giovedì 28 agosto 2008

Puro da morire

rifugio_preuss

Rosengarten/Catinaccio: Rifugio Preuss, Porte Neigre, Val di Fassa (TN)

Fino a che punto si può far uso di mezzi artificiali senza togliere valore all'arrampicata? Ha senso piantare chiodi, usare staffe ed ogni altro mezzo tecnico per superare una parete altrimenti impossibile?  Fino a che punto è lecito usare corda e chiodi per assicurarsi?

Paul Preuss (1886-1913), alpinista austriaco attivo a cavallo fra la fine del 1800 e i primi decennii del 1900, sostenne, in polemica con la tendenza dell'alpinismo contemporaneo e con alpinisti come Tita Piaz, la scalata nel pieno rispetto della montagna, che lui intendeva senza l'uso di mezzi artificiali di nessun genere. Niente chiodi, la corda ammessa solamente per assicurare un compagno di cordata meno capace, non ammetteva nemmeno la discesa in  corda doppia: secondo lui l'alpinista deve arrampicare in salita difficoltà tali che sarebbe in grado di arrampicare in discesa al ritorno.

Le regole base per l'alpinista puro erano, per Paul, sintetizzate nei seguenti capisaldi che vennero pubblicati su una rivista del settore:

  1. Non basta essere all’altezza delle difficoltà che si affrontano, bisogna essere superiori ad esse.
  2. La misura delle difficoltà che uno scalatore può affrontare in discesa, con sicura e piena coscienza delle proprie capacità, deve rappresentare l’estremo limite delle difficoltà da lui affrontate in salita.
  3. L’impiego di mezzi artificiali trova giustificazione solo in caso di pericolo incombente.
  4. Il chiodo da roccia deve essere un rimedio di emergenza, e non il fondamento del proprio sistema di arrampicata.
  5. La corda può essere una facilitazione, ma non il mezzo indispensabile per effettuare una scalata.
  6. Tra i massimi principi vi è quello della sicurezza. Non però la sicurezza che risolve forzosamente con mezzi artificiali le incertezze di stile, bensì la sicurezza fondamentale che ciascun alpinista deve conquistarsi con una corretta valutazione delle proprie capacità.

Fedele alle sue regole scalò in solitaria molte cime e aprì nuove vie in Austria, nel Silvretta, nel Wilder Kaiser in Tirolo, in Dolomiti, fu fra i pionieri dello scialpinismo che muoveva allora i primi passi, e nel 1911 stupì il mondo alpinistico salendo in libera e in solitaria la parete Est del Campanil Basso in Brenta, la parete NE del Crozzon di Brenta, la parete Nord della Piccolissima di Lavaredo, la traversata del Sella e salì le Cinque Dita del Sassolungo per quattro vie diverse. Ripetè in libera tutte le già note vie delle torri del Vajolet, in una strepitosa stagione dolomitica passata alla storia.

Morì in ottobre del 1913 cadendo per cause ignote mentre scalava lo spigolo nord del Mandlkogel in Austria, solo e slegato, vittima della sua stessa etica di arrampicata. Il suo corpo fu trovato sepolto dalla neve diversi giorni dopo l'incidente.

Tuttora non si possono ignorare le domande che Preuss si pose e pose al mondo dell'alpinismo, sono le domande che separano l'arrampicata sportiva dall'alpinismo classico, l'alpinismo "leggero" dalle spedizioni pesanti, e la presa di coscienza dell'abuso dei mezzi artificiali e del chiodo ad espansione che profanava le pareti decretò il disconoscimento dell'arrampicata artificiale come mezzo per scalare qualsiasi montagna per la via più diretta, quel modo di arrampicare che aveva decretato, secondo Messner, "l'assassinio dell'impossibile"(*)

A Paul Preuss è dedicato il piccolo rifugio privato nel cuore del Catinaccio/Rosengarten, punto di partenza per raggiungere la base delle Torri del Vajolet.

vajolet

Catinaccio/Rosengarten, Torri del Vajolet/Vajolettürmen

(*) Articolo di R.Messner pubblicato nella "Rivista della Montagna" del CAI, fascicolo n°10 (1968).