domenica 5 febbraio 2012

Storie dalla mangiatoia

- Chi diavolo c’è sulla MIA mangiatoia?

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- Ehi, verdone, aria, che adesso mangio io!

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- Ma sei un brutto prepotente, merlo, lasciami finire no?

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- Finire un accidente sbarbo, porta via da qui le tue piume pulciose, chiaro?

- Ma tu guarda questo grandissimo arrogante! Vado, vado, sei un bel po’ più grosso di me (e a dirla tutta mi sono già rimpinzato per bene).

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- Ma ci si rivede, vecchia cornacchia, sappilo!

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- Si si, intanto sgomma nanerottolo, poi vedremo

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- Oh, finalmente si mangia in pace! Chi ha autorizzato questi tamarri a venire in questa mensa? Dove andremo a finire? Dovrò protestare in direzione, altroché!

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Personaggi e interpreti:

- Generale Diaz il merlo penna bianca

- Verdi il verdone

Location: la Mangiatoia

Fotogrammi estrapolati dalle riprese eseguite con la magica e divertente GoPro Hero2, alla quale non metto il link per non fare (troppa) pubblicità.

martedì 24 gennaio 2012

Guido Rossa, alpinista, operaio, compagno

Il 24 gennaio 1979 le Brigate Rosse uccidono a Genova il delegato sindacale Italsider Guido Rossa.

Guido Rossa

Guido Rossa, annuario 2004 CAI Bolzaneto, negativo F. Jöchler. Fonte unfinished, il bel sito di Andrea Corradi.

Forse è stato l’inizio della fine delle Brigate Rosse.

Mi pare importante ricordarlo, in questi tempi cupi in cui il sindacato si dibatte per trovare forza nella voce e cercare di salvare qualcuno dei diritti che stiamo quotidianamente perdendo.

Molto bello il post di Andrea Corradi, al quale indirizzo chi mi sta leggendo: non saprei ne avrei modo di scriverne meglio né più diffusamente.

mercoledì 21 dicembre 2011

Walter e Rossana

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Rossana Podestà e Walter Bonatti in Etiopia nel 2010 (archivio Bonatti; fonte, Epoca, numero monografico del 16 novembre 2011)

Per farmi perdonare di aver onorato con grandissimo ritardo una promessa fatta a Enrica qualche post addietro, violando una marea di diritti pubblico ampli stralci dell’intervista di Emanuele Farneti a Rossana Podestà comparsa sul numero di Epoca dedicato alla figura di Walter Bonatti.

«Ero lì che l'aspettavo ai piedi dell'Ara Coeli, 2 giugno 1981. Ero preoccupata, il tempo passa­va e lui non arrivava più. Ricordo che in quegli anni la zona di notte era mal frequentata e infatti un vecchietto, vedendomi lì in piedi da sola, ha pensato facessi il mestiere e mi ha detto: "Eh no, mo' pure de giorno!". Dovevamo incontrarci alle undici, l'ho aspettato fino alle due del pomeriggio. Poi giro l'angolo e lui è lì, che cerca di convincere i vigili a non portargli via la macchina. Gli avevo detto Ara Coeli, e lui aveva capito Altare della Patria. Siamo stati per ore ad aspet­tarci a distanza di un angolo, come due cretini. Allora gli sono corsa incontro e gli ho detto: "Ma che esploratore sei? Se non mi trovi almeno cercami!"».

«È la prima volta che lo vedo. Salgo in macchina e mi accorgo che guida con due dita sul volante. Penso: ma­gari le altre le ha perse sul K2. Poi frena di colpo, ché mi stava guardando e rischiava di finire in un tram, disten­de la mano e vedo che ci sono tutte e dieci. Meno male, mi dico. Sul sedile posteriore aveva di tutto: corde, ramponi, chiodi da roccia. E carta igienica, che usava per scriverci sopra».

«Le spiego. Dopo oltre vent'anni Walter aveva da poco concluso la sua collaborazione con Epoca, e non era di certo ricco. Alcuni amici gli avevano segnalato una mia intervista in cui dicevo che, se mi fossi trovata su un'i­sola deserta, avrei voluto andarci con lui. Mi aveva scritto una lettera: "Allora quando partiamo?". Così gli avevo mandato il mio numero di telefono. Mi chiama un giorno di fine maggio all'Argentario, dice che potrebbe venire a ottobre. Attacco e penso: be', allora non gli in­teresso poi molto. Un'ora dopo richiama: "Verrei a inizio settembre". La sera chiama ancora e mi dice: "Vengo dopodomani". Ho scoperto in seguito che stava tentan­do di organizzare una conferenza e una scalata lungo la strada per pagarsi la trasferta, per questo quel giorno aveva in auto la sua attrezzatura. Pensava che come at­trice avessi chissà quale tenore di vita ed era preoccupato di dovermi portare fuori a pranzo in un bel posto. Finimmo in un ristorante di piazza del Popolo, e non ci lasciammo più».

Che cosa porta un esploratore nella vita di una diva?

«Un meraviglioso cambiamento, e per certi versi un ritorno. Io e la mia famiglia ce ne siamo andati da Tri­poli che avevo 6 anni, con solo una valigia da 15 chili e pochi soldi in tasca. Sono stata una bambina selvaggia a Fiascherino, non andavo a scuola, uscivo da sola con la mia barchetta, pescavo e crescevo così. Diciamo insom­ma che l'avventura non mi ha trovata impreparata. Ho fatto l'attrice per guadagnare due lire, ma la mia vita vera stava altrove».

Così è cominciata l'avventura.

«Walter voleva iniziare la nostra vita assieme facen­domi conoscere le sue montagne, i suoi sentieri. Così partiamo dalla catena del Bianco, mi porta a vedere la Mer de Glace, il Capucin, il Dru: i luoghi delle sue gran­di imprese. Abbiamo con noi la tenda per stare fuori quattro giorni. Camminiamo coi ramponi tra crepacci profondi 80 metri, quando vediamo salire una tempe­sta. Inizia a nevicare prima che noi si finisca di piantare i picchetti. Siamo rimasti chiusi dentro la tenda per 3 giorni e 3 notti. Il terzo giorno Walter mette la testa fuori, annusa il vento e mi dice: "Scappa via, veloce!". Inizio a correre scalza, facciamo appena in tempo ad allontanarci di qualche centinaio di metri quando cade una valanga proprio sulla nostra tenda. Sei o sette mi­nuti più tardi e non ci saremmo stati più».

«Dopo due anni assieme ha voluto portarmi in Pata­gonia, perché era il reportage di Epoca che mi aveva più emozionato da lettrice. Atterrammo a Comodoro Riva­davia e ci inoltrammo nella prateria. La vista di quell'in­finito mi fece capire che la nostra sarebbe stata un'av­ventura meravigliosa. Costeggiammo le Ande fino alla Terra del Fuoco, fermandoci a vedere le valli che non conosceva, cavalcando e restando per settimane intere nei luoghi che più ci piacevano».

E l'ultimo viaggio?

«L'anno scorso, a Gilf el Kebir in Egitto, dove abbiamo trovato degli agglomerati di roccia trasparente vecchi 30 milioni di anni e mari di sabbia disposta a onde e leggende di un esercito perduto che vagò per 20 giorni senza incontrare nessuna forma di vita né animale né vegetale. Walter disse che era il deserto più bello della sua vita. Era molto stanco, iniziava a stare male»

La storia della malattia di Bonatti è nota: un tumore (al pancreas) che esplode in pochi mesi, lei che prende la decisione coraggiosa e terribile di non dirgli nulla della malattia per far sì che possa vivere la sua vita fino in fondo, l'estate all'Argentario, gli ultimi bagni. Il 12 settembre non respira quasi più, deve essere ricoverato. Lo porta di corsa a Roma, al Gemelli hanno posto solo in corsia, per avere una stanza in cui stargli vicino deve ripiegare su una clinica privata. Dove la situazione sfug­ge di mano, l'ossigeno scappa via, i medici rifiutano la morfina e, utilizzando come pretesto il fatto che i due non sono sposati, la allontanano dal capezzale, si accaniscono nella terapia. Strappando così a Bonatti il conforto della sua compagna negli ultimi istanti di vita, ne­gandogli il diritto di andarsene con qualcuno che ti tiene la mano e ti dice che non sei solo, che non lo sarai mai.

«Ricordo che quando si arrabbiava faceva paura, gli dicevo sempre che gli venivano gli occhi da leone. Ecco, da dietro il vetro di quella stanza vedevo i medici che cercavano di forzargli il respiratore, e in realtà lo soffo­cavano, e dovevano tenerlo fermo in quattro perché aveva trovato ancora un po' di forza, come quel giorno sul Colorado. E, anche se non dimenticherò mai la violenza che ci hanno fatto, ricorderò anche quanto in quei mo­menti sono stata orgogliosa di lui, di quella luce antica che gli ho visto ancora una volta negli occhi».

Cosa è successo dopo?

«Mi hanno chiamata dentro dicendomi che aveva avu­to un attacco cardiaco. Il medico stava dietro le sue spal­le e provava a farlo respirare ancora con un palloncino. Gli ho detto: "Guardi che è morto". Allora lui si è seduto al tavolino e senza dirmi una sola parola di conforto ha preso la penna e mi ha chiesto: "Bonatti si scrive con una o due T?"».

Quando ormai è scesa la sera sul casale di Dubino Ros­sana Podestà sorride.

«Quanto mi piace qui. È la primavera casa di Walter, e per questo non la lascerò mai. È esposta a sud, vedi il sole tutto il giorno e fino a tardi, la sera».

Emanuele Farneti

 

Non esistono “tue” montagne ma esistono tue esperienze. Sulle montagne che hai scalato possono salirci altri, ma le tue esperienze non te le piglierà più nessuno"
Walter Bonatti

martedì 29 novembre 2011

E’ morto un giusto

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(foto AAD)

A soli 51 anni se n’è andato Michele Nardin, anestesista del pronto soccorso dell’ospedale S.Maurizio di Bolzano, alpinista, cofondatore e direttore sanitario dell'Aiut Alpin Dolomites, il soccorso alpino dell’area delle Dolomiti. Chissà quante volte ci è volato sopra la testa, chissà quante volte l’abbiamo visto in azione.

Gli dobbiamo tutti qualcosa.

Il funerale si svolgerà giovedì 1 dicembre alle ore 16.00 presso la chiesa di Appiano / S. Michele.

lunedì 28 novembre 2011

Sul cucuzzolo della montagna…

… “con la neve alta così” cantava Rita Pavone ai tempi.


Qui, se non cambia qualcosa, la neve alta così ce la sogniamo e “nella valle noi NON scenderemo con ai piedi un paio di sci”.

Non piove né tantomeno nevica, l’inversione termica impedisce ai cannoni sparaneve di funzionare, sulle piste crescono le margherite.

Secondo una ricerca effettuata dall’Eurac, la temperatura media in Alto Adige è aumentata di un grado e mezzo negli ultimi trent'anni, due nell’ultimo secolo, molto di più rispetto alla media  europea. E le previsioni non sono per nulla tranquillizzanti: per il 2050 è previsto un ulteriore aumento della temperatura media di almeno 1,2 gradi centigradi, fino a 2.7°.

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Queste sopra sono le Odle (Col Raiser, Seceda, per capirsi) pochi giorni fa, con un aspetto ancora splendidamente autunnale. In basso a sinistra si intravede un mucchietto di neve sparata accanto ad un impianto. Carezza rinvia le gare di coppa del mondo di snowboard e di biathlon, con la perdita economica che possiamo immaginare.

Aperti i mercatini, anche gli impiantisti pensavano di aprire la stagione in Dolomiti: anche in questo caso, pive nel sacco:

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questa la webcam sul Sassolungo dell’altro ieri.

Se le Dolomiti piangono, l’Austria non ride:

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questa qui sopra la situazione a Seefeld (fonte Repubblica on line).

Se gli escursionisti godono di queste domeniche limpide e tiepide, l’economia della regione, basata per gran parte sul turismo dello sci, si sta seriamente preoccupando. E quindi a me viene da chiedere: con queste previsioni ha senso investire capitali enormi per ampliare piste, incrementare la portata degli impianti, collegare comprensori, costruire bacini artificiali per l’innevamento programmato quando si parla già oggi di penuria idrica, con lo 0 termico che insiste fisso sopra i 2.800 metri di quota e puntare ancora e ancora sullo sci?

Forse ha senso: tanto se gli impiantisti vanno in rosso pagherà come sempre Giovannino, inteso per mamma Provincia, che alla fine siamo sempre noi.

mercoledì 23 novembre 2011

Corri in edicola!

Faccio il verso alle pubblicità radiofoniche, per segnalare questa uscita:

Chi ha letto “Un mondo perduto” ci troverà le fotografie a colori che nel libro mancano e un po’ di storie di montagna; chi non l’ha letto, il racconto di alcune delle sue avventure in stralci di articoli da lui scritti per la rivista; chi ricorda “Epoca” dei bei tempi avrà qualche attacco di nostalgia, chi si è sempre domandato come diavolo facesse a pubblicare le foto di sé stesso se era in giro da solo, avrà la risposta e chi si chiedeva cosa diavolo ci fosse nel suo zaino, pure.

Ci sono le foto di Bonatti prima di essere Bonatti e una bella intervista a Rossana Podestà, trattata dalla burocrazia sanitaria con il disprezzo e l’indifferenza che non si usa più nemmeno per una cortigiana.

Bella persona, coraggiosa, pura e testarda, ultimo modello per i ragazzini che sognavano di fare, da grandi, gli esploratori: ormai non c’è più nulla da esplorare su questo pianeta.

E, se mi è concesso, gran bell’uomo.

mercoledì 16 novembre 2011

La pace della montagna

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Dolomiti: Marmolada e Pale di S.Martino

Sono 13 i nuovi impianti, fra seggiovie e cabinovie, del più grande comprensorio sciistico del mondo, il Dolomiti Superski. 

Molti di questi sostituiscono vecchie seggiovie preesistenti, moltiplicandone però la velocità e la portata e quindi la capacità oraria, più due new entry fresche fresche: una nuova e contestatissima cabinovia a Plan de Corones, la Ried, con partenza dalla stazione ferroviaria di Percha e con capacità di 3200 persone all’ora, che servirà la nuova omonima pista e un nuovo collegamento fra le zone sciistiche Jochtal e Gitschberg in val Isarco, con cabinovia a 8 posti ad agganciamento automatico.

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Val di Fassa, la ex incontaminata Val Jumela,

Questi i numeri del comprensorio: 3.000 km2, 450 impianti di risalita, 1.200 km di piste di cui 1.100 dotate di innevamento artificiale, 300 gatti delle nevi, 10.324.639 giornalieri skipass venduti nella stagione 2010-2011, per un totale di 147.769.305 passaggi, con un volume di affari aumentato dello 0,11% rispetto all’anno precedente, nonostante il lieve calo degli skipass venduti (evidentemente sono aumentati i prezzi) *

Numeri che fanno impressione.

(*fonte, sito ufficiale Dolomiti Superski. Che non linko per non far loro ulteriore pubblicità, abbiate pazienza, e quotidiano Alto Adige).

domenica 13 novembre 2011

Ma che bella giornata!

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FSC_9867GSC_0245Cielo azzurro, aria limpida e pulita, colori intensi, sole tiepido.

Domani magari pioverà, nevicherà, toccherà spalare e faticare, ma almeno speriamo di spalare neve e non più tonnellate di merda.

sabato 1 ottobre 2011

Mi arrendo!

Le strade per Quoz. In giro per l'America

William Least Heat Moon
Le strade per Quoz. In giro per l'America

Traduttore: M. Capuani

Editore:
Einaudi  (collana Frontiere Einaudi)

Anno 2011
pagine 555, brossura

€ 24

Sono arrivata faticosamente a due terzi e non riesco ad andare avanti: di questo passo, a due pagine al giorno, l’anno prossimo sono ancora lontana dalla fine. Mi abbiocco alla ventesima riga, mi annoio, quando lo riprendo in mano devo rileggere il già letto perché me lo sono scordato.

Ho amato molto "Strade blu", letto e riletto con altrettanto piacere a distanza di parecchi anni. "Prateria" meno scorrevole ma non brutto, già in "Nikawa", secondo me, Least Heat-Moon aveva perso lo smalto.

Qui l'ispirazione non c'è proprio più, sparita la leggerezza dalle sue pagine, si trascina faticosamente alla ricerca dell'incontro interessante o della storia curiosa da raccontare. E forse è questo il problema: viaggia per scriverne non per viaggiare e ciao spontaneità. E scrive per contratto, a mio avviso, non più per piacere.

I viaggi: tanti e brevi, pochi giorni invece che mesi e mesi, più giretti che viaggi, e forse anche per questo non entra nello spirito del vagabondaggio. Non trovo la storia, nel testo, non c'è continuità.

Anche la moglie con la quale va in giro (viaggiare mi sembra una parola grossa) e della quale è estremamente orgoglioso, bella, bionda e riccia e avvocato di successo, nonostante i suoi sporadici commenti pungenti, non lo aiuta ad uscire dal loro cerchio magico e a guardarsi attorno con partecipazione.

Least Heat-Moon ha scritto un solo libro, "Strade blu". I seguenti hanno cercato, con alterne fortune, di esserne all'altezza. Dev’essere triste e sfigato, si vede, solo e disoccupato per trovare il mood giusto: con una moglie adorabile, l’editore alle costole, i lettori che da lui si aspettano da anni, impazienti, meraviglie, non ingrana.

E questi suoi lettori lui cerca di lusingarli, di adularli, si rivolge loro in seconda persona, li chiama “tu, sagace lettore” oppure “paziente lettore”. Ecco io la pazienza l’ho persa! E ho di meglio sul comodino che sta prendendo la polvere. Caro William, senza rimpianti, addio.

mercoledì 14 settembre 2011

Sit tibi terra levis, Walter

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Walter Bonatti ed Erich Abram al campo base del K2 durante la spedizione al K2 del 1954 (fonte: Wikimedia Commons)

“La montagna mi ha insegnato a non barare, a essere onesto con me stesso e con quello che facevo. Se praticata in un certo modo è una scuola indubbiamente dura, a volte anche crudele, però sincera come non sempre accade nel quotidiano.

Se io dunque traspongo questi principi nel mondo degli uomini, mi troverò immediatamente considerato un fesso… E’ davvero difficile conciliare queste diversità. Da qui l’importanza di fortificare l’anima, di scegliere cosa si vuole essere. E, una volta scelta una direzione, di essere talmente forti da non soccombere alla tentazione di imboccare l’altra…”

Fonte: quarta di copertina del libro “montagne di una vita”, Baldini & Castoldi s.r.l., 1996