lunedì 31 marzo 2008

Qualcuno invece ci prova

brenta

Dolomiti di Brenta

Mentre l'ing.Angelucci, ex presidente della sezione altoatesina di Italia Nostra sul quotidiano Alto Adige di oggi si preoccupa, denuncia e definisce "agghiacciante" il progetto di sviluppo dell'area sciistica di Carezza e il campeggio già a suo tempo bocciato dalla provincia, e mentre Angelucci lamenta l'incongruenza degli amministratori pubblici Altoatesini, finora noti per aver percorso la strada del "turismo sostenibile" in modo più deciso dei trentini, o comunque per avere devastato un po' meno, i cugini della val Rendena si incontrano a Pinzolo in una affollatissima sala per discutere, insieme alla Giunta comunale, dell'elaborazione del Piano di sviluppo sostenibile.

Messe da parte per una volta le derive campanilistiche e gli egoismi privati, cittadini e amministratori dei paesi della valle insieme a molti rappresentanti delle categorie economiche e delle aziende di promozione turistica si sono ritrovati a parlare del loro futuro, del futuro della loro valle, di quello dei loro figli, per vedere se è possibile trovare una strada per crescere senza distruggere.

Tutta questa partecipazione, il calore dei presenti, l'attenzione con la quale è stata ascoltata la presentazione del Piano da parte della Vicesindaco Ballardini, testimoniano quanto le persone sentano l'importanza di questa tematica e la necessità di essere parte attiva in decisioni che non devono più passare sopra le loro teste.

Insieme alla Giunta comunale e a tutti i rendeneri, lavorerà la facoltà di Economia dell'Università di Trento che seguirà da vicino la stesura del Piano. Il giornale L'Adige di sabato riporta qualche stralcio dell'analisi dalla situazione attuale fatta dal professor Umberto Martini, che si occupa da tempo di economia e turismo, e che affiancherà la Giunta come consulente.

Incollo dal quotidiano:

"Martini è partito dalla storia che è importante per capire il futuro. Dal turismo alpino nato nell'800, «lanciato» da personaggi perlopiù anglosassoni come John Ball, tra i fondatori, nel 1857, dell'Alpine club che fu il primo spontaneo mezzo di marketing territoriale. Un «paleoturismo» che portò il cambiamento nelle nostre valli. Nacquero le guide alpine, gli alberghi, attività, allora, secondarie rispetto all'agricoltura e all'allevamento. Il turismo è nato così ed è andato avanti come fenomeno spontaneo fino agli anni '50 e '60 quando la rivoluzione dello sci creò un modello che è andato avanti, potente e prepotente, fino agli anni '90.

«Un modello - ha affermato Martini - caratterizzato da un'ipercrescita. Basta guardare, a distanza di dieci anni una dall'altra le foto aree per capirlo. Seconde case, infrastrutture, strade, funivie. Tutto spinto - ha affermato Martini - da una domanda che eccedeva l'offerta; basata sul cliente fedele, padano, bavarese, laziale, toscano che rappresentava l'85% del mercato. Tanta domanda e quindi poca innovazione».

Ma a metà degli anni '90 è arrivata la globalizzazione. «Che sembra il solito luogo comune - ha aggiunto Martini - ma che è invece un fatto molto concreto. Il primo cambiamento è stato l'annullamento delle distanze grazie al trasporto aereo; ed è arrivata la Ryan Air, i low cost e con questi la concorrenza totale e non solo tra località montane. Ora c'è il turismo mordi e fuggi anche in montagna; internet, che è una risorsa ma solo se usata bene, cioè non solo come strumento di comunicazione». Insomma, si è passati da un economia basata su un eccesso di domanda ad una caratterizzata da un eccesso di offerta.

«Il turismo - ha detto il docente di Trento - non è più accoglienza e comunicazione ma capacità di creare un prodotto e questo si fa con la strategia». Il «Piano strategico di sviluppo sostenibile» si basa su questa analisi della situazione. Ma la val Rendena, Pinzolo, Campiglio, ha ricordato Umberto Martini, ha una risorsa fondamentale ed è l'identità che si basa sulla risorsa delle risorse: l'ambiente. «Questo ci fa forti - ha affermato - rispetto a chi ha alle spalle solo cinque anni di storia».

La logica della partecipazione per elaborare il Piano inoltre, secondo l'esperto, «è anche un modo per non cadere nella trappola del pessimismo. Dobbiamo competere con soggetti fortissimi, nei confronti dei quali non possiamo combattere ma essere in grado di farci scegliere».
BRUNO ZORZI, Quotidiano L'Adige del 29.03.2008"

Lavorate bene, mi raccomando! La gente ci crede e vi crede, spera che possiate dimostrare con i numeri e al di là delle ideologie che uno sviluppo sostenibile è possibile e che ambiente ed economia non devono per forza fare a pugni. E poi, fatemi un piacere personale, sventolatelo sotto il naso del comune di Nova Levante, porca miseria!

sabato 29 marzo 2008

Il gaìn dei parolòti

(foto Wikimedia, licenza public domain)

Tornavano a casa in questa stagione i parolòti della val di Sole, partiti "for per le Italie" dopo la fera de San Maté, la grande fiera annuale che tuttora si tiene a Malé il 21 settembre, giorno di San Matteo. Quelli di Peio e di Castello tornavano dal mantovano o dal bolognese, quelli di Termenago da Pisa, quelli di Cogolo da Ferrara o da Padova: ogni paese aveva la sua zona per non far concorrenza ai colleghi dei paesi vicini.

D'estate contadini e piccoli allevatori, con un'economia di mera sussistenza, nella brutta stagione, quando la campagna impegnava meno, i parolòti lasciavano la donne e le famiglie per fare i calderai e gli stagnini ambulanti. Passavano di casa in casa, spesso attesi con impazienza di anno in anno, ad aggiustare o vendere utensili di rame, dal paiolo per la polenta al mestolo, dalla grande caldaia per il formaggio alla casseruola, il tegame o la pignatta. Ritiravano anche oggetti vecchi e rotti che, riparati, venivano rivenduti come nuovi con notevoli guadagni.

Come molti altri artigiani girovaghi i paroloti avevano un loro gergo, chiamato tarón o gaìn, che permetteva loro di capirsi fra colleghi senza farsi intendere dalla clientela. Il primo studio sul tarón di cui si abbia notizia fu opera di Cesare Battisti che ne illustrò le caratteristiche in una monografia pubblicata a Trento nel 1906. L'opera, "Il tarón o gaìn. Il gergo dei calderai della Val di Sole nel Trentino", oltre ad un'interessante analisi linguistica, comprende un vocabolario di 330 termini gergali. Più recente, ma non recentissimo,la pubblicazione di Quirino Bezzi "Dizionarietto comparato delle voci gergali taróne" edito dal Centro Studi per la Val di Sole nel 1976.

Di seguito un esempio di tarón in un divertisment in poesia del Bezzi:

"A slacar giust n'ho mai smoinà gnifela,
ma quan che ho slumà ti su la forela
de na baita lassù fra i nossi slonzi
vergot de nöf me s'è stanzià 'n te 'l cor
e coi lusnèi che me pareva 'mbronzi
da quel ciaròs n'ho pù percà che ti.
E fin ch'el zoadór dei sbertidóri
no 'l dirà che l'é ora de zoàr
e ciaperò 'n te 'l bèf 'na botesada
e no sarò pu bon de stonzenar
e pertegàr col ràntech la calcosa
e amò dopo che sarò sgasì
la me manìa sarasti demò ti."

(A dire il vero non ho mai corteggiato una ragazza
ma quando ho visto te sulla finestra
di una casa lassù fra i nostri paesi
qualcosa di nuovo mi è entrato nel cuore
e con gli occhi che mi parevan stralunati
da quel giorno non ho visto che te.
E fin quando il medico
non dirà che è ora di andarsene
e non prenderò nel culo un bel calcione
e non sarò più capace di saltare
e correre col paiolo sulla strada
e ancora dopo che sarò morto
la mia fissazione sarai solo tu)

giovedì 27 marzo 2008

Altri tempi, stesse vite

bece Lagorai

Marzia, altre pecore, altre montagne, altri tempi, stessi problemi mi pare.

"Prima della guerra del '14, pastori a Pieve (Pieve Tesino, ultimo lembo orientale del Trentino ai piedi della catena del Lagorai. N.d.f.) ne erano rimasti tre, ma prima ancora ce n'erano molti di più, anche di Cinte e di Castello. Mio nonno per esempio ha sempre fatto il pastore: è nato col bastone in mano e col bastone in mano è morto.

Ognuno aveva la sua zona per i pascoli: chi Cima d'Asta, chi Prà della Madonna, altri l'Altanè o Lefre o il Piado. In inverno andavano verso al pianura veneta.

Questo diritto di svernare in Veneto, la conca del Tesino o aveva ricevuto dallo Stato Veneto come ricompensa, perché aveva dato degli uomini per combattere contro il vescovo di Feltre. Poi è venuta l'Austria e ha messo i dazi. Per esempio c'era una legge che i pastori, quando rientravano nella valle, dovevano avere lo stesso numero di pecore che avevano all'uscita delal conca, se no pagavano un dazio. Allora d'inverno le pecore si mettevano nella stalla e se c'erano delle belle giornate si portavano a pascolare sul Coldanè o in Pradelan.

Dopo il '18 si è potuto di nuovo tornare nella pianura senza pagare dazi, e allora si andava nella zona di Pordenone, dove ci sono terre sterili, i "magredi", oppure sul Montello o verso il Tagliamento o alle Badoere.

Dal giorno di S. Martino fino a S. Marco si poteva pascolare liberamente dappertutto, anche sui terreni privati, poi era permesso solo sul suolo comunale.

Ogni pastore aveva 60-70 pecore, una trentina delle sue e altre prese dai privati. Come ricompensa al pastore spettava la metà dei nuovi nati e tutta la lana del taglio di primavera. La lana si tagliava due volte: dopo la metà di febbraio e ai primi di settembre.

In genere bisognava essere in tre. due sempre dietro al gregge e un altro che andasse a fare la polenta dai contadini. Di notte si stava sempre all'aperto, anche coi fulmini, anche sotto la neve. Si metteva per terra delle canne, sopra della paglia e le pelli; per ripararsi le coperte e un'altra tenda sopra, e si dormiva per quattro o cinque ore.

Ho fatto il pastore fino al '46. Quell'anno sono partito il 22 di dicembre da solo, con un cane e 60 pecore, sono sceso giù per il Murello e sono arrivato fino al Tagliamento, a Caorle."

Annibale Rippa, (1883-1972) intervistato da Elda Fietta Ielen nel 1969.
Fonte:
Elda Fietta Ielen
"Con la cassela in spalla: gli ambulanti di Tesino"
Editori: Priuli & Verlucca, Quaderni di cultura alpina
Ivrea, 1987
Fuori catalogo :(

martedì 25 marzo 2008

Una passeggiata nei boschi

Bill Bryson
"Una passeggiata nei boschi"
TEA  (collana Tea Avventure)

Mi sono divertita parecchio con questo libretto; diciamo la verità a momenti mi sono proprio capottata dalle risate. Due panciuti cittadini di mezza età adusi più a spostarsi in auto che a muovere le gambe, a nutrirsi di patatine fritte e birra che di barrette energetiche, consumisti e sprovveduti come sanno esserlo solo gli americani sprovveduti, si mettono in cammino sul famoso Appalachian Trail: un sentiero di 3.400 chilometri che attraversa da sud a nord 14 stati americani, dalla Georgia al Main, non proprio banale e di tutto riposo nemmeno per gente più preparata di loro.

Non ci vuole molta fantasia a immaginarsi i casini nei quali si ficcano i due soci, e Bryson ce li racconta con brio e ironia senza scordarsi ogni tanto qualche riflessione, anche se non particolarmente profonda e un po' piaciona, su ambiente e stili di vita occidentali.

Esilaranti le prime pagine nelle quali descrive la scelta e l'acquisto del materiale e i preparativi per la partenza. Insomma una lettura leggera e gradevole per una lunga domenica di pioggia.

"Non occorre aggiungere che sull’Appalachian Trail ci si deve caricare tutto l’occorrente sulle spalle. Può sembrare un’osser­vazione del tutto ovvia, ma per me fu un vero e proprio trauma, quando mi resi conto che si sarebbe trattato di un’impresa del tutto differente da una passeggiata nel Lake District, con lo zainetto della merenda e una cartina, che si conclude felicemente in un confortevole alberghetto. Sono pochi quelli in grado di portare con sé un equipaggiamento inferiore ai diciotto chili, e quando si trasporta quel genere di peso, potete credermi, non si può smettere di farci caso nemmeno per un minuto. Un conto è camminare per 3500 chilometri; altro è camminare per 3500 chilometri con un armadio sulla schiena.

La prima vaga idea di che razza di avventura sarebbe stata si fece strada in me nel momento in cui mi recai da un rivenditore specializzato, la Dartmouth Co-Op, per acquistare il necessario equipaggiamento. Mio figlio aveva da poco cominciato a lavo­rare li dopo la scuola, per cui mi erano state date istruzioni ben precise di buon comportamento. Più specificamente, mi era stato proibito di dire o fare qualunque stupidaggine, in parti­colare di dire “Mi sta prendendo per il culo?” nel momento in cui fossi stato informato del prezzo di un prodotto, di provare qualunque capo mi avesse obbligato a esporre al pubblico la pancia, di mostrarmi evidentemente poco interessato alle spie­gazioni fornitemi dal commesso sulla corretta cura e manuten­zione di un dato articolo e soprattutto di fare pagliacciate tipo indossare un cappello da sci per signora tanto per fare lo spiritoso.

[...]

Non mi era mai capitato di sentirmi al tempo stesso così affascinato e smarrito. Passammo un intero pomeriggio [con Dave, il commesso, N.d.f.] a visio­nare tutto lo stock disponibile in negozio. Mi diceva cose del tipo: “Ecco, questa è una cerniera a 70 fili ad alta densità, Antiabrasione e con cucitura antistrappo. D’altra parte voglio essere franco con lei... ” e si chinava verso di me abbassando la voce con un tono sommesso e allo stesso tempo candido, come se stesse per rivelarmi di essere stato arrestato una volta in un gabinetto pubblico assieme a un marinaio “... le cuciture sono solo ribattute invece che cucite in diagonale, e il vestibolo è un po’ angusto”.

[...]

I due shock più profondi mi vennero dallo scoprire prima di tutto i prezzi terrificanti di ogni singolo articolo (ogni volta che Dave si assentava un secondo per andare in magazzino o con­fermare un dato tecnico, lanciavo fugaci occhiate ai cartellini del prezzo, che mi lasciavano sistematicamente stecchito) e poi il fatto che ogni oggetto — chissà perché — sembrava richiederne un altro, ovviamente da comprare a parte. Se si compra un sacco a pelo, ad esempio, bisogna comprare una sacca che lo contenga, prezzo 29 dollari. Questo fu un concetto che feci davvero fatica a interiorizzare.

Quando, dopo seria e profonda riflessione, mi decisi per uno zaino marca Gregory, costosissimo, il top nella sua categoria, del tipo inutile-girarci-intorno, Dave mi chiese: “E che tipo di cinghie vorrebbe abbinarci?”

“Scusi?” feci io, rendendomi improvvisamente conto di es­sere sull’orlo di quella pericolosissima condizione nota come “esaurimento nervoso dell’acquirente al dettaglio”. Da quel momento in poi niente più “Faccia pure una mezza dozzina di quelli li, Dave; e Otto di quegli altri. Che diavolo, si vive una volta sola, no?” Il mucchietto di salmerie che fino a un minuto prima mi era sembrato così piacevolmente consistente ed ecci­tante — tutto nuovo! e tutto mio! — improvvisamente mi parve greve ed estraneo.

“Le cinghie ” mi spiegò paziente Dave, “per allacciare il sacco a pelo e fissare lo zaino in vita.”

“Perché, non sono incluse?”

“Certo che no” fece lui, indicandone una parete piena. Poi, toccandosi la punta del naso con un dito aggiunse: “Ovviamen­te avrà bisogno anche di una copertura antipioggia”.

Spalancai gli occhi: “Una copertura anti... Perché?"

“Per riparare lo zaino dalla pioggia, ovvio. ”

“Perché, non è impermeabile? ”

Fece una smorfia come a indicare che stavo spaccando il capello in quattro: “ Be’, non proprio al cento per cento...

La cosa mi parve straordinaria. “ Ma davvero? E non è venuto in mente al tizio che fabbrica questa roba che la gente avrebbe piacere di portare i propri zaini all’aria aperta, di tanto in tanto, e persino di portarseli in campeggio? E quanto coste­rebbe questo zaino? ”

“ Duecentocinquanta dollari. ”

“ Duecentocinquanta dollari? Mi sta prende... ” Feci una pausa e abbassai il tono di voce. “ Dave, lei mi sta dicendo che pago duecentocinquanta dollari per uno zaino senza cin­ghie e non impermeabile? ”

Annuì.

“ Ce l’ha il fondo, almeno? ”

[...]

Finii con l’acquistare un equipaggiamento sufficiente a dare lavoro a una carovana di sherpa: tenda tre stagioni, materassino autogonfiabile, pentolame a incastro, posate ripiegabili, piatti e tazze di plastica, un complicato sistema a pompa per purificare l’acqua, sacche portaoggetti in una rutilante gamma di colori, kit per la riparazione forature, sacco a pelo, corde elastiche, borracce, poncho impermeabile, fiammiferi idrorepellenti, co­prizaino, portachiavi-bussola-termometro effettivamente piut­tosto bello, cucinetta da campo ribaltabile dall’aria decisamente inquietante, bomboletta di gas con relativa ricarica, una torcia elettrica da posizionare sulla testa tipo casco da minatore (e che a dire il vero mi piaceva un sacco), un grosso coltello per uccidere orsi e scherzi genetici di varia natura, mutandoni ter­mici e gilè, quattro bandane e un sacco di altre cose, alcune delle quali non capivo cos’erano, ragion per cui dovetti tornare al negozio e chiedere delucidazioni. Riuscii a fermarmi appena prima di comprare un telone tecnico a 59,95 dollari, renden­domi conto che avrei potuto tranquillamente comprare un pez­zo di cerata in qualunque grande magazzino a non più di cin­que dollari.

Riuscii anche a non comprare un kit da pronto soccorso, un altro per cucire, un altro ancora contro i morsi di vipera, un fischietto da emergenza da dodici dollari e una paletta in plastica arancione per sotterrare la cacca, motivando la mia decisione con il fatto che si trattava di accessori superflui, troppo cari, o semplicemente ridicoli. In particolare, la palettina arancione sembrava praticamente gridarmi in faccia: “ Pivel­lo! Mammoletta! Fate largo a Mollaccione!"

Bill Bryson
"Una passeggiata nei boschi"
TEA  (collana Tea Avventure)
ISBN 88-502-0045-5

domenica 23 marzo 2008

Primavera

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Immagine delle 10 di questa mattina ripresa dalla Webcam di un Hotel ad Appiano.

Quella sullo sfondo è Bolzano, subito sopra è neve caduta questa notte.

Questa sotto invece è ripresa 10 minuti fa ad Auna di Sotto, altopiano del Renon:

dolomiten-vi

Ieri mattina era primavera, adesso sta nevicando alle porte della città.

giovedì 20 marzo 2008

Bèèèèèèèè

foto di giancarlo rado

Vero che è Pasqua, ma nella blogosfera qui attorno è tutto un belato.

Anche Bersntol dedica a Marzia e al pascolo vagante una sua foto e nel contempo segnala il bel book fotografico di giancarlo rado: "Un giorno lungo un anno" per le strade fra il Veneto e il Trentino, fra Lamon e il Lagorai, insieme ai pastori e alle loro pecore lungo strade, ponti, gallerie e ferrovie fino quando "Dopo un anno di transumanza i pastori sono arrivati a baita.."

E come dice Marzia: "i pastori hanno maggiori speranze di poter continuare a praticare il loro mestiere se la gente SA che esistono. E quando lo sai, inizi a vederli, a scorgere le tracce del loro passaggio."

martedì 18 marzo 2008

Il Postino di Buzzati

Nell'autunno del 1950 lo scrittore Dino Buzzati e il regista Adolfo Baruffi seguono con la cinepresa una giornata di lavoro del postino di Colle Santa Lucia, paesino di lingua ladina della val Fiorentina, fra Agordo e Cadore, vicino al Pelmo e sotto "la più bella muraglia delle Alpi" come lo stesso Buzzati definì la Nord-ovest della Civetta.

Angelo gira di casa in casa con la sua borsona a tracolla, bussa alle porte, consegna la posta e scambia due parole con i paesani ritratti nella quotidianità della piccola comunità montana, al lavoro, in casa, in bottega o per strada. Da questo espediente narrativo nasce un documentario in bianco e nero di una decina di minuti dal titolo: "Il postino di montagna" con soggetto, testi e commento parlato dello stesso Buzzati, prodotto nel 1951 dalla CABA Film, e quindi andato disperso.

Ritrovato e restaurato da poco a cura della Fondazione Cineteca Italiana di Milano è stato presentato il 18 agosto 2007 al Film Festival della Lessinia di Bosco Chiesanuova (VR).

"Il postino di montagna" di Buzzati - Baruffi
(caricato su youtube da
emilianociao)

Fanno tenerezza la vecchia corriera che si arrampica per la sterrata, il contadino che scende per gli sgrebeni col carro del fieno tirato dalle vacche a rischio di restarci sotto, la maestra con la multiclasse, la gente che zappa campi ripidissimi o che batte la segale col fler (in trentino si chiamava così): qualcuno qui se lo ricorda ancora. Le vecchie case, i ragazzini con le calze di lana e i cospi,  e anche la coppia dei rari turisti tirati a lucido con l'auto decapottabile. Che, si chiede Buzzati, andranno a fare un giro o si infratteranno nei boschi? :-D

Il numero di gennaio 2008 di Meridiani Montagne, la cui monografia è dedicata appunto alla Civetta, allega un interessante DVD: oltre al documentario di Buzzati/Baruffi propone una rivisitazione del paese a oltre 50 anni di distanza, seguendo la giornata della postina contemporanea cercando di ritrovare i personaggi e gli squarci del paese di allora.

Quanto è cambiato Colle Santa Lucia? Tanto, tantissimo, come gran parte dei paesi alpini, ma ancora riconoscibile nelle sue radici e con un trend di ripopolamento che dà speranza per il futuro.

lunedì 17 marzo 2008

Per Marzia

Transumanza

Transumanza - Val di Fassa, autunno

Marzia, le guardavo anche prima eh, e le fotografavo anche, e ci facevo le chiacchiere coi pastori, quando avevano voglia di darmi retta e non avevano qualche centinaio di pecore da portare oltre la statale.

Il giorno della foto a una bestia venne in mente di partorire in mezzo alla strada, con la coda di auto di turisti ferme dietro al gregge. Il pastore raccattò al volo l'agnello, se lo mise sotto il braccio e traghettò in velocità il resto degli animali dall'altra parte dell'asfalto. Uno dei cani si occupò di far pulizia della placenta.

venerdì 14 marzo 2008

De sera

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Sera in Val di Sole - Menàs con il Brenta sullo sfondo

Gió del Tonal e gió de la Valpiana,
d'Artuìch e del Còren del Boai
vegn l'aria de la sera
e el par che la me val la sia pu bela.

Le campane de Ossana e de altre ciese
le se parla fra lore 'n poesia
saludandose con l'Ave Maria..

Sentadi su 'na banca, för de casa,
ghé gent che polsa e ciàcola, e matei
che tira i oci a qualche matelina,
popi che cor e giuga a tana,
qualche anda che amò fila col fus,
qualche popin che spia de dre de 'n us.

El temp el passa 'n pressa e vegn le des
e alora torna queto el me paés,
entant che 'n ciel le stele a una a una
le se 'mpiza e la gent la cor a dòrmer
e sol el Nos en font el se fa sènter.

Ghe 'n bèch de luna sora de 'n coèrt,
en po de ciar se 'l vet da 'nus ravèrt,
el gril el fa finir la so canzón:
mi ravergi a la not el me balcón.

Quirino Bezzi
Dialetto di Cusiano, Val di Sole

giovedì 13 marzo 2008

Le Dolomiti di Franz Lenhart

Un paio di volte all'anno arrivava da Merano una lettera scritta con la stilografica, che pareva provenire dal lontano 1800. Gli argomenti erano banali: l'asfaltatura delle stradine interne, l'assegno per le spese condominiali, quasi sempre sbagliato in eccesso, il rifacimento di una recinzione. Il tono e lo stile, quelli di un antico signore di un'altra epoca, ogni lettera un piccolo capolavoro. Dopo la firma, fra parentesi, la sua età.

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Franz Lenhart

"visitate le Dolomiti" - 1930 "Sommer in den Dolomiten" - 1938
(Fonte: "I colori delle Dolomiti nei manifesti di Franz J. Lenhart"
Edizioni Banca di Trento e Bolzano, 2000)

Franz Lenhart nasce in Tirolo, vicino a Kufstein, nel 1898, figlio di un ingegnere minerario e destinato dal padre a seguirne le orme. Franz invece sceglie di dedicarsi alla sua passione, la grafica, e si iscrive prima all'Accademia d'Arte di Vienna dove si diploma, poi, dopo la lunga parentesi della guerra, si specializza in incisione a Firenze.

Nel 1922 si trasferisce a Merano, cittadina nella quale si stabilirà definitivamente, inizia ad insegnare e a disegnare i suoi manifesti pubblicitari. Nel 1924 il colpo di fortuna che lo rende famoso e lo lancia in Europa come cartellonista: vende all'Ente Nazionale Italiano per il Turismo la prima edizione del manifesto "Visitate le Dolomiti", che viene esposto in tutta Italia. Bolzano, l'Alto Adige e le Dolomiti diventano famose anche per merito dei suoi disegni che rappresentano sciatori, donne eleganti, alpinisti, sportivi, bella gente felice e senza pensieri, con lo Sciliar, il Catinaccio, il Latemar, il Pordoi o le città di Bolzano e Merano sullo sfondo.

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Franz Lenhart

"Funivia Trento-Sardagna"-1925 "Bolzano-Gries. Dolomiten"-1938
(Fonte: "I colori delle Dolomiti nei manifesti di Franz J. Lenhart"
Edizioni Banca di Trento e Bolzano, 2000)

Nei primi anni '20 si tiene a Bolzano la "Biennale d'Arte della Venezia Tridentina", che il governo italiano vuole fortemente per promuovere i nuovi acquisti territoriali, e Franz Lenhard viene invitato ad esporre per 3 edizioni di seguito: una bella vetrina che contribuisce a farlo diventare uno dei più richiesti cartellonisti dell'epoca. Molto importante per il suo lavoro è il rilancio del turismo in Trentino/Alto Adige dopo la disastrosa parentesi della guerra, puntando sugli sport all'aria aperta come golf e tennis, e il tentativo di allungare la tradizionale stagione turistica estiva nelle altre stagioni puntando sullo sci e sulle terme.

2384Modiano1935Posters-vi Lenhart, "Modiano. Cartine e tubetti per sigarette", 1935. (fonte op.cit.)

Alla fine degli anni 20 inizia a collaborare con Vittorio Levi, titolare della stamperia "Officine Grafiche B.V.Levi" di Cortina, che dà un forte impulso alla committenza oltre l'area tirolese e al settore turistico. Lenhart non è più solo l'esecutore grafico di un'idea pubblicitaria altrui, ma sono suoi i soggetti, il messaggio, la strategia persuasiva. Gli anni '30 segnano il raggiungimento della maturità stilistica e del prestigio professionale: lavora per quasi tutti i più grandi tipografi italiani dell'epoca, da Longo a Grafitalia, Alfieri I.G.A.P., Richter, Modiano per il quale disegna, nel 1935, la sua opera più famosa: "Modiano. Cartine e tubetti per sigarette".

E' spesso in viaggio in giro per il mondo, Europa, Africa, Estremo oriente, Americhe, sempre con album e matite in mano; si innamora della raffinatezza del Giappone e se non fosse scoppiata la guerra forse non sarebbe più tornato.

Dopo la guerra riprende a dipingere, si dedica all'affresco, lavora alle tavole per la "passeggiata d'inverno" a Merano, dove continua a lavorare e ad esporre fino quasi alla morte: nel 1991 i suoi ultimi quattro manifesti, fedeli al suo stile e alla sua personalità al di là delle mode e del tempo trascorso.

Franz Lenhart muore a castel Winkel, dove abita e ha lo studio, nel marzo del 1992, a 94 anni.

 

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lunedì 10 marzo 2008

Superati i limiti?

Matthias Lanzinger - (fonte Wikimedia, foto Christian Jansky, licenza Creative Commons)

Sono anni che, per precisa scelta, non scio in pista e altrettanti anni che non guardo gare di coppa, non sono la persona più indicata per ragionare sull'argomento. Ma mi hanno colpita le parole di Marco Marangoni, giornalista dell'Alto Adige che si occupa di sport, nell'articolo pubblicato sull'edizione del quotidiano dello scorso 6 marzo, a seguito del gravissimo incidente di Matthias Lanzinger. Riporto qualche stralcio del suo argomentare:

"Materiali esasperati e ricerca di linee esagerate: ecco perché aumentano gli incidenti.

Far viaggiare un uomo su due pezzi di legno magari combinati con nuovi materiali, a volte anche oltre i 140 chilometri orari è una vera follia. Lo sci alpino, forse di questi tempi è il caso di ribadirlo, è uno sport altamente pericoloso. Crociati che saltano, fratture varie agli arti, commozioni cerebrali fino ad arrivare addirittura all'amputazione della gamba del povero Matthias Lanzinger, devono far riflettere se è ancora il caso di far rischiare così tanto gli atleti solo per business.

Pur di vincere, pur di compiere l'impresa, pur di esasperare lo show, vengono studiati e modificati i materiali ai limiti del regolamento alla faccia della sicurezza."

E la sciatrice Alexandra Meissnitzer: "Corriamo sempre più veloci, ma non abbiamo protezione né carrozzerie. La Formula 1 è più sicura". (fonte: Sport.it)

Elleboro

elleboro

Helleborus niger L. - Fiorito da un paio di settimane davanti alla finestra della cucina

Eccita i centri nervosi e istiga alla calunnia, porta cattiva fama, viene usato per fatture ed esorcismi, abbassa la temperatura corporea in modo abnorme, è efficace contro la malattia mentale: lo dimostra il fatto che guarì Ercole dalla follia. Anche il pastore e mago Melampo, col latte di alcune capre che si erano nutrite di elleboro, (o mettendo foglie di elleboro nell'acqua dove bevevano) guarì le figlie di Preto, re di Tirinto, alle quali per una maledizione era dato di volta il cervello. Non so se per premio o per punizione ne ottenne una in sposa insieme ad un pezzetto di regno.

La città di Anticyra, nel golfo di Corinto, era famosa per la fioritura di una grande quantità di ellebori ed era diventata una sorta di famoso centro psicoterapico: Marco Livio Druso ad Anticyra guarì dalle ricorrenti crisi epilettiche e Orazio ne consigliava agli alienati un soggiorno curativo. Anche D'Annunzio nella "Figlia di Iorio" gli attribuisce, per bocca di Aligi, la qualità di guarire dalla pazzia: "Anna Onna, su, svégliati, su, lèvati, e vammi in cerca d'ellèboro nero, che il senno renda a questa creatura!"

Plinio il Vecchio, pur facendo un gran casino fra elleboro e veratro albo col rischio di far fuori qualche incauto, nella sua "Storia naturale" ne descrive le numerose qualità medicinali.

Secondo gli inglesi invece le radici polverizzate renderebbero invisibili.

L’Helleborus Niger, raro altrove e frequente nelle Alpi nord-orientali, è un'erbacea perenne della famiglia delle Ranuncolacee, ha la radice a rizoma corto, legnoso e di colore nero da cui prende il nome.

In Trentino si trova facilmente nella parte sud-occidentale della regione e fa parte delle specie protette dalla Legge Regionale 28 giugno 1962 n. 10.

E' emmenagogo, narcotico, antitumorale, diuretico, cardiotonico in caso di scompensi cardiaci. Molto tossico, provoca vomito e forte diarrea, cefalea, vertigini, sonnolenza, collasso cardiaco e può portare alla morte.

Il consiglio di lavarsi le mani dopo averlo maneggiato non è del tutto esagerato.

domenica 9 marzo 2008

La metafora dello scalatore

Sul blog "Gli studenti di oggi - La scuola dal punto di vista di un prof di matematica". Da leggere, commenti compresi :D

(Il professore mi segnala qui l'impegnativo seguito. Ci vedo male i ramponi e i fiori ma non sottilizziamo)

sabato 8 marzo 2008

Tre donne per le Tre Cime

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Monte Paterno e le 3 Cime di Lavaredo

Prima donna sulla Cima Grande di Lavaredo: Anna Ploner, di Carbonin (Dobbiaco), a 21 anni, insieme a Michl Innerkofler e Luigi Orsolina, il 19 settembre 1874.

Nel settembre 1882 la duchessa Ada di Sermoneta molla il consorte sulla più facile Cima Grande e arriva, prima donna, in vetta alla più severa Cima Piccola.

La prima donna a salire la Cima Ovest fu una tal Fräulein Eckerth, villeggiante, della quale non ho trovato altre notizie da nessuna parte, nel luglio del 1884, insieme alla guida Michl Innerkofler.

giovedì 6 marzo 2008

Avem fach un sumi

Occitania - Val Varaita fra le nuvole (foto Val)

Intanto la segnalazione di un sito: Chambra D'Òc:

Che cos'è la Chambra d'òc?
La Chambra d'òc è un'Associazione che raggruppa soggetti che lavorano i prodotti della terra, che operano nell'artigianato, che vivono di turismo, che si occupano della rinascita linguistica e culturale delle Valli occitane d'Italia.”

Con testi in occitano e italiano, si occupano di cultura, linguistica, montagna, convivenza e integrazione culturale, didattica, territorio, tradizioni. Qui, nella loro pagina di presentazione, i settori principali nei quali l'associazione è presente ed attiva.

Mensilmente sul sito un periodico di "Nòvas d'Occitania", bilingue, da leggere, guardare ed ascoltare: numerosi i servizi e le interviste in podcast, le foto, i video.

In una sezione del sito, presentata da Enrico Camanni, "Convivéncia d'Occitània - Avem fach un sumi", una raccolta di interviste raccolte in Piemonte dal giornalista Maurizio Dematteis, ognuna corredata da un breve video, a 14 coppie che hanno deciso di restare o di tornare a vivere e lavorare in paese, in montagna. Storie di scelte fatte per seguire il proprio compagno o per abbandonare il caos del fondovalle, per tentare un nuovo progetto di vita o per far crescere i propri figli in un ambiente a misura di persona. Ogni intervista una storia diversa, alcune di integrazione altre di straniamento, tutte più o meno faticose, nessuna retorica.

Dalla prefazione di Camanni:

"I soliti problemi tra uomo e donna, due passati, i figli, un cane, qualche speranza, il futuro. Niente di eccezionale, se non fosse per la scelta di andare (o di restare) in montagna, che è quanto di più fuori moda si possa concepire in questo nostro deragliamento metropolitano in cui niente sa più di terra e tutto è così fugace, così liquido, così rarefatto, che la terra sembra cosa dei nonni, o di un altro mondo. Eppure buona parte delle scelte di coppia raccolte da Maurizio Dematteis nasce proprio da una critica al nostro vivere e al nostro consumare, tanto che la terra assume un peso ben diverso da quello, obbligatorio, dei contadini o dei montanari del secolo scorso: il peso di chi sceglie."

Le storie sono state raccolte da Chambra d'Òc anche in un libro bilingue, "AVEM FACH UN SUMI", accompagnato da un DVD con le interviste video, ed è stato presentato l'8 dicembre insieme ad una mostra fotografica presso la sala della Provincia a Cuneo nell'ambito della manifastazione "Convivéncia d'Occitània - l'arte di vivere insieme in armonia"

Montagne, un’arcana passione - Mostra

L'Österreichischer Alpenverein (CAI austriaco) ha organizzato a Innsbruck una mostra di lunga durata dal tema molto interessante: Berge, eine unverständliche Leidenschaft.

Incollo dal loro sito:

Montagne, un’arcana passione

Mostra dell’Alpenverein-Museum nella Hofburg di Innsbruck
aperto tutti i giorni tutto l’anno dalle 9.00 alle 17.00
ultimo accesso: ore 16.30 (fino al 2012 N.d.f.)

Tutti i testi della mostra anche in italiano.”

Dalla locandina della mostra, ecco la presentazione:

“Le montagne evocano sensazioni, suscitano fascino e turbamento, entusiasmo e straniamento. Il piacere di scalare, sciare, muoversi lassù in libertà è certo assai più recente delle rocce e dei ghiacci. La collezione dell’Alpenverein-Museum si presenta in una nuova veste: è la storia sfaccettata di vette e valli, in cui l’alpinismo si palesa come fenomeno che coinvolge corpo, mente e cuore.

Al crescere della sua popolarità l’alpinismo trovò appassionati tra le persone più disparate: artisti, scienziati e filosofi si occuparono delle montagne tra le montagne, dove trovavano ispirazione, effettuavano esperimenti, coniugando il superamento della fatica con gratificanti escursioni ad alta quota. La tanto attesa gioia della vetta si imbatté però nelle insidie del corpo e della natura. “Pensare con i piedi” dice Nietzsche. Percepire con i polmoni, per certi versi, non vi si discosta.

La mostra illustra dimensioni fisiche, mentali ed emotive dell’andare in montagna e dello scalare, tra escursioni ed arrampicate. Dodici ambienti guidano attraverso motivazioni ed azioni dell’uomo nel mondo dei miti e delle misurazioni scientifiche, dell’avventura e dell’acribia, della fantasia e del fanatismo.

La maggior parte degli oggetti esposti proviene dall’Alpenverein-Museum, a cui si sono aggiunti prestiti da raccolte private ed archivi internazionali.

Per la prima volta la Hofburg di Innsbruck apre le sue nuove sale ad una grande mostra di lunga durata.

Si offre così al visitatore una combinazione inattesa: abbinare una visita agli appartamenti imperiali con una gita storico-culturale oltre il limite della vegetazione, in cui il fresco vento d’alta quota pare come soffiare da documenti e oggetti della quotidianità, materiale fotografico e video, opere d’arte e di consultazione.”

Qui la locandina in formato .pdf, testo in tedesco con traduzioni in italiano.

mercoledì 5 marzo 2008

Fragile Earth

Oggi "Repubblica" on line pubblica alcune foto estratte dal libro "Fragile Earth" pubblicato in Italia da De Agostini con il titolo "Il Pianeta fragile. Immagini di un mondo in pericolo". Le immagini fanno impressione: il lago Aral com'era nel 1973 e come è riuscita a ridurlo in 30 anni la dissennata politica economica dell'URSS, distruggendo una terra fertile e insieme ad essa un'intera popolazione (Ryszard Kapuscinski, Imperium, Universale Economica Feltrinelli per approfondire). Il lago Ciad, sparito o quasi, il fiume Colorado dopo alcune stagioni di precipitazioni scarse.

E per restare in tema montagnino, ecco le foto del Muir Glacier (Alaska) il cui fronte in 60 anni è arretrato di 20 chilometri e il cui spessore si è assottigliato di centinaia di metri.

Muir Glacier settembre 1976:

muir1976

Muir Glacier settembre 2003:

muir2003

E qui di seguito 2 foto della zona del ghiacciaio Upsala, Patagonia Argentina:

Upsala Glacier 1928:

upsala1928

Upsala Glacier 2004:

upsala2004

Entrambi i siti sono dichiarati dall'UNESCO Patrimonio ambientale dell'umanità.

martedì 4 marzo 2008

L'Alpe n.17

Segnalo il numero 17 della rivista semestrale "L'Alpe - Rivista internazionale di cultura alpina" , edita dalla storica casa editrice piemontese Priuli & Verlucca in collaborazione con la francese Glénat: "due riviste con lo stesso nome e gli stessi obiettivi sui due versanti delle Alpi."

Diretta da Enrico Camanni si avvale della collaborazione di un comitato scientifico molto autorevole, nel quale spiccano diversi docenti universitari, e ha come obiettivo "unire ciò che era disperso, aiutare gli studiosi a comunicare, gettare un ponte tra l'Università e le amministrazioni, e soprattutto divulgare il sapere inerente la montagna. A dimostrazione che le Alpi sono la cerniera e non la barriera della nuova Europa."

La rivista esce in dicembre e in giugno, costa € 10,10, ha un impianto monografico e tratta temi legati a montagna e cultura, come ad esempio "Case di montagna" nel quale si disquisisce di architettura, ambiente ed etnografia per tentare di spiegare il mutare dei modelli architettonici o "Sci per pochi, sci per tutti" o ancora "Letteratura e montagna".

La monografia di questo semestre ha per tema FOTOGRAFIA E MONTAGNA, numero particolarmente ricco di  belle immagini, e questo è il

Sommario:

Raccontarsi e raccontare il mondo
In un clima ottocentesco condizionato dalla fantasia romantica, la fotografia si presentò con un timbro di oggettività: «quello che vedi è veramente accaduto».
di GIUSEPPE GARIMOLDI

Etnografo per caso
In quindici anni Paul Scheuermeir visitò e descrisse con la macchina fotografica circa trecento paesi dalla Valle d’Aosta al Canton Ticino all’Istria.
di GIOVANNI KEZICH

Un altro cielo
Dagli scatti elitari delle prime villeggiature, dove il ritratto dei personaggi prevaleva sullo sfondo, alle istantanee fai da te del Novecento avanzato.
di ROBERTO MANTOVANI

L’avventura della fotografia di montagna
Il Museo Nazionale della Montagna di Torino ha una lunga frequentazione con il mondo della fotografia, con un archivio unico in Italia.
di ALDO AUDISIO

Sposarsi in Vercors
Gli scatti di matrimonio scattati cento anni fa sull’altopiano del Vercors, sono un documento in cui la fotografia viene in soccorso dell’antropologia.
di MARIE-FLORENCE BENNÈS

Alpinismo e fotografia
Le prime raccolte di immagini mostrano il ruolo della fotografia nella divulgazione alpina, come se la scalata avesse affidato la propria legittimazione alla macchina.
di GIUSEPPE GARIMOLDI

Sedici fotografi esemplari
Una sintetica scelta di professionisti e dilettanti che, per il rilievo dell’attività alpinistica e la diffusione delle immagini, hanno segnato la storia.
di GIUSEPPE GARIMOLDI

Gli impressionisti della neve
Fotografare lo sci può diventare una professione, ma rimane innanzi tutto una grande passione. Che può svilupparsi al punto da superare quella dello sciare.
di GIORGIO DAIDOLA

La gioia sospesa
Gli archivi fotografici della Società Alpina Friulana e della Società Alpina delle Giulie rappresentano un’eccezionale testimonianza dell’associazionismo.
di MELANIA LUNAZZI

Finte naturali
«Se esistono belle ragazze proposte come playmate, esistono belle montagne apparecchiate come playmountain. Finte naturali, rappresentate per incantare».
di DUCCIO CANESTRINI

Gli anni della complicità
Con l’affermazione dell’arrampicata sportiva, negli anni Ottanta del Novecento, atleta e fotografo diventano «complici» per esaltare e divulgare i gesti della scalata.
di ENRICO CAMANNI

La camera chiara, ovvero l’innovazione digitale
Per passare da una tecnica vecchia a una nuova occorrono strumenti e idee alternative, propensione al cambiamento, e un periodo di sperimentazione.
di ANGELO SCHWARZ

Le Rubriche de L’Alpe

lunedì 3 marzo 2008

L'economia abbia la precedenza

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Dolomiti, Catinaccio

"Stavolta l'economia deve avere la precedenza sull'ambiente".
Il sindaco di Nova Levante, paese che vive di turismo, l'ha ufficializzato, gli amministratori pubblici la pensano davvero così: economia e ambiente sono in conflitto fra loro. Chissà cosa ne pensano il professor Daidola e la professoressa Mariangela Franch, che si occupano di economia del turismo e che da anni si sgolano sostenendo che l'ambiente è la risorsa attorno alla quale il turismo gira.
Il comune di Nova Levante approva, nel piano di rilancio dell'area sciistica di Carezza, fra numerosi altri interventi meno impattanti, la costruzione di una nuova pista e di una cabinovia la cui stazione sarà a 80 metri dalla base del Catinaccio, in una zona posta sotto tutela ambientale dallo stesso schizofrenico comune non più tardi di un anno fa.
A novembre scade il piano sciistico provinciale e Georg Eisath, presidente della Latemar Carezza srl e della TechnoAlpin (macchine per la produzione di neve artificiale) ha fretta di farsi approvare i nuovo impianti prima che tutto sia rimesso in discussione. E questa fretta l'ha portato a qualcosa che assomiglia molto ad un ricatto nei confronti del Comune: o si approva la nuova pista/telecabina, o la sua azienda non metterà mano al rinnovamento e ristrutturazione degli altri impianti condannando l'intera area a una lenta agonia.
E quindi, ovviamente, la delibera per le modifiche al piano sciistico di zona è stata prontamente approvata con larghissima maggioranza: 13 voti a favore e 2 voti contrari.

 

L'impianto verrebbe costruito qui. (Fonte: quotidiano AltoAdige 2.3.2008)

La nuova pista arriverebbe quindi, piano sciistico provinciale permettendo, fra il rifugio Paolina e il Coronelle, su un costone ventosissimo ed esposto al sole, come si vede dall'immagine sopra riportata e, come osserva il quotidiano Alto Adige di ieri, "potrebbe sopravvivere solo con abbondanti iniezioni di neve artificiale".
Infatti nel piano di sviluppo trova posto anche un bacino artificiale per l'acqua necessaria ai cannoni: centomila metri cubi a 500 metri da malga Moser. Il sindaco rassicura: non lo vedrà nessuno, sarà nascosto nel bosco. Menomale, eh.