mercoledì 30 aprile 2008

Attenti a non sconfinare, ragazzi!

Comunicato stampa della Provincia Autonoma di Bolzano, di oggi:

"Due orsi nel comprensorio del Burgraviato*

L’Ufficio caccia e pesca della Provincia informa che oltre all’orso che ha svernato presumibilmente nei pressi di Passo Palade attualmente, nel comprensorio del Burgraviato, sono state riscontrate le tracce di un secondo plantigrado. Tracce della presenza di un terzo orso sono state avvistate nella zona di Fiè.

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Una foto di repertorio dell’orsa Jurka - (fonte: sito della Provincia)

In base alle esperienze sinora raccolte il primo esemplare dovrebbe essere un orso piuttosto timoroso e non pericoloso. Il secondo orso, che si aggirava dalla metà di aprile nella zona del Comune di Tesimo, dovrebbe essersi spostato nella zona di Monte San Vigilio dove la scorsa notte ha saccheggiato un’arnia.

Il Posto di custodia ittico – venatoria di Merano ha effettuato i necessari rilievi nella zona ed adottato o messo a disposizione le necessarie misure di tutela per gli animali domestici della zona, come, ad esempio, recinti elettrificati. Contemporaneamente sono state avvistate tracce della presenza di un orso, quindi il terzo, anche nell'area attorno a Fiè.

L’amministrazione provinciale sottolinea comunque il proprio impegno, in base al Piano di conservazione dell’orso bruno sulle Alpi centro – orientali  (Pacobace), a risarcire in maniera rapida e non burocratica i danni che saranno eventualmente provocati dal plantigrado."

(FG)

(*) Burgraviato: Merano e dintorni (n.d.f.)

martedì 29 aprile 2008

Due ragazze normali

Al TrentoFilmFestival Kay Rush intervista Nives Meroi e Silvia Vidal.

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Kay Rush e Nives Meroi al TrentoFilmFestival - Un fotogramma dell'intervista

Tornata da poco dal Makalù del quale porta ancora addosso i segni, sorride sempre, Nives, poi ride, prende in giro sé stessa con gli occhi che brillano; si emoziona parlando del K2, racconta senza imbarazzo di quando arrivata in vetta si è messa a piangere dalla gioia, ma senza Romano, il suo compagno di vita e di cordata, non sarebbe stata la stessa cosa.

Alpinista e donna, scelte di vita difficili che costano scelte e rinunce che gli uomini non devono fare.

La prima donna a scalare tutti gli 8000 della terra? Forse, ma così non fosse ci sono tanti altri progetti nella vita, tante altre pareti da salire, tante altre montagne da arrampicare, tante altre cose da fare.

SilviaVidal

Silvia Vidal intervistata al TrentoFilmFestival

Silvia Vidal, catalana, 21 giorni da sola in parete, 21 bivacchi per salire la sua nuova via, "Life is Lilac" nelle Torri del Trango in Pakistan, lunga 870m, che termina a 5.700 metri s.l.m. gradata A4+, 6a.

Le piace stare da sola ma le piacciono anche gli amici, le piace la natura ma ama la città, è piena di contraddizioni che lei sente come complementarietà, le piace la vita che, vista da 5000 metri di altezza dopo un'intera giornata immobile nel portaledge bloccata dal maltempo, le sembrava viola.

Perché ha iniziato subito a cimentarsi con le big wall? Ma perché sono grandi e c'è tanto da scalare, ovvio no? :D

Due simpatiche interviste a due simpatiche ragazze normali, autoironiche e sorridenti; a due fra le più forti alpiniste del mondo.

lunedì 28 aprile 2008

Era così

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Un fotogramma dal film

Sul sito del Trentofilmfestival un film documentario di Elio Orlandi, dedicato a Cesarino Fava, nato da una lunga intervista al noto alpinista appena scomparso.

Cesarino parla di sé, del suo concetto di alpinismo, della fatica di riprendersi dopo aver perso gran parte di entrambi i piedi per congelamento, e di quanta volontà e quanta passione ci vogliono per ricominciare ad arrampicare. Ride, scherza, arrampica, cammina, fa la "raspa" con le racchette sulla neve, sale e scende per i suoi crozi sempre tenendo a mente che "gli eroi alla lunga stufano" e non è affatto più montanaro (più alpinista, dice lui) chi se ne va per sentieri di chi arrampica pareti severe.

Un po' retorico nel testo ma ricco di belle immagini e pieno della simpatia che emanava il grande Patacorta, che non sembra retorico mai.

Scheda video:

TITOLO: PATACORTA
REGIA: Elio Orlandi
CATEGORIA: DAY BY DAY
DURATA: 26'25''

venerdì 25 aprile 2008

Patacorta

Cesare-Fava1 Cesarino Fava. (foto al borde)

"E' morto Cesarino, un grande vecchio saggio. Fino a pochi mesi fa, a quasi 88 anni, li avrebbe compiuti il prossimo 12 giugno, conservava una freschezza e lucidità invidiabili. Grande appassionato e amante delle montagne, sia del suo Brenta che della Patagonia.

Il Cesarino migliore era quello che parlava della vita, delle ingiustizie del mondo. In particolare dei "poblones", i poveri delle bidonville, illusi di potersi costruire un futuro su terre ostili nella lontana Argentina dove lui aveva vissuto per tanti anni.

[...] Ho perso, abbiamo perso tutti, una gran bella persona"

Giorgio Gajer,
segretario per l'Alto Adige del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Spelelologico) Lettera al quotidiano Alto Adige del 24 aprile 2008.

Martedì è morto «Patacorta», zampacorta da quando si congelò i piedi e dovettero amputargliene un bel pezzo, per tentare di tirar fuori dai pasticci un alpinista americano, Richard Burdsall, mollato dalla guida argentina poco sotto la cima dell'Aconcagua, la montagna più alta delle Ande (m.6962). Per dire che tipo fosse Cesarino.

Con la sua camminata inconfondibile dovuta ai suoi cortissimi piedi, ha continuato ad andar per monti fino quasi alla fine, fra la val di Sole dove era nato e tornava appena poteva, e la Patagonia dove era emigrato e lavorava, fra il Cerro Torre, sul quale fu compagno di cordata di Cesare Maestri e Toni Egger nella prima drammatica salita nel 1959, ed il Brenta dove a 81 anni ha aperto una via nuova sulla Cima D'Ambiez.

Nella prefazione al suo libro "Patagonia, terra di sogni infranti" Cesare Maestri scrive: "Cesarino è l’uomo più importante della mia vita." E aggiunge: "E non l’ho scritto perché mi salvò la vita sotto il Torre, quando ero sfinito e moribondo. Quello non conta nulla con Cesarino c’era un legame che si nutriva di altro. Non avevamo neppure bisogno di vederci spesso, bastava poco per capirsi. Lui non è stato un forte alpinista ma un “grande” alpinista e andinista. Tutti gli alpinisti trentini che sono andati in Patagonia gli devono qualcosa, anche quelli che lo hanno pugnalato alle spalle. Lui ha sempre aiutato tutti(*)".

E' partito dal Trentino, tornato, ripartito pendolando fra qui e l'altra parte del mondo, guardando all'emigrazione come ad un'opportunità e non una condanna, un rinnovamento culturale e un arricchimento, al punto da consigliare ai conterranei di ricominciare ad emigrare e a mettere il naso fuori di casa per trovare nuovi stimoli e progetti di vita senza i quali ci si abbruttisce. "Se uscissero per qualche stagione i Trentini non solo ricaverebbero stimoli nuovi, ma apprezzerebbero anche di più, e difenderebbero con più convinzione ciò che hanno a casa, ne sarebbero più fieri, si accorgerebbero che è loro, se non la distruggono, la terra più bella del mondo(**)".

E dopo aver girato il mondo per tutta la vita, Cesarino Fava è morto a Malé, in Val di Sole, nella stessa stanza dove era nato, e lo hanno sepolto pochi metri lontano, in un piccolo cimitero dal quale può vedere le pendici del suo Brenta.

* fonte: quotidiano "IL TRENTINO" 23 aprile 2008
** Franco de Battaglia, quotidiano "IL TRENTINO" 24 aprile 2008

lunedì 21 aprile 2008

Una voce dal Brenta

Anch'io riscrivo la storia. La ricopio, la ripeto, la duplico. Che non venga disattesa, persa, scordata.

franco_bonatta

Matteo Brunetti, Franco Bonatta e Lee Palser, aviatore americano di New York salvato dai partigiani. (fonte: rivista ufficiale dell'ANPI "PATRIA INDIPENDENTE")

LA PACE, UN IMPEGNO PERMANENTE
di Lionello Bertoldi, presidente Comitato Provinciale A.N.P.I. Bolzano, comparso sulla rivista ufficiale dell'ANPI "PATRIA INDIPENDENTE",  del 21 settembre 2003

"Abbarbicati come ostriche alle rocce del Brenta, i partigiani della missione Vital trasmettevano dal 5 agosto 1944 con una piccola radio, al comando inglese di Bari,tutte le notizie militari, che le staffette portavano lassù assieme alle pesantissime batterie per la radio:un treno munizioni a Mezzolombardo, l’oro della Banca d’Italia a Fortezza, Himmler in gran segreto a Bolzano.

Ma chi erano quelli della missione Vital? Il radiotelegrafista Matteo Brunetti, nome di battaglia Bruno, dopo l’8 settembre 1943 è a Bari e, tramite Francesco Ferrazzi, entra in contatto con gli inglesi assieme al suo compagno di S.Giustina di Belluno Angelo Tres. Da Arco nel Trentino, Francesco ha passato infatti le linee per raggiungere a Bari gli alleati. Per i tre un rapido corso di paracadutismo con i francesi. Dopo diversi inutili tentativi, un aereo inglese farà scendere Bruno, Angelo e Francesco sulla riva sinistra del Piave vicino a Moriago. È la notte del 5 marzo 1944.

Sono previste due missioni radio. Sistemata la missione Fanny nel Bellunese, a Bruno tocca trasferire la Vital nel Trentino o a Bolzano. Il contatto è una donna Da Pont Lenae, tramite il Comitato di Liberazione di Padova,  Bezzi, ossia Senio Visentin, a Trento. L’appuntamento con Bezzi è a Trento, in una strada periferica, per il 23 luglio alle ore14,30. Il viaggio a bordo di un camioncino. Ivo, l’autista, nasconderà la pericolosa valigia con la radio nel sacco della carbonella. Tra Feltre e Trento 5 posti di blocco. L’arrivo a Trento è solo dopo le 15. Non c’è giustamente nessuno e tutto è da rifare. Affidata la pericolosa valigia ad una ignara signora in quella strada, Bruno ritorna a Belluno ed è costretto a una nuova trafila. Contatta la signorina Lena che contatta il CLN di Padova che contatta Bezzi. Sette giorni dopo in bicicletta a Trento. Qualcuno lo sistema in un appartamento vuoto. Recuperata la valigia presso l’ignara sorridente signora, a Bruno viene fissato appuntamento il 4 agosto con una staffetta. Una graziosa signorina, dirà Bruno. È Nella Lilly Mascagni. Lo accompagnerà in trenino sino a Zambana, dove li raggiungerà in bicicletta Corsi, Andrea Mascagni. Assieme in funivia a Fai e poi a piedi a Molveno.

L’appuntamento è con Marco, Enrico Pedrotti il fotografo, che a Molveno ha casa e famiglia. È l’incontro dei partigiani bolzanini. Il giorno dopo, guidati da Marco, in marcia per il massiccio del Brenta, per sistemare in un piccolo anfratto la radio e il radiotelegrafista.

Il cielo è solcato dai bombardieri americani e spara l’antiaerea, la Flack. Un quadrimotore si schianta sulla Paganella. Un candido ombrello scende poco lontano da loro. Marco decide per tutti: Hallò friendes e raccoglie un aviatore americano in preda allo schock, ma incolume. È Lee Palser di NewYork, ha 23 anni. Il massiccio del Brenta incombe sul lago di Molveno. L’anfratto è un piccolo buco che deve accogliere anche Lee e, distesa l’antenna di rame lunga 25 metri, la radiotrasmette la notizia. «Vital deve trasmettere notizie militari, non raccogliere aviatori è la risposta».

Lee Palser rimarrà con Bruno lassù e arriveranno novembre e dicembre 1944, senza poter accendere un fuoco, senza qualcosa di caldo,sempre trasmettendo. In basso a Molveno, Marco e Corsi hanno predisposto per farli sopravvivere. Celestino Donini, Silvio Meneguzzi e Giovanni Menegazzi (cognato di Marco) saranno i loro angeli custodi di Molveno. Ore di salita in montagna con il cibo e le pesantissime batterie per la radio. Orientare le staffette con le notizie militari. Saranno questi i loro compiti principali.

In Val di Non opera la formazione partigiana Fabio Filzi. Il suo comandante Avio, Luigi Emer, dispone che Delfo raggiunga la Vital e vi rimanga. Così il giovanissimo partigiano Franco Bonatta, futuro ingegnere bolzanino, passerà molti giorni sulle rocce del Brenta con Bruno e l’americano Lee Palser. La Vital continuerà a trasmettere sino al 21dicembre 1944, quando un guasto irreparabile la renderà muta. Solo la speranza della pace e della libertà sosterrà quegli uomini. «La libertà Lee, quella indicata dalla tua statua a New York, spazzeremo via i fascisti e i nazisti e sarà la pace Lee, quella che riusciremo a costruire anche in Europa, dove tutte le nazioni ripudieranno la guerra».

Abbandonato il Brenta, Bruno riprenderà la sua azione partigiana, scendendo a Belluno in bicicletta. È il Natale del 1944. Marco e i suoi amici nasconderanno l’americano Lee Palser a Molveno fino alla Liberazione, che arriverà quel 25 aprile 1945".

DA DOCUMENTI ANPI, i protagonisti: Nella Lilly Mascagni: arrestata, torturata e richiusa nel Lager di Bolzano;  Delfo, Franco Bonatta: partigiano sino alla Liberazione; Marco, Enrico Pedrotti: arrestato e portato nel Lager di Bolzano; Avio, Luigi Emer:catturato ferito portato nel Lager di Bolzano; Bezzi, Senio Visentin: arrestato e portato nel Lager di Bolzano; Corsi, Andrea Mascagni: partigiano sino alla Liberazione.

domenica 20 aprile 2008

La capriola

IMG_1175ritaglio3-viFemmina di capriolo

Non la capriola di Mastella, ma una femmina di capriolo: era un pezzo che girava la voce, pareva una leggenda metropolitana, invece è comparsa la foto sul giornale e le associazioni animaliste confermano: vive da più di un anno in centro città, su un'isola di uno dei 3 fiumi cittadini, a pochi passi dal traffico, dalla gente, dal via vai delle biciclette della ciclabile.

Pare stia benone, ha quel che le serve per nutrirsi, per bere, è al riparo dai predatori, ogni tanto attraversa il braccio di fiume e se ne va a spasso per poi tornarsene a casa. I caprioli non sono animali sociali, amano la solitudine, quindi non le mancherà la compagnia dei suoi simili.

L'ufficio caccia e pesca della Provincia e i volontari del CRAB, associazione animalista cittadina, conoscono la storia da mesi e si sono interrogati se non fosse meglio catturarla e spostarla, ma non è facile avvicinarla, sedarla con dardo di anestetico è pericoloso perché potrebbe spaventarsi, allontanarsi verso il fiume e annegare. La soluzione migliore è lasciarla in pace.

Bolzano è circondata di monti e di boschi che arrivano fino in città, non è il primo capriolo che scende da San Genesio, dal Virgolo o dal Renon fino in centro ma è la prima che l'ha eletto a residenza stabile :). I bolzanini l'hanno subito adottata come mascotte.

Quello che mi preme evidenziare, se a qualche furbone fosse sfuggito, è questo: "Non fatevi venire strane idee e non andate a stanarlo sull'isolotto" avvisa Calissoni del CRAB, "perché è sorvegliato e protetto. Se qualcuno gli farà del male ne risponderà alle forze dell'ordine".

La caccia in aree protette è reato penale, ci starei attenta.

mercoledì 16 aprile 2008

Caccia all'orso

Segnalo, desolata, questo post di Bersntol. Contiene una serie di link. Sgradevoli, molto sgradevoli.

JJ3

Brown_bear_s_3 Foto l'Adige

Il terzogenito di Jurka, JJ3, ha fatto la fine di suo fratello Bruno, ucciso in Baviera l'anno scorso: abbattuto la sera del 14 aprile nei Grigioni. Il cumunicato svizzero recita: «L'orso selvatico era ormai diventato un pericolo per le persone si spingeva infatti sistematicamente fino ai centri abitati alla ricerca di cibo tra bidoni e cassonetti della spazzatura e non si lasciava più intimorire dalle ripetute azioni di dissuasione volte ad allontanarlo dai paesi. Nell'autunno del 2007 e nelle ultime settimane, dopo il suo risveglio dal letargo, aveva attirato l'attenzione per le sue incursioni nei centri abitati della vasta area compresa tra Lenzerheide, la Valle dell'Albula e Savognin, rendendosi protagonista anche di incontri ravvicinati con le persone». Catturarlo e rinchiuderlo non era, infatti, ritenuto conforme alle esigenze della specie.

In compenso Jurka, da due settimane è stata tolta dall'angusto recinto di San Romedio per essere ricoverata al Casteller, sopra Trento, in un'area di 8 mila metri quadrati (√8000=89,44272, nemmeno 90 metri per 90), circondata da un reticolato elettrificato. Dotato di tana in cemento e di laghetto per fare il bagno.

Dallo studio di fattibilità del progetto Life Ursus a cura del parco Adamello Brenta: "Questo mammifero si muove su superfici enormi (una femmina rilasciata in Austria ha occupato in un solo anno un’area di 4730 Kmq) e vive a densità molto basse; per questo l’area necessaria a sostenere una popolazione è vastissima e deve comprendere almeno 2000 Kmq di ambienti idonei [...]" altro che 90*90.

Lo studio di fattibilità prosegue così: "deve comprendere almeno 2000 Kmq di ambienti idonei e non disturbati, mentre la superficie del Parco Adamello Brenta è di soli 619 Kmq. È stata perciò presa in considerazione un’area di 6500 Kmq - molto più estesa del territorio del Parco e superiore anche alla superficie dell’intera provincia di Trento - che comprende parte delle province di Trento, Bolzano, Sondrio, Brescia e Verona."

Io lo leggo così: gli orsi nel parco non ci stanno? Dov'è il problema, intorno c'e' tanto spazio, l'Italia è grande, il mondo ancor di più, sconfineranno. Infatti.

martedì 15 aprile 2008

L'uomo di nuvole e lana

Fabrizio Torchio, sul quotidiano l'Adige di venerdì 28 marzo, racconta di una strana persona e di un libro che pare molto interessante, difficile da trovare ma che andrò a cercare quest'estate, a Caderzone, nelle Giudicarie trentine.

Ecco l'articolo:

"Il volume «L'uomo di nuvole e lana», la storia di Rizzieri e Lorenzo

L'uomo di nuvole e lana è il primo volume del Museo della malga di Caderzone, allestito con la collezione dell'autore del volume, Gianluigi Rocca, e la lodevole iniziativa del sindaco Maurizio Polla. Il volume, nella «collana delle pasture» (215 pagine, moltissime fotografie), è, al tempo stesso, il racconto vivo di vite solitarie, quelle dei pastori di Valandro, sopra Stenico, una denuncia della nostra indifferenza nei confronti di una tradizione emarginata, la flebile speranza di «un avvenire che non sia solo rinuncia e abbandono».

Lorenzo, il pastore di Kamauz, «ha diviso la montagna con il vecchio Rizzieri, che da quando è mancato ha continuato a monticare in solitudine», scrive Rocca. «Le problematiche oggettive a cui è andato incontro durante le ultime stagioni dell'Alpe, soprattutto per le assidue e incessanti aggressioni subite a causa degli orsi, gli hanno procurato un travaglio non indifferente costringendolo ad abbandonare definitivamente questi pascoli». «La vita tra i monti - è l'amara constatazione di Gianluigi Rocca - è un destino ormai scritto sulla soglia di una prossima, definitiva, estinzione».

VALANDRO, L'ULTIMO PASTORE SE NE VA

Rizzieri, l'ultimo postaròl , nel primo giorno sull'alpe annodava due vipere alle croci in ferro che lungo l'erta annunciano il pascolo. Se ne è andato per sempre qualche anno fa, dopo una vita di fatiche su e giù da Valandro, dalle «schiene» verdi del Ghirlo con gli asini e le pecore. Lorenzo di Kamauz, un altro «custode» di quel pascolo d'altura duro ma anche un po' magico, aveva preso il suo posto. «Ma quest'anno non tornerà», racconta Gianluigi Rocca pittore e pastore, poeta e docente all'Accademia di Brera, ma che nelle malghe del Brenta, e dell'Adamello, ha lavorato con passione per oltre vent'anni. Di Rizzieri e di Lorenzo, Rocca racconta la storia in L'uomo di nuvole e lana, straordinario libro-testimonianza che è - spiega egli stesso - «un racconto per immagini e poesia lungo un percorso doloroso e sincero di semplici vite, di uomini soli schiacciati nelle problematiche di una emarginata condizione che tra le montagne è solitudine e incontrollabile mesto destino».

A molti, quelle di Rocca sono sembrate pagine intrise di tristezza, ma quelle immagini di solitudine scandiscono una realtà: settimane al pascolo come «un aspro calvario». La malga è crollata tanti anni fa, e la sera gli uomini si stringono in un container portato su con l'elicottero. Prima, Rizzieri non aveva nemmeno quello: viveva in un riparo che si era costruito con le assi e i sassi lasciati dalla slavina. «Era dovuto un riparo, che l'affittanza del monte era alta di prezzo e doveva esser compreso», scrive Rocca. «Ma dalle panche di chi siede a palazzo ti hanno risposto con garbo che c'era solo un container. Una scatola di plastica e ferro per la tua estate. Una vergogna, nel santuario prezioso della natura di questo monte... nel cuore di un parco», Chiedevano invano una minuscola casa di legno. «Se non altro per la dignità denigrata di uomini che stanno alla montagna da soli. Lontano da tutto e da tutti senza aspettare nessuno».

E poi l'orso: Non ho niente contro, ma l'estate scorsa a Valandro ce n'erano otto. Sono venuti gli svizzeri con i cani, poi gli hanno sparato con l'elicottero. Ma l'orso sta davanti al recinto e non ha paura di niente. Sembra che venga dal nulla: non c'è una pianta lassù, ma quando arriva non te ne accorgi. Vedi, una volta gli sparavano, oggi risarciscono i danni. Ma al pastore quei soldi non interessano, perché lui vuole solo le sue pecore». C'è un distacco forte, in quelle pagine, fra l'alpe e noi quaggiù: «Non c'è sguardo rispettoso ai pastori», scrive Rocca. «Tanto vivono da soli e poi si sanno arrangiare, che gli va bene ogni luogo».

fonte: quotidiano l'Adige, 28 marzo 2008, pag.46

lunedì 14 aprile 2008

giovedì 10 aprile 2008

Mobilità alternativa: si potrebbe

..se anche il governo non remasse contro.

Ex ferrovia Dobbiaco-Cortina, diventata una (splendida) ciclabile. Ora ci si ripensa.. forse

Interessante articolo di Luigi Casanova sull'ultimo numero di "Questo Trentino" sulla mobilità alternativa nelle Alpi, con un paio di esempi virtuosi che dimostrano che qualcosa si potrebbe fare senza far troppi danni ambientali e altrettanti esempi di difficoltà e miopie pubbliche e private.

"Nel bellunese il sindaco di Calalzo, sostenuto da alcuni suoi colleghi, sta tentando di chiedere il potenziamento della linea ferroviaria Belluno- Calalzo, per portarla fino a Cortina, poi in Val Pusteria e - perché no? - verso est, in direzione della linea Tolmezzo-Tarvisio. La risposta della Regione e della Confindustria locale è stata esplicita: la ferrovia si cancella e si farà invece il collegamento autostradale A27- A23, un progetto folle, per costi ambientali, economici e per logica."

La Trento-Malé a Daolasa. Entra quasi in cucina di un paio di vecchie case.

Sempre che per potenziare e allungare non si faccia il bordello fatto con la Trento-Malé, dove i danni ambientali e le spese sono decisamente più dei vantaggi. Discorsone, quest'ultimo!

mercoledì 9 aprile 2008

NA VOIA MATA

NA VOIA MATA
Doménega d'istà. Dopodisnar.
No gh'è `n pél d'ària gnanca se i lo paga.
Le strade vòide. 'N sol che te mbriaga.
E 'ndòs na voia de lassàrse nar.

Na voia mata de butarse `n tera
e de sgolar lontan sora le zese...
- Che bèi quei anzoleti dele ciése
che l'par che i sgola sempre e no l'è vera! -

Na voia mata de tornar a casa
e de star chi a dormir sora le prede...
- Che bèi quei do pizzoni che se basa
sul coèrt che no se vede e che se vede! -

Na voia de silenzi e de gazèri,
de mili ròbe che no se pòl dir,
de butar via la testa coi peneri,
de tòrla su, de viver, de morir.

(da Aneghe Tàneghe, 1965)

NA RONDOLA SNIVADA
Ronzégno, la me casa, i primi passi.
Le pégore. I me véci. L'ortesèl.
Le rampeghine sui muréti bassi.
La vasca, la fontana, `l pessatèl...

Ricordi dolzi e grevi come i sassi
sul còr che bate a colpi de martèl,
quante matérie zó per la via Grassi
con quel balon de pèzza e `l caretèl

Quante matèrie su per quel'antana!
Quante storie de pòpi che ò sentì!
Tute le storie dela Valsugana.

Stòrie che sluse, che no è mai finì...
Ronzegno! Gh'è na róndola lontana
che ziga, e quela róndola son mi.

SEN TUTI PRESONERI
Sen tuti presoneri
de tut, del pan, del vin,
dei soldi, del’amor e del dolor...
Per questo stamatina
gò davèrt la gabiéta al lugherin.
(da Campanò, 1988)

FICO LE MAN ENTÉ LA TERA
Fico le man enté la tera
per meter zo na somenza.
No sò de còssa.
Nè se la buterà.
Ma ‘ntant soméno, òmeni, soméno!
(da Campanò, 1988)

Marco Pola, Roncegno (Valsugana) 1906 - Trento, 1991

Serendipity a ravanare nei blog dei vicini: grazie Bersntol che me l'hai ricordato

Monografia a cura della Provincia Autonoma di Trento sul numero del giugno 2006 di PosterTrentino
Sito ufficiale di Marco Pola

martedì 8 aprile 2008

Qualcuno la vuole riscrivere

Qualcuno la vuole riscrivere.

Intanto qualcuno l'ha scritta:

Uomini e fatti del Gherlenda. La Resistenza nella Valsugana orientale e nel Bellunese. Edizione CROXARIE e Mosaico, Strigno/Borgo Valsugana (TN), 2005. Collana Progetto Memoria

Cognomi che conosco, posti che ho camminato, e non mi pare ci sia nulla da riscrivere.

Qui il .pdf da scaricare

Roccia di gridi

"Sarà la sede della Fondazione Vajont e si chiamerà “Roccia di gridi”, parafrasando Ungaretti. La sala rotante al primo piano avrà feritoie vista diga e vista Longarone. Nelle foto i primi bozzetti firmati dall'architetto Giorgio Pradella, figlio dell’ingegnere Carlo che progettò il ponte sul Vajont distrutto il 9 ottobre 1963"

VAJONT

(fonte: Il Centro)

"costituirà il “sigillo” dei percorsi della memoria, sui luoghi della sciagura del 1963, perché da esso risulterà possibile accedere propedeuticamente alla visita del Vajont dopo l’assunzione di una informazione molto emozionale attraverso soluzioni tecnologicamente innovative e di grande effetto sul visitatore."
(fonte: fondazione Vajont)

Lì è tutto molto emozionante, basta guardarsi attorno.

Intanto Erto muore, la gente se n'e andata, "non c'è il tabacchino, il giornalaio, la scuola, il fruttivendolo", le case risparmiate dall'onda crollano per conto proprio. Mi sfugge qualcosa?

lunedì 7 aprile 2008

Pericolo valanghe

Bollettino del traffico a cura della Provincia Autonoma di Bolzano, di oggi 7 aprile 2008:

"Strade di montagna alte e passi:

News Le gomme invernali sono necessarie.Per il passo Giovo consigliamo le catene. Il passo Gardena e il passo Sella sono CHIUSI per motivi di sicurezza.

San Pietro di Funes - Passo Erbe
Sul tratto "Russis Kreuz" - Passo delle Erbe CHIUSURA per pericolo valanghe. 
Comune di Vandoies
A Fundres CHIUSURA al traffico della Via Dun per pericolo valanghe."

E questa notte ha suonato ancora la sirena: vuol dire freddo, gelo in valle, pericolo per i fiori dei meleti. Avvisa i contadini che occorre l'irrigazione antigelo che, come spiega un documento della facoltà di agraria di Firenze:

"-  sviluppa l’energia interna dell’acqua (1 kcal/kg °C);
-  svolge il calore latente di congelamento (ca. 80 kcal/kg);
-  rimescola verticalmente l’aria;
-  -aumenta la conducibilità termica del terreno ed il suo potere di assorbimento-emissione;
-  aumenta l’umidità relativa dell’aria con possibilità di nebbia con conseguente aumento della radiazione da essa proveniente.

Il meccanismo nettamente prevalente è quello dello svolgimento del calore latente di congelamento;
la solidificazione avviene a 0 °C e tale temperatura si mantiene pressoché costante fino a quando c’è acqua da congelare; quindi l’acqua che cade sulle piante con un certo intervallo e che man mano congela funziona come accumulatore di calore.
Il ghiaccio riceverà il calore anticipato quando il bilancio termico è tornato attivo e cessa la pioggia; tale calore non viene fornito dalla vegetazione, ma dall’ambiente circostante."

Lo spettacolo che ne risulta è magico, come si può vedere qui sotto in una foto rubata a fotoarchiv.it 

e nelle numerose fotografie delle pagine seguenti.

Carlo Magno re di Francia

carlomagno

Passo Campo Carlo Magno in una cartolina dei primi del '900

Fino al 1909 passo Campo Carlo Magno, il valico che mette in comunicazione la Val di Sole con la Val Rendena e Madonna di Campiglio, si chiamava Moschera, o Campo. Campo probabilmente perché largo e pianeggiante, Moschera, ipotizza lo storico Quirino Bezzi, perché, proprio in quanto comodo e pianeggiante, zona di gran pascolo delle mucche, invaso dal letame e di conseguenza da nugoli di mosche.

Ma Carlo Magno, al quale è dedicato il passo, è davvero transitato di là come narra la leggenda? Secondo la “carta di Pellizzano”, una pergamena del 1446, custodita nell'archivio della parrocchia del paese solandro e copia di un'originale del 1429, nel 775 l'imperatore avrebbe attraversato la Val Camonica, il Passo del Tonale, avrebbe disceso la Val di Sole fino al torrente Meledrio per risalire alla Moschera, scendere in Rendena, abbattere un castello, fondare la chiesa di Santo Stefano di Carisolo, far fuori un po' di pagani e di ebrei per poi togliersi dalle scatole.

Lo stesso testo della pergamena lo troviamo all'interno della chiesa di Santo Stefano, trascritto in caratteri gotici, sotto l'affresco cinquecentesco di Simone Baschenis che rappresenta il passaggio dell'imperatore e compare, con trascurabili differenze, in altri due documenti quattrocenteschi trovati a San Giovanni di Cala e Bienno.

Questo lo stralcio della pergamena, tradotto in italiano, che racconta il passaggio di Carlo nella valle del Meledrio (Pala di Valiana) fino alla partenza dell'imperatore per altri lidi:

“[...] Detto  Carlo  attraversò  una certa  valle  chiamata  Valiana,  e raggiunse un monte detto Moschera,  inoltrandosi nella val Rendena e mandò a dire al più potente giudeo che doveva credere nella fede cattolica o consegnargli il castello.

Come il castellano udì l’inaspettata  intimazione,  fuggì  oltre  il  mare.  Il  giorno  dopo Carlo  distrusse il castello e ne  raggiunse un altro chiamato Pelugo, di cui era padrone Catanio, giudeo, che fu convertito alla fede in Cristo. Carlo abbatté il castello e vi fece edificare una chiesa in onore di San Zenone, e i medesimi sette vescovi concessero quaranta giorni di indulgenza ciascuno da  lucrarsi ogni giorno visitando la chiesa.
E vennero alla chiesa di Santo Stefano  e  vi  battezzarono  moltissima gente. [...]

Antonio Selerio ottenne per  la  chiesa  di  Santo  Stefano  la
grazia di mille e cinquecento anni di  indulgenza  ogni  domenica  prima d’ogni mese e per ogni  solennità, perché era stato per sette anni come paggio con re Carlo. Proprio colà  Carlo  terminò  di  convertire tutti i pagani e giudei e nella stessa chiesa  lasciò un  libro nel quale erano  contenute  tutte  le  imprese da  lui compiute  in  tutto  il mondo. Poco dopo si ritirò di lì con tutto il suo seguito e giunse in Blavia…

Graziadeo notaio di Bolbeno scrisse  la presente  copia nell’anno del S.N.G.C. 1446, indizione nona, il 19"

Alcuni studiosi riportano il fatto come storico, molti altri nutrono invece seri dubbi, non essendoci traccia di documenti storici sui quali basare questa ipotesi. Il Bezzi riporta in un suo articolo comparso sull'annuario della SAT del 1982 la sdegnata reazione dello storico Silvestro Valenti alla ridenominazione del passo:

"La denominazione Campo Carlo Magno, storicamente falsa, per vanità, capriccio, indifferenza e affarismo è passata nella nomenclatura postale austriaca, sulle guide, sulle carte topografiche locali e finalmente nell’Elenco Ufficiale Toponomastico e chi ha avuto ha avuto, e chi ga bu a bu in trentino, e ci a bu ci a bu in nones”.

Forse c'è un po' di vero sul quale è fiorita la leggenda, forse Carlo Magno non è mai passato da quelle parti ma qualche frangia del suo esercito durante le spedizioni contro i Longobardi, o chissà che altro esercito medievale ha attraversato quel valico: per cercare di fare un po' di luce sulla vicenda è nato il Progetto Carlo Magno che, come recita il sito di riferimento, "ha ottenuto il patrocinio della Provincia Autonoma di Trento, della Provincia di Brescia, della Regione Autonoma Trentino Alto Adige, del Comune di Brescia, del Comune di Carisolo" al quale hanno dato vita il Circolo culturale "Il Faggio Val Rendena" e la Pro Loco di Carisolo, che ha lo scopo di ricercare documenti o tracce che aiutino a capire se di storia o di leggenda si tratta.

domenica 6 aprile 2008

Donne della montagna

contadina3 B&W

Bauerin altoatesina

Le donne provenienti dalle regioni montane di Italia, Austria, Svizzera, Spagna, Germania e Liechtenstein, e riunite al Centro di Ecologia alpina del Monte Bondone (Trento) per il secondo convegno internazionale “matriarcato e montagna”, rivendicano il riconoscimento del loro ruolo per la conservazione e la trasmissione della memoria e delle tradizioni, per lo sviluppo sociale, economico e culturale delle comunità di montagna, con particolare attenzione ai valori identitari e ambientali.
Le donne rivendicano la necessità della loro presenza nei centri e momenti decisionali a tutti i livelli ed esprimono un forte richiamo alla società e ai responsabili dei governi locali, regionali, nazionali e comunitari affinchè vengano definite delle specifiche politiche d’azione, fondate sulla valorizzazione e la presenza del ruolo femminile a tutti i livelli, con le seguenti motivazioni:

1. Le donne non solo perpetuano la vita, ma sono anche riuscite a sopravvivere in ambienti limite, utilizzando le risorse della natura, conservando e curando il territorio nello stesso tempo. Senza rinunciare alla magia e alla poesia.
2. Dove le donne se ne vanno, la montagna muore. Ancora oggi la maggior parte delle iniziative di microeconomia e economia identitaria sono portate avanti dalle donne: dove rimangono la montagna non muore, ma intraprende uno sviluppo diverso, in sintonia con la terra, cogliendo e valorizzando l’opportunità che questa offre agli esseri umani.
3. Le donne sono uno degli elementi più dinamici della microeconomia alpina. Senza rinunciare all’innovazione e alla rivendicazione di diritti sacrosanti, non si sono dimenticate delle proprie origini e sono riuscite a conservare la memoria della tradizione.
4. Intendono tutelare il patrimonio culturale delle loro comunità di montagna attraverso l’attenzione e il sostegno a tutte quelle azioni che si fondano sui valori identitari e sulla formazione permanente, quali formidabili leve per uno sviluppo che soddisfi i bisogni culturali, sociali ed economici per guidare le comunità di montagna con pari dignità con le comunità urbane e di pianura.
5. Intendono essere garanti di un rapporto equilibrato fra sviluppo e tutela del territorio inteso nei suoi valori ambientali, storici, architettonici, paesaggistici, culturali e spirituali, al fine di garantire la permanenza delle comunità alpine all’interno di ecosistemi naturali, ricchi di spazi vitali per gli animali, le piante etutte le altre componenti della natura.

Risoluzione dell’assemblea plenaria delle Donne della montagna Viote del monte Bondone, 14 dicembre 1997 - Convegno "Matriarcato e montagna"
fonte: rivista semestrale "L’Alpe; n° 4", ed. Priuli & Verlucca

sabato 5 aprile 2008

Sciare sulle ringhiere

Poca neve? E dov'è il problema? Basta la scala di casa o una ringhiera. Tom Wallisch e amici:

mercoledì 2 aprile 2008

Riccardo Zandonai

Autunno fra i monti (Sarntal)

"- Son cinque vero, queste tue impressioni?
- Cinque. Ed esauriscono, nel mio concetto, il quadro della primavera che ho voluto affrontare. Adesso però sono attrato da un più vasto disegno...
- Allora è segno che lo attuerai. Zandonai non parla invano: tutto quel che dice, fa. Almeno sino ad oggi...
- E se mi guastassi col crescere? ... Dicevo che ho una certa intenzione di allargare lo sguardo nel tempo e di tradurre in musica le mie impressioni dell'estate, dell'autunno, dell'inverno, dopo quelle della primavera. Le "quattro stagioni" insomma...
- Come Haydn... 
- Be' non facciamo paragoni! Ma t'immagini che tentazione per un artista, montanaro per giunta, esprimere la fragorosa e tremenda imponenza della valanga? oppure il silenzio del ghiacciaio?
- Musicare il silenzio?
- Ma certamente: il silenzio del ghiacciaio è fatto di poesia profonda e penetrante, e la poesia è musica [...]"

Franco Ranieri, Giornale d'Italia, 28 febbraio 1915

Riccardo Zandonai, "Primavera in Val di Sole" composta da: Alba triste, Nel bosco, Il ruscello, L'eco, Sciame di farfalle. Insieme a "Autunno fra i monti" fa parte delle Impressioni Sinfoniche "Terra nativa"

(da non crederci, non ho una bella foto mia della primavera in Val di Sole!)

Cent'anni

cogolo

Cógolo, val di Peio, 1908. Foto Unterveger, Trento (sullo sfondo il Monte Vioz e il Taviela )

rabbi Bagni di Rabbi, 1908. Foto Unterveger, Trento

Fonte: La Val, Quaderno n.2, 1978 - Centro Studi Val di Sole Editore

lunedì 31 marzo 2008

Qualcuno invece ci prova

brenta

Dolomiti di Brenta

Mentre l'ing.Angelucci, ex presidente della sezione altoatesina di Italia Nostra sul quotidiano Alto Adige di oggi si preoccupa, denuncia e definisce "agghiacciante" il progetto di sviluppo dell'area sciistica di Carezza e il campeggio già a suo tempo bocciato dalla provincia, e mentre Angelucci lamenta l'incongruenza degli amministratori pubblici Altoatesini, finora noti per aver percorso la strada del "turismo sostenibile" in modo più deciso dei trentini, o comunque per avere devastato un po' meno, i cugini della val Rendena si incontrano a Pinzolo in una affollatissima sala per discutere, insieme alla Giunta comunale, dell'elaborazione del Piano di sviluppo sostenibile.

Messe da parte per una volta le derive campanilistiche e gli egoismi privati, cittadini e amministratori dei paesi della valle insieme a molti rappresentanti delle categorie economiche e delle aziende di promozione turistica si sono ritrovati a parlare del loro futuro, del futuro della loro valle, di quello dei loro figli, per vedere se è possibile trovare una strada per crescere senza distruggere.

Tutta questa partecipazione, il calore dei presenti, l'attenzione con la quale è stata ascoltata la presentazione del Piano da parte della Vicesindaco Ballardini, testimoniano quanto le persone sentano l'importanza di questa tematica e la necessità di essere parte attiva in decisioni che non devono più passare sopra le loro teste.

Insieme alla Giunta comunale e a tutti i rendeneri, lavorerà la facoltà di Economia dell'Università di Trento che seguirà da vicino la stesura del Piano. Il giornale L'Adige di sabato riporta qualche stralcio dell'analisi dalla situazione attuale fatta dal professor Umberto Martini, che si occupa da tempo di economia e turismo, e che affiancherà la Giunta come consulente.

Incollo dal quotidiano:

"Martini è partito dalla storia che è importante per capire il futuro. Dal turismo alpino nato nell'800, «lanciato» da personaggi perlopiù anglosassoni come John Ball, tra i fondatori, nel 1857, dell'Alpine club che fu il primo spontaneo mezzo di marketing territoriale. Un «paleoturismo» che portò il cambiamento nelle nostre valli. Nacquero le guide alpine, gli alberghi, attività, allora, secondarie rispetto all'agricoltura e all'allevamento. Il turismo è nato così ed è andato avanti come fenomeno spontaneo fino agli anni '50 e '60 quando la rivoluzione dello sci creò un modello che è andato avanti, potente e prepotente, fino agli anni '90.

«Un modello - ha affermato Martini - caratterizzato da un'ipercrescita. Basta guardare, a distanza di dieci anni una dall'altra le foto aree per capirlo. Seconde case, infrastrutture, strade, funivie. Tutto spinto - ha affermato Martini - da una domanda che eccedeva l'offerta; basata sul cliente fedele, padano, bavarese, laziale, toscano che rappresentava l'85% del mercato. Tanta domanda e quindi poca innovazione».

Ma a metà degli anni '90 è arrivata la globalizzazione. «Che sembra il solito luogo comune - ha aggiunto Martini - ma che è invece un fatto molto concreto. Il primo cambiamento è stato l'annullamento delle distanze grazie al trasporto aereo; ed è arrivata la Ryan Air, i low cost e con questi la concorrenza totale e non solo tra località montane. Ora c'è il turismo mordi e fuggi anche in montagna; internet, che è una risorsa ma solo se usata bene, cioè non solo come strumento di comunicazione». Insomma, si è passati da un economia basata su un eccesso di domanda ad una caratterizzata da un eccesso di offerta.

«Il turismo - ha detto il docente di Trento - non è più accoglienza e comunicazione ma capacità di creare un prodotto e questo si fa con la strategia». Il «Piano strategico di sviluppo sostenibile» si basa su questa analisi della situazione. Ma la val Rendena, Pinzolo, Campiglio, ha ricordato Umberto Martini, ha una risorsa fondamentale ed è l'identità che si basa sulla risorsa delle risorse: l'ambiente. «Questo ci fa forti - ha affermato - rispetto a chi ha alle spalle solo cinque anni di storia».

La logica della partecipazione per elaborare il Piano inoltre, secondo l'esperto, «è anche un modo per non cadere nella trappola del pessimismo. Dobbiamo competere con soggetti fortissimi, nei confronti dei quali non possiamo combattere ma essere in grado di farci scegliere».
BRUNO ZORZI, Quotidiano L'Adige del 29.03.2008"

Lavorate bene, mi raccomando! La gente ci crede e vi crede, spera che possiate dimostrare con i numeri e al di là delle ideologie che uno sviluppo sostenibile è possibile e che ambiente ed economia non devono per forza fare a pugni. E poi, fatemi un piacere personale, sventolatelo sotto il naso del comune di Nova Levante, porca miseria!

sabato 29 marzo 2008

Il gaìn dei parolòti

(foto Wikimedia, licenza public domain)

Tornavano a casa in questa stagione i parolòti della val di Sole, partiti "for per le Italie" dopo la fera de San Maté, la grande fiera annuale che tuttora si tiene a Malé il 21 settembre, giorno di San Matteo. Quelli di Peio e di Castello tornavano dal mantovano o dal bolognese, quelli di Termenago da Pisa, quelli di Cogolo da Ferrara o da Padova: ogni paese aveva la sua zona per non far concorrenza ai colleghi dei paesi vicini.

D'estate contadini e piccoli allevatori, con un'economia di mera sussistenza, nella brutta stagione, quando la campagna impegnava meno, i parolòti lasciavano la donne e le famiglie per fare i calderai e gli stagnini ambulanti. Passavano di casa in casa, spesso attesi con impazienza di anno in anno, ad aggiustare o vendere utensili di rame, dal paiolo per la polenta al mestolo, dalla grande caldaia per il formaggio alla casseruola, il tegame o la pignatta. Ritiravano anche oggetti vecchi e rotti che, riparati, venivano rivenduti come nuovi con notevoli guadagni.

Come molti altri artigiani girovaghi i paroloti avevano un loro gergo, chiamato tarón o gaìn, che permetteva loro di capirsi fra colleghi senza farsi intendere dalla clientela. Il primo studio sul tarón di cui si abbia notizia fu opera di Cesare Battisti che ne illustrò le caratteristiche in una monografia pubblicata a Trento nel 1906. L'opera, "Il tarón o gaìn. Il gergo dei calderai della Val di Sole nel Trentino", oltre ad un'interessante analisi linguistica, comprende un vocabolario di 330 termini gergali. Più recente, ma non recentissimo,la pubblicazione di Quirino Bezzi "Dizionarietto comparato delle voci gergali taróne" edito dal Centro Studi per la Val di Sole nel 1976.

Di seguito un esempio di tarón in un divertisment in poesia del Bezzi:

"A slacar giust n'ho mai smoinà gnifela,
ma quan che ho slumà ti su la forela
de na baita lassù fra i nossi slonzi
vergot de nöf me s'è stanzià 'n te 'l cor
e coi lusnèi che me pareva 'mbronzi
da quel ciaròs n'ho pù percà che ti.
E fin ch'el zoadór dei sbertidóri
no 'l dirà che l'é ora de zoàr
e ciaperò 'n te 'l bèf 'na botesada
e no sarò pu bon de stonzenar
e pertegàr col ràntech la calcosa
e amò dopo che sarò sgasì
la me manìa sarasti demò ti."

(A dire il vero non ho mai corteggiato una ragazza
ma quando ho visto te sulla finestra
di una casa lassù fra i nostri paesi
qualcosa di nuovo mi è entrato nel cuore
e con gli occhi che mi parevan stralunati
da quel giorno non ho visto che te.
E fin quando il medico
non dirà che è ora di andarsene
e non prenderò nel culo un bel calcione
e non sarò più capace di saltare
e correre col paiolo sulla strada
e ancora dopo che sarò morto
la mia fissazione sarai solo tu)

giovedì 27 marzo 2008

Altri tempi, stesse vite

bece Lagorai

Marzia, altre pecore, altre montagne, altri tempi, stessi problemi mi pare.

"Prima della guerra del '14, pastori a Pieve (Pieve Tesino, ultimo lembo orientale del Trentino ai piedi della catena del Lagorai. N.d.f.) ne erano rimasti tre, ma prima ancora ce n'erano molti di più, anche di Cinte e di Castello. Mio nonno per esempio ha sempre fatto il pastore: è nato col bastone in mano e col bastone in mano è morto.

Ognuno aveva la sua zona per i pascoli: chi Cima d'Asta, chi Prà della Madonna, altri l'Altanè o Lefre o il Piado. In inverno andavano verso al pianura veneta.

Questo diritto di svernare in Veneto, la conca del Tesino o aveva ricevuto dallo Stato Veneto come ricompensa, perché aveva dato degli uomini per combattere contro il vescovo di Feltre. Poi è venuta l'Austria e ha messo i dazi. Per esempio c'era una legge che i pastori, quando rientravano nella valle, dovevano avere lo stesso numero di pecore che avevano all'uscita delal conca, se no pagavano un dazio. Allora d'inverno le pecore si mettevano nella stalla e se c'erano delle belle giornate si portavano a pascolare sul Coldanè o in Pradelan.

Dopo il '18 si è potuto di nuovo tornare nella pianura senza pagare dazi, e allora si andava nella zona di Pordenone, dove ci sono terre sterili, i "magredi", oppure sul Montello o verso il Tagliamento o alle Badoere.

Dal giorno di S. Martino fino a S. Marco si poteva pascolare liberamente dappertutto, anche sui terreni privati, poi era permesso solo sul suolo comunale.

Ogni pastore aveva 60-70 pecore, una trentina delle sue e altre prese dai privati. Come ricompensa al pastore spettava la metà dei nuovi nati e tutta la lana del taglio di primavera. La lana si tagliava due volte: dopo la metà di febbraio e ai primi di settembre.

In genere bisognava essere in tre. due sempre dietro al gregge e un altro che andasse a fare la polenta dai contadini. Di notte si stava sempre all'aperto, anche coi fulmini, anche sotto la neve. Si metteva per terra delle canne, sopra della paglia e le pelli; per ripararsi le coperte e un'altra tenda sopra, e si dormiva per quattro o cinque ore.

Ho fatto il pastore fino al '46. Quell'anno sono partito il 22 di dicembre da solo, con un cane e 60 pecore, sono sceso giù per il Murello e sono arrivato fino al Tagliamento, a Caorle."

Annibale Rippa, (1883-1972) intervistato da Elda Fietta Ielen nel 1969.
Fonte:
Elda Fietta Ielen
"Con la cassela in spalla: gli ambulanti di Tesino"
Editori: Priuli & Verlucca, Quaderni di cultura alpina
Ivrea, 1987
Fuori catalogo :(

mercoledì 26 marzo 2008

martedì 25 marzo 2008

Una passeggiata nei boschi

Bill Bryson
"Una passeggiata nei boschi"
TEA  (collana Tea Avventure)

Mi sono divertita parecchio con questo libretto; diciamo la verità a momenti mi sono proprio capottata dalle risate. Due panciuti cittadini di mezza età adusi più a spostarsi in auto che a muovere le gambe, a nutrirsi di patatine fritte e birra che di barrette energetiche, consumisti e sprovveduti come sanno esserlo solo gli americani sprovveduti, si mettono in cammino sul famoso Appalachian Trail: un sentiero di 3.400 chilometri che attraversa da sud a nord 14 stati americani, dalla Georgia al Main, non proprio banale e di tutto riposo nemmeno per gente più preparata di loro.

Non ci vuole molta fantasia a immaginarsi i casini nei quali si ficcano i due soci, e Bryson ce li racconta con brio e ironia senza scordarsi ogni tanto qualche riflessione, anche se non particolarmente profonda e un po' piaciona, su ambiente e stili di vita occidentali.

Esilaranti le prime pagine nelle quali descrive la scelta e l'acquisto del materiale e i preparativi per la partenza. Insomma una lettura leggera e gradevole per una lunga domenica di pioggia.

"Non occorre aggiungere che sull’Appalachian Trail ci si deve caricare tutto l’occorrente sulle spalle. Può sembrare un’osser­vazione del tutto ovvia, ma per me fu un vero e proprio trauma, quando mi resi conto che si sarebbe trattato di un’impresa del tutto differente da una passeggiata nel Lake District, con lo zainetto della merenda e una cartina, che si conclude felicemente in un confortevole alberghetto. Sono pochi quelli in grado di portare con sé un equipaggiamento inferiore ai diciotto chili, e quando si trasporta quel genere di peso, potete credermi, non si può smettere di farci caso nemmeno per un minuto. Un conto è camminare per 3500 chilometri; altro è camminare per 3500 chilometri con un armadio sulla schiena.

La prima vaga idea di che razza di avventura sarebbe stata si fece strada in me nel momento in cui mi recai da un rivenditore specializzato, la Dartmouth Co-Op, per acquistare il necessario equipaggiamento. Mio figlio aveva da poco cominciato a lavo­rare li dopo la scuola, per cui mi erano state date istruzioni ben precise di buon comportamento. Più specificamente, mi era stato proibito di dire o fare qualunque stupidaggine, in parti­colare di dire “Mi sta prendendo per il culo?” nel momento in cui fossi stato informato del prezzo di un prodotto, di provare qualunque capo mi avesse obbligato a esporre al pubblico la pancia, di mostrarmi evidentemente poco interessato alle spie­gazioni fornitemi dal commesso sulla corretta cura e manuten­zione di un dato articolo e soprattutto di fare pagliacciate tipo indossare un cappello da sci per signora tanto per fare lo spiritoso.

[...]

Non mi era mai capitato di sentirmi al tempo stesso così affascinato e smarrito. Passammo un intero pomeriggio [con Dave, il commesso, N.d.f.] a visio­nare tutto lo stock disponibile in negozio. Mi diceva cose del tipo: “Ecco, questa è una cerniera a 70 fili ad alta densità, Antiabrasione e con cucitura antistrappo. D’altra parte voglio essere franco con lei... ” e si chinava verso di me abbassando la voce con un tono sommesso e allo stesso tempo candido, come se stesse per rivelarmi di essere stato arrestato una volta in un gabinetto pubblico assieme a un marinaio “... le cuciture sono solo ribattute invece che cucite in diagonale, e il vestibolo è un po’ angusto”.

[...]

I due shock più profondi mi vennero dallo scoprire prima di tutto i prezzi terrificanti di ogni singolo articolo (ogni volta che Dave si assentava un secondo per andare in magazzino o con­fermare un dato tecnico, lanciavo fugaci occhiate ai cartellini del prezzo, che mi lasciavano sistematicamente stecchito) e poi il fatto che ogni oggetto — chissà perché — sembrava richiederne un altro, ovviamente da comprare a parte. Se si compra un sacco a pelo, ad esempio, bisogna comprare una sacca che lo contenga, prezzo 29 dollari. Questo fu un concetto che feci davvero fatica a interiorizzare.

Quando, dopo seria e profonda riflessione, mi decisi per uno zaino marca Gregory, costosissimo, il top nella sua categoria, del tipo inutile-girarci-intorno, Dave mi chiese: “E che tipo di cinghie vorrebbe abbinarci?”

“Scusi?” feci io, rendendomi improvvisamente conto di es­sere sull’orlo di quella pericolosissima condizione nota come “esaurimento nervoso dell’acquirente al dettaglio”. Da quel momento in poi niente più “Faccia pure una mezza dozzina di quelli li, Dave; e Otto di quegli altri. Che diavolo, si vive una volta sola, no?” Il mucchietto di salmerie che fino a un minuto prima mi era sembrato così piacevolmente consistente ed ecci­tante — tutto nuovo! e tutto mio! — improvvisamente mi parve greve ed estraneo.

“Le cinghie ” mi spiegò paziente Dave, “per allacciare il sacco a pelo e fissare lo zaino in vita.”

“Perché, non sono incluse?”

“Certo che no” fece lui, indicandone una parete piena. Poi, toccandosi la punta del naso con un dito aggiunse: “Ovviamen­te avrà bisogno anche di una copertura antipioggia”.

Spalancai gli occhi: “Una copertura anti... Perché?"

“Per riparare lo zaino dalla pioggia, ovvio. ”

“Perché, non è impermeabile? ”

Fece una smorfia come a indicare che stavo spaccando il capello in quattro: “ Be’, non proprio al cento per cento...

La cosa mi parve straordinaria. “ Ma davvero? E non è venuto in mente al tizio che fabbrica questa roba che la gente avrebbe piacere di portare i propri zaini all’aria aperta, di tanto in tanto, e persino di portarseli in campeggio? E quanto coste­rebbe questo zaino? ”

“ Duecentocinquanta dollari. ”

“ Duecentocinquanta dollari? Mi sta prende... ” Feci una pausa e abbassai il tono di voce. “ Dave, lei mi sta dicendo che pago duecentocinquanta dollari per uno zaino senza cin­ghie e non impermeabile? ”

Annuì.

“ Ce l’ha il fondo, almeno? ”

[...]

Finii con l’acquistare un equipaggiamento sufficiente a dare lavoro a una carovana di sherpa: tenda tre stagioni, materassino autogonfiabile, pentolame a incastro, posate ripiegabili, piatti e tazze di plastica, un complicato sistema a pompa per purificare l’acqua, sacche portaoggetti in una rutilante gamma di colori, kit per la riparazione forature, sacco a pelo, corde elastiche, borracce, poncho impermeabile, fiammiferi idrorepellenti, co­prizaino, portachiavi-bussola-termometro effettivamente piut­tosto bello, cucinetta da campo ribaltabile dall’aria decisamente inquietante, bomboletta di gas con relativa ricarica, una torcia elettrica da posizionare sulla testa tipo casco da minatore (e che a dire il vero mi piaceva un sacco), un grosso coltello per uccidere orsi e scherzi genetici di varia natura, mutandoni ter­mici e gilè, quattro bandane e un sacco di altre cose, alcune delle quali non capivo cos’erano, ragion per cui dovetti tornare al negozio e chiedere delucidazioni. Riuscii a fermarmi appena prima di comprare un telone tecnico a 59,95 dollari, renden­domi conto che avrei potuto tranquillamente comprare un pez­zo di cerata in qualunque grande magazzino a non più di cin­que dollari.

Riuscii anche a non comprare un kit da pronto soccorso, un altro per cucire, un altro ancora contro i morsi di vipera, un fischietto da emergenza da dodici dollari e una paletta in plastica arancione per sotterrare la cacca, motivando la mia decisione con il fatto che si trattava di accessori superflui, troppo cari, o semplicemente ridicoli. In particolare, la palettina arancione sembrava praticamente gridarmi in faccia: “ Pivel­lo! Mammoletta! Fate largo a Mollaccione!"

Bill Bryson
"Una passeggiata nei boschi"
TEA  (collana Tea Avventure)
ISBN 88-502-0045-5

domenica 23 marzo 2008

Primavera

current-vi 

Immagine delle 10 di questa mattina ripresa dalla Webcam di un Hotel ad Appiano.

Quella sullo sfondo è Bolzano, subito sopra è neve caduta questa notte.

Questa sotto invece è ripresa 10 minuti fa ad Auna di Sotto, altopiano del Renon:

dolomiten-vi

Ieri mattina era primavera, adesso sta nevicando alle porte della città.

giovedì 20 marzo 2008

Bèèèèèèèè

foto di giancarlo rado

Vero che è Pasqua, ma nella blogosfera qui attorno è tutto un belato.

Anche Bersntol dedica a Marzia e al pascolo vagante una sua foto e nel contempo segnala il bel book fotografico di giancarlo rado: "Un giorno lungo un anno" per le strade fra il Veneto e il Trentino, fra Lamon e il Lagorai, insieme ai pastori e alle loro pecore lungo strade, ponti, gallerie e ferrovie fino quando "Dopo un anno di transumanza i pastori sono arrivati a baita.."

E come dice Marzia: "i pastori hanno maggiori speranze di poter continuare a praticare il loro mestiere se la gente SA che esistono. E quando lo sai, inizi a vederli, a scorgere le tracce del loro passaggio."

martedì 18 marzo 2008

Il Postino di Buzzati

Nell'autunno del 1950 lo scrittore Dino Buzzati e il regista Adolfo Baruffi seguono con la cinepresa una giornata di lavoro del postino di Colle Santa Lucia, paesino di lingua ladina della val Fiorentina, fra Agordo e Cadore, vicino al Pelmo e sotto "la più bella muraglia delle Alpi" come lo stesso Buzzati definì la Nord-ovest della Civetta.

Angelo gira di casa in casa con la sua borsona a tracolla, bussa alle porte, consegna la posta e scambia due parole con i paesani ritratti nella quotidianità della piccola comunità montana, al lavoro, in casa, in bottega o per strada. Da questo espediente narrativo nasce un documentario in bianco e nero di una decina di minuti dal titolo: "Il postino di montagna" con soggetto, testi e commento parlato dello stesso Buzzati, prodotto nel 1951 dalla CABA Film, e quindi andato disperso.

Ritrovato e restaurato da poco a cura della Fondazione Cineteca Italiana di Milano è stato presentato il 18 agosto 2007 al Film Festival della Lessinia di Bosco Chiesanuova (VR).

"Il postino di montagna" di Buzzati - Baruffi
(caricato su youtube da
emilianociao)

Fanno tenerezza la vecchia corriera che si arrampica per la sterrata, il contadino che scende per gli sgrebeni col carro del fieno tirato dalle vacche a rischio di restarci sotto, la maestra con la multiclasse, la gente che zappa campi ripidissimi o che batte la segale col fler (in trentino si chiamava così): qualcuno qui se lo ricorda ancora. Le vecchie case, i ragazzini con le calze di lana e i cospi,  e anche la coppia dei rari turisti tirati a lucido con l'auto decapottabile. Che, si chiede Buzzati, andranno a fare un giro o si infratteranno nei boschi? :-D

Il numero di gennaio 2008 di Meridiani Montagne, la cui monografia è dedicata appunto alla Civetta, allega un interessante DVD: oltre al documentario di Buzzati/Baruffi propone una rivisitazione del paese a oltre 50 anni di distanza, seguendo la giornata della postina contemporanea cercando di ritrovare i personaggi e gli squarci del paese di allora.

Quanto è cambiato Colle Santa Lucia? Tanto, tantissimo, come gran parte dei paesi alpini, ma ancora riconoscibile nelle sue radici e con un trend di ripopolamento che dà speranza per il futuro.

lunedì 17 marzo 2008

Per Marzia

Transumanza

Transumanza - Val di Fassa, autunno

Marzia, le guardavo anche prima eh, e le fotografavo anche, e ci facevo le chiacchiere coi pastori, quando avevano voglia di darmi retta e non avevano qualche centinaio di pecore da portare oltre la statale.

Il giorno della foto a una bestia venne in mente di partorire in mezzo alla strada, con la coda di auto di turisti ferme dietro al gregge. Il pastore raccattò al volo l'agnello, se lo mise sotto il braccio e traghettò in velocità il resto degli animali dall'altra parte dell'asfalto. Uno dei cani si occupò di far pulizia della placenta.

sabato 15 marzo 2008

venerdì 14 marzo 2008

De sera

IMG_3144

Sera in Val di Sole - Menàs con il Brenta sullo sfondo

Gió del Tonal e gió de la Valpiana,
d'Artuìch e del Còren del Boai
vegn l'aria de la sera
e el par che la me val la sia pu bela.

Le campane de Ossana e de altre ciese
le se parla fra lore 'n poesia
saludandose con l'Ave Maria..

Sentadi su 'na banca, för de casa,
ghé gent che polsa e ciàcola, e matei
che tira i oci a qualche matelina,
popi che cor e giuga a tana,
qualche anda che amò fila col fus,
qualche popin che spia de dre de 'n us.

El temp el passa 'n pressa e vegn le des
e alora torna queto el me paés,
entant che 'n ciel le stele a una a una
le se 'mpiza e la gent la cor a dòrmer
e sol el Nos en font el se fa sènter.

Ghe 'n bèch de luna sora de 'n coèrt,
en po de ciar se 'l vet da 'nus ravèrt,
el gril el fa finir la so canzón:
mi ravergi a la not el me balcón.

Quirino Bezzi
Dialetto di Cusiano, Val di Sole

giovedì 13 marzo 2008

Le Dolomiti di Franz Lenhart

Un paio di volte all'anno arrivava da Merano una lettera scritta con la stilografica, che pareva provenire dal lontano 1800. Gli argomenti erano banali: l'asfaltatura delle stradine interne, l'assegno per le spese condominiali, quasi sempre sbagliato in eccesso, il rifacimento di una recinzione. Il tono e lo stile, quelli di un antico signore di un'altra epoca, ogni lettera un piccolo capolavoro. Dopo la firma, fra parentesi, la sua età.

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Franz Lenhart

"visitate le Dolomiti" - 1930 "Sommer in den Dolomiten" - 1938
(Fonte: "I colori delle Dolomiti nei manifesti di Franz J. Lenhart"
Edizioni Banca di Trento e Bolzano, 2000)

Franz Lenhart nasce in Tirolo, vicino a Kufstein, nel 1898, figlio di un ingegnere minerario e destinato dal padre a seguirne le orme. Franz invece sceglie di dedicarsi alla sua passione, la grafica, e si iscrive prima all'Accademia d'Arte di Vienna dove si diploma, poi, dopo la lunga parentesi della guerra, si specializza in incisione a Firenze.

Nel 1922 si trasferisce a Merano, cittadina nella quale si stabilirà definitivamente, inizia ad insegnare e a disegnare i suoi manifesti pubblicitari. Nel 1924 il colpo di fortuna che lo rende famoso e lo lancia in Europa come cartellonista: vende all'Ente Nazionale Italiano per il Turismo la prima edizione del manifesto "Visitate le Dolomiti", che viene esposto in tutta Italia. Bolzano, l'Alto Adige e le Dolomiti diventano famose anche per merito dei suoi disegni che rappresentano sciatori, donne eleganti, alpinisti, sportivi, bella gente felice e senza pensieri, con lo Sciliar, il Catinaccio, il Latemar, il Pordoi o le città di Bolzano e Merano sullo sfondo.

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Franz Lenhart

"Funivia Trento-Sardagna"-1925 "Bolzano-Gries. Dolomiten"-1938
(Fonte: "I colori delle Dolomiti nei manifesti di Franz J. Lenhart"
Edizioni Banca di Trento e Bolzano, 2000)

Nei primi anni '20 si tiene a Bolzano la "Biennale d'Arte della Venezia Tridentina", che il governo italiano vuole fortemente per promuovere i nuovi acquisti territoriali, e Franz Lenhard viene invitato ad esporre per 3 edizioni di seguito: una bella vetrina che contribuisce a farlo diventare uno dei più richiesti cartellonisti dell'epoca. Molto importante per il suo lavoro è il rilancio del turismo in Trentino/Alto Adige dopo la disastrosa parentesi della guerra, puntando sugli sport all'aria aperta come golf e tennis, e il tentativo di allungare la tradizionale stagione turistica estiva nelle altre stagioni puntando sullo sci e sulle terme.

2384Modiano1935Posters-vi Lenhart, "Modiano. Cartine e tubetti per sigarette", 1935. (fonte op.cit.)

Alla fine degli anni 20 inizia a collaborare con Vittorio Levi, titolare della stamperia "Officine Grafiche B.V.Levi" di Cortina, che dà un forte impulso alla committenza oltre l'area tirolese e al settore turistico. Lenhart non è più solo l'esecutore grafico di un'idea pubblicitaria altrui, ma sono suoi i soggetti, il messaggio, la strategia persuasiva. Gli anni '30 segnano il raggiungimento della maturità stilistica e del prestigio professionale: lavora per quasi tutti i più grandi tipografi italiani dell'epoca, da Longo a Grafitalia, Alfieri I.G.A.P., Richter, Modiano per il quale disegna, nel 1935, la sua opera più famosa: "Modiano. Cartine e tubetti per sigarette".

E' spesso in viaggio in giro per il mondo, Europa, Africa, Estremo oriente, Americhe, sempre con album e matite in mano; si innamora della raffinatezza del Giappone e se non fosse scoppiata la guerra forse non sarebbe più tornato.

Dopo la guerra riprende a dipingere, si dedica all'affresco, lavora alle tavole per la "passeggiata d'inverno" a Merano, dove continua a lavorare e ad esporre fino quasi alla morte: nel 1991 i suoi ultimi quattro manifesti, fedeli al suo stile e alla sua personalità al di là delle mode e del tempo trascorso.

Franz Lenhart muore a castel Winkel, dove abita e ha lo studio, nel marzo del 1992, a 94 anni.

 

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lunedì 10 marzo 2008

Superati i limiti?

Matthias Lanzinger - (fonte Wikimedia, foto Christian Jansky, licenza Creative Commons)

Sono anni che, per precisa scelta, non scio in pista e altrettanti anni che non guardo gare di coppa, non sono la persona più indicata per ragionare sull'argomento. Ma mi hanno colpita le parole di Marco Marangoni, giornalista dell'Alto Adige che si occupa di sport, nell'articolo pubblicato sull'edizione del quotidiano dello scorso 6 marzo, a seguito del gravissimo incidente di Matthias Lanzinger. Riporto qualche stralcio del suo argomentare:

"Materiali esasperati e ricerca di linee esagerate: ecco perché aumentano gli incidenti.

Far viaggiare un uomo su due pezzi di legno magari combinati con nuovi materiali, a volte anche oltre i 140 chilometri orari è una vera follia. Lo sci alpino, forse di questi tempi è il caso di ribadirlo, è uno sport altamente pericoloso. Crociati che saltano, fratture varie agli arti, commozioni cerebrali fino ad arrivare addirittura all'amputazione della gamba del povero Matthias Lanzinger, devono far riflettere se è ancora il caso di far rischiare così tanto gli atleti solo per business.

Pur di vincere, pur di compiere l'impresa, pur di esasperare lo show, vengono studiati e modificati i materiali ai limiti del regolamento alla faccia della sicurezza."

E la sciatrice Alexandra Meissnitzer: "Corriamo sempre più veloci, ma non abbiamo protezione né carrozzerie. La Formula 1 è più sicura". (fonte: Sport.it)