lunedì 19 gennaio 2009

Parchi o parchi a tema?

Disneyland. (foto Eqdoktor, fonte wikimedia commons, GNU Free Documentation License)

Su Deserti americani, Banham ragiona sui vari interessi che ruotano attorno al deserto, sulla sua eventuale protezione e sul modo in cui la protezione viene gestita dall'Agenzia di Gestione del Territorio. E' un ragionamento interessante, vale la pena leggerlo.

"Tuttavia la situazione attuale non consente la politica del laissez-faire. Intorno ai confini del Mojave si stanno affermando posizioni con­trastanti; tutti i gruppi di interesse (anche il Desert Duck con i suoi pazzi motociclisti) hanno il diritto di essere ascoltati, l'Agenzia deve risolvere la sciarada di tenere conto delle richieste del pubblico e via dicendo. Sono tutti bloccati in un processo decisionale destinato a sfo­ciare in una soluzione che non solo non piacerà a nessuno, ma che nel lungo periodo finirà per essere considerata una decisione impopolare.

Ciò che rende il dilemma dell'Agenzia doppiamente tragico, è che nessuna delle parti in causa vuole che nel deserto vi siano delle regole di qualunque tipo. Dennis Casebier, un amante del fuori stra­da che conosce e ama il Mojave, da storico militare e studioso eclet­tico qual è ha risolto questo vitale dilemma quasi per caso, affer­mando che era appena giunto con molta riluttanza alla conclusione che il Mojave doveva rimanere chiuso e protetto, finché c'era anco­ra qualcosa da proteggere.

La sua riluttanza era motivata dal semplice fatto che un deserto protetto non è un deserto. Secondo Casebier, e secondo quasi tutti quelli di mia conoscenza che affermano di amarlo, il Mojave più ve­ro e prezioso è quello in cui si è liberi di andare dove si vuole, di fa­re ciò che si vuole, assumendosi la responsabilità delle conseguenze. Il deserto è considerato l'ultima e necessaria riserva delle antiche virtù dell'autodeterminazione e dell'antico privilegio della scoperta di sé - mentre Van Dyke vi ha visto l'ultima riserva di quell'antico e in­dispensabile bene primario che è l'aria pura. Tale posizione potrà an­che essere assurdamente nostalgica, un ideale impossibile da realizzare ma è possentemente inestirpabile, una componente fondamentale di ciò che significa essere fanatico del deserto.

Casebier esprime con chiarezza il timore che il Mojave, una vol­ta messo sotto controllo, diventi un monumento nazionale come la Death Valley. Un timore che al profano potrebbe apparire oltremo­do perverso, poiché il National Park Service è un'emanazione del go­verno federale universalmente apprezzata. I suoi principali possedi­menti, il parco di Yellowstone e le cascate del Niagara, sono consi­derati dei modelli di buona gestione, pur essendo due patrimoni naturali assai frequentati; ma sono proprio le parole «buona gestio­ne» che non garbano a molti amanti del deserto perché sanno come «gestisce» l'amministrazione del parco: con opuscoli e mappe, par­cheggi organizzati e percorsi asfaltati e, ancora peggio, con cartelli che indicano i punti panoramici e prolisse didascalie esplicative quan­do si arriva sul posto. Nella Death Valley ogni panorama importan­te - Zabriskie Point, Dante's View (dove ci sono pure le toilette di plastica), Badwater e altri - oggi viene «gestito» prescrivendo il punto di osservazione. La cosa non sempre mi disturba, tuttavia mi rendo conto che mi dicono dove andare, da che parte guardare; e le didascalie mi spiegano che cosa devo considerare importante nel paesaggio. Può darsi che tale impostazione abbia salvato la Death Valley dalla distruzione e molti visitatori dall'accidentale autodi­struzione, ma è veramente puerile e, come sostengono i detrattori del National Park Service, farà fare alla Death Valley un ulteriore passo verso Disneyland. Forse non sarà un passo molto lungo ma, come dicono i puristi, sulla via della perdizione il primo passo è quello che conta."

Reyner Banham: Deserti americani 
Editore: Einaudi  (collana Saggi)
ISBN: 88-06-18502-0