sabato 22 settembre 2007

La dolorosa storia di malga Busetto

Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli Editore, Milano, 2007, pp.64


Post lunghissimo e farina del sacco altrui.

Non ho riscontri, non ho potuto sentire l'altra campana, ma ce ne sono tante storie simili per non credere a Paolo Rumiz, persona seria, che racconta questa storia:


Perché l’acqua si mise a correre


Bassano, è piovuto tutta la notte, al mattino il Grappa è uno scivolo traslucido d'acqua. Più tendo l'orecchio e più lo sento che gronda. Decine, centinaia di torrenti, in tutte le tonalità che la pioggia è capace di esprimere. Non è tempo da gita in montagna, ma qualcosa mi spinge egualmente lassù. Forse la voglia di uno scoglio fermo, dopo la cieca navigazione in pianura del giorno prima. "Vada ai Coi Alti, i ga el fogolar," mi consiglia l'albergatore. Guarda verso le nubi: "Una volta l'acqua ci metteva ventiquattr'ore a scendere. Oggi ce ne mette sei. La va quatro volte più svelta".

"Come mai?" gli chiedo.

"Succede da quando hanno cacciato i pastori dal Grappa. Avevano messo su un alpeggio stupendo. Tuto el Veneto 'ndava veder che bel che'l jera. Quattrocento bestie, abbeveratoi, pascoli, malghe rimesse a nuovo, il terreno e le acque a regime. Poi la politica si e messa di mezzo, il pascolo è uscito fuori controllo. E il Grappa è diventato una cascata."

Chiedo chi, esattamente, si è messo di mezzo.

"Vada a domandarlo alla Curia. Qua conta solo i preti, i politici xe paiassi che no val niente. Lori i va e i vien, el pievan resta. Lo chieda, lo chieda ai preti che fine ha fatto il pascolo di Malga Busetto."


Con il tempaccio, su ai Coi Alti, non c'è quasi nessuno al vecchio albergo San Giovanni. Solo una signora, accanto al fuoco, che legge Il ponte sulla Drina di Ivo Andric. Storia bosniaca, non comune in mano a un italiano. Una donna forte, scarponi e capelli neri a caschetto, come una vivandiera partigiana. Anche lei è salita con la pioggia. Le chiedo se conosce Malga Busetto e che cosa è successo lassù. Si presenta: Lucia Zanarella, di Ponte San Martin, sinistra Brenta.

Lucia conosce bene la storia. Tutto comincia negli anni ottanta, quando tale Giovanni Parolin fonda in pianura una cooperativa zootecnica di ex mezzadri. Senza volerlo, crea un perfetto kibbutz, che funziona alla grande. Per migliorare la qualità delle sue bestie da carne, chiede al Comune di Cismon un pezzo del Grappa da bonificare come pascolo per l'estate. Chiama esperti dall'Università di Padova, rimette a posto ottocento ettari di pascolo abbandonato. Il ripristino funziona così bene che arrivano visitatori anche dall'estero. La malga diventa un'azienda modello, aperta a tutte le cooperative del Veneto. La vicina casera della Pertica è trasformata in sede di incontri culturali e attira subito grandi nomi: Olmi, Meneghello, Rigoni Stern. Malga Busetto è gia un faro per i liberi contadini.


Ma Giovanni commette un errore grave, per un cattolico veneto. Lascia pascolare insieme le vacche dei "bianchi" e quelle dei "rossi", e cosi facendo mette a repentaglio il feudo elettorale dc. La sua azienda mobilita il Veneto migliore, sforna prodotti da concorso, versa cifre record all'erario, è la prima ad allinearsi alle norme europee. Ma non importa: gli enti pubblici non vogliono né il suo latte né la sua carne, perché la sua è un'azienda che ha sgarrato. Chiesa, politica e Università si alleano per demolire l’esperimento, accusano Parolin di aver scelto i "comunisti". Le banche si adeguano. Dopo cinque anni la cooperativa è sfrattata, le bestie sequestrate. Finiscono il pascolo, il lavoro, la malga. E con la malga, spariscono i visitatori, le osterie, il regime delle acque. Scompare un mondo.


Lucia chiama al telefono il pastore sconfitto, lo conosce da anni. Dopo mezz'ora Parolin Giovanni - classe 1935, mani grandi, occhi azzurri e capelli candidi come Abramo - sbuca dal temporale, si pulisce gli scarponi infangati, ci dà la mano con un sorriso. Pranziamo insieme, mentre fuori piove su praterie di anemoni. Sul tavolo polenta fumante e brasato. Giovanni si segna, ringrazia per il pane e il vino "che allieta i cuori". E’ un patriarca che rinnova tra di noi qualcosa di antico.


"La terra è la madre," dice. "Va rispettata, fatta riposare come una regina. Io ho nove fratelli e mi ricordo mia mamma, quand'era incinta. Era riverita da tutti e riceveva il cibo migliore." Allunga la mano aperta, la stringe per afferrare una zolla immaginaria, soppesarne 1'energia vitale. "Guarda quanto è piena di microelementi. I lombrichi... sono lì che lavorano sempre, giorno e notte... e non fanno mai sciopero... La terra è tempo, domanda tempo. Per fermarsi, per pensare, per crescere. Oggi stiamo uccidendo il tempo."


"Cosa succede, Giovanni?"

"Tutto è cominciato con la disintegrazione della grande famiglia patriarcale. Era una perfetta unità economica capace di funzionare senza sprechi, a bassa energia, con rispetto della natura. Un trattore solo bastava per trenta, quaranta persone. Abbiamo distrutto questo sistema per incentivare i consumi, ma non l'abbiamo sostituito con niente. Le unità unifamiliari si sono svenate di spese, ognuna ha voluto il suo campetto e il suo trattore, poi non ce l'hanno fatta più. E hanno svenduto la terra."


"Perché non avete tenuto duro?"

"Perché negli anni settanta le donne si son rifiutate di cercar marito nelle famiglie contadine. Volevano operai. Le donne ga copà la tera... Ma la risposta ce l'avevo: era la cooperativa! L'unica alternativa possibile alla crisi del vecchio mondo. Si salvava la terra e anche la cultura contadina."


"Chi si è messo in mezzo?"

"La cooperativa era una fregatura per il potere. Con noi non c'erano sprechi, l'industria vendeva meno trattori, automobili, falciatrici... Così ci hanno segato. Chiaro, no? E poi figurati, io assumevo chiunque... Mi no ghe domando a nissun se el va in cesa o cossa che el vota. Per questo ci hanno fatto morire."


"Risultato?"

"Uno sviluppo avvelenato. La guardi, la ricchezza del Nordest! Falde inquinate per sempre, centinaia di migliaia di famiglie senz'acqua, terrene senza humus, alluvioni e siccità, il Grappa senza più i pascoli... Tutte le volte che vede il Po in piena, ci pensi: dietro non c'è l'effetto serra, ma la politica... Cento, mille storie come Malga Busetto... Cento, mille umiliazioni nei confronti dei piccoli giardinieri di Dio che cercano di tener duro sul territorio..."


Gli chiedo come andrà a finire.

"In vent'anni Federconsorzi e Coldiretti si saranno mangiati la terra e le multinazionali governeranno su tutto. La monocultura tv accelera il processo, ci spinge alla demenza e all'autodistruzione. Viviamo un'epoca di oscurantismo, liquidiamo tutto, le osterie, i piccoli punti di vendita, la buona scuola professionale, la cultura. L'ltalia non parla più di economia primaria... è una follia... Ma come si fa a non capire che l'agricoltura è ricchezza? Guarda, con un chicco ne fai cento! Dimmi, quale industria è in grado di esprimere una simile crescita? "


All'improvviso il monte si scrolla di dosso le nubi, una luce obliqua inonda lo Scarpon fradicio d'acqua e la cima maggiore, tutta intrisa di rivoli. "Monte Grappa tu sei la mia patria" fa la canzone della Grande guerra. Ma quassù la patria è solo un imbroglio. Il Grappa come il Piave, mai così stuprato come da quando è stato promosso "fiume sacro" d'ltalia. Nella Grande guerra era gia tutto chiaro, mi dice Lucia. Dopo Caporetto, il governo aveva promesso la terra ai contadini, in cambio della vittoria. La vittoria venne, ma i contadini non ebbero nulla. Poi fu il fascismo, Mussolini fece il concordato e anche in Veneto la maggioranza delle curie fece combutta con gerarchi e latifondisti per fregare i contadini. La fine di un'illusione, durata lo spazio di un mattino.


"Ascolta," mi esorta indicando la pianura, "ascolta il grande silenzio del Veneto. Un mondo che tace, che ha sempre subito... Da piccola la sentivo, in casa, la fame di pane e di terra... era una fame antica di mille anni... Nel '55, quando ero bambina, studiavo nella stalla, perché quello era l'unico posto dove si poteva. Studiavo tanto, così a scuola puzzavo di stalla... Dopo le elementari non c'era futuro: una bambina poteva studiare solo dalle suore, mia mamma mi aveva preparato gia il corredo, ma io piansi, non volli, a undici anni presi la bici e andai a Padova da sola a fare l'esame di ammissione..."


Le chiedo che sogni avesse, allora.

"Sentivo la sapienza antica di una civiltà bastonata, sapevo che il popolo affamato della mezzadria conosceva il valore immenso della terra, aveva il senso delle stagioni, portava rispetto alla natura. Cosi, dopo 1'università, ho speso tutta me stessa per la campagna veneta. Sono diventata responsabile delle Acli Terra e ho spiegato ai contadini che l'unico modo per reggere alla modernità era la cooperazione, ho mobilitato migliaia di persone per la riforma fondiaria. Viaggiavo cinquantamila chilometri l'anno per parlare con la base..."


"E come andò a finire?"

"Un giorno Beniamino Brocca, presidente delle Acli di Padova, un amico caro, mi convoco nel suo ufficio. Mi disse: 'o te sparissi ti o sparissi le Acli de Padova, ordine del vescovo'. Era affranto, povero Beniamino. Per ordine del Vaticano stava iniziando la liquidazione di una grande classe dirigente."


"Perché ti erano contro, Lucia?"

"Non volevano che i contadini mangiassero la foglia... La Coldiretti non voleva contadini liberi, voleva un popolo deprivato, incolto, assistito... voleva gestire un'agonia per costruire il voto di scambio. I talibani esistono dappertutto, caro mio. Quelli di casa nostra avevano deciso che la terra non doveva acquistare dignità, evolversi... Fu terribile: vennero in cinquemila, con i trattori, a protestare per la mia rimozione. Ma non ci fu niente da fare. Non potevo credere che ci fosse di mezzo la chiesa."


"E poi?"

"Tempo fa ho trovato un documento dei primi di ottobre del 1922. Sanciva l'accordo tra la Curia di Padova e gli agrari fascisti. Solo allora tutto mi à sembrato conseguente. In Italia tutto è contro chi vuole cambiare."


"La sinistra ti ha aiutato?"

"Ho cercato di coinvolgerla in ogni modo. Anche in operazioni umanitarie in Bosnia. Ma anche lì, quante delusioni... Talibani anca quei… La sinistra xe voda su tuto. I cattolici almeno i ga el paternoster…


Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2007, p.64 e seguenti


(spero di non violare i diritti postando 4 pagine del testo su 339. In caso contrario condenserò il post ma mi pare un vero peccato)