotto la Marmolada, che vuoi che sia?

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Sul Seceda

Verdi, Lista Civica e associazioni ambientalistiche si oppongono con forza in Consiglio Comunale: «la Svp di Ortisei, sentendosi probabilmente al di sopra di ogni responsabilità, in consiglio comunale ha deliberato lo spostamento del confine del Parco naturale Puez Odle, che costituisce habitat Natura 2000 e fulcro della tutela Unesco. Si crea così un grave episodio, che tende a rendere vane altre forme di protezione della natura […] non bisogna sottomettersi a costrizioni economiche»(*).

Si spera che gli uomini delle “generazioni future” per le quali ci si impegna a “conservare il proprio patrimonio riconosciuto nella sua singolarità e integrità”, siano più piccolini, magrini e con meno pretese, e riescano ad infilarsi nei panni di un parco rimpicciolito senza lamentarsi troppo.

E che L’Unesco, che controlla periodicamente lo stato dei siti tutelati, non ritenga di togliere il parco Puez-Odle dall’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità.

Ma chissenefrega, no? Turisti ne vengono abbastanza, anche senza il marchio Unesco, e pecunia non olet. Ortisei ne è valido testimone.

(*) fonte: quotidiano Alto Adige on line

mercoledì 24 aprile 2013

Buona ultima

Ieri, 23 aprile, era la Giornata Mondiale del Libro e del diritto d'autore. Talmente indaffarata (e raffreddata, pure) da non trovare nemmeno il tempo di andare a ritirare il mio libro in regalo in biblioteca!

Però domani è il 25 aprile, così ne approfitto per parlare di un libro resistente:

Più riguardo a I giorni veri

Giovanna Zangrandi
I Giorni veri
Diario della Resistenza

Editore:
Isbn Edizioni

Anno 2012
pagine 288, brossura

ISBN: 9788876383359
disponibile anche in e-book: mobi e epub

Lo scoppio della seconda guerra mondiale trova Giovanna Zangrandi, pseudonimo di Alma Bevilacqua, in Cadore dove insegna scienze naturali nelle scuole di Cortina e di Pieve di Cadore, va per monti e diventa maestra di sci e dove continua a leggere, studiare e scrivere articoli e racconti, pubblicati con frequenza su riviste locali. Il generico antifascismo che la caratterizza nei primi anni di guerra si va delineando con l’8 settembre: sceglie infatti di entrare nella resistenza nella brigata garibaldina Pier Fortunato Calvi, Divisione Nannetti.

La possibilità di attraversare quasi quotidianamente la frontiera con il Reich (la montagna del Cadore e in particolare Pieve era stato annesso all’Alpenvorland) e la sua profonda conoscenza del territorio e delle montagne le permettono di portare ordini e armi alle varie brigate disseminate sul territorio e di individuare dove e come piazzare le mine e sabotare i nazisti. Camminate stremanti fra i monti, ore e ore sugli sci fra le montagne più belle del mondo che hanno già visto la guerra e la morte.

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Civetta

Ovviamente alla lunga iniziano i sospetti, e probabilmente qualcuno si prende la briga di denunciarla: fatto sta che la compagna Anna entra in clandestinità e sale in montagna. Da sola: la banda partigiana non prevede donne.

Riprende i contatti con i partigiani e a muoversi sul territorio fino al novembre ‘44 e al proclama di Alexander. Non era possibile tornare in valle, in paese, aspettare la primavera al sicuro con un tetto sopra la testa. La cercavano, su di lei pendeva una taglia, bisognava cavarsela in qualche modo, cercare di sopravvivere in montagna, in rifugi precari, al freddo, nascosta “in assoluto adiaccio contro una roccia a quota duemila, non grotta, ma un appiombo delle Marmarole ai margini di fitte faggete”(*) con un paio di compagni, con le orecchie sempre tese: bastavano le tracce sulla neve per portare a loro.

Finisce anche l’inverno, quelli rimasti riprendono la lotta, fino a un aprile convulso e feroce, alla fine del quale non sono molti i compagni ancora vivi.

Sono pagine di una scrittura scarna e asciutta, vi è narrato poco di epico o eroico, venata da una tristezza che non cessa nemmeno con la liberazione e la fuga dell’ultima colonna di panzer:

“Non ho ucciso stamane, la guerra è finita davvero, anche da noi qui, verso mezzogiorno.

A Pieve di Cadore (come in troppi altri posti) è stata una fine amara, tra morti e macerie gratuite e assurde.

Stamane una colonna di panzer tedeschi da 88 millimetri risaliva dalla Val Piave, indomiti, feroci, sfegatati, decisi a continuare la guerra.

Inutile trattare con loro, offrire una resa, un ritorno alle loro case ormai tanto vicine, senza passare per i «lager» americani.

No, comandanti fanatici e soldati ridotti come macchine spietate non vogliono lasciare le armi, arrendersi; c’è stata battaglia in piazza a Pieve, hanno sparato coll’88 millimetri e sfondato case, hanno ucciso a raffiche Diana, il più giovane dei nostri (quindici anni) e ferito parecchi altri.

[…]

Quel panzer scassato sferraglia e va via. È l’ultimo rumore di guerra nella piazza piena di macerie, attraversata da una manica da fuoco a spegnere un inizio di incendio.
La barella di Diana come un lugubre soffio ha fatto silenzio; a lungo, e muoversi senza parlare, senza saper cosa fare, lentamente: è questa la fine, la pace?

Per quanto tempo non so, minuti, quarti d’ora; lento uscire di gente guardinga, senza parole. Una maestra elementare con una coccarda, ma è come un senso di ridicola, innocente rettorica che ti strappa quasi un sorriso, un pompiere tutto fuligginoso viene al balcone del Palazzo della Comunità e mette fuori la bandiera, lo fa senza gesti inutili, e veramente questa fa piacere vederla; uno ha detto «Légala a mezzo, ci sono dei morti».”

C’è Sergio, in un angolo, armato e tanto magro e piccolo che, se non mi fosse usuale come un fratello, non saprei se è un ragazzo o un attaccapannino di armi. Silenzioso, contratto, tutto occhi come sua madre. Ci guardiamo in silenzio, non abbiamo voglia di parlare; ci passano davanti quei tipi paludati di tricolori e coccarde, passa via la camionetta dei tommies e delle ragazze. Da sotto le armi esce la voce bassa e roca, staccata, di Sergio:
«Adesso comincia il casino, vedrai che razza di casino ci impiantano». Pensiamo ambedue a Severino che non c’è più. Dice il ragazzo, ingoiando saliva:
«Vieni a casa, dai. Vieni a mangiare, intanto».

Si va giù a passo per i vicoli, via dalla piazza, estranei, con uno stomaco che deve ingoiar qualcosa e un barlume di pensiero che domani tenterà di orientarsi «in questo casino», per continuare a fare quel che volevano i morti.”

Tai di Cadore, 2 maggio 1945

(*) da una lettera del 1962 di Giovanna Zangrandi a Vittorio Sereni

lunedì 22 aprile 2013

Earth Day 2013

E’ bellissimo questo piccolo pianeta azzurro e non ne abbiamo uno di ricambio.

Cerchiamo di averne rispetto e di conservarlo intatto per le prossime generazioni.

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Rastenbach

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Latemar

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Dendrocopos major

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Lago di Antermoia

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Königsspitze/Gran zebrù, Monte Zebrù, Ortler/Ortles

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Fonte: Nasa – Licenza: pubblico dominio

domenica 31 marzo 2013

Pasqua esotica

No, non a Sharm su una sedia a sdraio, in mutande e ciabatte: nel Karakorum, in Pakistan, in giacca a vento e sci ai piedi. Tamara Lunger, la giovane e forte alpinista altoatesina, la nostra Tami, è partita il 26 marzo insieme al suo amato papà Hansjörg, fortissimo scialpinista pure lui, e a due cameramen, Matthias Aberer e Stefan Fritsche.

Il progetto è questo: arrivare con i portatori fino ai piedi del Ghiacciaio Braldu, congedare i portatori, caricare una sessantina di chili di materiale a testa sulle Pulka, trascinarsele appresso per circa 150 km di ghiaccio attraverso il Braldu Glacier, in direzione sud-est verso lo Snow Lake. Le valli laterali hanno diverse appetitose cime inviolate sui 6500… L’idea è di portarsene a casa almeno una, per esempio quella che non ha ancora un nome, salire e scendere con gli sci e magari anche “battezzarla”.

Attraverseranno, sulla strada del rientro, il ghiacciaio Biafo fino a Askole. Una “cosa sportiva, non estrema” dice Tamara, una passeggiatina da pasquetta fuori porta insomma, dalla quale, possibilmente, trarre un film.

800px-Latok-Ogre-BiafoIl Biafo Glacier dalla ISS – (foto NASA - fonte Commons Wikimedia  - lic. public domain)

Ci sono diversi siti per seguire “The Great Crossing”, la grande traversata, di seguito i link:

Il sito ufficiale della spedizione
La pagina facebook
Il sito di Tamara
La pagina su Startnext, se qualcuno volesse contribuire fattivamente alla spedizione

Buona Pasqua, ragazzacci, e buona fortuna, tornate a casa tutti interi mi raccomando, e in tempo per aprire il rifugio eh!!

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Il rifugio Latzfonserkreuz /Croce di Lazfons dalla Kassianspitze – Cima S.Cassiano

 

Intervista a Tami poco prima della partenza (in tedesco)

martedì 26 marzo 2013

Andar per fontane

DSC_3688_3Oggi mi sono fermata da un artigiano che lavora le pietre dei nostri monti: porfido di Sarntal, Granito di Brixen, marmo di Laas. Una bella azienda, bravi, esperti, appassionati, ce l’han contata su lunga, li ho guardati lavorare. Con una fresa a controllo numerico, ovviamente.

Ma il signor Gasser non si limita a creare cose nuove, raccoglie e sistema anche vecchie pietre lavorate: antichi portali scolpiti con ancora i cardini originali, cornici di finestre, pilastri, metri e metri di canali irrigui di granito, fontane, mangiatoie, abbeveratoi. Scavati a mano, con lo scalpello: ore e ore di pazienza, di lavoro, di perizia per costruire oggetti che potrebbero durare per sempre che languono dietro un capannone. E mi è tornato in mente McCarthy:

Fontana Cornaiano Foglie3-001

“Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C'era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai li, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava li. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all'uomo che l'aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di allora ho letto un po' di libri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell'uomo si era messo li con una mazza e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma secondo me non poteva essere cosi ingenuo. Ci ho riflettuto tanto. Ci riflettei anche dopo essermene andato da li quando la casa era ridotta a un mucchio dì macerie. E ve lo dico, secondo me quell'abbeveratoio è ancora li. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto li con la mazza e lo scalpello, magari un paio d'ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l'unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. E la cosa che mi piacerebbe più di tutte.”

Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi

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Vecchia fontana con incisa la data. (foto catalogo Gasser)

Nel 1669 muore Rembrandt, la Repubblica di Venezia deve cedere Candia agli ottomani, Vermeer ha finito da poco La ragazza con l’orecchino di perla e un ignoto scalpellino termina e data la sua fontana.

Purtroppo non ci sta dove vorrei metterla, ma quanto mi piacerebbe! :)

domenica 24 marzo 2013

Giornata nazionale della lettura

Sarebbe per la promozione della lettura, io invece oggi disincentivo la lettura. Non in generale eh, che se c’è una sempre con un libro in mano è la sottoscritta. Ma sconsiglio caldamente l’acquisto dell’edizione per kindle di questo libro:

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Jennifer Jordan 
La scalata impossibile
La tragica storia dell’uomo che sognava il K2

Traduttore: Mark Stiatti

Editore 
Newton Compton 
Anno 2010
pagine 239, brossura

ISBN: 9788854123076
disponibile anche in e-book: azw3, epub

Edizione elettronica realizzata da Gag srl

Sono stufa di sottolineare refusi e formattazioni garibaldine. Mi scandalizza come molti editori trattino l'e-book come prodotto di seconda scelta, scarto, al quale non serve dedicare nemmeno il minimo dell'attenzione.

Questo è inqualificabile. Infinite parole spezzate col trattino come fossero a fine riga:"que- sto, pro- duttiva, soprat- tutto" etc etc.; "600,000" invece che 600.000, un paio di righe di una nota che si mescolano al testo e viceversa; "a causa dalla guerra"; "uno più facoltosi d’America" e diverse altre piacevolezze simili.

Anche la traduzione non mi pare accuratissima: una "lingua tagliente" diventa "la sua lingua biforcuta"!! (il traduttore ha letto troppi Tex Willer mi sa); "piccolo, ostentato, autoritario" ostentato? o ostinato?; "del famoso conduttore della New York Symphony," Conduttore o direttore (d'orchestra?); und so weiter.

La storia: parte lenta, la fa troppo lunga all'inizio raccontando genealogie di cui sinceramente interessa poco, decolla dopo circa 1/4 delle pagine. Dopo diventa interessante, almeno per chi pratica l'ambiente dell'alpinismo e dintorni. Non è un libro di avventura, è una cronaca il più accurata possibile del famoso e contestatissimo tentativo americano alla vetta del K2 nel 1939, vetta al momento ancora inviolata, finito purtroppo malissimo, che si trascinò in polemiche, accuse reciproche e tribunali per anni.

Il capo spedizione, Fritz Wiessner, non ne esce molto bene, viene invece rivalutata la figura di Dudley Wolfe: non era solo un impreparato, capriccioso, grasso e goffo yankee, come piace far credere a chi l’ha abbandonato da solo a morire lassù. Non si arriva a quasi 8000 metri sulla montagna più difficile del mondo, se si è grassi goffi e impreparati. La verità è più scomoda da ammettere. Sono stati fatti innumerevoli errori, la testa di Wiessner era concentrata sulla riuscita e la sorte dei suoi uomini, sherpa compresi, non era una delle sue priorità.

Sufficienti i contenuti, decisamente insufficiente la forma.

franzRecensione basata sull’edizione in formato azw3, ovviamente scaricata da Amazon e regolarmente pagata. Con soldi buoni, of course, non fagioli secchi o soldi del monopoli. Sgrunt.

Nulla so dell’edizione cartacea. Probabilmente la formattazione è corretta, ma non ci metto la mano sul fuoco per gli innumerevoli altri refusi sparsi.

 

(la sottoscritta a 6 anni e 4 mesi)

giovedì 21 marzo 2013

Il gatto in un appartamento vuoto

21 marzo, giornata mondiale della poesia.

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Morire – questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.
Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.

Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c’era qualcuno, c’era,
e poi d’un tratto è scomparso,
e si ostina a non esserci.
In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Cos’altro si può fare.
Aspettare e dormire.

Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all’inizio niente salti né squittii.

Wisława Szymborska premio Nobel per la letteratura 1996

(ciao Anna, te ne sei andata davvero troppo presto!)