giovedì 22 gennaio 2009

Tarallucci e vino

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Ultental/Val d'Ultimo

L'anno scorso segnalavo la storia dell'Ultental/val d'Ultimo, di un referendum contro una cabinovia disatteso, di pressioni dei poteri forti sui dissidenti.

"La val d'Ultimo da ieri ha voltato pagina. Dimenticando vecchi rancori e incomprensioni che l'avevano politicamente spaccata, si è stretta unanime attorno alla nuova cabinovia di Schwemmalm. La infrastruttura è molto di più di un semplice impianto di risalita, come ce ne sono a bizzeffe nei comprensori sciistici dell'Alto Adige e non solo; per la valle, la nuova cabinovia che unisce la località di Pracupola a bordo lago a malga Schwemmalm è la concretizzazione di una scommessa turistica a tutto campo(*)"

Immagino quindi il seguito: valorizzazione, alberghi, residence, parcheggi, seconde case e l'armamentario del turismo sciistico che si trova, uguale, ovunque. In Ultental, la magnifica Ultental.

"Pracupola verso il decollo come centro di sport invernali(*)" titola infatti il quotidiano di oggi.

"In valle è tornata l'unità sull'impianto(*)" sostiene il sindaco. Ovviamente per metà finanziato dalla Provincia. Ma non dovrebbe essere vietato dall'Europa finanziare impianti di risalita?

Bella cosa l'unanimità. Champagne, tarallucci, vino.

(*) Quotidiano Alto Adige di oggi

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martedì 20 gennaio 2009

Neve e parchi senza pattìne

MeteoBz le sta cannando una dietro l'altra. Sabato davano tempo discreto per domenica, infatti quando mi sono alzata per andare a fare quattro passi per monti, stava nevicando tutto attorno alla città.

Le previsioni di ieri dicevano, invece:

"Il tempo domani:
Su tutta la provincia si prevede tempo perturbato con diffuse precipitazioni, localmente anche abbondanti. Limite delle nevicate a circa 1000 m. Al mattino temperature comprese fra -3° e +2°. Nel pomeriggio valori massimi da 0° a 5°."

Bolzano sta a metri 262 s.l.m. E nevica da ieri sera, porca paletta! Gli regalo un altimetro. Uff!

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Bolzano, m.262 s.l.m., pomeriggio di oggi.

E siccome a equipaje piacciono i dilemmi, ecco che torna d'attualità l'argomento ungulati: un inverno così nevoso li mette in seria difficoltà. Ci sono metri di neve sopra i resti dei pascoli, scavare con le zampe fino all'erba è impossibile, spostarsi per cercare cibo, con la neve un bel po' sopra il petto, è difficilissimo e richiede un grande dispendio di energia, che bisognerebbe reintegrare, appunto, col cibo. Bel circolo vizioso eh?

E dunque, nutrirli con lanci di fieno o lasciar fare alla natura? Come funzionava quando non c'erano parchi, forestali, elicotteri? Perché nevicava anche "sti ani", non è una novità moderna. E nevicava tanto, per diversi inverni di fila, strano era un inverno con poca neve.

Funziona, racconta Luca Pedrotti, biologo del Parco Nazionale dello Stelvio, che in inverni nevosi ci siano perdite fino al 30-35% di capi. Ed è un fattore di regolazione delle popolazioni del tutto naturale. Dopo diversi inverni facili per i selvatici, questo è finalmente un inverno normale. E l'indice di fluttuazione di una popolazione non deve essere calcolato su qualche stagione, ma su tempi lunghi, e sul medio periodo questa si chiama selezione naturale. La buona, vecchia, selezione naturale.

Che, ragionando sui grandi numeri e in aree vaste dove l'antropizzazione non ha ancora stravolto il territorio, mi trova d'accordo. Ma pensare al singolo capriolo affamato che ti guarda implorante con una funivia, un residence, un villaggio turistico fra lui e il fondovalle dove la sopravvivenza sarebbe stata molto più semplice, stringe il cuore.

Pedrotti, pragmatico, smonta in parte questa teoria. «Non c’è dubbio che cento anni fa, in condizioni naturali, cervi e caprioli svernassero in fondovalle e che oggi queste migrazioni stagionali siano in parte ostacolate da barriere di origine antropica. Questo non significa però che i fondovalle siano diventati inaccessibili, perché non è così. In molti casi svolgono ancora questo ruolo, e non è un caso se in inverno è più facile vedere questi animali vicino a case e masi». «[il discorso] starebbe in piedi in casi molto particolari, ma non ne conosco. Certamente non allo Stelvio, e questo vale tanto per la parte trentina che per quella altoatesina. È vero comunque che quarant’anni fa gli inverni avevano mediamente indici di mortalità più bassi, ma questo semplicemente perché le densità medie di cervi e caprioli erano molto minori»(*).

Non ci vuole molto a capire che il dr.Pedrotti è contrario al foraggiamento artificiale, che non si limita, secondo lui, ad interferire in meccanismi naturali ma crea un'ulteriore serie di guasti ambientali: la concentrazione di tanti animali attorno alle mangiatoie provoca danni alla vegetazione e facilita la trasmissione di malattie. Se i cacciatori si stracciano le vesti e fingono un attacco di compassione chiedendo a gran voce che il parco foraggi, è solamente per non perdere quote di prelievo nella prossima stagione venatoria. E se loro ritengono giusto farlo, è legittimo, facciano pure, ma non nel territorio del parco. "[...] come fanno ad esempio tradizionalmente in Germania e anche in Austria, inducendo una dipendenza dall’alimentazione artificiale che snatura fortemente anche il carattere di selvaticità degli animali. A dirla tutta ci sono casi in cui si dovrebbe più correttamente parlare di misure a tutela del patrimonio zootecnico, visto che di selvatico - per esempio certi cervi bavaresi - hanno proprio poco. A mio modo di vedere preferisco quindi mille volte che sia l’inverno a fare selezione, piuttosto che i cacciatori. Perché quella dell’inverno è una selezione certamente naturale e certamente efficace e mirata, e quindi benefica.(*)"

Come andrà a finire, quante saranno le perdite, è difficile dirlo ad ora. Le nevicate precoci han sorpreso gli animali ancora in forma, dovesse la neve sciogliersi presto probabilmente ci sarà scarso o nessun incremento della mortalità. Se nevicasse ancora e l'inverno fosse lungo «Allora andrà verosimilmnete a finire come nel 2000-2001. Andremo a raccogliere le carcasse col camion(*)»

Bisogna ricordarsi, però, che caprioli e cervi non sono in via d'estinzione, anzi, in forte espansione.

Un po' di carne al fuoco eh? I cattivi che fanno i buoni, i buoni che condannano a morte i dolci cerbiatti, il parco che una volta tanto fa un ragionamento che, per quanto doloroso, è sensato e lontano dalla retorica buonista e lo riesco a capire; ma il singolo cervo in difficoltà mi commuove.

Regulus regulus (foto MPF; fonte wikimedia commons, licenza GNU)

E i miei pennuti? La mia mangiatoia in questo contesto come la posiziono? Mi accontento di giustificarmi dicendo che l'ambiente cittadino bla bla i piccoli numeri bla bla, così sono a posto con l'etologia e l'ecologia e la coscienza? O viceversa evito di uscire sotto la neve, domattina, lasciando fare a madre natura, così sono a posto con l'etologia e l'ecologia e la coscienza (e non mi becco il raffreddore)?

Non c'è niente di semplice a questo mondo, l'ecologia è un gran casino mentre tutti si sentono in diritto di pontificare, poche posizioni sono inattaccabili. E non tutte quelle che ci si avvicinano sono anche umane.

Be', sappiatelo, mi tengo le mie contraddizioni: Pedrotti ha ragione e io torto, ma me ne impipo. Domani aggiungo le noccioline, che con questo tempaccio, povere bestiole!

PS: è arrivato anche il regolo :)

(*) da un'intervista di Mauro Fattor a Luca Pedrotti, pubblicata sul Quotidiano Alto Adige dell'8 gennaio u.s.

Un po' dopo aver pubblicato il post, io che sono sempre sulla notizia e non mi faccio scappare niente :P, tramite Marzia scopro sul blog di Legno e fieno (che dovrei leggere più spesso, sisi), che si stanno già scannando fra ambientalisti e parco del Gran Paradiso per lo stesso motivo. E la blogosfera ambientale (che ambientalista può essere malinterpretato :P) si divide.

Lo specifico per correttezza: ho scoperto l'acqua calda ma almeno non ho copiato :)


lunedì 19 gennaio 2009

Parchi o parchi a tema?

Disneyland. (foto Eqdoktor, fonte wikimedia commons, GNU Free Documentation License)

Su Deserti americani, Banham ragiona sui vari interessi che ruotano attorno al deserto, sulla sua eventuale protezione e sul modo in cui la protezione viene gestita dall'Agenzia di Gestione del Territorio. E' un ragionamento interessante, vale la pena leggerlo.

"Tuttavia la situazione attuale non consente la politica del laissez-faire. Intorno ai confini del Mojave si stanno affermando posizioni con­trastanti; tutti i gruppi di interesse (anche il Desert Duck con i suoi pazzi motociclisti) hanno il diritto di essere ascoltati, l'Agenzia deve risolvere la sciarada di tenere conto delle richieste del pubblico e via dicendo. Sono tutti bloccati in un processo decisionale destinato a sfo­ciare in una soluzione che non solo non piacerà a nessuno, ma che nel lungo periodo finirà per essere considerata una decisione impopolare.

Ciò che rende il dilemma dell'Agenzia doppiamente tragico, è che nessuna delle parti in causa vuole che nel deserto vi siano delle regole di qualunque tipo. Dennis Casebier, un amante del fuori stra­da che conosce e ama il Mojave, da storico militare e studioso eclet­tico qual è ha risolto questo vitale dilemma quasi per caso, affer­mando che era appena giunto con molta riluttanza alla conclusione che il Mojave doveva rimanere chiuso e protetto, finché c'era anco­ra qualcosa da proteggere.

La sua riluttanza era motivata dal semplice fatto che un deserto protetto non è un deserto. Secondo Casebier, e secondo quasi tutti quelli di mia conoscenza che affermano di amarlo, il Mojave più ve­ro e prezioso è quello in cui si è liberi di andare dove si vuole, di fa­re ciò che si vuole, assumendosi la responsabilità delle conseguenze. Il deserto è considerato l'ultima e necessaria riserva delle antiche virtù dell'autodeterminazione e dell'antico privilegio della scoperta di sé - mentre Van Dyke vi ha visto l'ultima riserva di quell'antico e in­dispensabile bene primario che è l'aria pura. Tale posizione potrà an­che essere assurdamente nostalgica, un ideale impossibile da realizzare ma è possentemente inestirpabile, una componente fondamentale di ciò che significa essere fanatico del deserto.

Casebier esprime con chiarezza il timore che il Mojave, una vol­ta messo sotto controllo, diventi un monumento nazionale come la Death Valley. Un timore che al profano potrebbe apparire oltremo­do perverso, poiché il National Park Service è un'emanazione del go­verno federale universalmente apprezzata. I suoi principali possedi­menti, il parco di Yellowstone e le cascate del Niagara, sono consi­derati dei modelli di buona gestione, pur essendo due patrimoni naturali assai frequentati; ma sono proprio le parole «buona gestio­ne» che non garbano a molti amanti del deserto perché sanno come «gestisce» l'amministrazione del parco: con opuscoli e mappe, par­cheggi organizzati e percorsi asfaltati e, ancora peggio, con cartelli che indicano i punti panoramici e prolisse didascalie esplicative quan­do si arriva sul posto. Nella Death Valley ogni panorama importan­te - Zabriskie Point, Dante's View (dove ci sono pure le toilette di plastica), Badwater e altri - oggi viene «gestito» prescrivendo il punto di osservazione. La cosa non sempre mi disturba, tuttavia mi rendo conto che mi dicono dove andare, da che parte guardare; e le didascalie mi spiegano che cosa devo considerare importante nel paesaggio. Può darsi che tale impostazione abbia salvato la Death Valley dalla distruzione e molti visitatori dall'accidentale autodi­struzione, ma è veramente puerile e, come sostengono i detrattori del National Park Service, farà fare alla Death Valley un ulteriore passo verso Disneyland. Forse non sarà un passo molto lungo ma, come dicono i puristi, sulla via della perdizione il primo passo è quello che conta."

Reyner Banham: Deserti americani 
Editore: Einaudi  (collana Saggi)
ISBN: 88-06-18502-0

sabato 17 gennaio 2009

Deserti americani

Reyner Banham: Deserti americani
Traduttore: Fagetti R.

2006, XVI-211 p., ill., brossura
€ 19,00

Editore: Einaudi  (collana Saggi)

ISBN: 88-06-18502-0

Gran bel libro, questo. Difficile da catalogare, troppo denso di argomenti e di spunti per incasellarlo fra i libri di viaggio, o di critica d'arte, di riflessione o di antropologia.

Gli architetti secondo me sono tutti un po' svitati: potrebbe essere da meno Banham, che dell'architettura fu storico e critico? Inglese, di formazione europea, critico d'arte, saggista, scopre per caso i deserti del sud ovest americano e se ne innamora. E al contrario di come avrei fatto io o, come recita la quarta di copertina, ogni "ecologista manicheo o di maniera", se ne va in giro attratto dalle tracce lasciate dal passaggio degli uomini che l'hanno preceduto e che questi deserti tuttora attraversano. Percorre chilometri e chilometri avanti indietro in queste solitarie e abitatissime terre sperdute fra cespugli di artemisia e laghi prosciugati attraversate da reticoli inimmaginabili di strade e autostrade, sbigottito dall'immensità di orizzonti impossibili nella piccola Europa e affascinato dalle luci e dai colori, e cosa va a cercare?  Le tracce della civiltà.

Mojave Desert (foto Jeff T. Alu; fonte wikimedia commons, GNU Free Documentation License)

Percorre interstatali, Highway e piste, costeggia ferrovie e ne descrive e commenta le stazioni, fa rifornimento nelle stazioni di servizio, si insabbia, quasi si scontra, nel deserto!, con un autotreno. Visita quel refuso tipografico, come lo chiama lui, di Zzyzx con le rovine della stazione climatica fondata dall'evangelista radiofonico Curtis Howe Springer, alle quali non si può negare un notevole fascino; le utopie di quei geniali pazzoidi come Paolo Soleri e Frank Lloyd Wright; la missione di San Xavier del Bac; si ferma umile e sgomento a Mesa Verde e a Taos, davanti ai resti di una civiltà che non capisce e ne ricava uno spaesamento culturale.

Inatteso il suo angolo visuale: tracce umane e natura si assimilano le une con l'altra senza darsi fastidio, si abbracciano e si compenetrano: culturalmente non attrezzato a questi paesaggi scopre che un pozzo petrolifero con le sue macchine in azione o un'autostrada, la stessa Las Vegas, in quel posto, con quella luce, immersi in quei colori, sono in armonia. Niente a che vedere con le immagini ormai diventate retorica della Monument Valley, che lui assimila nella mente ad un parco a tema.

Last but not least, Banham scrive piuttosto bene, leggerlo è un piacere. Fa anche venir voglia di partire, si si, in questo campo direi che è pericoloso!

In sostanza, io cerco il deserto in mezzo alla civiltà, lui cercava la civiltà nel deserto, affascinato dall'uno e dall'altra. Ma non lo sento poi così lontano.

Un po' più convenzionale e distante da me il suo approccio alle montagne, che vede da sotto e da lontano, resta incantato dal panorama ma, secondo me, pur dedicando loro un intero capitolo, non com-prende mai del tutto.

mercoledì 14 gennaio 2009

D300

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Enrosadira a passo Principe in Catinaccio. D300, una delle prime

E' la stessa sensazione che passare in piazza Walter e non vederci più il duomo.

Mi hanno regalato la prima macchina fotografica, una Kodak instamatic, quando avevo 10 anni, andavo per la prima volta al campeggio da sola e me la tiravo tantissimo: girano ancora per casa un paio di stampe su carta camoscio, mi pareva tanto elegante e raffinata, di una catasta di legna sullo sfondo di un bosco, di una tenda sottoesposta, di un indistinguibile, artistico, ectoplasma. Danilo era già dietro quel banco, me lo ricordo, come era lì quando ho comprato la mia prima reflex, la Nikkormat, le centinaia di rullini di dias, la prima digitale, e anche l'ultima digitale pochi mesi fa. Che gli acquisti importanti si fanno guardandosi in faccia, non dietro un monitor. "Ti darà soddisfazione, questa, vedrai."

E tutte le volte si parlava di fotografia e di monti. Di obiettivi e di monti. Di digitale/analogico e di monti.

Credo che mezza Bolzano sia passata per il suo negozio, tutti quelli che hanno fotografato montagne ci han messo piede almeno una volta.

Era lì prima di Natale quando ho preso una batteria di riserva. E adesso dietro quel banco Danilo non c'è più. E Bolzano è un pochino più povera.

domenica 11 gennaio 2009

Red

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Troppo indifferente ai crocchini e troppo lucido per essere randagio, finge di essere rispettoso ma mi arriva quasi in cucina dal passaggio aereo delle gatte.

Ci ha messo pochissimo a capire che e' un perfetto punto di osservazione della mangiatoia, e gli uccellini ci han messo pochissimo a capire che da lì è inoffensivo.

Nei fine settimana si vede poco, probabilmente sta acciambellato in grembo al suo convivente. Se lo dovessi trovare acciambellato sul mio letto, sarà un lunedì.

Muppet show

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I vecchietti terribili del Muppet show (fonte Youtube)

Questo blog non era nato per diventare il lamentatoio sul degrado della montagna. Mi pare di esser diventata, io da sola, come i due vecchietti tremendi del Muppet show, qualcuno se li ricorda? Sempre a lamentarsi per qualcosa, acidi e sarcastici. 

Ma non c'è giorno che non legga di qualche altra nefandezza, fatta o progettata e non c'è verso, è un argomento che non manca mai di nuovi contenuti.

Volevo parlare, oggi, del problema dell'alimentazione artificiale degli ungulati, in questo periodo di neve altissima, ma non c'è giorno che non ci sia notizia di un nuovo assalto alla montagna: 100 appartamenti, 54 casette per 248 stanze, centro wellness, centro congressi, shopping centre e quant'altro per circa novantamila metri cubi. Dove? Appena al di là del passo Fedaia, a Malga Ciapela, ai piedi della Marmolada. Per confondere le cose, la famiglia Vascellari lo chiama "Grand Hotel Marmolada", ma dell'hotel ha poco: 54 case e 100 appartamenti sono un villaggio non un hotel. Uno scempio ambientale, l'ennesimo assalto alla Marmolada e alle Dolomiti che contano già la massima concentrazione mondiale di impianti di risalita e di posti letto.

"La vita sulle Alpi si difende costruendo un equilibrio fra le comunità. Qui invece arriva una massa di cemento, imposta da interessi imprenditoriali, che rompe ogni equilibrio. L'identità e la storia di Rocca Pietore vengono cancellate. Gli artigiani e i piccoli imprenditori di questa conca avranno purtroppo un solo futuro: andare a fare i camerieri al Grand Hotel (*)" dice a Repubblica Fausto De Stefani, presidente di Mountain Wilderness.

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Marmolada

Il progetto non è fortemente avversato solo dagli ambientalisti, anche il presidente di Federalberghi di Belluno è contrarissimo: "Il Grand Hotel di Malga Ciapela è una follia. Nel bellunese i letti degli alberghi sono occupati solo per il 40%. Il problema è fare conoscere le nostre Dolomiti, altro che costruire nuovi hotel portando tonnellate di cemento sulla Marmolada(*)".

Tonnellate di cemento avulse dal territorio, dove nulla avrà a che vedere con la cultura delle Dolomiti; un villaggio che proporrà atmosfere, menu, divertimenti e personale intercambiabile con un qualsiasi altro "non luogo" del turismo asettico, come li chiama Franco de Battaglia nel suo accorato articolo sul quotidiano Alto Adige di oggi. Un Sharm el Sheick in Marmolada, difficile da riempire e quindi sempre in saldo, con la clientela sempre meno scelta e sempre meno attenta.

"Tutti poi, nelle Dolomiti, sanno che il segreto delle frequenze turistiche non sta tutto negli alberghi sempre più barocchi ma nell'"effetto paese". Nella cordialità di vita, di storia, di ambiente che circonda gli alberghi, le strade, le case.(**)"

Peraltro chi frequenterà il Grand Hotel non solo non godrà dell'effetto paese ma contribuirà a distruggerlo: "Il grande complesso alberghiero - dice Luigi Casanova, vice presidente di Cipra, la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi - è invadente, cancella l'identità della popolazione locale, frantuma le filiere corte dell'economia che ancora oggi resistono. Cancella l'artigianato, i piccoli albergatori, gli affittacamere (*)"

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Marmolada

I Vascellari sulla Marmolada si son fatti, come si dice dalle mie parti, i corni d'oro, mungendo il mungibile prima sfruttandone le risorse idroelettriche poi con gli indennizzi della nazionalizzazione; la società Tofana Marmolada, della quale Mario Vascellari è il presidente, nel 2005 ha ristrutturato la funivia che porta in cima alla montagna utilizzando 6 milioni di euro di sovvenzioni a fondo perduto concessi dalla regione Veneto.

Nell'estate del 1988 i volontari di Mountain Wilderness raccolsero, sotto la parete sud della montagna, centinaia di sacchi di scoazze buttati dalla società della funivia: plastica, robaccia chimica, rifiuti vari, funi, oltre a oli esausti e carburanti. La società fu condannata a pagare 100.000 euro di risarcimento alla provincia di Belluno per danni ambientali.

Un altro Vascellari, Valentino, fratello di Mario e socio della Tofana Marmolada, ha presentato il progetto di Malga Ciapela nelle vesti di presidente di Assindustria di Belluno. I due fratelli, racconta a  Repubblica il sindaco di Rocca Pietore, sono i principali soci della cordata che costruirà il Grand Hotel. Indicativo futuro, non condizionale: la cosidetta "variante Vascellari" venne infatti approvata dal Consiglio comunale già nel 2005, in tempi stretti, poco prima che la Regione bloccasse le modifiche ai PRG.

In 5 anni, secondo il sindaco orgoglioso, il resort sarà bello che costruito. Al modico prezzo di 50 milioni.

A volte ho delle illuminazioni, dei presentimenti, come dire? Valentino Vascellari mi stava sulle balle già dai tempi del liceo, una questione di pelle. E non era nemmeno in classe con me, bastava incontrarlo nei corridoi.

(*) fonte JENNER MERLETTI su Repubblica on line
(**) fonte:  Franco de Battaglia sul quotidiano Alto Adige di oggi (lo linko quando lo rendono disponibile on line)

giovedì 8 gennaio 2009

L'impatto ambientale delle tende

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lago Colbricon

Appena se ne accorsero, le guardie del parco di Paneveggio si precipitarono a elevare multe: non si può, assolutamente, piantare tende vicino ai laghi Colbricon! Disturbano il paesaggio, è zona di riserva integrale, non si può e basta! Nemmeno se a piantarle, le tende, sono le persone che manifestano contro il progetto di collegamento sciistico San Martino/passo Rolle.

I cui piloni invece, sottolinea la delibera provinciale, valorizzeranno il paesaggio. Da non credere? basta leggere qui: "Sotto il profilo paesaggistico, lo studio d’impatto ambientale evidenzia che le
soluzioni  proposte  cercano  di  perseguire  e  valorizzare  il  tema  del  paesaggio  come risorsa,  anche  in  un  contesto  antropizzato,  integrando  opere  e  manufatti  con  il
territorio  ed  il  paesaggio  con  forme  e  segni  visivi  funzionalmente  efficaci  e contemporaneamente  rispettosi  verso  l’ambiente."

I piloni. Le tende invece disturbano.

Una sarcastica, addolorata, intelligente testimonianza sul bel blog di Maddalena Di Tolla Deflorian, falcoeleonorae, "Cittadinanza biologica - ecologia politica nelle Alpi" che mi spiace di aver trovato solo oggi.

 

mercoledì 7 gennaio 2009

Un fantasma si aggira per le Alpi

Alpe Bianca (Piemonte) (dall'istruttiva Gallery di Repubblica Le funivie fantasma)

"Centottanta impianti falliti al Nord: colpa della speculazione. Colate di cemento, terreni sbancati, piloni arrugginiti: la mappa dello scempio" scriveva il 2 gennaio Paolo Rumiz su Repubblica.

In molti casi non è solo colpa del cambiamento climatico, il fallimento dell'impianto era previsto da bel principio. La faccenda, spesso, racconta a Rumiz Luigi Casanova di Mountain Wilderness funziona in questo modo: “Meccanismo semplice, si compra il terreno a basso costo, si cambia il piano regolatore, poi si fa la seggiovia e si costruiscono case al quintuplo del valore”. Se il gioco è spinto aggiunge Rumiz, la seggiovia chiude appena esaurita la sua funzione moltiplicatrice del valore immobiliare.

Cambiano i luoghi, ma il trucco è lo stesso. C’è un pool che compra terreni, fonda una società e lancia un progetto sciistico, con un bel nome inventato da una società d’immagine. L’idea è nobile: “rilanciare zone depresse”, così chi fa obiezioni è bollato come nemico del progresso. A quel punto la mano pubblica entra nella gestione-impianti e finisce per controllare se stessa. Così il gioco è fatto. Il sindaco promette occupazione e viene rieletto: intanto parte l’assalto alla montagna. Per indovinare il seguito basta leggere la storia dei ruderi nel vento."

Anche qui, in Trentino e in Alto Adige, non è che l'esperienza altrui sia servita a qualcosa. Appena rientrato in carica, il presidente della Giunta provinciale di Trento ha dato il via libera al contestatissimo collegamento fra San Martino di Castrozza e il passo Rolle, impianto che attraverserà una zona a protezione totale nel parco di Paneveggio. Le due società che gestiranno il nuovo impianto sono in rosso da un pezzo, quest'estate han dovuto batter cassa presso i comuni (soldi pubblici, sottolineo!) per pagare gli stipendi, ora la Provincia sgancerà un'altra vagonata di soldi per finanziare anche questo scempio: per ottenere il finanziamento per realizzare l'opera iniziale, (così detta perché dovranno poi seguire altri finanziamenti per la realizzazione della pista e il collegamento al Col Verde), dovranno saltar fuori cinque milioni di Euro privati. 

In rete trovo il rendering dell'impatto ambientale dell'impianto sui laghetti del Colbricon:

rendering_colbricon

Saranno il nuovo impianto, la nuova pista e il nuovo scempio a salvare l'ennesima situazione decotta, con i soldi dei cittadini? Di quelli favorevoli e di quelli contrari, peraltro, ai quali tocca pagare il biglietto della seggiovia con le tasse anche se a sciare non va o fa scialpinismo.

Parole, parole, parole... dal programma elettorale di Lorenzo Dellai, rieletto solo un mese e mezzo fa:

"[...] incentivare le imprese impegnate a sviluppare processi produttivi e prodotti a minore impatto ambientale;

[...]

Essere amici dell’ambiente
Le consolidate tradizioni del Trentino ed insieme i rischi derivanti dalle condizioni globali del pianeta spingono a rimettere al centro delle attenzioni la responsabilità verso l’ambiente. Tuttavia essere amici dell’ambiente non toglie la responsabilità di pensare attivamente allo sviluppo futuro del Trentino che deve saper convivere con le risorse straordinarie che ha a disposizione ed anzi deve saper inventare le strade per creare nuova ricchezza proprio grazie alla crescita di una “economia verde”.

I progetti in questo settore sono: [...] frenare la perdita di bio-diversità nell’arco alpino, valorizzando anche il ruolo delle aree protette; sostenere le iniziative dei comuni volte ad attivare reti ambientali; investire, in termini scientifici e imprenditoriali, nel campo delle energie alternative; elaborare un piano di legislatura orientato al recepimento dei protocolli della Convenzione delle Alpi e alla predisposizione di misure adeguate in relazione al cambiamento climatico; sostenere l’iniziativa del distretto “energia e ambiente”; lanciare un programma straordinario diretto a sviluppare iniziative imprenditoriali nel campo dell’industria verde e dei servizi ad essa collegati; potenziare le forme di sostegno alle imprese agricole di montagna; proseguire nell’attività di informazione e formazione dell’opinione pubblica; ridurre la produzione di rifiuti ed alla crescita della quota di raccolta differenziata, secondo gli obiettivi del Piano provinciale; rilanciare il patrimonio alpinistico (sentieri e rifugi) e avviare l’attività della “Accademia della Montagna” del Tonale, intitolandola alla figura di Bruno Detassis; approvare una legge provinciale in tema di tutela degli animali, previo confronto con le associazioni del settore."

Qui la delibera di autorizzazione della Provincia, qui il protocollo d'intesa.

Sul blog di Dello Sbarba il testo completo dell'articolo di Rumiz (nell'archivio di Repubblica non è ancora consultabile)

Qui un altro paio di rendering interessanti, qui "L'immagine ha il solo scopo di rappresentare in linea di massima l'ipotesi di messa in rete della skiarea del Col Verde con la pista del Passo Rolle."

venerdì 2 gennaio 2009

Cento!

Riccardo Cassin. Fonte: sito ufficiale

San Vito al Tagliamento, 2 gennaio 1909.

Se è vero che il miglior alpinista è quello vivo, chi meglio di lui? :)

La sua biografia su Wikipedia e la sua bella faccia al filmfestival di Trento nel 2001 in uno scatto di Giulio Malfer.

giovedì 1 gennaio 2009

Ancora ladri di acqua

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Il babbo, asciutto quella volta.

Se mi si chiedesse che anno era, non lo ricordo proprio; so solo che si apriva la pesca sull'Adige il primo di gennaio, e il babbo non poteva assolutamente perdersi l'evento. Bardato come solo lui sapeva fare, unica concessione alle convenzioni il cesto di vimini regolamentare e gli stivaloni, cappellaccio piantato sul cranio, canna da pesca e quant'altro, alle 6 di mattina era sull'argine a pescare.

Come vuole l'iconografia classica, quando tornò a casa bagnato come un pulcino mamma era seduta vicino al caminetto a ricamare violette su una tovaglia. Tutto preso dal sacro fuoco della pesca era scivolato nel fiume, stivaloni cesto e tutto l'armamentario compreso. Il primo di gennaio. A Bolzano.

I motivi per cui avrebbe potuto rimetterci la scorza variano dalla polmonite all'annegamento per stivaloni pieni d'acqua che lo tiravano sotto, per testata contro pietra affiorante o per assideramento dopo essere stato trascinato chissà dove: l'Adige ha una discreta portata anche d'inverno. Non si beccò nemmeno il raffreddore.

Ora ai fiumi altoatesini manca l'acqua. Lo segnala preoccupato il presidente dell’associazione Provinciale Pescatori, Gebhard Dejaco al quotidiano Alto Adige del 28 dicembre, e le colpevoli sono le centrali idroelettriche. Gli iscritti all'associazione hanno girato diversi torrenti in diverse giornate muniti di un costoso apparecchio di misurazione controllandone la portata in varie ore del giorno: nella quasi totalità delle misurazioni il livello delle acque residue fissato per legge dalla Provincia non è rispettato e si aggira attorno alla metà di quanto stabilito.

«Nei pressi di Colle Isarco sono state effettuate numerose misurazioni in ore e posti diversi. Non sono mai stati raggiunti i 600 litri/secondo prescritti, anzi. E così nel tratto d’acqua sottostante, un tempo ricco di fauna ittica, i pesci di dimensioni maggiori sono praticamente scomparsi del tutto, mentre i pesci più piccoli sono facile preda della crescente popolazione di aironi cinerini»

Non è solo la fauna ittica a soffrire di questa situazione: viene completamente distrutto un ambiente naturale. A fronte di un danno ecologico irreparabile, sottolineano i pescatori, se beccati in fallo i concessionari vengono sanzionati con cifre di gran lunga inferiori al guadagno che deriva dallo sfruttamento della maggiore quantità d'acqua utilizzata. Sempre che qualcuno voglia controllare e sanzionare: «Un funzionario del corpo forestale ci ha spiegato testualmente che "su determinate infrazioni abbiamo ricevuto ordine dall’alto di chiudere un occhio"» aggiunge infatti Dejaco.

I pescatori stanno pensando di passare alle vie legali e richiedere un risarcimento: un precedente a loro favore c'è. Il tribunale di Belluno ha condannato per lo stesso motivo l'ENEL a pagare una consistente cifra di danni al ministero per l'ambiente che si era costituito parte civile.

Non c'è ambito nel quale gli interessi economici non se ne facciano un baffo dell'ambiente e dell'ecologia, spesso con la connivenza delle istituzioni.

Occorre specificare che il tuffo del babbo fu l'occasione cercata dalla mamma per mollare tovaglia e violette al loro destino e non prenderle mai più in mano? L'iconografia classica a casa mia era sempre di brevissima durata.

 

mercoledì 31 dicembre 2008

Abbasso i botti!

Video dei Carabinieri per la campagna contro i botti proibiti. (contiene alcune immagini forti)

Ogni anno qualcuno ci rimette dita, mani, occhi, vita, per i botti di capodanno. Gira in rete un video abbastanza choccante nel contesto della campagna dei carabinieri sugli effetti dei botti proibiti. Lo scorso capodanno, solo nel napoletano, hanno fatto 85 feriti.

Pochi però pensano a quanti animali soffrono, si spaventano, si impanicano e scappano, perdono la strada di casa, vengono investiti dalle auto per il terrore dei botti. "Sono migliaia, viene rilevato, gli animali che finiscono per morire ''per spavento, ferite, assideramento'', in conseguenza dei festeggiamenti di fine anno".

OIPA Italia onlus pubblica alcuni suggerimenti "per salvaguardare i nostri amici animali dallo stress dei botti:

I fuochi d’artificio e i botti con cui ancora molte persone festeggiano il capodanno causano numerosi feriti anche gravi tra gli esseri umani, ma danni altrettanto gravi capitano agli animali che, avendo un udito più sviluppato del nostro, ne fuggono terrorizzati e molti di loro rimango investiti da auto di passaggio.

L’OIPA e le altre associazioni di volontariato, i canili e i gattili ricevono ogni anno ai primi giorni di gennaio, segnalazione di smarrimenti di animali che sono fuggiti al rumore. Un animale in preda al panico e allo stress non risponde al richiamo ma fugge come impazzito, quindi è bene seguire alcune regole:

  1. durante le passeggiate non slegate il cane dal guinzaglio e non liberatelo neppure nelle aree per cani (alcuni di loro saltano dalle recinzioni, abbassano con le zampe le maniglie del cancelletto di ingresso o fuggono da buche preesistenti sotto la recinzione);
  2. accertatevi che il vostro cane, oltre al tatuaggio o al microchip (che devono essere registrati all’anagrafe canina del comune di appartenenza), abbia anche la medaglietta di riconoscimento con numeri di telefono validi;
  3. tenete gli animali, anche quelli che abitualmente vivono fuori, in casa o in un luogo protetto e rassicurante;
  4. se stanno soli potrete lasciare la radio o la televisione accesi per distrarli dai rumori esterni;
  5. non rafforzate la loro paura dei botti con un atteggiamento agitato, mantenetevi invece molto calmi, sereni e ignorate le loro manifestazioni di paura.

L’appello dell’OIPA è rivolto anche agli “improvvisati artificieri”, affinché qualora vedano animali nelle vicinanze, non facciano scoppiare i botti.

L’Ufficio Diritti Animali del Campidoglio aggiunge qualcosa:

  1. "Non mostrarsi troppo protettivi verso gli animali, e non guardarli negli occhi, si aumenterebbe la loro paura;
  2. Tenerli in appartamento, meglio se in una stanza lontana dai rumori e in penombra, con un rifugio già individuato, magari sotto al letto;
  3. Minimizzare l’impatto dei botti accendendo radio o tivù;
  4. Non lasciarli soli in giardino, né in balcone, potrebbero farsi male, scappare o buttarsi di sotto. Togliere dal terrazzo o da fuori casa le gabbie di uccelli, roditori e altri animali;
  5. Non tenere i cani legati a catena, potrebbero strozzarsi;
  6. Passeggiare col cane saldamente al guinzaglio, più attenzione per cardiopatici e anziani. Nei casi più gravi, chiedere al veterinario di fiducia se tranquillizzarli con un blando sedativo, con rimedi omeopatici o di erboristeria;
  7. Assicurarsi per tempo che siano facilmente identificabili con microchip, tatuaggio e medaglietta.
  8. Se l’animale scompare, cercarlo subito in zona, potrebbe essersi nascosto poco distante da casa.
  9. Contattare il Canile comunale della Muratella (tel. 06/6710.9550 – 349/3686973), l’Ufficio Diritti Animali del Comune di Roma (06/32650570 – 3217951 www.udacomuneroma.it ) e le associazioni animaliste di zona per comunicare la scomparsa, e presentare denuncia di smarrimento a Vigili o Carabinieri.
  10. Preparare una locandina con foto e telefoni, affiggerla intorno casa e diffonderla via internet a siti ed e-mail animaliste."

E i selvatici? Migliaia di uccellini abbandonano terrorizzati i dormitori, sbattono impanicati contro vetri, fili della luce, rami che al buio faticano a vedere. Non ritrovano la via di casa e i soliti rifugi e rischiano di morire assiderati.

Il comune di Bolzano ha vietato i botti di ogni tipo su tutto il territorio comunale allo scopo di evitare danni a cose e persone, in compenso spara i fuochi artificiali di mezzanotte da una postazione a pochissimi metri dal rifugio del capriolo cittadino. Si vede che gli animali valgono meno delle cose. SPERO vivamente per lui che abbia traslocato da tempo.

Insomma, non spariamo botti almeno noi che abbiamo un po' di sale in zucca. Nemmeno quelli permessi. E a me è passata la voglia di fare un salto a dare un'occhiata a quelli comunali. Possibile che per festeggiare si debba per forza fare baccano?

/me vecchia zitella acida mode (ma chi ha animali a cui vuole bene mi capisce, vero?)

martedì 30 dicembre 2008

Questi li anticipo ;)

Ho passato l'ultima settimana insieme alle TERRE BASSE, ad addobbare l'albero, a mangiare (non troppo), bere (..ehm...), rigovernare, ciacolare (parecchio), spignattare, lamentarmi del governo e degli italiani, accarezzare gatti (diversi), guardare vecchie foto e dirci a vicenda quanto siamo migliorate col tempo (figuriamoci prima!), scartare regali, anzi, mangiare regali (pochi e tutti mangerecci), varie ed eventuali, non obbligatoriamente in quest'ordine.

Quel che non ho fatto, è stato domare bit e byte. Manco la posta, una vergogna! Non ho ringraziato nessuno di voi che mi avete lasciato gli auguri, molto graditi, davvero. Girano tutte belle persone attorno a questo angolino di rete :).

Per prendermi in tempo e non fare altre figuracce, visto che son mica sicura di fare meglio con capodanno, auguri!

fonte Wikimedia Commons licenza copyleft

Agli ortolani pazzi, ai pazzi ortolani, allo spignattatore vagabondo, al matematico dall'elicottero nero, al Barba delle meridiane, al laconico mòcheno, alla battagliera Marzia, all'uomo con la testa fra le nuvole, a Guido che a volte ritorna, alla nonna tecnologica che mi fa venire l'acquolina in bocca, al gambero annegato nel foie gras, alla bibliotecaria nel pagliaio, all'alpista silenzioso, all'accademica affannata, ad Ana dall'altra parte del mondo, alla studiosa di un'altro mondo, a Misty vicina di casa. A elena, alla transfuga Silvia, bobbi, luca, Marco, a tutti quelli che passano di qui e non lasciano traccia.

Alle sorelle basse ed alte ;), agli amici lurkatori che poi mi bacchettano in pvt ma qui non dicono mai nulla, a Loriz e Loris, anche a chi mi sono scordata.

Buon 2009, a tutti, checché ne dicano gli astrologi: tranquilli non ne beccano mai una!

sabato 20 dicembre 2008

Travolti dalla vita

segnaletiche

LE IMMAGINI DAL WEB - Foto segnaletiche da ridere - ecco la top 20 del 2008 titola Repubblica on line, nell'inguardabile colonna di destra della sua Home page.

Vorrei capire cosa ci trovano da ridere nei visi di persone sconfitte dalla vita, umiliate, devastate, alla deriva. Servizio impaginato accanto alla 17esima giornata del campionato, ai cartoni animati, al motorshow, al "bordello della poesia" del quale non voglio sapere altro. E vicino al servizio buonista e peloso sul natale del cassintegrato.

Veramente la pietas non è più di casa qui.

 

venerdì 19 dicembre 2008

Ristorante al termine dell'Universo

acquario

Nell'acquario

La mangiatoia di cui sopra, e di cui non si fa che parlare su questo blog fino alla noia, è piazzata circa equidistante fra la finestra della mia cucina e il muro di cinta del Lorto.

Il quale confina con una strada e quindi con una scuola.  Dalla mangiatoia si vede benissimo tutto quello che succede là fuori, è divisa solo da una rete a maglia molto larga: automobili, gente che va e che viene, studenti che entrano a scuola, che escono, che giocano con le figurine (no eh, non si gioca più con le figurine) o con il cellulare, che ridono o urlano; sciure impellicciate con cane al guinzaglio che abbaia contro Lamicia (e regolarmente caga in strada nella totale indifferenza di detta sciura); camion delle scoazze, spazzino (OPS! operatore ecologico) con la soffiatrice.

Su quel muretto passeggia Tom, il gattaccio del quartiere, ogni tanto ci si appoggia una coppietta a pomiciare. Di tutto questo casino, agli uccellini non interessa un bel niente. Tranquillamente mangiano, bevono, litigano, come se la strada fosse su un altro pianeta. Tom si becca un'occhiata indifferente, tanto non ci prendi, pantalon!

Se io voglio godermi il meritato spettacolo, da dietro i vetri della finestra chiusa della cucina, devo fare come il gatto Silvestro: luci interne spente, e strisciare guardinga fino a nascondermi dietro l'infisso o dietro i crisantemi strategicamente piazzati sul davanzale. Dopo un po' di completa immobilità la vita, la fuori, riprende.

Oppure devo piazzarmi a debita distanza dai vetri, aguzzando lo sguardo. Meglio se non indosso nulla di chiaro. Se a loro pare di scorgere un movimento all'interno, CIRRRRP e via di volata! Ingrati!

Lamicia staziona per ore sul camminamento fuori dalla finestra, e loro se ne fregano. Dorme, si stiracchia, ormai ha capito che da lì non li prende e fa finta di non vederli e loro fan finta di non vedere lei.

A luce spenta da fuori non si vede un accidente di quel che succede all'interno, ma loro mi vedono.  Va un po' meglio il pomeriggio, i riflessi sul vetro qualcosa fanno, ma scattare foto è un casino. A finestra aperta poi è impossibile. Per quello mi vengono spesso quadri astratti o foto di passeri che svolazzano in un acquario: i miei vetri hanno 90 anni e sono lavorati a mano: non il massimo della nitidezza, diciamolo.

Nel frattempo, in strada, è passato un tamarro con i finestrini abbassati e lo stereo a tutto volume UNZ UNZ; il nigeriano che da almeno 4 anni tutti i sabati chiede la carità appoggiato al muretto ha fatto giornata; il bar vicino ha buttato nella campana una montagna di vetro. E quella banda di bastardi, quando io che li nutro e mi preoccupo per loro sospiro o anche solo penso troppo intensamente, se la battono.

Mi piacerebbe sapere cosa passa in quelle testoline pennute. Perché di là può succedere il finimondo e di qua basta un fremito? Cos'è quel muretto, il limite dell'universo? Finis terrae?

giovedì 18 dicembre 2008

Un gipeto in ospedale

Gypaetus barbatus. foto: Wikimedia Commons, licenza public domain.

Non è cosa usuale vedere un avvoltoio appollaiato sul tetto della chiesa, nemmeno in val di Rabbi, parco nazionale dello Stelvio. Estinto sulle Alpi da circa un secolo, il gipeto lo si pensa svolazzare sulle Ande, fa parte dell'iconografia della Death Valley, è uscito da parecchio dall'immaginario delle nostre vallate dove è più comune l'aquila.

Probabilmente era Ikarus, giovane esemplare rilasciato la primavera scorsa in val Martello nel quadro del progetto di reintroduzione del rapace.

Ancora meno consueto trovarlo a bordo strada ad un incrocio in una grigia mattinata di dicembre, in evidente difficoltà, probabilmente affamato, forse inesperto e incapace di cavarsela da solo nelle condizioni di tempo e di neve così difficili di questi giorni.

E' stato raccolto dai forestali di Rabbi e portato al centro faunistico del Casteller in attesa di essere probabilmente trasferito in un ospedale per pennuti specializzato, forse in Austria.

Spero vivamente che l'omonimia con il mitologico Icaro non gli porti sfiga e che se la cavi.

Aggiornamento dall'ANSA: "Ha ripreso le forze ed e' ormai fuori pericolo Ikarus, il gipeto recuperato ieri a Rabbi, in Trentino, dai forestali che operano nel Parco Nazionale dello Stelvio. L'avvoltoio e' stato visitato da un veterinario e viene alimentato gradualmente, in attesa del suo completo recupero. E' affidato alle cure del Centro di recupero avifauna selvatica della Provincia autonoma, gestito dalla Lipu nella nuova sede a San Rocco di Trento [...]"

martedì 16 dicembre 2008

La storia finita

Repubblica on line pubblica oggi copia della lettera scritta nello scorso settembre da Walter Bonatti alla Società Geografica Italiana, con la quale vuol mettere il sigillo alla polemica sul ruolo da lui svolto nella conquista italiana del K2 nel 1954.

Finalmente è fatta giustizia, finalmente la storia dell'alpinismo mondiale viene riscritta riconoscendo i meriti di Walter e cancellate le ombre gettate su di lui dalle insinuazioni non propriamente signorili di Compagnoni. Bonatti fu uno dei pilastri della spedizione, se non ci fossero stati lui e l'hunza Mahdi, la loro abnegazione e forza di volontà, e soprattutto l'ossigeno portato fino lassù da loro due mettendo a rischio la loro stessa vita, Compagnoni e Lacedelli sul K2 non sarebbero arrivati.

Su Wikipedia, per chi non la sapesse, la storia che non racconto di nuovo.

Resta l'amarezza di una grande impresa finita in polemiche, bugie, mistificazioni, balle, querele, ingiustizie, rancori. Poteva essere una grande festa dell'alpinismo italiano, sono stati invece 50 anni di veleno.

Succede troppo spesso che noi italiani riusciamo a comportarci alla Tafazzi, a fare la figura dei rissaioli e a sporcare quello che di buono riusciamo a fare.

lunedì 15 dicembre 2008

Ringraziamento pubblico :)

testata

Voglio ringraziare qui una persona squisita e di animo gentile, che sa muoversi in rete con discrezione, senza approfittare di una citazione su questo blog per farsi pubblicità, inserire commenti con link, invadere uno spazio altrui come un elefante in una cristalleria.

Paolo invece, responsabile di WILDLIFE CARE, titolare del sito WILDLIFE SHOP, ha bussato con discrezione alla mia mailbox complimentandomi per il ristorante per pennuti che ho allestito, e senza tentare di vendermi nemmeno uno spillo mi ha dato un paio di consigli operativi e oggi un corriere mi ha consegnato a casa un "piccolo omaggio per la sua attività di "ristoratrice".

Il "piccolo omaggio", che poi tanto piccolo non è, consiste in 10 palle di grasso per cince, una simpatica mangiatoia di legno, e una serie di fotografie pennute una più bella dell'altra :)

Solo il costo della spedizione via corriere supera la definizione di "piccolo omaggio".

Non ho mai fatto pubblicità su questo blog e mai ne farò, non so se quello che lui vende in rete sia più o meno caro più o meno di qualità (ehm.. la mangiatoia a primo sguardo pare molto ben fatta), ma sicuramente lui è una persona di qualità, che fa con passione il suo lavoro e se sa trattare i pennuti con la sensibilità con cui tratta i rapporti in rete dev'essere circondato da uno stormo di creaturine cinguettanti.

E' molto bello incocciare ogni tanto persone così.

domenica 14 dicembre 2008

Scende la valanga!

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Valanga sull'Everest (foto Ilan Adler, fonte Wikimedia Commons, licenzata Copyleft dall'autore)

Teoria:

"Se ti prende una valanga, sci a valle e via!"
E' praticamente impossibile sfuggire in velocità ad una valanga, anche essendo ottimi sciatori. E' molto meglio fuggire lateralmente alla direzione della valanga, oppure meglio ancora riuscire a togliersi gli sci e cercare di rimanere a galla nella valanga movendosi con ampi movimenti. Prima di essere investiti e di essere trascinati con velocità elevata, è utile cercare di aggrapparsi a qualcosa pure di riuscire a fermarsi o almeno, di far passare un po' della neve della valanga sotto di noi.

(fonte: scuola di scialpinismo Righini - CAI Milano)

Pratica:

"[...] Se ho provato a scappare, per esempio. Certo, appena ho visto il distacco, che pure all’inizio sembrava cosa da poco, ho cominciato a risalire il versante opposto con tutta la lena possibile. Ma è questione di secondi, non è che di strada se ne può fare tanta. Magari in fase di discesa ci si può mettere a uovo e tentare una libera alla Hermann Mayer, ma in salita, con le pelli ai piedi, il raggio d’azione è veramente risibile.

Se ho provato a nuotare, come suggeriscono di fare. No, non ci ho provato. O meglio, non sono neanche riuscito a pensare di ipotizzare di tentare di provarci. L’onda d’urto che precede la massa valanghiva non ha nulla a che vedere con il vento, neanche con la Bora a centodieci che pure ho provato a Trieste, anni fa, e che mi faceva barcollare, è vero, ma non mi sollevava mica da terra! Dopo lo schiaffo dello spostamento d’aria, con relativo atterraggio scomposto, è difficile fare qualunque cosa. E poi la valanga, la mia valanga almeno (di altre non ho esperienza), non ha niente a che vedere con l’acqua.
E’ come trovarsi all’interno di una gigantesca betoniera: lo stile libero riesce malissimo. La massa ti avvolge, ti impasta, ti disarticola. Già mantenere una congruenza morfologica è un’impresa impossibile, coordinare dei movimenti è pura teoria. Forse varrebbe la pena togliersi gli sci e rannicchiarsi per cercare di salvare gli arti, ma non è detto che così non si finisca più sotto. Comunque, pensare di riuscire a dominare in qualche modo la situazione è per lo meno illusorio.
[...]"

Ma tutto il resto del testo è molo bello, emozionante e avvincente. Leggetelo, è QUI, su "Nazione Indiana", a firma Roberto Cotti, il travolto, e Guido Fossati, uno dei soccorritori.

E' bella e ben scritta anche la parte emozionale, del durante e del dopo, compreso il nuovo modo di pensare alla montagna e a chi rimane in attesa di una telefonata. Che può essere tragica o liberatoria. Un bel dilemma, per chi ama andare per monti ma ama anche chi resta a casa a preocuparsi.

giovedì 11 dicembre 2008

Quarantaquattro capre in fila per sei..

Quarantatre a dire il vero, scappate, o lasciate scappare dal maso Rotwand di Ratschings, e bloccate a 2000 metri sotto una grossa sporgenza rocciosa, circondate da un paio di metri di neve, senza niente da mangiare per giorni.

Sono state viste per caso da un cacciatore che ha dato l'allarme, ma salire fin lassù, parecchio sopra l'ultimo maso, per aprire un sentiero e farle scendere era troppo pericoloso per le valanghe.

Un elicottero della protezione civile, con un volo apposta, è riuscito a calare sulle bestie alcune balle di fieno per alimentarle, ma di recupero non se ne parlava. Pericoloso, altre priorità, tutta la regione coperta di neve, gente senza luce... insomma per le povere capre si metteva male.

Finché quattro paesani, volontari, si sono messi in strada e a piedi, battendo traccia in mezzo a cumuli di neve, hanno raggiunto le bestiole e le hanno ricondotte in paese lungo il sentiero appena aperto. Così stanche, indebolite dalla fame e dalla paura, che per lunghi tratti se le sono dovute portar giù in braccio.

Strani animali gli uomini eh, capaci delle peggiori nefandezze nei confronti della loro stessa specie, capaci di violenza e brutture inenarrabili nei confronti delle bestie, e capaci di mandare un elicottero apposta per foraggiare un piccolo gregge disperso e di farsi un mazzo tanto per recuperare le capre di un compaesano. Il quale dovrà pagare un bel po' più di una cena ai suoi amici, se la sono meritata direi.

I nomi dei quattro? Eccoli: Michael Larch, Hans Larch, Oliver Santer e Helmuth Larch

Una volta tanto una storia di animali che finisce bene :)

mercoledì 10 dicembre 2008

Windows 2.0

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E nel frattempo, fiocca

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Nel senso che se continua così domani esco dalla finestra!

Dalla finestra dello studio, 2 ore fa:

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Dalla finestra del bagno, 1 ora fa:

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Dalla finestra dello studio, mezz'ora fa:

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E continua. So mica cosa salvo dell'Lorto stavolta.

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