martedì 15 febbraio 2011

Donne radical chic

Bolzano, 13 febbraio 2011

 

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bilingui, multietniche e multispecifiche:

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(mio nonno gioca a “briscola”)

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Post “copiato” da Terre basse Sorriso

martedì 18 gennaio 2011

Speriamo sia mite…

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Taviela, Vioz, e in mezzo la valle della Mite (la foto è quel che è, abbiate pietà)

Fine settimana in montagna per il governatore del Trentino Lorenzo Dellai: un paio di nastri da tagliare, due battesimi importanti, due nuovi impianti di risalita da inaugurare. Due contestatissimi impianti di risalita, per esser precisi, entrambi in un parco naturale, entrambi lungamente osteggiati e non solo dagli ambientalisti.

Il primo impianto nel selvaggio parco naturale Adamello Brenta, simbolo della wilderness nostrana, così wilderness da ospitare gli orsi del progetto Life Ursus. Che avranno un’altra cabinovia ad arredare il loro ambiente, un altro paio di piste sulle quali scorrazzare allegramente insieme ai cuccioli, in attesa del completamento del collegamento Pinzolo-Campiglio, in aggiunta a quelle già esistenti, alle strade, alberghi, pensioni, seggiovie nel loro incontaminato ambiente.

La seconda inaugurazione, la funivia in valle della Mite, in val di Pejo, nel cuore del parco nazionale (ex nazionale a voler essere precisi) dello Stelvio. In 6 minuti questo meraviglioso impianto porterà 100 persone a 3000 metri, al cospetto del Vioz e sotto le pendici del Taviela.

Qui oppure qui il resoconto della giornata, dalla penna di qualcuno più qualificato di me.

Questa volta non faccio la geremiade ambientalista, mi limito a qualche considerazione da guastafeste: la funivia porta in quota 100 persone alla volta. Che si getteranno tutte insieme giù per gli 8 chilometri di pista. 8 chilometri sono tanti, ma la pista inizia in un collo di bottiglia che conosco bene, la valle della Mite appunto. Me li vedo bene tutti incastrati nel budello iniziale. Anche se sono molti meno di 100. Ma la funivia va e viene in continuazione, penso che saranno di più di 100 insieme in pista.

L’impianto è costato 18 milioni di euro, gran parte finanziati con soldi pubblici. Si ripagherà? Dubito molto. Pagherà almeno i costi di gestione? Dubito anche quello: le società gestrici sono quasi tutte in serie difficoltò economiche, se non tirasse fuori la grana la provincia con varie scappatoie (per l’unione europea non potrebbe farlo) sarebbero tutti a rischio fallimento.

Peraltro, leggo qui, il Presidente della Pejo Funivie Spa Marco Dell’Eva avrebbe detto: “la nuova funivia […], è il primo tassello dell’importante progetto Pejo 3000, che prevede l’ampliamento complessivo di tutta l’area sciabile da realizzarsi in vista degli inverni prossimi, avendo sempre come obiettivo prioritario la qualità dei servizi offerti e la perfetta integrazione nell’ambiente.” Continuando a prescindere dall’ambiente e dalla perfetta integrazione, con che soldi, pliz?

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Da questa mappa si capisce bene in che pericoloso budello sia la pista (fonte: skionline.pl)

La prima parte della discesa è stata costruita esattamente nello stesso colatoio dove 25 anni fa (30 gennaio 1986) una valanga si è portata via pista e impianto di risalita. Ora l’impianto non è più a rischio, ma la pista? Siamo proprio sicuri che il Taviela non si incazzi di nuovo e non scarichi un’altra megavalanga su una pista zeppa di sciatori? Dove è caduta una volta ci sono buone probabilità che cada di nuovo.

Tranquilli, le staccheranno prima che cadano spontaneamente, con elicotteri e cannoncini. Però, inaugurata sabato, mi dicono che domenica la pista era già chiusa. Per cosa? pericolo valanghe. Ma guarda. Spiritosi!

sabato 15 gennaio 2011

Il tre di gennaio

Per anni, il 3 di gennaio all’imbrunire, intabarrato come un esquimese, il babbo si sedeva sul balcone di casa a contare i passeri. Quelli che venivano, e tuttora vengono, a dormire nel nostro canneto.

Ho ritrovato l’agenda con i numeri: 80 nel 1986; 65 nell’87, nell’88 erano 90, 108 nell’89, 114 nel 1990, 70 nel 1991. Di nuovo 90 nel ‘92 e 75 nel ‘93.

Troppo pochi anni, poche osservazioni all’anno, piccoli numeri, non fanno statistica. Fra l’altro, per essere interessante, dovrei contarli anch’io a distanza di quasi 20 anni (non se ne parla, sappiatelo), non so quanti siano, ma sono sempre tantissimi.

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Ora leggo, dalla penna di Danilo Mainardi, sul sito della LIPU, e strabilio:

“Negli ultimi 30 anni i passeri sono diminuiti del 50%. Questo è quanto emerge da un'indagine di BirdLife International fatta in  Gran Bretagna.  Anche i primi studi e dati sulla situazione italiana sono  preoccupanti.

  • Per la prima volta il passero è stato incluso nella lista delle specie di uccelli minacciati a livello internazionale.
  • Il suo declino contiene qualcosa di molto allarmante, potrebbe essere un segnale del forte degrado del nostro ambiente.

Danilo Mainardi
Presidente Onorario LIPU

I passeri a rischio, avreste detto? Negli stessi anni della conta dei passeri, il Pietro (suddetto babbo) aveva smesso di andare a pescare perché il fiume era morto. Ora in pieno centro sul Talvera c’è quasi quotidianamente l’airone che pranza; vicino alla stazione, sull’Isarco, ci sono stabili alcune garzettte; fra Rovereto e Verona, dal treno, se ne vedono diversi gruppi sulle rive dell’Adige e alcuni aironi li vedo fra Bolzano e Merano quando vado in bici.

Ventefioca mi scrive in un commento: “qui di aironi cinerini se ne vedono fin troppi, da qualche anno. Planano come degli alianti ubriachi e ti sfiorano il parabrezza. e dire che tanti tanti anni fa ne avevo visto uno alle propaggini delle valli e l'amico esperto ornitologo mi aveva dato del visionario... ma va'” e qualche anno fa erano davvero rara aves.

Il “TRENTINO” in ottobre pubblicava la notizia di 250 cormorani da abbattere: sono troppi, si sbafano tutti i pesci della regione e ai pescatori danno un pelino fastidio.

Merito del ripopolamento? Vengono seminati ogni anno un paio di milioni di avvannotti. Ma ripopolavano anche ai tempi. Meno? Possibile. Buon segno o brutto segno? Non so dirlo. Ovunque mettano le mani gli uomini fan casino? Probabile.

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In questo momento però sento un cicaleccio assordante arrivare dalle solite canne, mi van via chili e chili di becchime ogni inverno, sono visitata quotidianamente da un bel po’ di biodiversità.

I passeri sono in pericolo di estinzione? La cosa mi preoccupa: non qui però, non a Bolzano, non i miei.

copio dalla LIPU:

Piccole azioni concrete

Gli accorgimenti che ti indichiamo sono piccole attenzioni, ma contribuiscono alla sopravvivenza dei passeri che vivono intorno a te.

Fornire cibo:

D'estate: lascia crescere più alte le erbe in un angolo del tuo giardino (fino a 20-30 cm circa), e falciale solo alla fine della stagione. Molte piante spontanee producono fiori e semi che attirano uccelli e farfalle.

D'inverno: installa una mangiatoia sempre fornita di semi, come grano, miglio, canapa e avena per aiutare i passeri a superare il freddo. (e il girasole, non ce lo mettono? è il preferito, dai miei almeno. N.d.F.)

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Fornire rifugi e tutela:

Coltiva nel tuo giardino piante che in inverno sono fonte di cibo e riparo, come betulla, sambuco, biancospino, edera, alloro e rosa selvatica.

Non potare le piante e non ristrutturare tetti e facciate tra marzo e agosto, quando gli uccelli costruiscono i nidi.

Evita di irrorare le piante con pesticidi chimici.

Metti al micio un collare con campanellino: spesso i passeri sono vittime dei gatti, che conservano l'istinto della caccia.

(No, il collare non lo metto: ho preso paura già una volta con Lamicia impigliata in una rete per mettere il collare! E il campanellino li fa innervosire da matti. N.d.F.)

Fornire il nido:

Puoi installare sul balcone, sulla parete del garage o su un albero dei nidi artificiali, modello a "cassetta chiusa" o a "tronchetto".
I nidi devono essere ad almeno tre metri d'altezza, con un foro d'ingresso di 3,2 cm di diametro per la Passera d'Italia, o di 2,8 cm per la Passera mattugia.”

lunedì 3 gennaio 2011

Incontri cittadini

La vostra cronista stamane è arrivata a mezzo centimetro dal finire lunga distesa (corta distesa?) nel fiume, bottiglia del latte e macchina fotografica annesse: potevo farmi sfuggire un airone (cenerino I suppose) in centro città? Presa dalla concitazione ci è mancato davvero poco.

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airone cenerino, Bolzano, ponte Talvera.

A 50 metri da lui passavano indifferenti turisti e bolzanini, automobili, autobus, furgoni. Avere gli occhi non basta, per vedere bisogna anche guardare.

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E avere un po’ di culo: che il bestio sia rimasto lì ad aspettarmi finche’ sono volata a prendere la fotocamera, mi abbia guardata con regale indifferenza mentre quasi mi catapultavo in acqua (secondo me se la sta ancora ridendo), si sia lasciato fotografare senza batter ciglio. Me ne sono andata prima di lui.

venerdì 31 dicembre 2010

2011

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Buon 2011 da sotto il piumino

Questo blog langue, la sua tenutaria si sta nonnapaperizzando: sempre più in casa, orto, monti e sempre meno davanti a una tastiera.

Ma scrivere richiede allenamento, meno si scrive meno si scriverebbe, si impoverisce il lessico, si diventa sciatti anche nel linguaggio, più superficiali nel pensiero quando non si deve render conto a un foglio di carta scritto e a chi eventualmente dovesse leggerlo.

A san Silvestro si fa l’elenco dei buoni propositi per l’anno nuovo. Per esempio: obbligare il neurone a fare ginnastica prima che si atrofizzi. E il blog è una buona palestra. Chissà che il mio esempio stani equipaje (tanti auguri, signora!), che non aggiorna le sue pagine da 178 giorni. E vogliamo parlare del gambero rotto, che ha superato i 200 giorni di silenzio? Per fortuna con lui ogni tanto ho un incontro ravvicinato con bicchiere di bianco annesso. Auguri anche a lui, alla sua simpatica compagna e al gamberetto.

Auguri ad Ana e a Nina, che a Bahia Blanca iniziano l’anno in costume da bagno; alle mie sorelle lontane, Vera e Milaklee; a Marzia, al sorriso della sua foto di oggi e ai suoi animali; a .mau. Anna e al simpatico duo; a quella testa matta di Oscar il cantagricoltore e ai suoi mitici ravanelli; a Enrica, alla sua cana e alla sua nuova avventura mediatica; a Tami: l’ultimo suo post fa ben sperare, auguri, tanti, che sia la volta buona!

Auguri alle Affamate Affannate sempre in giro per il mondo, ad Alberto Rossi e alla sua nuova casa, anche se è in un quartiere che frequento poco; auguri al mio concittadino Stefano, camminatore solitario; a luca sottosopra, a giovanni il furlan, a giampaolo e ai suoi buoni propositi che condivido. Alla Valverde e ai suoi mici, a Bersn e al suo Lagorai, che ne ha proprio bisogno di auguri!

Ad Andrea dell’Alpe di Siusi, che al momento non credo goda di grande silenzio; a Mario christomannos, a tutti quelli che non ho nominato, ai commentatori anonimi, agli amici che mi commentano in real life o mi bacchettano in chat, a Loriz che non posso linkare ma che spero di abbracciare presto, ai lettori silenziosi il numero dei quali mi lascia sempre stupita!

Buon anno a tutti voi lì fuori, a presto.

venerdì 29 ottobre 2010

Un’antica tradizione

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Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, Canto VI.

Secolo XII.

(chiedo scusa, foto di navi in tempesta mi mancano. Beccatevi una barca in secca, rovesciata; che è comunque in topic)

mercoledì 27 ottobre 2010

Una bella e una brutta

La notizia bella la saprete tutti ormai: Tami è tornata, con una vetta in meno ma un bel po’ di esperienza in più rispetto alle previsioni. E qui si tira un bel respiro di sollievo.

La vetta non si sposta, e lei è giovane giovane e con un sacco di tempo davanti: avrà modo di prendersi le sue soddisfazioni.

 

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Nell’angolino in basso a destra, il rifugio Puez

Ci siamo passati tutti al rifugio Puez, una volta o l’altra. Chi a dormire, chi a bersi una birra lungo l’Alta Via N.2, chi salendo dalla mefitica rampazza in fondo alla Vallunga che è proprio lunga eterna, chi meno faticosamente con la funivia che taglia un bel po’ di fatica. E di solito trovava bel po’ di gente: il Puez è costruito in uno dei posti più belli delle Dolomiti e quindi è uno dei rifugi più trafficati. In mezzo al casino, efficiente e un po’ brusco, Oscar Costa a domare il gregge di escursionisti.

La mattina invece, se non si aveva fretta, quando gli escursionisti di giornata non sono ancora arrivati e quelli delle alte vie se la sono già data a gambe, allora Oscar si prendeva un po’ di tempo per 4 chiacchiere. Un discorso sui pastori che “qui sono ancora tutti dei nostri, non come altrove che ci sono solo romeni”, una dritta sul sentiero più panoramico, un caffè insieme.

Ecco, Oscar non c’è più. Lo hanno cercato per due giorni, ostacolati dalla nevicata precoce dei giorni scorsi, e l’ha trovato il fratello, poco sotto il sentiero che avrebbe potuto percorrere a occhi chiusi, con ferite alla testa, rannicchiato, assiderato, a trecento metri dal rifugio che la sua famiglia gestisce da decenni, che lui non ha mai lasciato, dove è arrivato con i genitori quando aveva appena 6 mesi.

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Il vecchio rifugio Puez

Stando alle ipotesi avanzate da chi ha rinvenuto il cadavere” riporta il quotidiano Alto Adige di oggi, “Oskar Costa sarebbe scivolato, forse addirittura in un laccio delle ghette, procurandosi gravi lesioni alla testa e perdendo quasi subito conoscenza”.

Era salito domenica mattina al rifugio, chiuso da fine settembre, per fare dei lavoretti: una scarpinata di un’ora e mezza da dove aveva lasciato l’auto. Verso mezzogiorno una telefonata alla moglie: “Sto scendendo” poi il silenzio.

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Rifugio Puez

«Oscar era un uomo che impersonava la montagna e il Cai. È stato eletto (presidente della sezione della Val Badia. N.d.f.) nel 1989 succedendo al padre Pire ed è sempre stato riconfermato all’unanimità.» dice con rammarico il segretario della sezione Fortunato Flatscher al quotidiano di oggi .

E il pensiero corre alla sua Alma, con la quale la montagna non è stata molto generosa: 5 anni fa è infatti morto Ivan, il loro figlio di 21 anni, andato a schiantarsi con lo slittino contro una motoslitta, in un posto quasi piano, su una pista larga 60 metri.

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mercoledì 6 ottobre 2010

Forza Tami!

Sono giorni che ci si sta chiedendo cosa succede lassù a Tamara Lunger, che voleva tentare la cima del Cho Oyu il 30 settembre. Poi è successo quel che è successo, 5 sherpa sono stati travolti da una valanga e uno è grave, è morto Walter, diverse spedizioni hanno rinunciato e sono tornate a casa; lei è su da sola, non ha spedizioni e grande organizzazione alle spalle e il suo blog, che finora ha cercato di aggiornare fra una difficoltà e l’altra con la collaborazione di mamma e sorella, tace da giorni. E quaggiù ci si preoccupa.

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La nuova via verso il Campo 2, che Tami e Jakob avevano in mente di aprire (Fonte, Blog di Tamara Lunger)

Ora leggo sul quotidiano Dolomiten che Tami ha partecipato al recupero della salma di Walter e, secondo quanto racconta suo padre al giornale, è stata un’esperienza “molto pesante per lei, ma anche molto importante, perché in questo modo ha potuto elaborare meglio l'accaduto''. Walter, ha raccontato Tamara ai suoi, è precipitato per circa 500 metri, l’hanno trovato già morto e pieno di ferite. Lei e i due compagni di Nones lo hanno portato giù per un lungo tratto prima che li raggiungessero gli sherpa per dar loro una mano a trasportarlo al Campo base.

Così Tamara, aggiunge Hansjörg, ha avuto modo di toccare con mano la natura di queste montagne e sperimentare da vicino che non sono uno scherzo. Ma pare che l’esperienza l’abbia rafforzata invece che abbatterla: in queste ore sta salendo insieme a un americano e a un messicano e l’8 ottobre conta di essere sulla cima.

Questa ragazzina ha un paio di palle così.

Incrociate le dita, premete pollici, alluci, toccate ferro, aglio fravaglio, tutto quel che avete miei 25 lettori, in questo blog scettico e razionale oggi è ammessa ogni forma di scaramanzia e di portafortuna. E tu vai Tami, che siamo in tanti quaggiù a sostenerti! :)

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(Fonte, Blog di Tamara Lunger)

Purtroppo non avremo notizie fresche in tempi brevi: il satellitare di Tamara ce l’hanno ora i due compagni di Nones: serve loro per organizzare il rientro della salma in Italia. Il loro era nello zaino di Walter, non ne è rimasto molto. Dovremo attendere che lei torni a Kathmandu o che trovi al Campo Base qualche anima buona che le dia modo di fare una telefonata.

 

martedì 5 ottobre 2010

Berg heil

   

« Se tu vens cà sù ta' cretis,
là che lôr mi àn soterât,
al è un splàz plen di stelutis:
dal miò sanc 'l è stât bagnât.
Par segnâl une crosute
jé scolpide lì tal cret:
fra chês stelis nàs l'arbute,
sot di lôr jo duâr cuièt.
Ciol sù, ciol une stelute:
je 'a ricuarde il néstri ben,
tu 'i darâs 'ne bussadute,
e po' plàtile tal sen.
Quant che a ciase tu sês sole
e di cûr tu preis par me,
il miò spirt atòr ti svole:
jo e la stele sin cun té. »

« Se tu vieni quassù tra le rocce,
laddove mi hanno sepolto,
c'è uno spiazzo pieno di stelle alpine:
dal mio sangue è stato bagnato.
Come segno una piccola croce
è scolpita lì nella roccia:
fra quelle stelle nasce l'erbetta,
e sotto di loro io dormo sereno
Cogli cogli una piccola stella:
ti ricorderà il nostro amore.
Dalle un bacio,
e poi poggiala sul tuo seno.
Quando a casa tu sarai sola
e di cuore pregherai per me
il mio spirito ti aleggerà intorno
io e la stella siamo con te. »

 

Berg heil, Walter; Berg heil, Erwin

domenica 19 settembre 2010

Sfera di cristallo

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La valle dell'Elba a Dresda Fonte: Wikimedia Commons; foto: Martin Röll (Martinroell), Copyleft

La Valle dell'Elba è un tratto di circa 20 chilometri del fiume Elba che scorre nella città tedesca di Dresda e che nel 2004 è stato inserito nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO in quanto il paesaggio, pur presentando le sue rive e scogliere naturali, è parte integrante dell'area urbana della città.

Nel 2006 l'UNESCO ha inserito la valle dell'Elba nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità in pericolo, ventilando anche la possibilità di rimuovere il sito dalla lista dei Patrimoni mondiali dell'umanità. Questo a causa del progetto di costruzione di un ponte stradale che dovrebbe attraversare il fiume, con un serio impatto sull'integrità del paesaggio.

Il 26 giugno 2009, a seguito della conferma della progettazione del ponte, l'UNESCO ha annunciato di aver rimosso la valle dell'Elba dalla lista dei Patrimoni mondiali dell'umanità.” (Fonte Wikipedia)

Proviamo a sostituire la parola PONTE con “impianto di risalita” “pista da sci” oppure “resort da 248 stanze” o anche “strada” e Valle dell’Elba con Dolomiti e potremmo aver previsto il futuro.

 

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venerdì 17 settembre 2010

Un Grillo ad Antersasc

Alberto Rossi, un nuovo amico che scrive sul blog Dosstrento articoli dei quali spesso condivido anche le virgole, mi segnala, sul blog di Beppe Grillo, un servizio completo, in home page, sulla strada delle polemiche per Antersasc di cui accennavo giorni fa.

Il testo contiene qualche inesattezza, corretto invece quello che dicono nel video Dissinger, Presidente Federazione dei protezionisti altoatesini, e Michil Costa, esponente dei Verdi altoatesini.

Ecco il video:

 

Per la precisione: il TAR ha bloccato momentaneamente la costruzione della strada, se ne riparla in primavera. Si spera che il casino mediatico sollevato faccia tornare a ragionare.

Seconda precisazione: le 1100 marmotte da abbattere di cui si parla sia nel video che nel testo: è un balletto che si ripete da anni ogni anno, ne parlavo già qui: il Kaiser Durni stabilisce che le marmotte sono troppe e che ne devono essere abbattute un numero che varia, di anno in anno, fra 1000 e 2000; WWF, LAV, ambientalisti ricorrono al TAR il quale, di solito ma non sempre, blocca il decreto. Se non lo blocca il TAR si rivolgono al Consiglio di Stato e la maggior parte delle volte le marmotte si salvano la pelliccia. Come quest’anno: il TAR ha detto no.

Nell’articolo di Grillo pare che le 1100 marmotte da abbattere siano legate al progetto Antersasc, ma non è così. E’ uno dei suoi vizi quello di mescolare fatti veri ma che non hanno relazione fra loro per fare un minestrone mediatico di grande impatto emotivo.

Coraggio, Dissinger, coraggio, Costa, fate più casino che potete! Chissà che il baccano non svegli qualche coscienza.

(Alberto, mantengo la promessa, parola! Ma vorrei argomentare, e mi hai beccata proprio in un momentaccio.)

mercoledì 15 settembre 2010

Che domenica bestiale!

La loro:

Apertura di Mediaworld a Bolzano, giovedì 9 settembre: 12.000 persone, 650.000 euro di incasso, ore di coda per entrare. Venerdì, sabato e domenica si è ripetuto il casino.

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(fonte quotidiano Alto Adige, foto Ognibeni)

La mia:

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Königspitze / Gran Zebrù; Monte Zebrù (in tedesco?); Ortler / Ortles; Hintergrathütte / Rifugio Coston

Non farei cambio :D

martedì 14 settembre 2010

Non c’è parola

"Non c’è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte."
Un sopravvissuto di Hiroshima

Citazione posta da Elsa Morante in chiusura del suo (splendido a mio avviso) “La Storia

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La micia Lamicia

Date una scorsa a questo post di Enrica e all’interessante e civile dibattito che l’ha seguito nei commenti.

Poi pensatela come volete, non chiedo altro a nessuno dei miei 25 lettori: solo una scorsa al suo post.

mercoledì 8 settembre 2010

E’ questo che volete?

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Alpe di Siusi, estate 2010

Ieri Paolo (benvenuto, peraltro! :) ) mi ha commentato questo post dell’anno scorso: un atto di accusa e di rimpianto per quanto stanno facendo all’Alpe di Siusi.

Questo il suo commento:

Cantieri all'Alpe di Siusi?
Ci sono ancora, oggi, fine estate 2010!
Pensate che bella sorpresa per chi ha fatto 800 chilometri ed ha speso una bella sommetta, fidandosi dei depliant, dei siti promozionali, delle foto "ufficiali"!
In trenta anni di vacanze in montagna, una fregatura così non mi è mai capitata.
Per le mie vacanze, poco male; ma chi restituirà la pace all'Alpe, e all'Alto Adige la dignità perduta?
Paolo

Paolo è un turista, una delle persone che si cerca di blandire e corteggiare perché venga in Alto Adige a portare lavoro, soldi, benessere. Cercando di vendergli pace, silenzio, montagna, “paesaggi mozzafiato, panorami grandiosi, natura incontaminata”. Persona che non verrà più. E’ questo che volete?

E Paolo non è una vecchia acida rompiballe come me che in Alto Adige già vive.

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Ne ho contati 16 in un’ora di passeggiata. Per 16 volte mi sono spostata sul bordo della strada per non farmi arrotare e ho annusato gas di scarico.

Convincere Paolo che non tutto l’Alto Adige è così, adesso, sarà molto difficile. Nemmeno l’Alpe di Siusi è tutta così, almeno finora!

L’Alpe sa essere anche molto bella, vero Andrea? E anche l’Alto Adige ha fatto più di molte altre regioni per mantenersi decente. Ma i cantieri aperti, gli scempi in atto o in programma, la malintesa valorizzazione del territorio, sta erodendo anche qui paesaggio e cultura. Bisogna stare attenti, molto attenti, attaccarsi alle caviglie degli amministratori pubblici come cagnetti ringhiosi, cercare di salvare il salvabile perché le Dolomiti sono patrimonio dell’umanità non dei soliti quattro furboni che stanno approfittando della nuova (non necessaria) pubblicità data dall’UNESCO per tirarsi su le maniche.

Qualche segnalazione, tanto per tenere desta l’attenzione:
la strada di Antersasc e di seguito: Durnwalder: la strada di Antersasc serve (non si capisce il senso di una strada che distrugge uno dei posti più belli delle Dolomiti per raggiungere una malghetta privata. Diventerà un agritur? Negano, ma a pensar male…)
Carezza, il terzo lago 
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Catinaccio  secondo fronte
Catinaccio, paradiso dello sci
 I Verdi: «A Fundres un nuovo attacco all’ambiente»
Sesto: marcia contro gli impianti (Croda Rossa – Monte Elmo)

Giù le mani dalle Dolomiti o ci faremo male!

mi fermo qui ma non è finita qui.

Terzo lago

Doveva essere invisibile… (il terzo lago di Carezza visto da passo Santner. Foto Federico Z., che ringrazio)

Però, Paolo, l’Alpe è anche questa (nessun ritocco né timbro clone):

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Ed è per questo, porca eva, che mi girano come pale di elicottero: come si può vedere la bellezza e volerla distruggere con furia iconoclasta? Per soldi, soldi, soldi che non bastano mai.

Mi consola il fatto che, quando noi barbari ci saremo estinti, le Dolomiti saranno ancora lì.

lunedì 6 settembre 2010

Un pasticcio bilingue

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Cartelli “bilinguizzati” col pennarello

Io non parlo bene il tedesco, lei, una bella signora meranese, non parla bene l’italiano. La cosa non ci è di nessun impedimento: ce la ciacoliamo allegramente lungo tutto il sentiero, parlando di fiori, di lavoro, di viaggi in giro per il mondo, di cucina, di grappe: lei si diletta a confezionare liquori aromatizzati con le erbe e mi racconta ricette, tempi, gradi alcolici. Ci suggeriamo a vicenda i vocaboli che ci mancano e ce la caviamo brillantemente parlando “gemischt”(*). E funziona così quasi sempre, in Alto Adige / Südtirol.

Tutto bene fino a quando non iniziamo a discutere dei nostri monti, passione comune: non ci capiamo. Come diavolo faccio a capire che il rifugio a lei più caro, la Flaggerschartenhütte, è il rifugio Vallaga? E come faccio ad apprezzare la sua salita al Glockenkaarkofl se me lo devo scrivere per scoprire a casa dopo un controllo che è la Vetta d’Italia?

Nessun conflitto etnico, amiamo entrambe la nostra terra comune, viviamo alla bellezza di 28 chilometri di distanza, ci capiamo su quasi ogni argomento, e non riusciamo a parlare di monti perché abitiamo su due pianeti linguistici diversi.

L’altro dì fermo un malgaro e gli chiedo se sono giusta per la Malga di Corvara e questo mi guarda stranito: Corvara sta dall’altra parte dell’Alto Adige, qui siamo in Passeier! Colpa mia che non riesco a scovare dalla memoria Rabensteiner Alm. Che ci sia qualcosa che non funziona a questo punto mi pare evidente.

E c’è parecchio che non quadra nella guerra che contrappone da più di un anno (da sempre, forse) CAI, Alpenverein, Provincia, SVP, Roma, Procura, quotidiani, APT, uomo della strada sulla questione dei toponimi bilingui e sulla segnaletica dei sentieri, diventati monolingui per un colpo di mano dell'SAV (Südtiroler Alpenverein, omologa tedesca del CAI).

Gli uni sono ancora risentiti, con buona ragione, dalle traduzioni fantasiose e prepotenti di Tolomei che si prese la briga di trovare, e lo stato italiano di imporre, una corrispondenza italiana ad ogni frazione, cima, torrente, prato, bricco di tutta la provincia. E quando non c’era, ovvero molto spesso, ad inventarla di sana pianta.

Gli altri si sentono stranieri in Italia, anche loro forse a buona ragione (non la discuto su questo post perché facciamo mattina), probabilmente aizzati dalla politica locale, e sicuramente in pieno diritto di protestare: i toponimi bilingui, e di conseguenza la segnaletica bilingue, è sancita da una legge costituzionale nata da un accordo internazionale. Soprattutto in considerazione che la nuova segnaletica, monolingue, rifatta a cura dell’SAV, è stata sovvenzionata per gran parte con soldi pubblici. Soldi di madrelingua italiana, tedesca e ladina.

Da qui un profluvio di motivazioni più o meno pretestuose, di atti di forza, di arroganza, di tentativi da parte dell’SAV di forzare la mano e mettere la politica altoatesina davanti alle cose fatte (politica tedesca ben lieta di mandare avanti qualcun altro a fare il lavoro sporco), che la pongono dalla parte del torto anche se le ragioni di fondo possono essere giuste; da parte italiana la solita, fastidiosa, lagna. E il solito, fastidiosissimo, revanchismo nazionalista, di altoatesini italiani e di sedicenti turisti che, senza aver capito una cippa di cosa c'è in gioco, starnazzano che non verranno mai più in ferie in Alto Adige aggiungendo al trito pregiudizio “non mi servono nei bar in quanto italiano” il motivo nuovo di zecca “ci sono i cartelli monolingue”. Chi sprizza indignato risentimento sono i partiti italiani di destra che cavalcano la tigre a fini elettorali (quelli di sinistra non sanno che pesci pigliare e da che parte stare e danno un colpo alla botte e uno al cerchio). Il che fa passare la voglia di prendere le parti della legalità e di sostenere il CAI che si affanna per trovare i toponimi italiani storici da salvare.

Un bel pasticcio. Che riempie le pagine dei quotidiani, gli uni e soprattutto gli altri, quelli italiani, a soffiare sul fuoco di un conflitto etnico che per le strade non ci sarebbe. Pasticcio nato un secolo fa e del quale siamo ancora prigionieri.

Kofelraster Seen

Il suddetto cartello bilinguizzato, indirizzava a questi due splendidi laghi: Kofelraster Seen

Io intanto, da sudtirolese di madrelingua italiana, sto facendo lo sforzo di imparameli i toponimi tedeschi, e dismettere quelli falsi, senza storia, inventati e colonialisti. Perché sono brutti, storicamente fasulli, artefatti. Perché vorrei capirmi con i miei concittadini quando parlo di un territorio sul quale, loro, vivono davvero. Perché se mi perdo possa farmi aiutare da chi il territorio lo conosce. E anche per rispetto.

Per contro pretenderei che il rispetto, del prossimo, delle leggi e delle regole, sia reciproco. Anche sulla toponomastica bilingue, finché un accordo auspicato e condiviso non stabilisca altre regole. E vorrei, con tutto il cuore, che insieme, altoatesini di tutti i gruppi etnici, si continui sulla strada della convivenza nonostante coloro che rimestano nel torbido. Non della convivenza civile e distratta, ma della compartecipazione e della comprensione(**).

 

(*)   gemischtsprachig = mistilingue
(**) cum – prehendere = prendere insieme, contenere in sé, abbracciare con la mente le idee, intendere appieno. (dizionario etimologico on line)

giovedì 2 settembre 2010

Guida alpina per corrispondenza

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Useppe sul Basso. Avrà imparato su un manuale? (foto Roby, spero mi dia la liberatoria ;) )

Leggo oggi sul glorioso news group ISM (it.sport.montagna) questo post:

Salve a tutti.

Vengo subito al quesito e ringrazio anticipatamente chi mi risponderà.
Come responsabile di un gruppo scout devo organizzare nei prossimi giorni un corso di arrampicata per un gruppo di ragazzi dagli 8 ai 15 anni.
Il problema è che io non ne so molto. Un ragazzo che doveva fare da istruttore avendo praticato questo sport estremo qualche volta purtroppo non può più venire ma i ragazzi ormai ci hanno fatto la bocca e non posso deluderli.

Cosa è che devo e che non devo fare assolutamente?
Potete consigliarmi qualche manuale online?

Saluti

Alberto

Montagna assassina questi gran cazzi, mi si scusi il termine. O questo sta trolleggiando, per scatenare una bella flame sul gruppo, oppure si è spiegato male, o è un totale irresponsabile.

martedì 31 agosto 2010

La fine del mondo

il sole cala al Renon. Per quanto ancora? 

Siamo agli sgoccioli, lo dice anche l’Alto Adige di oggi, a pagina 29:

RENON. Domattina - con partenza alle 6.15 - in cabinovia si sale sul Corno del Renon per vedere il sorgere del sole da un osservatorio decisamente privilegiato oltre che insolito.

[…(venghino venghino, colazione, pranzo, musica, panorama bla bla)…]

Tornando alla possibilità di vedere il sorgere del sole, quella di domattina è una delle ultime occasioni per assistere allo spettacolo che è sempre molto affascinante.”

dopo, si arguisce, il sole non sorgerà più. Altro che Maya e dicembre 2012, chissà se vedremo un altro autunno!

Giornalisti!

(Come suggeriva eriadan, che ci ha provato a smettere, nella strip del ritorno: tenere un blog assomiglia a un vizio, prima o poi si ricomincia. Non tutti, magari: qualcuno cazzeggia altrove, qualcuno smette davvero; io in questa vita ho già smesso di fumare, definitivamente.

A presto ;) )