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lunedì 23 maggio 2016

Selvaggia

Visto che per altre cose latito, dopo la ravanata che ho fatto per tornare on line, almeno le recensioni di libri attinenti agli argomenti del blog potrei metterle, no? Cominciamo, o ricominciamo, da qui:

Sarah Marquis
Selvaggia – Ho camminato fino alla fine del mondo

Editore: Sperling & Kupfer  (collana Varia)

anno: 2015
pp. 243, illustrato

“Mille giorni e mille notti. Ecco quanto ha impiegato Sarah Marquis a compiere la sua impresa: attraversare sei Paesi, dalla Mongolia all'Australia, passando per il deserto del Gobi, la Gina (sic!), la Siberia, il Laos e la Thailandia. Camminando. Perché camminare è un'antica forma di meditazione, e Sarah, un passo dopo l'altro, ha fatto sua questa pratica. Ventimila chilometri davanti e uno zaino sulle spalle, Sarah ha visto paesaggi sontuosi, come il Lago Bajkal, e luoghi lussureggianti, come la giungla del Laos. Si è imbattuta in animali amichevoli e temibili belve, come i lupi della Siberia e i leopardi delle nevi nel deserto del Gobi. Ha incontrato personaggi minacciosi, ladri, narcotrafficanti, ma anche popolazioni accoglienti e calorose. Un viaggio incredibile in cui, contando solo sulle sue capacità, Sarah ha affrontato temperature gelide e caldi opprimenti, i pericoli della natura selvaggia e della solitudine. Ricompensata dalla bellezza dei luoghi e dal cammino interiore percorso, ci racconta in queste pagine la natura in tutta la sua grandiosità: meravigliosa e forte, emozionante, pericolosa e spettacolare. “

Link al suo sito

La tipa è tosta eh, tostissima. Fa cose pazzesche che mi lasciano a bocca aperta, cose che, sapendo quanto pesa uno zaino per un trekking di 6 giorni, riesco a cogliere abbastanza bene. Mi rendo conto che condensare 2 anni e mezzo di viaggio in meno di 240 pagine non sia banale, ma di quelle 240 pagine ne ho trovate di veramente piacevoli su per giù la metà. Attraversare a piedi paesi così selvaggi e difficili, da donna sola, non credo sia rassicurante. Non sto commentando la sua impresa, che mi sembra grandiosa, né sto stroncando lei. Selvaggia, coraggiosa, sporca e stanca, lei mi è simpaticissima. Ma il libro mi è piaciuto poco poco. Probabilmente, suppongo, non ne ho la certezza, è tratto da testi eterogenei già pubblicati altrove (blog, articoli vari) alcuni ben riusciti altri meno. Per la gran parte lo stile è rigido, poco coinvolgente anche nei momenti drammatici; non si coglie lo scorrere del tempo, ci si rende conto con fatica che dal capitolo precedente sono passati mesi; dedica pagine e pagine ad alcuni paesi (Mongolia, Australia) e liquida in poco Laos (mi ero persino scordata che l'avesse attraversato), Thailandia, Siberia.
Resta per prudenza a debita distanza dagli esseri umani che trova, probabilmente a ragione, più minacciosi dei coccodrilli, quei pochi che incontra per necessità li presenta come sospettosi, poco cordiali, aggressivi. (Tesoro, sei tu ad essere molto strana e in casa altrui, mica loro). Ogni tanto salva dalla critica una donna, ma raramente.Ha scadenze da rispettare, non può e non vuole per prudenza prendersi il tempo di farsi conoscere e di conoscerli, scappa via. E noi ci perdiamo storie, abitudini, culture di paesi che conosciamo pochissimo e che, temo, alla fine conosca poco anche lei.

Bella e coinvolgente invece la parte australiana, cammino con lei fra animali, piante, fatica, paesaggi lussureggianti. Nel resto dell'avventura non riesco a starle al fianco.

Seccante il pippone vegetariano che cerca di far sentire a disagio gli onnivori. Trovo le prediche parecchio fastidiose sempre!

Ho notato alcune contraddizioni. Ad esempio: [...] incarna tutta l’ospitalità delle generazioni di donne mongole che l’hanno preceduta. quali? La frase le presenta come tutte ospitali, la maggior parte invece le descrive come virago sospettose e cattive.

Evitando (grassetto mio) la fonte di tutti i miei problemi, ovvero la gente, lascio che la Thailandia mi seduca con i suoi sorrisi, i suoi monaci, i suoi profumi e la sua generosità.. e chi è che ti sorride ed è generoso con te se la gente la eviti come la peste?

Ma questa volta avevo deciso di fare almeno il richiamo per l’antitetanica, per proteggermi dalla rabbia. Consisteva in tre iniezioni a intervalli più o meno lunghi, ma con lo stress della partenza non ho avuto il tempo di completare il ciclo, quindi avevo tutto l’interesse a non farmi mordere né leccare da nessun animale più o meno selvaggio. Antitetanica contro la rabbia?

Aggiungo: 66 volte la parola sorriso e i suoi derivati. Pietà! Se ne trovavo ancora uno volava il Kindle dalla finestra.

Ah, peraltro, i leopardi delle nevi mica li ha incontrati eh!

Edit: mi sovviene che il titolo vorrebbe evocare "Wild" della Cheryl Strayed. Bè, non ci siamo proprio.

sabato 25 aprile 2015

Grazie “Piccoli maestri”

cover

Luigi Meneghello
I piccoli maestri

Editore: Rizzoli BUR

anno: 2013

pp. 234
(e numerose altre edizioni)

“Dagli orli del bosco si vedevano le colonne raggrupparsi, e formarsi i cordoni e le file indiane; c’erano migliaia di soldati; le staffette in sidecar andavano e venivano, a qualche centinaio di metri davanti a noi. A metà della mattina mi venne paura; fu l’unica volta che ebbi veramente paura durante la guerra. Era evidente che eravamo in trappola: mi ero sempre figurato un centinaio di uomini che ti rastrellano, diciamo duecento; ma qui era tutto pieno dappertutto. In principio si aveva il senso di avere tedeschi davanti, e spazio alle spalle; ma poi questa impressione andò a farsi benedire, si sparava anche dietro di noi, dove giravano i nostri compagni, e si capiva che potevano arrivare da qualunque parte. Avevamo due o tre caricatori per ciascuno, e qualche bomba a mano: cinque minuti. Dante ci aveva fatto mettere in una conchetta tra i pini. «Adesso stiamo qua» disse. Fu a questo punto che mi venne la paura. Era proprio paura, un’esperienza eccitante. La cosa disgustosa è quel paio di minuti tra quando avvisti la processioncina in arrivo, e quando ti dici: Va bene, è proprio vero. Mi pareva molto più facile alzarsi subito, andargli incontro. Per fortuna c’era Dante, il quale o non aveva paura o non si vedeva assolutamente.

«Cosa facciamo quando li vediamo?» dissi a denti stretti, che delle volte non battessero.

«Non pensare» disse Dante. Infatti aveva ragione, basta non pensare.

La prossima cosa che mi ricordo siamo tornati alla Fossetta. È sera, il rastrellamento è terminato, i camion stanno andando via da Marcésina. La malga non c’era più: misuravamo coi passi i residui neri, ed è incredibile quanto appariva piccola. Parte dei sacchi nascosti li avevano trovati, parte no.”

Inoltre, ricordo:

Paola Lugo
Montagne ribelli.
Guida ai luoghi della resistenza
Editore Mondadori  (collana Oscar storia)
anno 2009,
pagine XIX-179 p., ill., brossura,
€ 13
ISBN: 978-88-04-58839-9

del quale avevo parlato qui

(e mi pare che di “..un muto bisogno di decenza” ce ne sia sempre più bisogno)

giovedì 26 febbraio 2015

Camelie e caprioli (e mi immagino le zanze!)

1810_la

nevischiava sui monti (fonte: foto-webcam.eu)

“Che strana stagione!” stavo pensando mentre il vento portava qualche fiocco di neve sui fiori della camelia, già fiorita da giorni, con un anticipo di più un mese. Il prato non è mai ingiallito, la lonicera è piena di getti nuovi, le rose hanno messo getti lunghissimi ben prima della consueta potatura di gennaio. L’acqua che metto a disposizione dei merli è gelata pochissime notti.

E mi è tornato in mente Rigoni Stern, appena ri-ri-riletto, che parla dell’inverno del 1992:

sentieriMario Rigoni Stern

Sentieri sotto la neve

Editore: Einaudi
Supercoralli

Anno 1998

pp. 127
€ 11,36
ISBN 9788806149000

(altre edizioni:
Sentieri sotto la neve. 2013. eBook
Sentieri sotto la neve. 2006. ET Scrittori

“Questa stagione inusitata ha sicuramente favorito anche lo sviluppo di certi insetti e mai come quest'anno le mie api hanno anticipato la sciamatura. I tassi si sono svegliati in anticipo dal letargo invernale: già a metà febbraio avevo notato i loro segni. Pure i caprioli hanno avuto un inverno tranquillo; tranne qualche vecchio legnaiolo nessuno girava per i boschi (i cittadini non trovavano niente da raccogliere: né frutti né funghi), e cosi i caprioli sono scesi a pascolare le gemme dei saliconi a ridosso delle contrade. Una mattina ho visto le loro tracce sulla terra appena rivangata del mio orto. Ora, però, stanno pagando il trascorso mite inverno e la precoce primavera.

Nelle ore del giorno, quando stanno dentro il bosco a ruminare, li sento tossire e sternutire con insistenza. E un brutto segnale. Il loro malessere non è dovuto al polline delle conifere ma a un dittero: la Cephenemyìa stimulator, che l'estate scorsa ha depositato le sue larve nelle loro cavità nasali. Queste piccole larve, dopo una migrazione invernale all'interno delle prime vie respiratorie del capriolo, si sviluppano e crescono tra aprile e giugno per raggiungere poi la faringe. In questo periodo la povera bestiola infestata mostra segni di sofferenza, ha difficoltà a deglutire, tossisce, sternuta, ha il respiro raschiarne, scola muco dalle narici e scuote la testa con forza per liberarsi dal fastidioso ospite. Di conseguenza dimagrisce, ritarda la muta del pelo invernale, e se è maschio stenta a far ricrescere il trofeo. Può facilmente diventare preda dei cani randagi e delle volpi.

Le larve mature, dalle quali il capriolo infine si libererà, si impupano nel terreno delle radure e nei prati ai margini del bosco; dopo cinque settimane diventano insetti adulti: mosche lunghe un centimetro e mezzo, pelose e di colore giallo scuro. Nella maggior parte dei casi, andranno a deporre le uova sul naso dei piccoli caprioli nati a maggio perché gli adulti, conoscendo il pericolo, cercheranno difesa nel bosco più fitto, dove queste mosche di solito non arrivano.

Recentemente ho trovato una piccola femmina di un anno colpita dalla Cephenemyìa morta tra i fiori di un pascolo. Forse ad aggredirla sono state le volpi. Avevano già mangiato le cosce e le interiora. Le larve le uscivano dal naso. Il giorno dopo sentii i corvi gracchiare sopra quel pascolo, li osservai volare attorno alle spoglie della bestiola. Nel giro di poco tempo non rimase che lo scheletro ripulito e bianco; sull'erba, il pelo sparso.”

(Mario Rigoni Stern)

Per fortuna i miei ricci e le tarte dormono ancora, ma la gatta Puzzola sta cambiando il pelo (ne ho dappertutto!). Adesso si spera che l’inverno non abbia qualche colpo di coda magari sui fiori dei meli o sui getti delle vigne.

camelia

Camelia fiorita in gennaio. A Bolzano.

venerdì 30 maggio 2014

Point Lenana

Wu Ming1 e Roberto Santachiara

Point Lenana

Editore:
Einaudi
Stile Libero Big

Anno 2013
Pagine 596 – brossura

ISBN:
978-88-06-21075-5

 

Non mi è piaciuto. Ovvero, sì mi è piaciuto. Insomma, boh. 7½, fra il 7 e l’8, 8 meno meno…

Molto interessante, scritto dalla parte giusta, ma.
Estremamente documentato, ho imparato cose nuove, ma.
Ma cosa? ma per la miseria, "brevi cenni sull'universo"!

Troppa carne al fuoco e cucinata in modo assai incasinato. Avanti indietro nel tempo e nelle storie, divagazioni a mio avviso non necessarie che appesantiscono, approfondimenti su particolari (sempre IMO eh!) ininfluenti, troppo documentato, troppo dispersivo, troppo tutto.

Come in un ipertesto, quasi ogni persona nominata, ogni luogo, ogni data si ramifica in numerose narrazioni parallele che portano ad altre storie ancora. Come in un ipertesto infatti si rischia di perdersi per strada a di non ricordarsi più da dove si è partiti. Con il difetto che questo ipertesto segue la logica degli autori e non quella del lettore, ovviamente.

Sì, ti ci riportano loro da dove sei partito, ma occorre raccogliere le idee: se abbandoni il libro per qualche giorno, ti trovi sperso. Un ipertesto? Macché, un frattale.

Irritantissime le parti scritte in seconda persona singolare: "mentre tu facevi ("tu" sta per il diciamo protagonista di cotesto garbuglio), tu pensavi che etc". Per fortuna non molte, ma comunque troppe.

Confesso qualche abbiocco e qualche sbadiglio, leggerlo a letto poi è micidiale.

Point Lenana

Monte Kenya, Point Lenana. (fonte Chris 73,  Wikimedia Commons licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported)

Se qualcuno, peraltro, pensa di avere in mano un libro di montagna, resterà deluso. Si, montagna ce n'è molta, ma resta sullo sfondo, nonostante la ricostruzione della vita di Emilio Comici, nonostante Point Lenana, il Kilimangiaro, il CAI, la val Rosanda, Bonatti, MacFarlane e pure un pizzico di resistenza (appunto, brevi cenni etc.).

Encomiabile la rivisitazione, senza fette di prosciutto della retorica sugli occhi, del colonialismo italiano in Africa. Italiani brava gente sti gran cazzi, altro che vantarsi di aver costruito le strade e di aver portato la civiltà a quei selvaggi. Da vergognarsi e da non avere il coraggio di guardarli negli occhi, altro che civiltà. E altrettanto interessanti i capitoli sull'italianizzazione forzata di Trieste e delle notevoli porcherie fatte dal regno d'Italia prima e dal fascismo dopo anche in quei territori. E per me che sono altoatesina, capitoli molto intensi. Fatti che gran parte degli italiani ignorano ma vengono quassù e si permettono di pontificare.

Trovo inoltre che i Wu Ming, tutti, abbiano una spocchia insopportabile. Bravi, ma credono di esser bravi e giusti e giustamente collocati solo loro. E in questo libro la cosa non passa, secondo me, inosservata.

Tutte queste critiche e gli assegno 8 meno meno? Guadagnato dai... il termine "capitoli" non è esatto per come è strutturato il libro. Insomma la trattazione degli argomenti di cui sopra e il taglio con cui sono stati trattati, quanto non sapevo e ho imparato, Comici, il gran lavoro di documentazione gli fanno guadagnare il quasi 8. Stiracchiato però.

3 giorni dopo il mio acquisto in libreria, Point Lenana era liberamente scaricabile dal blog di Wu Ming fondation, come da normale politica editoriale di Wu Ming, un anno dopo l’uscita in libreria. (la prossima volta, TONTA, prima di spendere 20 euro controlla il calendario!)

Allo stesso link pagine e pagine di articoli, notizie, recensioni, digressioni a cura degli autori e di Wu Ming Fondation.

Un po’ di link, quasi tutti in disaccordo con me :)

Altitudini: Point Lenana. Assalto alla letteratura di montagna
IBS
Goodreads
Anobii
DoppioZero

lunedì 4 novembre 2013

La cultura al macero

E no, non sto facendo l’ennesimo pippone tipo “signora mia” “o tempora o mores” e “l’ignoranza dilaga”. Per quanto…

Questo post è un requiem per una libreria cooperativa storica di Bolzano, e quando chiude una libreria è sempre una gran perdita per una città. Per Bolzano poi, città che non pullula di librerie, e dove negli ultimi anni hanno buttato la spugna diversi librai.

shapeimage_4Oggi è iniziata la svendita da KoLibri, che a fine mese chiude i battenti. Per qualche giorno tutti i 12.000 titoli presenti in negozio al 30% di sconto per poi, se resta ancora qualcosa, abbattere i prezzi in modo da far fuori tutto: quello che non viene venduto verrà portato al macero. Già, libri al macero, mi piange il cuore. La liquidazione della cooperativa, oberata dai debiti, non permette altra soluzione: il liquidatore spiega che per legge non è possibile privilegiare alcuni creditori rispetto ad altri quindi non è possibile restituire l’invenduto agli editori, nemmeno a quelli che li ritirerebbero volentieri. Per quello è partita la campagna “adotta un libro”, per evitargli la triste fine del macero (mi torna in mente, a proposito, il bellissimo “una solitudine troppo rumorosa” di Bohumil Hrabal).

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foto KoLibri

Riuscite a non piangere, bolzanini, pensando a tutti questi libri distrutti? Sono passata oggi pomeriggio, la cassa scampanellava con insistenza: pare che la svendita sia iniziata bene.

D’altra parte non era la mancanza di clienti il grosso problema: il negozio è in un posto centralissimo, a due passi da piazza Walter; ha (aveva) una scelta di titoli interessante, sia testi in lingua italiana che in lingua tedesca (come mi piacevano le loro vetrine bilingui!). Multilingue e multietnica era anche la clientela.  E anche un po’ alternativa. KoLibri nasce infatti dalle ceneri della libreria “la Sinistra” e ha mantenuto poi sempre quel carattere aperto pluriculturale e anticonformista, sia nella scelta della saggistica sia negli eventi che, periodicamente, organizzava nell’ammezzato.

La cooperativa può vantare, fra chi è stato socio o chi lo è ancora, persone come Alex Langer, Benno Simma, che ne propose il nome e ne disegnò il logo, lo storico Giorgio Delle Donne (Firefox mi chiude da solo la sua home page senza dirmi il motivo), gran parte dell’intellighenzia bolzanina.

No, non è colpa di IBS o di Amazon, né dell’ebook: come si legge  in un’intervista rilasciata da Renato Bariletti, uno dei soci dipendenti, a Fabio Zamboni sul quotidiano Alto Adige on line del 13 ottobre scorso:

«La cosa triste – spiega Bariletti è che lo spirito ideale con cui una cooperativa gestisce un’attività come questa deve scontarsi con il cosiddetto mercato. E ancora più triste è che non chiudiamo perché vendiamo meno libri: negli ultimi anni siamo stati in costante crescita e lo scorso anno abbiamo avuto un aumento di vendita del 16 per cento, in un mercato italiano che era a meno 10».

E allora? «E allora sono stati i debiti accumulati, ad ammazzarci. Quelli pregressi, aumentati accanto a quelli sostenuti per l’ultimo rinnovo dei locali un paio d’anni or sono e per l’acquisto di un programma di gestione bilingue. A Bolzano nel frattempo hanno chiuso altre quattro librerie – Libri & libri, Librolandia, quella in piazza Adriano e quella in via San Quirino. E noi invece di poterne “approfittare” ci vediamo costretti a chiudere. La vera concorrenza, comunque è arrivata dalle librerie gestite direttamente dagli editori, come Giunti. Loro hanno condizioni molto più favorevoli, hanno la merce al prezzo di costo».

E internet ha inciso sulla vostra fine? «In parte sì, molti acquistano online o scaricano, ma la concorrenza non viene da lì. E nemmeno dall’ebook: qui a Bolzano, poi, ne circolano davvero pochi».

Su “Salto”, il “portale bilingue di informazione e social network altoatesino” come si autodefinisce, Gabriele Di Luca fa un’analisi un po’ più profonda: “Forse, per trovare una risposta, bisognerebbe tirare in ballo il collasso di un intero mondo. Non solo quello della “sinistra alternativa”, ma più in generale dell’impegno interetnico e culturale lentamente prosciugatosi, o comunque non più capace di stringersi attorno a uno dei suoi simboli più riconoscibili. La crisi del settore, la possibilità di acquistare libri in rete e la nascita di punti vendita alternativi, filiali delle grandi catene, ha fatto il resto.”

Un’amica che bazzica attivamente KoLibri mi raccontava di una storia simile a Trieste. Ma a Trieste si è mosso Claudio Magris, che in quella libreria è uso giocare a scacchi, e una soluzione si è trovata. Qui non abbiamo Magris e Langer purtroppo non c’è più. Ora tutti si stracciano le vesti ma (Sempre De Luca): “Quando, nei mesi scorsi, già era nota la difficilissima situazione nella quale versava Kolibri, avevo più volte contattato Silvia Maranelli per convincerla a denunciare la situazione, rivelandola così a un pubblico più vasto. Ma il messaggio era sempre quello: “Aspettiamo, forse si può ancora fare qualcosa, e creare allarme, in un frangente del genere, sarebbe peggio”. Una comunicazione più tempestiva avrebbe cambiato qualcosa? Se qualcuno avesse potuto intervenire, forse, l’avrebbe fatto anche senza attendere l’eventuale clamore della notizia. La speranza non è comunque bastata e le parole che avete appena letto, purtroppo, hanno il sapore delle considerazioni postume.”

kolibri

foto Salto

Ora spuntano tante persone che, pur sapendo dei problemi, non sapevano che “Dei 230 soci iniziali si è passati agli attuali 77. Ma soltanto 22 fanno ancora parte del vecchio gruppo, precedente cioè il tentativo di creare un’inversione di tendenza (mediante l’acquisto di una tessera al costo di 100 euro una tantum e una politica di sconti ai soci) che poi però non ha dato i frutti sperati”; persone disposte a pagare i 100 euro per dare una mano. Sarebbero bastate? Probabilmente no. Avrebbero solo spostato il problema strutturale e culturale di un po’ di tempo. Però a mio avviso è mancata un’informazione a tappeto, un po’ di spam insomma, dove non hanno saputo arrivare gli addetti ai lavori forse qualcosa potevano fare i clienti.

Dei se e dei ma sono piene le fosse.

Bolzanini, abbandonereste il vostro migliore amico? No, vero? Allora adottate un libro! Non lasciate che vada al macero!

KoLibri, ci mancherai.

link:
Exit Kolibri
Adotta un libro. KoLibri svende tutto per evitare il macero
Chiude «Ko-libri» la libreria alternativa fondata nel 1978
L’AMARCORD: «Quei primi passi in via della Roggia»

giovedì 3 ottobre 2013

Montagnalibri a Bolzano

Non ci andavo da parecchio tempo, a montagnalibri: la mostra dell’editoria di montagna collegata al TrentoFilmFestival nella sua edizione bolzanina. Ero sempre tornata scornata.

Quest’anno gran tam tam per l’inaugurazione: nuova sede, nel “Passage” del Museion (museo di arte moderna e contemporanea) invece che nella tensiostruttura di piazza Walther, sindaco, assessore, presidenti di CAI e Alpenverein, coro Rosalpina, ricchi premi e cotillon. “Da un contenitore easy collocato in un luogo centralissimo di Bolzano e che per il suo porsi in maniera così evidente e ingombrante richiamava tanta gente, comunque incuriosita e che entrava proprio per capire cosa veniva proposto all’interno del tendone, adesso sarà sicuramente un pubblico più motivato, più attento alle proposte culturali della città e che arriverà al Museion già consapevole di quello che troverà; chi invece non ne sarà informato speriamo rimanga piacevolmente sorpreso da questa novità. E' una sfida, ma anche una novità per il Museion stesso, che in questa occasione si apre verso la città per far sì che i suoi spazi vengano visitati e vissuti» dice al quotidiano Alto Adige Luana Bisesti, direttore della rassegna. WOW!

ESC_6748-1Bolzano, il Museion

“Le caratteristiche della rassegna rimangono immutate, quindi proporremo al pubblico circa un migliaio di novità editoriali da tutto il mondo e che riguardano la montagna a 360 gradi, ma non a caso ho parlato di di sfida perché cambia totalmente l’approccio.”

RIWOW!

Io sono una nota rompiglioni mai contenta, ma mi son portata appresso il mio compagno, molto più disponibile nei confronti del resto del mondo. Approfittando di una presentazione che ci interessava, prevista per la sera nella stessa location, siamo arrivati un paio di ore in anticipo per guardare le proposte librarie. Basteranno due orette per vedere “Guide (escursionistiche, alpinistiche, turistiche, sciistiche e scialpinistiche, ciclistiche e di mountain bike, naturalistico-ambientali, di canyoning), manuali, studi e ricerche (su ambiente, flora, fauna, geologia, mineralogia, speleologia, geografia, cartografia, meteorologia, glaciologia, archeologia, storia, guerra in montagna, economia e fenomeni sociali, politiche ambientali, turismo, arte, artigianato, cinematografia, estetica, etica, etnografia, folclore, medicina, religione, toponomastica, gastronomia, canto popolare), libri fotografici, di storia alpinistica, di spedizioni, di narrativa, cataloghi: sono diverse centinaia i volumi esposti e presentati da 400 case editrici di più di 30 Paesi per questa edizione di MontagnaLibri, panoramica tra le più complete a livello mondiale sui libri di montagna.”?

Altroché! mezz’ora dopo ci stavamo chiedendo: e mo’ quest’ora e mezza che avanza come la riempiamo? Se questa è la panoramica fra le più complete, non c’è moltissimo sull’argomento. Cercavo indicazioni per un libro di geologia: ce n’era mezzo. L’altra metà del libro parlava di leggende (ufffaaaaaaaa!!!). Flora, un paio. Qualcosa in tedesco, inglese, francese… e gli altri 26 paesi? Se c’erano mi sono sfuggiti o avevano una proposta a testa. I soliti bei libri fotografici che costano un botto e mezzo (tutti uguali, come dice con qualche ragione un mio amico bravo pittore e fotografo)… massì qualcosa c’era, un po’ più del solito (un migliaio? boh!), ma gridare d’entusiasmo per la più completa etc, direi, per l’ennesima volta, no.

Qualcosa di molto diverso, invece, l’ho notato: guardare e non comprare. Nel tendone ogni anno una libreria locale curava il banco dei libri in vendita. Ogni volta diverso, secondo le proposte della libreria organizzatrice. Questa volta, niet. Per l’occasione mezzo tavolino nel book-shop del Museion, che non si occupa di montagna ma di editoria d’arte (e di taglieri, sottopiatti, cartoline, bambolotti) e basta. Probabilmente altro non si poteva fare, lo spazio di vendita all’interno della struttura quello era, stop.

Insomma, anche a parere del mio accompagnatore, più fumo che arrosto. Come al solito, d’altronde.

Abbiamo riempito il tempo bevendoci un buon bianco e sfogliando:

“Di questo lavoro mi piace tutto”, L’artistica Savigliano Editore, della nostra grande Marzia Verona. Molte storie le avevo lette sul blog, mi è piaciuto tenere in mano il suo libro e ritrovare i suoi ragazzi. E’ sempre brava, vivace e appassionata.

Un bel “Dren-giong. Il primo libro di Fosco Maraini e i ricordi dei suoi amici”, edizione Corbaccio. Ma di Maraini ho “Ore Giapponesi”, parecchio più bello, quindi non ho nemmeno sbavato dalla voglia.

“La ragazza del mulo”, di Italo Zandonella Callegher, Mursia editore. Le storie di guerra su per i nostri bricchi mi sono sempre molto piaciute. E il Popera ce l’abbiamo avuto sopra la crapa quest’estate. Comprerò, temo.

Infine ho passato un bel po’ di tempo sull’interessante “Valanga” sottotitolo: “Riconoscere le 10 più importanti situazioni tipo di pericolo valanghe”, di Rudi Mair e Patrick Nairz, Athesia editore. Dal che ho rafforzato la mia convinzione: con pericolo superiore a 2, è molto difficile valutare con sicurezza la possibilità di restarci sotto, soprattutto in un posto nuovo. Le occorrenze segnalate nel testo (non l’ho scorso tutto, però) sono per la maggior parte con pericolo da 3 in su, e con pendii superiori ai 30° di pendenza. Ma ho visto anche segnalati 2 morti con pericolo 2. Non dico caminetto, plaid e gatto sulle ginocchia, ma un bel po’ di prudenza sì.

Nel frattempo, finalmente si è fatta l’ora della presentazione. Della quale mi lamenterò per voi domani :D

lunedì 13 maggio 2013

e-book [OT]

 

poldolibri

(Poldo, chissà dove sei finito, gattino!)

Un libro non è fatto solo di parole: è fatto di capitoli, paragrafi, interlinee, spazi pieni e spazi vuoti. Sono importanti perché stabiliscono i ritmi della narrazione, le sospensioni, lo scorrere del testo. L’impaginazione è importante quasi come il testo. E a me girano, eccome girano, quando un testo è impaginato con i piedi. Mi veniva da citare un’altra parte anatomica, mi sono moderata. Sono poco oltre la metà di questo libro ed ho collezionato già 19 grossi errori di impaginazione (sì, da qualche e-book in qua li raccolgo puntigliosamente) ma non mi conviene buttare il reader dalla finestra o nella stufa, cosa che avrei già fatto con un libro di carta. Sono quasi tutti errori di impaginazione di questo genere (quasi eh, ci sono anche i buoni vecchi refusi normali):

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dust3

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Mi pare di avere il singhiozzo.

Refusini standard:

“Il vecchio mi vide arrivare qualche mese, dopo con la canna da pesca e il sacco pieno di bottiglie di birra.” Che c’azzecca la virgola dopo “mese”?
”le mie sorelle1” Che intendesse sorellONE?

Eccetera eccetera.

No, non è un libro piratato, né comprato su altri store e poi convertito con Calibre: comprato su Amazon, pagato ad Amazon, scaricato in totale legalità. Certo, lo so che non è colpa di Amazon ma dell’editore. Infatti ce l’ho proprio con loro, i Signori Editori. Poco più di un mese fa pubblicavo un post che stroncava l’editing di un altro e-book e nel frattempo mi sono scornata con altri svarioni di altre pubblicazioni elettroniche.

Pubblicano schifezze scientemente, per disincentivare l’e-book del quale hanno terrore? Terrorizzati dalla pirateria, non sono in grado di offrire testi di qualità superiore alle schifezze che si scaricano, gratis, illegalmente? O è semplice, banale, irritantissima, cialtroneria?

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(no, da che ho il reader non ho smesso di comprare carta!)

Piaccia o meno l’e-book affiancherà il cartaceo in modo sempre più incisivo e premierà, secondo me, gli editori che gli dedicheranno cura ed attenzione. Che proporranno titoli interessanti, in gran numero, a prezzi congrui (non ha senso che costino poco meno del cartaceo, suvvia!) ed editati con cura.

(Peraltro, il libro che sto leggendo non sarebbe nemmeno malaccio, porca miseria!)

mercoledì 24 aprile 2013

Buona ultima

Ieri, 23 aprile, era la Giornata Mondiale del Libro e del diritto d'autore. Talmente indaffarata (e raffreddata, pure) da non trovare nemmeno il tempo di andare a ritirare il mio libro in regalo in biblioteca!

Però domani è il 25 aprile, così ne approfitto per parlare di un libro resistente:

Più riguardo a I giorni veri

Giovanna Zangrandi
I Giorni veri
Diario della Resistenza

Editore:
Isbn Edizioni

Anno 2012
pagine 288, brossura

ISBN: 9788876383359
disponibile anche in e-book: mobi e epub

Lo scoppio della seconda guerra mondiale trova Giovanna Zangrandi, pseudonimo di Alma Bevilacqua, in Cadore dove insegna scienze naturali nelle scuole di Cortina e di Pieve di Cadore, va per monti e diventa maestra di sci e dove continua a leggere, studiare e scrivere articoli e racconti, pubblicati con frequenza su riviste locali. Il generico antifascismo che la caratterizza nei primi anni di guerra si va delineando con l’8 settembre: sceglie infatti di entrare nella resistenza nella brigata garibaldina Pier Fortunato Calvi, Divisione Nannetti.

La possibilità di attraversare quasi quotidianamente la frontiera con il Reich (la montagna del Cadore e in particolare Pieve era stato annesso all’Alpenvorland) e la sua profonda conoscenza del territorio e delle montagne le permettono di portare ordini e armi alle varie brigate disseminate sul territorio e di individuare dove e come piazzare le mine e sabotare i nazisti. Camminate stremanti fra i monti, ore e ore sugli sci fra le montagne più belle del mondo che hanno già visto la guerra e la morte.

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Civetta

Ovviamente alla lunga iniziano i sospetti, e probabilmente qualcuno si prende la briga di denunciarla: fatto sta che la compagna Anna entra in clandestinità e sale in montagna. Da sola: la banda partigiana non prevede donne.

Riprende i contatti con i partigiani e a muoversi sul territorio fino al novembre ‘44 e al proclama di Alexander. Non era possibile tornare in valle, in paese, aspettare la primavera al sicuro con un tetto sopra la testa. La cercavano, su di lei pendeva una taglia, bisognava cavarsela in qualche modo, cercare di sopravvivere in montagna, in rifugi precari, al freddo, nascosta “in assoluto adiaccio contro una roccia a quota duemila, non grotta, ma un appiombo delle Marmarole ai margini di fitte faggete”(*) con un paio di compagni, con le orecchie sempre tese: bastavano le tracce sulla neve per portare a loro.

Finisce anche l’inverno, quelli rimasti riprendono la lotta, fino a un aprile convulso e feroce, alla fine del quale non sono molti i compagni ancora vivi.

Sono pagine di una scrittura scarna e asciutta, vi è narrato poco di epico o eroico, venata da una tristezza che non cessa nemmeno con la liberazione e la fuga dell’ultima colonna di panzer:

“Non ho ucciso stamane, la guerra è finita davvero, anche da noi qui, verso mezzogiorno.

A Pieve di Cadore (come in troppi altri posti) è stata una fine amara, tra morti e macerie gratuite e assurde.

Stamane una colonna di panzer tedeschi da 88 millimetri risaliva dalla Val Piave, indomiti, feroci, sfegatati, decisi a continuare la guerra.

Inutile trattare con loro, offrire una resa, un ritorno alle loro case ormai tanto vicine, senza passare per i «lager» americani.

No, comandanti fanatici e soldati ridotti come macchine spietate non vogliono lasciare le armi, arrendersi; c’è stata battaglia in piazza a Pieve, hanno sparato coll’88 millimetri e sfondato case, hanno ucciso a raffiche Diana, il più giovane dei nostri (quindici anni) e ferito parecchi altri.

[…]

Quel panzer scassato sferraglia e va via. È l’ultimo rumore di guerra nella piazza piena di macerie, attraversata da una manica da fuoco a spegnere un inizio di incendio.
La barella di Diana come un lugubre soffio ha fatto silenzio; a lungo, e muoversi senza parlare, senza saper cosa fare, lentamente: è questa la fine, la pace?

Per quanto tempo non so, minuti, quarti d’ora; lento uscire di gente guardinga, senza parole. Una maestra elementare con una coccarda, ma è come un senso di ridicola, innocente rettorica che ti strappa quasi un sorriso, un pompiere tutto fuligginoso viene al balcone del Palazzo della Comunità e mette fuori la bandiera, lo fa senza gesti inutili, e veramente questa fa piacere vederla; uno ha detto «Légala a mezzo, ci sono dei morti».”

C’è Sergio, in un angolo, armato e tanto magro e piccolo che, se non mi fosse usuale come un fratello, non saprei se è un ragazzo o un attaccapannino di armi. Silenzioso, contratto, tutto occhi come sua madre. Ci guardiamo in silenzio, non abbiamo voglia di parlare; ci passano davanti quei tipi paludati di tricolori e coccarde, passa via la camionetta dei tommies e delle ragazze. Da sotto le armi esce la voce bassa e roca, staccata, di Sergio:
«Adesso comincia il casino, vedrai che razza di casino ci impiantano». Pensiamo ambedue a Severino che non c’è più. Dice il ragazzo, ingoiando saliva:
«Vieni a casa, dai. Vieni a mangiare, intanto».

Si va giù a passo per i vicoli, via dalla piazza, estranei, con uno stomaco che deve ingoiar qualcosa e un barlume di pensiero che domani tenterà di orientarsi «in questo casino», per continuare a fare quel che volevano i morti.”

Tai di Cadore, 2 maggio 1945

(*) da una lettera del 1962 di Giovanna Zangrandi a Vittorio Sereni

domenica 24 marzo 2013

Giornata nazionale della lettura

Sarebbe per la promozione della lettura, io invece oggi disincentivo la lettura. Non in generale eh, che se c’è una sempre con un libro in mano è la sottoscritta. Ma sconsiglio caldamente l’acquisto dell’edizione per kindle di questo libro:

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Jennifer Jordan 
La scalata impossibile
La tragica storia dell’uomo che sognava il K2

Traduttore: Mark Stiatti

Editore 
Newton Compton 
Anno 2010
pagine 239, brossura

ISBN: 9788854123076
disponibile anche in e-book: azw3, epub

Edizione elettronica realizzata da Gag srl

Sono stufa di sottolineare refusi e formattazioni garibaldine. Mi scandalizza come molti editori trattino l'e-book come prodotto di seconda scelta, scarto, al quale non serve dedicare nemmeno il minimo dell'attenzione.

Questo è inqualificabile. Infinite parole spezzate col trattino come fossero a fine riga:"que- sto, pro- duttiva, soprat- tutto" etc etc.; "600,000" invece che 600.000, un paio di righe di una nota che si mescolano al testo e viceversa; "a causa dalla guerra"; "uno più facoltosi d’America" e diverse altre piacevolezze simili.

Anche la traduzione non mi pare accuratissima: una "lingua tagliente" diventa "la sua lingua biforcuta"!! (il traduttore ha letto troppi Tex Willer mi sa); "piccolo, ostentato, autoritario" ostentato? o ostinato?; "del famoso conduttore della New York Symphony," Conduttore o direttore (d'orchestra?); und so weiter.

La storia: parte lenta, la fa troppo lunga all'inizio raccontando genealogie di cui sinceramente interessa poco, decolla dopo circa 1/4 delle pagine. Dopo diventa interessante, almeno per chi pratica l'ambiente dell'alpinismo e dintorni. Non è un libro di avventura, è una cronaca il più accurata possibile del famoso e contestatissimo tentativo americano alla vetta del K2 nel 1939, vetta al momento ancora inviolata, finito purtroppo malissimo, che si trascinò in polemiche, accuse reciproche e tribunali per anni.

Il capo spedizione, Fritz Wiessner, non ne esce molto bene, viene invece rivalutata la figura di Dudley Wolfe: non era solo un impreparato, capriccioso, grasso e goffo yankee, come piace far credere a chi l’ha abbandonato da solo a morire lassù. Non si arriva a quasi 8000 metri sulla montagna più difficile del mondo, se si è grassi goffi e impreparati. La verità è più scomoda da ammettere. Sono stati fatti innumerevoli errori, la testa di Wiessner era concentrata sulla riuscita e la sorte dei suoi uomini, sherpa compresi, non era una delle sue priorità.

Sufficienti i contenuti, decisamente insufficiente la forma.

franzRecensione basata sull’edizione in formato azw3, ovviamente scaricata da Amazon e regolarmente pagata. Con soldi buoni, of course, non fagioli secchi o soldi del monopoli. Sgrunt.

Nulla so dell’edizione cartacea. Probabilmente la formattazione è corretta, ma non ci metto la mano sul fuoco per gli innumerevoli altri refusi sparsi.

 

(la sottoscritta a 6 anni e 4 mesi)

domenica 27 gennaio 2013

Gli spodestati e le facce di bronzo

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Sem-Sandberg Steve
Gli spodestati

Traduttore: De Marco Katia

Editore
Marsilio (collana Romanzi e racconti)
Anno 2012
pagine 664, rilegato

ISBN: 9788831711265
disponibile anche in e-book

Dalla quarta di copertina:

“Quando alla fine del 1939 i nazisti lo insediano a capo del ghetto di Lòdz, Mordechai Chaim Rumkowski si convince che, per salvarsi, gli ebrei debbano rendersi indispensabili ai tedeschi nella loro guerra, e decide di trasformare il ghetto in un'immensa fabbrica. Ambiguo, dispotico, piegato dalla sua logica di produrre a ogni costo e spinto da un'ambizione titanica, "re Chaim" sacrifica alla sua causa chi non vuole o non è in grado di eseguire i suoi ordini. E cosi, forse consapevolmente, forse no, diventa ingranaggio fondamentale nella macchina di sterminio nazista. Mostro e opportunista crudele, oppure pragmatico stratega costretto ad amputare le braccia per salvare il corpo? "Gli spodestati" è un romanzo sull'ambiguità umana provocata dall'oppressione. Traditore per alcuni, eroe per altri, Rumkowski è un personaggio controverso che suscita inquietanti interrogativi su dignità e abiezione. Intorno alla sua folle ed enigmatica figura, ispirandosi alla "Cronaca del ghetto di Lódz", Steve Sem-Sandberg tesse le vite degli abitanti del ghetto, figure storiche e personaggi fittizi, esplorando i dilemmi morali e le insidie con cui la gente dovette fare i conti in una disperata lotta per la sopravvivenza.”

Un po' troppo lungo IMO, qualche taglio non avrebbe guastato. Serve leggerlo con molta attenzione, tornare indietro a volte per tirare le fila di parecchi personaggi abbandonati qui e là nella storia che rispuntano molte pagine dopo e non ci si ricorda dove erano stati lasciati. Di altri ci si chiede, a libro terminato, il destino anche se non è difficile da immaginare: "Dei 204.000 ebrei che passarono attraverso il ghetto di Łódź, solo 10.000 sopravvissero alla guerra." (wikipedia)
A tratti la realtà narrativa si mescola al sogno, e capita di dirsi: ma non era morta? ahhh, sta sognando!

Molto bene documentato e molto credibile nell'invenzione narrativa.

Agghiaccianti la fame, il freddo, la perdita della dignità, la vita o la morte determinate dall'arbitrio di soldati violenti e ubriaconi, la paura che fa emergere il meglio o il peggio di ognuno; l'inutile speranza dell'arrivo dei russi: quando succederà sarà troppo tardi.

E alla fine, Rumkowski: santo o traditore? collaboratore dei nazisti o salvatore? Tutto il suo darsi da fare, per interessi personali o per prolungare di qualche mese la vita del ghetto? se finisce il ghetto muore anche lui, e lo sa.
La persona risulta molto sgradevole: pedofilo, ambizioso, arrogante con i deboli e servile con i forti, ma avrebbe potuto fare altro? La storia non ha saputo prendere una posizione e io, alla fine, nemmeno.

Da leggere, a mio avviso, la pagina di Wikipedia dedicata al ghetto di Łódź:
e scorrere la documentazione fotografica


"Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene".

"non ha le stesse responsabilità della Germania" ma "ci fu una connivenza che all'inizio non fu completamente consapevole".

“è difficile mettersi nei panni di chi decise allora. Certamente il governo di allora per timore che la potenza tedesca vincesse preferì essere alleato alla Germania di Hitler piuttosto che opporvisi". 

Berlusconi Silvio, 27/01/13, giornata della memoria
Fonte: Repubblica on line


(eh già. Ricordiamocelo pure noi, tipo fra un mesetto)

giovedì 28 giugno 2012

Gatti e alberi

“Se volete sapere cosa prova un albero, dormite con un gatto sul letto e sentite come esplora le vostre curve e i vostri incavi per cercare il nido più confortevole”

Roger Deakin, Un anno a Walnut Tree, EDT editore, 2009

 

Qual migliore esempio? (timelapse di valgeis)

mercoledì 25 aprile 2012

Cosa avrebbe fatto lei?

canalemussoliniAntonio Pennacchi
Canale Mussolini

Editore
Mondadori  (collana Scrittori italiani e stranieri)

anno 2010
pagine 460 rilegato
prezzo: € 20

(ci sono però edizioni più economiche)

"Cosa avrebbe fatto Lei?" chiede spesso la voce narrante, come per giustificare le discutibili scelte politiche della famiglia Peruzzi.
Non so cosa avrei fatto io, me lo sono chiesto più volte nel corso della vita senza saper rispondere. So cosa hanno fatto i miei, però: hanno aiutato persone ad evadere dal campo di concentramento di Bolzano, le hanno ospitate e nascoste e aiutate a mettersi in salvo, hanno rinunciato al posto di insegnanti per non prendere la tessera del fascio, hanno gestito per mesi una radio partigiana, hanno ceduto i loro documenti a una famiglia ebrea per farla espatriare. Non era inevitabile diventare fascisti, e non era inevitabile restarlo con pervicacia fino all'arrivo degli americani al confine del podere.

Ammazzare i parroco a randellate non è un incidente di percorso, perché in fondo l'idea era solo quella di dargli una lezione. Né è una marachella dar fuoco alla camera del lavoro e ai poveri alloggi delle persone del piano superiore solo perché non è morto nessuno. O una comprensibile vendetta sparare in faccia al maestro socialista, che in fondo se l'è cavata senza lasciarci le penne, né la marcia su Roma fu una scampagnata nella quale ci si è in fondo divertiti poco perché non ha fatto che piovere. E, mi spiace, ma i morti non sono tutti uguali: quelli che hanno lasciato le piume nelle colonie dopo aver massacrato e fucilato senza troppi rimorsi i musi neri non mi fanno la stessa pietà di coloro che sono morti da partigiani o da alpini in Russia.

Però non è stato solo tempo buttato e incazzature inutili: mi ha aiutata un po' a capire la genesi di alcune scelte, anche se capire non è giustificare nemmeno un po’; poi ho ritrovato aria di casa in alcune descrizioni della vita quotidiana nel podere e in fondo ho anche imparato qualcosa sulla vita nelle bonifiche, sulla fondazione di Littoria e ora so fra il resto come funziona il canale Mussolini, perché il macadam si chiama macadam e pure esattamente com'è fatto. Si sa mai che possa tornarmi utile.

Per il resto un diluvio di parole e di argomenti e una storia d'amore maledetto della quale si poteva tranquillamente fare a meno.

Premio Strega? BAH! Per fortuna non l’ho comprato ma preso in prestito.

(ma tutti quelli che ne hanno fatto critiche osannanti, votato entusiasti 5/5 sui vari siti, la storia l’hanno studiata? E non hanno avuto nulla da obiettare? Andava bene così? Una simpaticissima famiglia contadina? Anche l’ostracismo alla nuora incinta, simpatico eh?  Ancora BAH! ai lettori questa volta)

Buon 25 aprile, e stiamo in campana, che NON è la festa del ponte!!

mercoledì 23 novembre 2011

Corri in edicola!

Faccio il verso alle pubblicità radiofoniche, per segnalare questa uscita:

Chi ha letto “Un mondo perduto” ci troverà le fotografie a colori che nel libro mancano e un po’ di storie di montagna; chi non l’ha letto, il racconto di alcune delle sue avventure in stralci di articoli da lui scritti per la rivista; chi ricorda “Epoca” dei bei tempi avrà qualche attacco di nostalgia, chi si è sempre domandato come diavolo facesse a pubblicare le foto di sé stesso se era in giro da solo, avrà la risposta e chi si chiedeva cosa diavolo ci fosse nel suo zaino, pure.

Ci sono le foto di Bonatti prima di essere Bonatti e una bella intervista a Rossana Podestà, trattata dalla burocrazia sanitaria con il disprezzo e l’indifferenza che non si usa più nemmeno per una cortigiana.

Bella persona, coraggiosa, pura e testarda, ultimo modello per i ragazzini che sognavano di fare, da grandi, gli esploratori: ormai non c’è più nulla da esplorare su questo pianeta.

E, se mi è concesso, gran bell’uomo.

sabato 1 ottobre 2011

Mi arrendo!

Le strade per Quoz. In giro per l'America

William Least Heat Moon
Le strade per Quoz. In giro per l'America

Traduttore: M. Capuani

Editore:
Einaudi  (collana Frontiere Einaudi)

Anno 2011
pagine 555, brossura

€ 24

Sono arrivata faticosamente a due terzi e non riesco ad andare avanti: di questo passo, a due pagine al giorno, l’anno prossimo sono ancora lontana dalla fine. Mi abbiocco alla ventesima riga, mi annoio, quando lo riprendo in mano devo rileggere il già letto perché me lo sono scordato.

Ho amato molto "Strade blu", letto e riletto con altrettanto piacere a distanza di parecchi anni. "Prateria" meno scorrevole ma non brutto, già in "Nikawa", secondo me, Least Heat-Moon aveva perso lo smalto.

Qui l'ispirazione non c'è proprio più, sparita la leggerezza dalle sue pagine, si trascina faticosamente alla ricerca dell'incontro interessante o della storia curiosa da raccontare. E forse è questo il problema: viaggia per scriverne non per viaggiare e ciao spontaneità. E scrive per contratto, a mio avviso, non più per piacere.

I viaggi: tanti e brevi, pochi giorni invece che mesi e mesi, più giretti che viaggi, e forse anche per questo non entra nello spirito del vagabondaggio. Non trovo la storia, nel testo, non c'è continuità.

Anche la moglie con la quale va in giro (viaggiare mi sembra una parola grossa) e della quale è estremamente orgoglioso, bella, bionda e riccia e avvocato di successo, nonostante i suoi sporadici commenti pungenti, non lo aiuta ad uscire dal loro cerchio magico e a guardarsi attorno con partecipazione.

Least Heat-Moon ha scritto un solo libro, "Strade blu". I seguenti hanno cercato, con alterne fortune, di esserne all'altezza. Dev’essere triste e sfigato, si vede, solo e disoccupato per trovare il mood giusto: con una moglie adorabile, l’editore alle costole, i lettori che da lui si aspettano da anni, impazienti, meraviglie, non ingrana.

E questi suoi lettori lui cerca di lusingarli, di adularli, si rivolge loro in seconda persona, li chiama “tu, sagace lettore” oppure “paziente lettore”. Ecco io la pazienza l’ho persa! E ho di meglio sul comodino che sta prendendo la polvere. Caro William, senza rimpianti, addio.

giovedì 9 giugno 2011

L’acqua dei ricchi

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Lorenzo Milani "Lettera dalla montagna" a Ettore Bernabei

Il Giornale del Mattino, 15 dicembre 1955, pag. 8

“Caro direttore,
col progetto di consorzio di cui ti parlai si darebbe l’acqua a nove famiglie. Quasi metà del mio popolo. Il finanziamento è facile perché siamo protetti dalla legge per la montagna. La benemerita 991 la quale ci offre addirittura o di regalo il 75 per cento della spesa oppure, se preferiamo, in mutuo l’intera somma. Mutuo da pagarsi in 30 anni al 4 per cento comprensivo di ammortamento e interessi. Nel caso specifico, l’acquedotto costerà circa 2 milioni. Se vogliamo sborsarli noi, il governo fra due anni ci rende un milione e mezzo.
L’altro mezzo milione ce lo divideremo per 9 che siamo e così l’acqua ci sarà costata 55.000 lire per casa. Oppure anche nulla; basta prendere pala e piccone e scavarci da noi il fossetto per la conduttura e ecco risparmiate anche le 55.000 lire. Se invece non avessimo modo di anticipare il capitale allora si può preferire il mutuo. Il 4 per cento di due milioni è 80.000 lire all’anno. Divise per nove dà 8.800 lire per uno. Se pensi che 8.000 lire per l’acqua forse le spendi anche te in città e se pensi che a te l’acqua non rende, mentre a un contadino e in montagna vuol dire raddoppiare la rendita e dimezzare la fatica, capirai che anche questo secondo sistema è straordinariamente vantaggioso.

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Insomma bisogna concludere che la 991 è una legge sociale e meravigliosa.
Mi piacerebbe darti un’idea chiara di quel che significa l’acqua quassù, ma per oggi mi contenterò di dirti solo questo: s’è fatto il conto che per ogni famiglia del popolo il rifornimento d’acqua richieda in media 4 ore di lavoro di un uomo valido ogni giorno. Se i contadini avessero quella parità di diritti con gli operai che non hanno, cioè per esempio quella di lavorare solo 8 ore al giorno, si potrebbe dunque dire che qui l’uomo lavora mezza giornata solo per procurarsi l’acqua. Dico acqua, non vino! Tu invece per l’acqua lavori dai tre ai quattro minuti al giorno.

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A rileggere l’articolo 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale» mi vengono i bordoni. Ma oggi non volevo parlarti dei paria d’Italia, ma d’un’altra cosa. Dicevamo dunque che c’è questa 991 che pare adempia la promessa del 2° paragrafo dell’art. 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini». A te, cittadino di città, la Repubblica non regala un milione e mezzo, né ti presta i soldi al 4 per cento compreso l’ammortamento.

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A noi sì. Basta far domanda e aver qualche conoscenza. Infatti eravamo già a buon punto perché un proprietario mi aveva promesso di concederci una sua sorgente assolutamente inutilizzata e inutilizzabile per lui, la quale è ricca anche in settembre e sgorga e si perde in un prato poco sopra alla prima casa che vorremmo servire. Due settimane dopo, un piccolo incidente. Quel proprietario ha un carattere volubile. Una mattina s’è svegliato d’umore diverso e m’ha detto che la sorgente non la concede più. Ho insistito. S’è piccato. Ora non lo scoscendi più neanche colle mine. Ma il guaio è che quando ho chiesto a un legale se c’è verso d’ottenere l’esproprio di quella sorgente, ma risposto di no. Sicché la bizzettina di quell’omino, fatto insignificante in sé, ha l’atomico potere di buttare all’aria le nostre speranza d’acqua, il nostro consorzio, la famosa 991, il famoso articolo 3, le fatiche dei 556 costituenti, la sovranità dei loro 28 milioni di elettori, tanti morti della Resistenza (siamo sul monte Giovi! Ho nel popolo le famiglie di 14 fucilati per rappresaglia).

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Ma qui la sproporzione tra causa ed effetto è troppa! Un grande edificio che crolla perché un ragazzo gli ha tirato coll’archetto! C’è un baco interiore dunque che svuota la grandiosità dell’edificio di ogni intrinseco significato. Il nome di quel baco tu lo conosci. Si chiama: idolatria del diritto di proprietà.

[…]

DSC_3691_2Che i legislatori cattolici prendano dunque in mano la Rerum Novarum e la Costituzione e stilino una 991 molto più semplice in cui sia detto che l’acqua è di tutti. Quando avranno fatto questo, poco male se poi non si riuscirà a mandare due carabinieri a piantar la bandiera della Repubblica su quella sorgente. Manderanno qualche accidente al governo e ai preti che lo difendono. Poco male.
[…]

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Ma sommo disonore è invece se potranno dire di noi che, con tutte le pretese di rivelazione che abbiamo, non sappiamo poi neanche di dove veniamo o dove andiamo, e qual è la gerarchia dei valori, e qual è il bene e quale il male, e a chi appartengono le polle d’acqua che sgorgano nel prato di un ricco, in un paesino di poveri.”

fonte:

Milani Lorenzo, “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca” editore Chiarelettere (collana Instant book), 2011, 89 p., brossura

Se volete leggerla tutta è pubblicata anche sul quotidiano L’avvenire on line di oggi.

lunedì 25 aprile 2011

Trento, Bolzano, Belluno province del Reich

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Bolzano, Corpo d’Armata. A destra dell’ingresso, la lapide a ricordo di Longon e Manci

Il 10 settembre 1943 Hitler nomina il plenipotenziario del Reich in Italia e suddivide le varie zone di influenza del territorio italiano occupato.

«A completamento della mia ordinanza del 10 settembre 1943 sulla nomina di un plenipotenziario del Reich della Grande Germania in Italia e sulla divisione del territorio italiano occupato, ordino:

I commissari supremi nella zona di operazioni "Litorale Adriatico" comprensivo delle province Friuli, Gorizia, Trieste, Istria, Fiume, Quarnero e Laibach e nella zona di operazione delle "Prealpi", composta dalle province di Bel­luno, Trento e Bolzano, ricevono da me le direttive fonda­mentali per la loro attività.

Quartier principale del Führer, 10 settembre 1943.

Il Fúhrer, firmato Adolf Hitler
Il capo dell'Alto Comando della Wehrmacht, firmato Keitel
Il ministro del Reich e capo della cancelleria del Reich, firmato dottor Lammers.»

L’11 settebre, Lammers scrive, nella lettera accompagnatoria all’ordinanza:

«...Alle massime autorità del Reich.

In allegato vi rimetto la copia dell'ordinanza del Führer sulla nomina a plenipotenziario del Reich della Grande Germania in Italia e la suddivisione del territorio italiano occupato con preghiera di presa di conoscenza.

L'ordinanza non sarà resa pubblica. Prego di dare cono­scenza del contenuto dell'ordinanza agli ufficiali subordi­nati ed esterni solo quando e nella misura in cui questo sarà indispensabile. Quello che importa è che non sembri, con questa ordinanza, che venga toccata la sovranità del gover­no italiano fascista.

I "commissari supremi" che secondo il punto V dell'or­dinanza sono assegnati come consiglieri civili nelle zone di operazioni ai comandanti militari, vengono nominati dal Führer. In un primo momento per le zone di operazioni "Litorale Adriatico" che comprende le province Friuli, Go­rizia, Trieste, Istria, Fiume, Quarnero e Laibach è nominato il luogotenente dei Reich dottor Rainer e per la zona di operazioni delle Prealpi, che comprende le province di Trento, Bolzano e Belluno, il luogotenente del Reich, go­vernatore Hofer.(*)”

Quassù non eravamo più Italia, nemmeno per finta come nella repubblica di Salò, eravamo Reich. E non persero occasione per farcelo ricordare: a 50 metri da casa mia, al Corpo d’Armata, c’era la camera di tortura dove sono passati fra gli altri Manlio Longon e Gianantonio Manci.

Buon 25 aprile, Italia, ne hai passate di peggio, passerà anche questa!

(*) fonte: Lorenzo Baratter, “Le Dolomiti del terzo Reich” Mursia Editore, anno 2005. Libro che consiglio, peraltro!

giovedì 24 marzo 2011

Giornata nazionale della lettura

Mi ricordano che oggi è la giornata nazionale per la promozione della lettura.

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spero di non ledere la privacy di nessuno pubblicando questa foto, perché io questi due li adoro :)

mercoledì 31 marzo 2010

Cerchi nel grano

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I cerchi verdi degli irrigatori nelle campagne altrimenti aride di Jerome, Idaho. Fonte: GoogleMap

Chissà chi fa i cerchi nei campi dell’Idaho: gli ufo? gli alieni, gli omini blu? Se non stiamo attenti a quel che mangiamo diventiamo noi omini blu altro che ufo!

Qui si parla di patate invece che di grano, ma sempre cerchi sono:

“Chiesi a Forsyth di illustrarmi il regime stagionale di interventi e i sistemi all'avanguardia per il controllo di un campo di patate. Di solito si incomincia all'inizio della primavera con un tratta­mento per il terreno; per controllare i nematodi e altre patologie, i coltivatori cospargono i campi prima della semina con un com­posto chimico tossico al punto da uccidere ogni traccia di mi­crorganismi nel suolo. Poi Forsyth innaffia i campi con un erbi­cida (Lexan, Sencor o Eptam), per "ripulire" il terreno dalle er­bacce. Al momento della semina, viene applicato sul terreno un insetticida sistemico, come il Thimet, che verrà assorbito dalle gio­vani piante e ucciderà ogni insetto che ne mangi le foglie per di­verse settimane. Quando le pianticelle saranno alte una quindici­na di centimetri, viene spruzzato sui campi un secondo erbicida per controllare lo sviluppo delle erbacce.

Gli agricoltori che operano in zone aride, come Forsyth, col­tivano gli enormi cerchi che avevo visto dal cielo; ognuno di es­si e delimitato dal raggio dell'irrigatore e di solito ricopre una superficie di 135 acri. Pesticidi e fertilizzanti vengono sempli­cemente aggiunti nell'impianto d'irrigazione, che nell'azienda agricola di Forsyth pompa acqua dal vicino Snake River (e glie­la restituisce). Insieme alla razione d'acqua, le patate di Forsyth ricevono dieci annaffiature settimanali di fertilizzanti chimici. Appena prima che i filari si chiudano, cioè prima che le foglie di una pianta incontrino quelle delle vicine, Forsyth inizia a spruzzare un fungicida che si chiama Bravo, per controllare la ruggine tardiva della peronospora, lo stesso fungo che causò la carestia di patate in Irlanda ed è ancora oggi la minaccia che più preoccupa gli agricoltori. Nel giro di aria notte, una sola spora può infettare un intero campo, mi disse Forsyth, riducendo i tuberi a una poltiglia marcescente.

All'inizio di luglio, Forsyth affitterà un polverizzatore per i trattamenti contro gli afidi da eseguire a intervalli di quattordi­ci giorni. Di per se gli afidi sono innocui, ma trasmettono un virus che provoca l'accartocciamento fogliare (PLRV) e la necrosi "a rete" nelle Russet Burbank - macchioline scure nella polpa dei tuberi - che impedisce di vendere l'intero raccolto. Nono­stante tanti sforzi, a Forsyth successe proprio lo scorso anno. La necrosi "a rete" è un difetto puramente estetico, ma poiché Mc­Donald's crede (e a ragione) che ai clienti non piaccia mangiare patatine fritte ricoperte di puntini scuri, gli agricoltori come Danny Forsyth devono irrorare i campi con alcuni fra i compo­sti chimici più tossici attualmente in uso, compreso un orga­nofosfato che si chiama Monitor.

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Patate nostrane, di montagna, senza Monitor

“II Monitor è velenosissimo” mi spiegò Forsyth, infatti e risa­puto che può danneggiare iI sistema nervoso umano. Dopo che I'ho spruzzato, non vado nei campi per almeno quattro o cinque giorni, nemmeno per aggiustare un irrigatore rotto.» Dunque For­syth preferirebbe perdere uno dei suoi enormi cerchi che espor­re se stesso o un dipendente a un veleno simile.

Anche senza considerare i costi sanitari e ambientali, dal pun­to di vista economico tutto questo lavoro di controllo ha un costo spaventoso. Un coltivatore di patate dell'Idaho spende gros­so modo 1950 dollari per acro (soprattutto in prodotti chimici, elettricità e acqua) per ottenere un raccolto che, in una buona annata glie ne farà forse guadagnare 2000. Ecco quanto un produt­tore industriale di patatine fritte pagherà le venti tonnellate di patate ricavabili da un acro. […]

Prima di andare a visitare i campi, Forsyth e io parlammo di agricoltura biologica. Forsyth [...] mi disse alcune cose che non mi sarei mai aspettato di sentire da lui agricoltore tradizionale. «Io preferisco mangia­re cibo biologico, e infatti a casa coltivo parecchie cose. Le verdure che compriamo al mercato dobbiamo lavarle un sacco di volte. Non so se dovrei dirlo, ma pianto sempre un campetto di patate in cui non uso la chimica. Alla fine della stagione, le patate del mio campo sono buone da mangiare, ma quelle del­la piantagione probabilmente sono ancora piene dl sistemici. Io non le mangio.”

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Fonte:
Michael Pollan
La botanica del desiderio. Il mondo visto dalle piante

Editore
Il Saggiatore Tascabili  (collana Saggi)

anno 2009
pagine 255, brossura
€ 11

ISBN 978-885650046-2

Questo citato non è che uno degli argomenti marginali del libro, interessante quanto mai; argomento marginale ma che mi è tornato in mente leggendo il breve intervento di Luigi Mariotti del WWF sul quotidiano di oggi. Ne riparliamo.

Comunque un’ottima occasione per consigliare Pollan. A me l’ha suggerito Stef in un commento a un mio post, ha rincarato la dose Equipaje (ehi, dove sei sparita?) , e per finire anche un amico.

(si, sto leggendo anche il dilemma, datemi tempo ;) )