martedì 25 novembre 2008

La monaca, il frate, il culo e le ortiche

Mamma da ragazza si svegliava la mattina con l'acqua del bicchiere gelata sul comodino e il ghiaccio sulle finestre. Non si scaldava che nelle stanze comuni, la legna era preziosa, le camere da letto erano gelide. Mezz'ora prima della nanna si infilava nel letto la monega, poi ci si preparava in cucina vicino alla stufa, e, tolta la monega, via sotto il piumino come missili.

La mónega. Per cortesia di Nonna Ivana che ringrazio

Il telaio ricurvo teneva le lenzuola sollevate dal cuore della monega, lo scaldino ricolmo di braci, impedendo al letto di prender fuoco. Io in montagna ho usato la versione tecnologica dell'aggeggio: una resistenza elettrica incandescente faceva la funzione delle braci.

Vedo sul blog di Nonna Ivana che in Emilia si chiama frate, la suora è lo scaldino: sempre in convento siamo, chissà perché.

Un po' di tepore la monega lo dava, ma era un tepore illusorio: il culo era rovente, piedi, mani, spalle ghiacciate. Ci si acciambellava nella cuccia calda lasciata dalla monega, fuori dalla cuccia le lenzuola erano sgradevoli e diacce, allungare le gambe un atto di coraggio, ci voleva lo stesso un bel po' di tempo per entrare in temperatura.

Da qui il modo di dire: "cercarse el fret per el let" quando ci si impiccia in complicazioni inutili, parente stretto del "fregar el cul nele ortighe", note situazioni che vengono subito prima di "metter el cul nelle peàde".