lunedì 4 novembre 2013

La cultura al macero

E no, non sto facendo l’ennesimo pippone tipo “signora mia” “o tempora o mores” e “l’ignoranza dilaga”. Per quanto…

Questo post è un requiem per una libreria cooperativa storica di Bolzano, e quando chiude una libreria è sempre una gran perdita per una città. Per Bolzano poi, città che non pullula di librerie, e dove negli ultimi anni hanno buttato la spugna diversi librai.

shapeimage_4Oggi è iniziata la svendita da KoLibri, che a fine mese chiude i battenti. Per qualche giorno tutti i 12.000 titoli presenti in negozio al 30% di sconto per poi, se resta ancora qualcosa, abbattere i prezzi in modo da far fuori tutto: quello che non viene venduto verrà portato al macero. Già, libri al macero, mi piange il cuore. La liquidazione della cooperativa, oberata dai debiti, non permette altra soluzione: il liquidatore spiega che per legge non è possibile privilegiare alcuni creditori rispetto ad altri quindi non è possibile restituire l’invenduto agli editori, nemmeno a quelli che li ritirerebbero volentieri. Per quello è partita la campagna “adotta un libro”, per evitargli la triste fine del macero (mi torna in mente, a proposito, il bellissimo “una solitudine troppo rumorosa” di Bohumil Hrabal).

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foto KoLibri

Riuscite a non piangere, bolzanini, pensando a tutti questi libri distrutti? Sono passata oggi pomeriggio, la cassa scampanellava con insistenza: pare che la svendita sia iniziata bene.

D’altra parte non era la mancanza di clienti il grosso problema: il negozio è in un posto centralissimo, a due passi da piazza Walter; ha (aveva) una scelta di titoli interessante, sia testi in lingua italiana che in lingua tedesca (come mi piacevano le loro vetrine bilingui!). Multilingue e multietnica era anche la clientela.  E anche un po’ alternativa. KoLibri nasce infatti dalle ceneri della libreria “la Sinistra” e ha mantenuto poi sempre quel carattere aperto pluriculturale e anticonformista, sia nella scelta della saggistica sia negli eventi che, periodicamente, organizzava nell’ammezzato.

La cooperativa può vantare, fra chi è stato socio o chi lo è ancora, persone come Alex Langer, Benno Simma, che ne propose il nome e ne disegnò il logo, lo storico Giorgio Delle Donne (Firefox mi chiude da solo la sua home page senza dirmi il motivo), gran parte dell’intellighenzia bolzanina.

No, non è colpa di IBS o di Amazon, né dell’ebook: come si legge  in un’intervista rilasciata da Renato Bariletti, uno dei soci dipendenti, a Fabio Zamboni sul quotidiano Alto Adige on line del 13 ottobre scorso:

«La cosa triste – spiega Bariletti è che lo spirito ideale con cui una cooperativa gestisce un’attività come questa deve scontarsi con il cosiddetto mercato. E ancora più triste è che non chiudiamo perché vendiamo meno libri: negli ultimi anni siamo stati in costante crescita e lo scorso anno abbiamo avuto un aumento di vendita del 16 per cento, in un mercato italiano che era a meno 10».

E allora? «E allora sono stati i debiti accumulati, ad ammazzarci. Quelli pregressi, aumentati accanto a quelli sostenuti per l’ultimo rinnovo dei locali un paio d’anni or sono e per l’acquisto di un programma di gestione bilingue. A Bolzano nel frattempo hanno chiuso altre quattro librerie – Libri & libri, Librolandia, quella in piazza Adriano e quella in via San Quirino. E noi invece di poterne “approfittare” ci vediamo costretti a chiudere. La vera concorrenza, comunque è arrivata dalle librerie gestite direttamente dagli editori, come Giunti. Loro hanno condizioni molto più favorevoli, hanno la merce al prezzo di costo».

E internet ha inciso sulla vostra fine? «In parte sì, molti acquistano online o scaricano, ma la concorrenza non viene da lì. E nemmeno dall’ebook: qui a Bolzano, poi, ne circolano davvero pochi».

Su “Salto”, il “portale bilingue di informazione e social network altoatesino” come si autodefinisce, Gabriele Di Luca fa un’analisi un po’ più profonda: “Forse, per trovare una risposta, bisognerebbe tirare in ballo il collasso di un intero mondo. Non solo quello della “sinistra alternativa”, ma più in generale dell’impegno interetnico e culturale lentamente prosciugatosi, o comunque non più capace di stringersi attorno a uno dei suoi simboli più riconoscibili. La crisi del settore, la possibilità di acquistare libri in rete e la nascita di punti vendita alternativi, filiali delle grandi catene, ha fatto il resto.”

Un’amica che bazzica attivamente KoLibri mi raccontava di una storia simile a Trieste. Ma a Trieste si è mosso Claudio Magris, che in quella libreria è uso giocare a scacchi, e una soluzione si è trovata. Qui non abbiamo Magris e Langer purtroppo non c’è più. Ora tutti si stracciano le vesti ma (Sempre De Luca): “Quando, nei mesi scorsi, già era nota la difficilissima situazione nella quale versava Kolibri, avevo più volte contattato Silvia Maranelli per convincerla a denunciare la situazione, rivelandola così a un pubblico più vasto. Ma il messaggio era sempre quello: “Aspettiamo, forse si può ancora fare qualcosa, e creare allarme, in un frangente del genere, sarebbe peggio”. Una comunicazione più tempestiva avrebbe cambiato qualcosa? Se qualcuno avesse potuto intervenire, forse, l’avrebbe fatto anche senza attendere l’eventuale clamore della notizia. La speranza non è comunque bastata e le parole che avete appena letto, purtroppo, hanno il sapore delle considerazioni postume.

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foto Salto

Ora spuntano tante persone che, pur sapendo dei problemi, non sapevano che “Dei 230 soci iniziali si è passati agli attuali 77. Ma soltanto 22 fanno ancora parte del vecchio gruppo, precedente cioè il tentativo di creare un’inversione di tendenza (mediante l’acquisto di una tessera al costo di 100 euro una tantum e una politica di sconti ai soci) che poi però non ha dato i frutti sperati”; persone disposte a pagare i 100 euro per dare una mano. Sarebbero bastate? Probabilmente no. Avrebbero solo spostato il problema strutturale e culturale di un po’ di tempo. Però a mio avviso è mancata un’informazione a tappeto, un po’ di spam insomma, dove non hanno saputo arrivare gli addetti ai lavori forse qualcosa potevano fare i clienti.

Dei se e dei ma sono piene le fosse.

Bolzanini, abbandonereste il vostro migliore amico? No, vero? Allora adottate un libro! Non lasciate che vada al macero!

KoLibri, ci mancherai.

link:
Exit Kolibri
Adotta un libro. KoLibri svende tutto per evitare il macero
Chiude «Ko-libri» la libreria alternativa fondata nel 1978
L’AMARCORD: «Quei primi passi in via della Roggia»

sabato 2 novembre 2013

Halloween un piffero

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Flaas, Jenesien / Valas, S.Genesio

Sembrerò strana, ma a me andar per cimiteri altoatesini piace molto: sereni, accoglienti, raccolti.

Quasi ovunque, in Alto Adige, non è stato applicato l’editto di Saint-Cloude, meglio conosciuto come editto di Napoleone e i campisanti sono tuttora in centro al paese, accanto alla chiesa, non sono stati allontanati dalle case per motivi igienici e pratici. E sono belli, senza ostentazioni, senza tempietti di famiglia, marmi, angeli che brandiscono spade, madonne piangenti, monumenti di bronzo. Solo croci di ferro battuto o di legno, molte belle come opere d’arte o vecchie decine di anni. Qualche grande lapide sul muro di cinta ricorda i morti in guerra: tanti, troppi per paesini di poche anime: Russia, Galizia, Siberia.

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Asten, Sarntal / Laste, Sarentino. Ci abitano meno di 30 persone.

Sono la storia di una comunità, raccontano vite e morti, amicizie, mestieri, famiglie, guerre, ritorni. E perché la storia non svapori nel tempo Sarentino ha costruito la “Cappella della memoria”: un lunghissimo tralcio di vite corre ininterrotto sui muri dei due piani del memoriale ("Io sono la vite, voi i tralci” Giovanni c. 15,1-16,4), ogni tralcio una famiglia, ogni foglia una persona, una fotografia, dei nomi, soprannomi, date. Bimbetti, vecchioni, famiglie intere, cognomi italiani accanto a cognomi tedeschi, famiglie miste, gente arrivata da lontano o nata, vissuta e morta a due passi dalla chiesa. GSC_8235

Una famiglia di tessitori

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Una famiglia bilingue

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Non sono credente, non penso che risorgeremo, che ci sarà un dio a premiarci o a punirci, non credo nemmeno a fantasmi, zombie, streghe, Halloween. Ma ogni volta in un cimitero altoatesino mi emoziono.

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Seis am Schlern / Siusi allo Sciliar

giovedì 10 ottobre 2013

mercoledì 9 ottobre 2013

Cornuti e mazziati?

Seduti davanti a una birra alla Büllelejoch Hütte – Rifugio pian di Cengia, nelle Sextner Dolomiten - Dolomiti di Sesto, si ciacolava piacevolmente con una simpatica famiglia italiana con la quale ci si era raggiunti e sorpassati diverse volte lungo il sentiero. “Volevo far conoscere le Dolomiti alle figlie, non ci tornavamo da anni e mi mancavano.” diceva la signora “Sa, non ce lo possiamo permettere. Siamo 4 persone, fate voi i conti. Andiamo in Austria, costa tutto molto molto meno, rifugi compresi. Certo, non ci sono le Dolomiti, ma i monti sono belli anche oltre confine e, come si dice, si fa di necessità virtù.”

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Paternkofel – Monte Paterno Sextner Dolomiten – Dolomiti di Sesto

Mi tornava in mente questo episodio leggendo sul quotidiano Alto Adige il ragionamento di Hans Peter Stauder, Consigliere Comunale della Lista civica per Sesto, lista che, insieme ai Verdi e a molti cittadini del comune, contesta il collegamento sciistico Croda Rossa – Monte Elmo.

Vi risparmio tutta la storia, le battaglie che hanno spaccato il paese a metà, paese dove le persone delle due fazioni non si salutano più per strada, e vi dirotto sul sito di “Internazionale” dove Gerhard Mumelter ne fa un equilibrato riassunto. Al momento i lavori, iniziati in tutta fretta, sono fermi almeno fino al 4 dicembre, quando si riuniranno nuovamente i giudici del Tar che il 12 agosto ne ha imposto lo stop.

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I lavori fermati dal Tar (foto Südtirol news via facebook)

Tornando al ragionamento di Stauder: noi sbanchiamo, roviniamo, minacciamo fauna e flora, costruiamo su un pendio a rischio idrogeologico e i turisti, se non son scemi, vanno a dormire in Austria. Il paese di Sillian, piccola stazione sciistica austriaca,  è a un’incollatura da uno dei “terminal” del carosello sciistico. Vuoi vedere che Stauder potrebbe non avere tutti i torti?

Per il momento i piangimerenda dell’alta Pusteria non dovrebbero lamentarsi e smettere di sventolare il vessillo della crisi:

Turismo di Ferragosto: l'Alta Pusteria va in controtendenza rispetto al resto del territorio altoatesino. Quassù i posti letto a disposizione, per la tradizionale festa di mezza estate, sono pochissimi. Dice la direttrice dell'associazione turistica di Sesto, Maria Luisa Hofer: «Le camere singole a disposizione si possono contare sulle dita di una mano. Non c'è una doppia libera, questa settimana e per buona parte della prossima. La tendenza vale per tutta l'Alta Pusteria visto che in ufficio, a chiedere dei posti liberi in albergo, arrivano anche da Dobbiaco, da San Candido e anche da Villabassa»”. Fonte: sito del quotidiano Alto Adige del 15 agosto 2013.

E questi turisti, santa pazienza, non vengono per sciare. Vengono perché l’alta Pusteria è magnifica, in valle e sulle cime, perché è, ancora, vivibile, perché ci sono un sacco di cose da fare anche senza sci ai piedi, perché un turismo diverso dallo sci è possibile.

E comunque non  mi pare che le opportunità per sciare, in Pusteria, manchino:

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Quella “V” tratteggiata sulla sinistra della plastigrafia (verso l’orto del Toro) indica i progettati impianti della discordia.

Dolomiti, patrimonio universale dell’umanità sciatrice. Gli altri si attacchino.

giovedì 3 ottobre 2013

Montagnalibri a Bolzano

Non ci andavo da parecchio tempo, a montagnalibri: la mostra dell’editoria di montagna collegata al TrentoFilmFestival nella sua edizione bolzanina. Ero sempre tornata scornata.

Quest’anno gran tam tam per l’inaugurazione: nuova sede, nel “Passage” del Museion (museo di arte moderna e contemporanea) invece che nella tensiostruttura di piazza Walther, sindaco, assessore, presidenti di CAI e Alpenverein, coro Rosalpina, ricchi premi e cotillon. “Da un contenitore easy collocato in un luogo centralissimo di Bolzano e che per il suo porsi in maniera così evidente e ingombrante richiamava tanta gente, comunque incuriosita e che entrava proprio per capire cosa veniva proposto all’interno del tendone, adesso sarà sicuramente un pubblico più motivato, più attento alle proposte culturali della città e che arriverà al Museion già consapevole di quello che troverà; chi invece non ne sarà informato speriamo rimanga piacevolmente sorpreso da questa novità. E' una sfida, ma anche una novità per il Museion stesso, che in questa occasione si apre verso la città per far sì che i suoi spazi vengano visitati e vissuti» dice al quotidiano Alto Adige Luana Bisesti, direttore della rassegna. WOW!

ESC_6748-1Bolzano, il Museion

Le caratteristiche della rassegna rimangono immutate, quindi proporremo al pubblico circa un migliaio di novità editoriali da tutto il mondo e che riguardano la montagna a 360 gradi, ma non a caso ho parlato di di sfida perché cambia totalmente l’approccio.”

RIWOW!

Io sono una nota rompiglioni mai contenta, ma mi son portata appresso il mio compagno, molto più disponibile nei confronti del resto del mondo. Approfittando di una presentazione che ci interessava, prevista per la sera nella stessa location, siamo arrivati un paio di ore in anticipo per guardare le proposte librarie. Basteranno due orette per vedere “Guide (escursionistiche, alpinistiche, turistiche, sciistiche e scialpinistiche, ciclistiche e di mountain bike, naturalistico-ambientali, di canyoning), manuali, studi e ricerche (su ambiente, flora, fauna, geologia, mineralogia, speleologia, geografia, cartografia, meteorologia, glaciologia, archeologia, storia, guerra in montagna, economia e fenomeni sociali, politiche ambientali, turismo, arte, artigianato, cinematografia, estetica, etica, etnografia, folclore, medicina, religione, toponomastica, gastronomia, canto popolare), libri fotografici, di storia alpinistica, di spedizioni, di narrativa, cataloghi: sono diverse centinaia i volumi esposti e presentati da 400 case editrici di più di 30 Paesi per questa edizione di MontagnaLibri, panoramica tra le più complete a livello mondiale sui libri di montagna.”?

Altroché! mezz’ora dopo ci stavamo chiedendo: e mo’ quest’ora e mezza che avanza come la riempiamo? Se questa è la panoramica fra le più complete, non c’è moltissimo sull’argomento. Cercavo indicazioni per un libro di geologia: ce n’era mezzo. L’altra metà del libro parlava di leggende (ufffaaaaaaaa!!!). Flora, un paio. Qualcosa in tedesco, inglese, francese… e gli altri 26 paesi? Se c’erano mi sono sfuggiti o avevano una proposta a testa. I soliti bei libri fotografici che costano un botto e mezzo (tutti uguali, come dice con qualche ragione un mio amico bravo pittore e fotografo)… massì qualcosa c’era, un po’ più del solito (un migliaio? boh!), ma gridare d’entusiasmo per la più completa etc, direi, per l’ennesima volta, no.

Qualcosa di molto diverso, invece, l’ho notato: guardare e non comprare. Nel tendone ogni anno una libreria locale curava il banco dei libri in vendita. Ogni volta diverso, secondo le proposte della libreria organizzatrice. Questa volta, niet. Per l’occasione mezzo tavolino nel book-shop del Museion, che non si occupa di montagna ma di editoria d’arte (e di taglieri, sottopiatti, cartoline, bambolotti) e basta. Probabilmente altro non si poteva fare, lo spazio di vendita all’interno della struttura quello era, stop.

Insomma, anche a parere del mio accompagnatore, più fumo che arrosto. Come al solito, d’altronde.

Abbiamo riempito il tempo bevendoci un buon bianco e sfogliando:

Di questo lavoro mi piace tutto”, L’artistica Savigliano Editore, della nostra grande Marzia Verona. Molte storie le avevo lette sul blog, mi è piaciuto tenere in mano il suo libro e ritrovare i suoi ragazzi. E’ sempre brava, vivace e appassionata.

Un bel “Dren-giong. Il primo libro di Fosco Maraini e i ricordi dei suoi amici”, edizione Corbaccio. Ma di Maraini ho “Ore Giapponesi”, parecchio più bello, quindi non ho nemmeno sbavato dalla voglia.

La ragazza del mulo”, di Italo Zandonella Callegher, Mursia editore. Le storie di guerra su per i nostri bricchi mi sono sempre molto piaciute. E il Popera ce l’abbiamo avuto sopra la crapa quest’estate. Comprerò, temo.

Infine ho passato un bel po’ di tempo sull’interessante “Valanga” sottotitolo: “Riconoscere le 10 più importanti situazioni tipo di pericolo valanghe”, di Rudi Mair e Patrick Nairz, Athesia editore. Dal che ho rafforzato la mia convinzione: con pericolo superiore a 2, è molto difficile valutare con sicurezza la possibilità di restarci sotto, soprattutto in un posto nuovo. Le occorrenze segnalate nel testo (non l’ho scorso tutto, però) sono per la maggior parte con pericolo da 3 in su, e con pendii superiori ai 30° di pendenza. Ma ho visto anche segnalati 2 morti con pericolo 2. Non dico caminetto, plaid e gatto sulle ginocchia, ma un bel po’ di prudenza sì.

Nel frattempo, finalmente si è fatta l’ora della presentazione. Della quale mi lamenterò per voi domani :D

venerdì 27 settembre 2013

Quizzino della domenica reloaded

Trova le differenze.

Queste 2 foto sono state scattate al Compatsch, Alpe di Siusi, a distanza di 5 anni l’una dall’altra circa dallo stesso punto d’osservazione. Trovate voi le differenze.

(clic sulla foto per ingrandire)

130923 - schlern

qui, se preferite, le due foto separate:

maggio 2009:

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settembre 2013:

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Di seguito invece differenze se ne vedono meno:

luglio 2009:

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settembre 2013:

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pure qui. Scavi nel 2009…

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altri scavi nel 2013:

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La birra al centro fondo funestata dal chiasso e polverone di 4 camion/betoniere/scavatrici passate a 3 metri dai tavolini nel giro di 15 minuti.

Aggiungo però anche cosa sa essere l’Alpe, quando ci si allontana, parecchio, dal Compatsch:

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(devo ancora a una persona un post sulla vicenda dell’hotel mezdì, della quale al momento non sono aggiornatissima. Mi aggiorno e riferisco!)

Grazie .mau. per il titolo del post che ho scopiazzato dal tuo blog :)

QUI qualche post già pubblicato su questo blog sull’argomento Alpe di Siusi. Si, c’ho la fissa!

domenica 21 luglio 2013

Una banda di idioti (*)

Sono stupidaggini, lo so. C’è “ben altro” per cui scandalizzarsi che per squallidi vandali di piccolissimo cabotaggio. Niente di irrimediabile, non hanno cotto nel forno Picasso o Monet, non hanno cementificato un’altra cima, nessuno si accorgerà del loro sgradevole gesto. Resta l’antipatia per persone che non trovano meglio da fare che rovinare una piccola opera collettiva.

Lungo la strada che porta al Timmelsjoch – Passo Rombo sono stati realizzati alcuni punti informativi, che possono piacere o fare orrore (a me non dispiacciono), che preludono ed accompagnano fino al Museo del passo. Presso uno di questi punti informativi ci sono due pietroni piatti sovrapposti che formano quasi un tavolo della dimensione di poco più di un metro quadrato. Sopra questo tavolo, costruiti da centinaia di mani diverse nel tempo, una miriade di ometti di pietra alti al massimo 30 centimetri. Credo che in pochi, fermandosi a quel tornante, abbiano resistito alla tentazione di porre una pietruzza sopra le altre, di trovare un angolino per dare inizio ad un altro ometto, come per dire: anch’io ero qui.

Entrando nella pancia del punto informativo noto una allegra famigliola tamarra che sta biascicando i suoi panini accanto agli ometti, berciando sguaiata. Quando esco dalla breve visita ai tabelloni i tizi stanno salendo in auto. Al posto loro qualche cartaccia disseminata e la devastazione degli ometti. Nemmeno più uno in piedi. Credo siano bastati pochi secondi per passare una bracciata sulle fragili torrette e buttar giù tutto. Mi sto ancora chiedendo perché. Che gusto ci sarà mai a rovinare per rovinare?

Ometti

Prima (**)

ometti passo Rombo

Dopo

Tutto qui, direte? Sì, tutto qui. Non hanno spaccato gli espositori, non hanno lasciato graffiti sui muri, non hanno cancellato le scritte esplicative (ci aveva già pensato qualcun altro prima di loro, a grattar via parte delle didascalie). Hanno solo fatto diventare un mucchio informe di pietre senza significato quello che anche prima era un mucchio di pietre. Però pieno di significato.

E no, non lo dico com’era targata la loro auto, che a fare di tutte le erbe un fascio e generalizzare si fa molto presto e addossare a un intero popolo la mancanza di rispetto di 4 suoi rappresentanti è una fin troppo facile tentazione.

Ho dato inizio ad altri 5-6 ometti, per far capire a chi passerà in futuro cos’era quell’ammasso amorfo di sassi e magari stimolarne la rinascita.

PS: qualcuno si immagina cosa potrebbe succedere se a queste brave persone venisse in mente di fare un giretto agli Stoanerne Mandln di Sarentino? Brrrr!

cit. (*)

(**) immagine poco chiara estrapolata da una ripresa con la GoPro. Avessi saputo come l’avrei trovato poco dopo, avrei scattato con la Nikon

sabato 20 luglio 2013

Latemar un anno dopo

In Latemar c’è ancora neve. Non tantissima, ma qualche chiazza anche in posti dove, a questa stagione, non ricordo di averne viste mai.

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fine giugno 2012 14 luglio 2013

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idem
Il mitico, azzurrissimo, piccolo specchio d’acqua verso la forcella dei camosci è sepolto sotto la neve e anche il tratto di sentiero che lo supera (se ne intravede la traccia sulla destra nella prima delle due fotografie qui sopra) è ben innevato.

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come sopra

Anche il grande anfiteatro, rivolto a est sud est, ha ancora molte chiazze bianchissime. Molti fiori, compresi quelli primaverili: soldanelle, geum, interi costoni rossi di rododendri.

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geum e rododendri

(Anche un mare di escursionisti, a dirla tutta: il pegno che si paga ad andare di domenica :S)

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CAI di Camisano vicentino
E per l’ennesima volta, al grido di “però oggi stiamo attenti e non scendiamo per la direttissima che è tutto uno sfasciume e par di avere i roller ai piedi”, arrivati al bivio fatidico, l’amico che ci precedeva non ha capito un piffero e non solo ha preso la direttissima ma ha pure sbagliato e si è scapicollato giù per uno sgrebeno che ha definito, bontà sua, “impegnativo”.

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martedì 9 luglio 2013

Gli eremiti della montagna

vallagaFlaggerschartenhütte – Rifugio forcella Vallaga (Alpi Sarentine)

Ho trovato in rete, sul sito Fortezza open Archive, la copia di un articolo a firma Grazia Negro pubblicato sul defunto quotidiano “Mattino dell’Alto Adige” il 19 ottobre 1989. E’ il resoconto di una chiacchierata con una collaboratrice degli allora gestori del rifugio Forcella Vallaga Giovanna e Mario Coccia, che mi piace riproporre ai miei 15 lettori.

Negli anni il rifugio, proprietà del CAI di Fortezza, ha superato diverse difficoltà di gestione, un anno è addirittura rimasto chiuso, costringendo gli escursionisti impegnati nello splendido trekking “ferro di cavallo” (comprese le due spatuzze, ovvero mia sorella Val e la sottoscritta) a sobbarcarsi un bel po’ di dislivello per scendere a dormire in valle e risalire il giorno appresso. Da qualche anno è gestito da Manfred Niederkofler e pare abbia ritrovato l’equilibrio.

“Gli «eremiti della montagna» al servizio degli alpinisti

Quant'è aspra e ingrata
la gestione di un rifugio!

Il racconto d' un'esperienza al « Vallaga»

Nella nostra zona di confine i coniugi Giovanna e Mario Coccia sono gli unici gestori italiani di un rifugio. I problemi dei collegamenti e dei rifornimenti. La riscoperta di una diversa “dimensione” della vita.

Può risultare difficile spiegare il valore di un'esperienza che esula dai canoni del “tutto subito senza fatica”, tipici del nostro tempo; altrettanto problematico spiegare agli altri, ma prima di tutto a sé stessi, le motivazioni che conducono a questo tipo di scelta, che sono un condensato di un bisogno fisico di stare nella natura, di un tentativo di riscoprire la dimensione manuale della vita, della necessita di chiarire la direzione della propria esistenza, al di fuori di qualsiasi condizionamento passibile. Lesperienza a cui mi riferisco, vissuta da me in prima persona quest'estate, è la vita e il lavoro in un rifugio alpino, il rifugio Vallaga del CAI di Fortezza, che si trova a quota 2481 m. nel Monti Sarentini. L'atmosfera dei monti che circondano il rifugio è impervia e selvaggia, quasi incontaminata e l'abitato si inserisce bene in questo contesto, anche grazie al suo raggiungimento non proprio agevole: (5/6 ore da Mezzaselva; 2 ore da Valdurna; 4 ore da Passo Pennes; 4/5 ore dal rifugio Croce di Latzfons)

La giornata comincia presto per i gestori, i signori Coccia di Bressanone: la signora Giovanna deve riscaldare la Stube, preparare la colazione e i successivi pasti. Il signor Mario deve provvedere al funzionamento di tutte le macchi­ne del rifugio (gruppo elettrogeno, pompa dell'acqua ecc.) Per me ed Evi, l'altra ragazza tuttofare, la sveglia suona alle sette, solo raramente prima; dopo un ascolto veloce delle notizie e del bollettino del tempo alla radio, l'unico, mezzo di contatto, insieme ai Gäste, con il mondo, passiamo a servire le colazioni, a rassettare la cucina e la Stube, i bagni, infine le camere e il Lager. Questi lavori ci occupano fino a metà mattinata; segue la merenda e poi un po' di tempo libero da sfruttare per la lettura o per qualche passeggiata nei dintorni.

L'arrivo di qualche montanaro mattiniero può però far saltare questa pausa e costringerci ad attivare la cucina, con gli ottimi minestroni, canederli e gulasch della signora Giovanna, già alle 10 di mattina!

Fino a pomeriggio inoltrato si servono i pasti e le bibite e se va bene, prima della cena, c'è tempo per un altro stacco. La gioia più grande consiste nel finire tutti i lavori la sera e potersi sedere al tavolo e fare una partita a carte.

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Interni del rifugio

Riuscire a leggere un giornale, magari di due o tre giorni prima; vedere Aldo e Franco che ogni settimana portano a spalla tutti i viveri deperibili, (pane, verdura, carne ecc.) e anche qualche messaggio da casa, qualche lettera o qualche alimentare di "lusso" (frutta, yoghurt ecc.); mangiare un gelato portatoci in via eccezionale da Otello o uno yoghurt particolare, promesso e poi infilato nello zaino da Günther; scendere un giorno di brutto tempo di corsa a Valdurna e ritornare dopo aver fatto cinque o sei telefonate; la visita di qualche amico: tutti questi eventi per me costituiscono una festa.

Altrettanto bello e importante è scappare, appena posso, nella natura, nel suo silenzio, sulla Cima di S. Giacomo o sul Corno di Tramin, o anche solo ai laghetti intorno al rifugio; contemplare lo spettacolo della luna piena che sorge, riuscire a fare colazione, ancora assonnata, all'aperto, pensare a Bressanone ed immaginarla oltre ai monti. L'atmosfera famigliare ed accogliente che i gestori imprimono al rifugio, le chiacchierate con i Gäste, simpatici e solo assai raramente poco disponibili, alleviano la fatica fisica, che a volte si sente di più, specialmente nei giorni di festa e fanno arrivare presto la sera, le ultime canzoni ascoltate con il Walkman prima di addormentarsi.

La scansione lunga e dilatata del tempo, e non stressante come a valle, la rivalutazione delle piccole comodità quotidiane, che l'altitudine fa cadere nelle dimenticanze, l'importanza dei contatti umani e dei piccoli gesti, la bellezza sempre nuova della natura e la sua completezza rispetto ai nostri vuoti, questi, credo, gli elementi della lezione di vita che ho appreso e che consiglierei a tutti.”

Chiedo venia per i refusi, anche il miglior OCR si incasina con l’immagine spiegazzata di un articolo di giornale!

articolo vallaga

(Dal racconto di Grazia Negro non pare di scorgere una vita “aspra e ingrata”, sebbene non comoda: anzi lei sembra contenta dell’esperienza. A meno che non manchi all’articolo qualche chiosa dei gestori pubblicata a parte).

sabato 29 giugno 2013

Coccodrilli tardivi

Libera scienza in libero statoMargherita Hack

Libera scienza in libero stato

Editore
Rizzoli  (collana Saggi italiani)

Anno 2010
ISBN 9788817046138

“Da qualche anno si fa un gran parlare di «innovazione», magica parola che dovrebbe permettere ai Paesi del mondo industrializzato di reggere la concorrenza dei Paesi emergenti, che producono le stesse cose a prezzi enormemente inferiori. Innovazione significa dunque immaginare nuovi modi di produrre le stesse cose a minor costo, oppure inventare nuovi prodotti, dai più complessi ai più semplici, che in qualche maniera facilitino la nostra vita quotidiana in casa o sul lavoro, o macchine o utensili più facili da usare di quelli esistenti, o creare marchingegni e renderli indispensabili.

Innovazione significa anche utilizzare le conoscenze sul funzionamento del nostro corpo per vivere meglio e in miglior salute, e soprattutto trovare il modo di debellare tante malattie ancora oggi inguaribili. Basta pensare a quali e quanti sono stati i progressi della medicina nel corso di questi ultimi cento anni.

Perciò l'innovazione è frutto della tecnologia e la tecnologia è frutto della ricerca applicata, la quale a sua volta deriva dalla ricerca di base: la ricerca, cioè, che non si pone problemi di applicazioni pratiche, ma si occupa solo di scoprire le leggi che regolano l'universo, il nostro pianeta, il nostro corpo, la ricerca che soddisfa la curiosità e insegue la conoscenza per la conoscenza.

Allora perché in Italia si dà così poca importanza alla ricerca scientifica? Quando si parla di innovazione lo si fa sempre a vanvera. Invece l'interesse per la scienza e le sue applicazioni dovrebbe essere inculcato nei bambini già dalle prime classi elementari.

Disinteresse per la scienza significa anche e soprattutto disinteresse per la cultura, per la scuola di ogni ordine e grado, che è quella che dovrebbe «nutrire» i cervelli di ogni cittadino.

[...]

Il semianalfabetismo o addirittura analfabetismo scientifico spiegano tante paure irrazionali e la credulità in pseudoscienze come l'astrologia, il paranormale, il creazionismo. La scarsa considerazione che la nostra classe politica e in particolare quella più recente riserva all'istruzione, all'università e alla ricerca è la conseguenza del basso livello culturale della gran maggioranza degli eletti in Parlamento.

[…]

Come se non bastasse, anche il papa si permette di accusare gli scienziati di essere arroganti e avidi: «La scienza moderna a volte segue solo il facile guadagno e tenta di sostituirsi al Creatore con arroganza, senza essere in grado di elaborare principi etici, mettendo in grave pericolo la stessa umanità».

E, dati alla mano, gli scienziati italiani proprio non si meritano queste accuse: a più di trent'anni un ricercatore arriva a uno stipendio di poco superiore ai 1000 euro al mese, e un professore ordinario alla fine della carriera non supera gli 80.000 euro lordi all'anno. Questo in moneta sonante è il valore che l'Italia riconosce alla cultura, alla ricerca e alla tanto celebrata innovazione che evidentemente riempie le bocche ma non le tasche.

[…]

Ma l'ingerenza della Chiesa sulla scienza non è finita. Se si guarda bene dall'intervenire sulle ricerche di pertinenza delle scienze abiologiche come la fisica o la matematica, ben diverso è il caso che riguarda le scienze biologiche, o scienze della vita. Esempi recenti sono le pressioni su deputati e senatori che per la loro ignoranza scientifica hanno partorito la vergognosa legge 40 sulla fecondazione assistita, gli ostacoli posti al testamento biologico, cioè la dichiarazione consapevole di non volersi sottoporre all'accanimento terapeutico, l'impossibilità per un malato terminale di ottenere l'eutanasia, per non parlare poi degli ostacoli posti alla stesura di una legge per i diritti delle coppie di fatto, sia etero sia omosessuali. Insomma la scienza è umiliata dalla politica, che a sua volta è succube del Vaticano.

[…]

Nel giugno 2005 c'è il referendum per ottenere l'abrogazione della famigerata legge 40 del 19 febbraio 2004, che limita l'accesso alle tecniche di inseminazione artificiale alle sole coppie sterili, non consente la fecondazione eterologa (l'impiego di gameti da parte di terze persone), non consente la crioconservazione (il congelamento degli embrioni), vieta qualsiasi sperimentazione sulle cellule staminali embrionali, anche soprannumerarie e congelate - ricerche che potrebbero permettere la guarigione da malattie ancora oggi inguaribili - e soprattutto vieta la diagnosi preimpianto. Così portatori sani di malattie, per esempio l'anemia mediterranea, non possono accertarsi che l'embrione da impiantare sia sano e rischiano di mettere al mondo un bambino che avrà una vita d'inferno, oppure la donna si troverà costretta ad abortire. E qui si tocca il culmine dell'assurdità: l'embrione, che ha l'anima, deve comunque essere impiantato, casomai se il feto è malato si ricorre all'aborto. Quindi l'anima dell'embrione è più importante di quella del feto. Inoltre impone alla donna l'impianto di tutti gli embrioni ottenuti, senza che abbia la libertà di interrompere il trattamento.

Il referendum non raggiunge il quorum del 50 per cento più uno dei votanti. Solo il 25,9 per cento si reca alle urne, sia per l'aperta e martellante propaganda della Chiesa sull'astensione, sia per la mancanza di informazione, chiara e semplice, sugli scopi del referendum da parte dei vari canali televisivi, quasi tutti asserviti al potere politico.

[…]

Qualche ripensamento da parte della Chiesa per non ripetere casi analoghi a quello di Galileo arriva nel luglio 2009 da parte di monsignor Sergio Pagano, capo dell'Archivio segreto: «Il caso Galileo insegna alla Chiesa ad accostarsi ai problemi scientifici con molta umiltà e circospezione, fossero anche quelli legati alla più moderna ricerca sulle cellule staminali».

Ma il governo è più papista del papa perché finanzia soltanto i progetti in cui si usano cellule staminali adulte, sebbene gli studi sulle cellule staminali embrionali siano legali purché «la distruzione degli embrioni non avvenga in Italia e le cellule siano importate dall'estero». Un bell'esempio di ipocrisia!

Margherita Hack

martedì 25 giugno 2013

Ci si chiede sempre perché

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Königspitze - Gran Zebrù

Anche sul N.G. it.sport.montagna (sì, esiste ancora, e qualcuno ancora ci scrive) ci si sta chiedendo “perché?”. Fatalità, errore, imprudenza, poca preparazione, sfiga? Difficile parlare seduti in poltrona. Luigi Ruggera ha raccolto per il “Corriere dell’Alto Adige” (che non posso linkare perché non c’è on line) la testimonianza di chi li ha visti volare, Fabio Lenti, guida alpina:

«Nella cordata davanti a quella dei tre ragazzi altoatesini c'era anche un istruttore del Cai, che li aveva avvisati: tornate indietro, è pericoloso. Ma loro purtroppo non hanno seguito il consiglio e, poco dopo, sono precipitati. All'istruttore del Cai che li aveva avvisati — continua Lenti — hanno risposto che per loro non c'era alcun problema ed hanno quindi proseguito. Poco dopo, si è verificato il tragico incidente: li ho visti precipitare. Avevano sottovalutato la situazione del manto nevoso: pensavano, probabilmente, che la neve fosse molle e che quindi, anche in caso di caduta, sarebbero riusciti a fermarsi. Ma così non è stato perché in quel tratto il pendio è molto ripido, fino a 45 gradi. Nei pressi del collo di bottiglia, in effetti, la loro caduta si era rallentata, ma non sono comunque riusciti a fermarsi ed hanno poi fatto il salto della parete, precipitando nel vuoto».

Lorenzo Zampatti, Presidente CNSAS Alto Adige, intervistato per  la stessa testata da Federico Mele, risponde fra l’altro:

«Sicuramente si tratta di una coincidenza, anche se è inevitabile pensare che qualche errore è stato commesso, in entrambi i casi. Per il primo incidente so che ci sono testimoni, e hanno confermato che i tre alpinisti erano legati tra loro senza però, come si dice in gergo, "fare sicurezza" a terra. Per quanto riguarda invece il secondo incidente, quello del primo pomeriggio, la dinamica non è ancora molto chiara, anche se è molto probabile che sia accaduta la stessa cosa. Ed è inevitabile che affrontando la salita in questo modo, basta la caduta di uno, per trascinare giù anche gli altri».

Sul quotidiano Alto Adige a parlare invece è Christian Knoll, del Soccorso Alpino di Sulden – Solda, che ha partecipato alla spedizione di recupero degli alpinisti:

«Con la stagione avanzata, normalmente chi scivola lungo il pendio sommitale è in grado di fermarsi ai suoi piedi, dove c’è una specie di catino circondato da roccette - spiega Knoll –ma in questo periodo c’è ancora molta neve, il catino è coperto e il pendio si trasforma in una sorta di trampolino di lancio verso il vuoto.
Non si può dire che gli alpinisti morti ieri siano andati incontro al loro destino da sprovveduti, tutti erano perfettamente equipaggiati, al termine della caduta indossavano ancora i ramponi - continua – il problema è che la neve può diventare instabile, basta poco a metterla in movimento e quando parte un membro della cordata, soprattutto se è il primo, c’è il rischio concreto che porti con sè anche i compagni
»

375px-Reinhold_Messner_at_Juval_(2012)Reinhold Messner (Autore Vale93b Fonte Wikimedia Commons, licenza Creative Commons 3.0)

E poi arriva Messner a dire la sua, sempre per L’Alto Adige, a Massimiliano Bona:

«Quello è un posto pericoloso, negli ultimi anni quasi maledetto, e se non ci sono le condizioni bisogna avere il coraggio di tornare indietro». Racconta di essere tornato indietro, nello stesso posto, con condizioni simili e di non essersi vergognato: «In questi casi bisogna pensare che la montagna resta e l'esperienza che un alpinista fa a tornare indietro è probabilmente più importante e formativa di quella che avrebbe fatto a raggiungere la vetta. In cima non c’è nessuno a darti la medaglia»

ortles

L’Ortler – Ortles

Aggiunge poi con un certo cinismo: «Non ho problemi a dire che chi affronterà questa mattina* la parete Nord dell'Ortles, e scommetto che saranno in tanti, è uno stupido. Ma veramente stupido. Il rischio che cadano dei seracchi, dei blocchi di ghiaccio, è molto elevato. Può accadere tre volte alla settimana o tre volte in un mese in questo periodo ma il rischio c'è. Fosse per me impedirei anche ai più esperti di salire: metterei un divieto di transito in alta quota.

Età, forma fisica, esperienza e conoscenza del territorio sono fondamentali. Chi sale tardi in questo periodo non ha la testa a posto». «Con questo caldo non gela più la notte e gli alpinisti non hanno sotto i piedi uno strato compatto. Il primo che cade, poi, trascina gli altri a valle con le tragiche conseguenze di ieri sul Gran Zebrù».

Aggiunge ancora Messner: «Io con questo caldo non andrei a fare una salita sul Gran Zebrù. Gli escursionisti esperti lo dovrebbero sapere». […] «Anche la via normale è molto pericolosa con le alte temperature e se l’inverno ha portato tanta neve. Io penso, ma non posso dimostrarlo, perché non sono salito, che nella zona dell’incidente sia caduta una valanga di neve bagnata. Con le attuali temperature la neve non riesce a solidificarsi creando così una situazione di forte pericolo. La neve bagnata tende a scivolare» […] «anche avere la piccozza non garantisce sufficiente sicurezza».

Fatalità, errore, imprudenza, sfiga? Tutto insieme, forse. Resta il rimpianto di 6 giovani morti, di famiglie distrutte, di bimbetti che si chiederanno per sempre “perché”.

Chissà almeno se il prossimo we qualcuno farà tesoro di questa tragedia e ci informerà meglio sulle condizioni.

* lunedì mattina

lunedì 24 giugno 2013

Un inverno che non finisce mai

Ieri, 23 giugno, a quest’ora a Bolzano c’erano 33°C, oggi ce ne sono 13 sul mio balcone.

Un po’ di immagini rubate alle webcam qui attorno:

alpe di siusi (2)

alpe di siusi

Seiseralm – Alpe di Siusi

odle

Ai piedi delle Odle

bletterbach

Bletterbach

5torri

5 Torri. Qui, adesso, sta ancora nevicando.

Ieri c’è stata l’inaugurazione della stagione estiva nei rifugi. Oggi neve fino a 1400 metri, 25° di escursione termica, di nuovo inverno.

Chissà perché il mio orto non si decide a far bene, quest’anno! :S

Come sei bella!

E come sei pericolosa :(

GranZebru

Königspitze -  Gran Zebrù

Wolfgang, Matthias e Jan; Matteo, Michele, Daniele.

mercoledì 19 giugno 2013

Michil vi racconta il passo Sella

passo sella 

Sellajoch - Passo Sella

Questo articolo è comparso sul quotidiano Alto Adige il giorno 12/06/2013 a firma Michil Costa, albergatore della val Badia ed esponente dei Verdi altoatesini.

Si può leggere sul blog dell’autore in formato jpg. Sul quotidiano on line non riesco a localizzarlo, ed è un peccato non si trovi tramite google. Quindi eccolo qui, più comodo da leggere ed indicizzato, più o meno d’accordo che si sia:

VI RACCONTO IL PASSO SELLA E CAPIRETE

L'estate è alle porte e la solita ridda di voci - promesse, chiacchiere e polemiche - è tornata ad accendere la "rissa" sui passi dolomitici, alla quale il sottoscritto e la sua categoria assistono ormai da anni, nella speranza di fare affari d'oro, nonostante la crisi infinita. E cosa facciamo, per riconquistare i turisti dei bei tempi? Offriamo spettacoli come quello del rifugio in cima al passo Sella, ai piedi del Sassolungo. La scena classica, in un giorno di stagione, merita di essere descritta. I pensionati tedeschi che scendono dai pullman, estasiati dal volo dei parapendii. Le auto sportive richiamate fin lassù da un raduno che strombazzano allegre con i loro vecchi clacson. Ex giovani con le loro icone rock stampate sulle magliette e i giubbotti di pelle con teschi e catene, un po' immusoniti perché nessuno ammira le loro motociclette cromate. I ciclisti che camminano in punta di piedi sulle loro scarpette, spingendo le loro specialissime, cercando di sfuggire a quel caos di individui e veicoli. Gli alpinisti che ripongono corde e moschettoni nelle loro auto, per loro la giornata sportiva volge già al termine. Una lunga colonna di vetture sale dal versante gardenese, dall'altra parte giunge invece il rombo di potentissime moto sportive, rumori amplificati dalle torri del Sella, paradiso per gli scalatori di mezzo mondo.

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Tramonto autunnale sul Sellagruppe - gruppo del Sella

Ma un mio amico, guida alpina, mi ha detto che i suoi clienti non li porta più ad arrampicare su quelle placche. Perché non ci sente più: a causa di quel rumore, la guida non riesce più a comunicare con i propri allievi. Ecco, adesso direte che - come al solito - ho esagerato. Ma questa scena rispecchia comunque quello che sono diventati i nostri passi, centri commerciali della montagna, che non hanno nulla da invidiare a Disneyworld. Per fortuna non è sempre così. Fuori stagione vi regna la pace. Non c'è un'anima. Strano, vero? Non sono le montagne più belle del mondo? E allora, mi chiedo io, perché non proviamo "valorizzarli" - come si dice al giorno d'oggi - questi luoghi? Perché non li facciamo tornare i posti unici che sono, una meta da raggiungere, un'avventura che non può essere consumata in tre minuti ma va vissuta fino in fondo, con l'energia e la calma, per tutto il corso dell'anno? Ai miei colleghi che sperano di tornare a fare affari dico che il turismo di qualità sarà sempre più legato a tre fattori: natura, cultura, individualità. I passi dolomitici, oggi, sono natura. Punto.

sassolungo

Langkofel - Sassolungo dal Sellajoch - passo Sella

E allora perché non farli diventare anche un traguardo a cui ambire? Come? Chiudendoli al traffico motorizzato a fasce orarie. Lanciando una straordinaria operazione di marketing. Adottando anche d'estate il modello invernale del Dolomiti Superski, garantendo la mobilità con gli shuttle e l'apertura estiva degli impianti di risalita, pubblicizzando le Dolomiti Unesco per quello che sono veramente: un'area tutelata da vivere fino in fondo, senza queste scene da Disneyworld, ma con la fatica che diventa bellezza. Puntando, ad esempio, su quello che è un trend ormai affermato: i ciclisti. Per gli appassionati della bicicletta pedalare qui, liberi dall'inquinamento acustico e atmosferico, è una cosa straordinaria, come arrivare in cima a El Capitan per uno scalatore. Un'esperienza unica. Assieme a loro, possiamo puntare anche sui giovani che stanno riscoprendo la montagna, sugli anziani che potranno godersi il volo dei parapendii senza temere di essere investiti da un motociclista che ha come unico anelito quello della velocità. Per i raduni di auto storiche dovrebbero essere necessari dei permessi speciali: le guide alpine ringrazierebbero e tornerebbero a portare i loro clienti sulle torri del Sella. Io ne sono convinto: ci guadagneremmo tutti, non solo la mia categoria. In termini economici e di qualità della vita.”