martedì 18 giugno 2013

In luglio con le ciaspole

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Rifugio Boè (fonte quotidiano Alto Adige on line)

No, non sono foto del gennaio scorso, ma di una settimana fa! Il gestore del rifugio Boè è salito in quota con l’elicottero per vedere la situazione e, magari, cominciare a lavorare per aprire il rifugio. L’elicottero non è riuscito ad atterrare, la neve è ancora troppo alta, rischiava di affondare. La porta del rifugio è tuttora invisibile, spuntano dalla neve le finestre del piano superiore.

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(come sopra)

Lodovico Vaia, il gestore, ha cooptato tutti gli amici disponibili che con ciaspole, pale e buona volontà gli diano una mano a dissotterrare il rifugio e ad aprirlo per la fine del mese. Nel frattempo si batterà una pista, segnalata con le paline dell’ANAS, in modo che gli escursionisti, con le ciaspole mi raccomando! riescano a raggiungere il rifugio per godere di un panorama mai visto a quelle quote: il tramonto estivo in un ambiente prettamente invernale.

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Il rifugio in veste estiva

Situazione simile nella zona delle 3 cime di Lavaredo: il percorso che unisce i rifugi Zsigmondy-Comici, Büllelejoch-Pian di Cengia e Dreizinnenhütte-Locatelli è ancora in parte innevato e difficilmente percorribile, come molti sentieri sopra i 2000. I rifugi altoatesini raggiungibili con gli impianti sono tutti già aperti, sia in val Gardena che in Badia, se continua a far caldo si spera di poter aprire tutte le strutture entro l’ultimo fine settimana di giugno.

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Rifugio Büllelejoch Hütte - Pian di Cengia

Conviene però, prima di decidere l’escursione, dare un colpo di telefono al rifugio o all’ufficio guide alpine. Un sentiero normalmente molto facile può diventare un problema con neve o ghiaccio. Ieri salendo sullo Schwarzhorn abbiamo incrociato due ragazzi che ne scendevano, piuttosto impauriti dal semplice canalino del versante nord ovest: ripido e ghiacciato, in discesa non dev’essere simpaticissimo.

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Schwarzhorn – Corno Nero

Mi resta il fondato sospetto che a metà luglio il trekking in val Aurina e dintorni lo vedrò col binocolo a meno che non voglia farlo con gli sci :S

domenica 16 giugno 2013

Ha cominciato bene

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Geislergruppe / Le Odle

Da poco più di una settimana la presidenza della fondazione UNESCO è passata dalla provincia di Belluno alla provincia di Bolzano e nel suo discorso di insediamento, il neopresidente Pichler Rolle, assessore provinciale SVP alla “Natura, paesaggio e sviluppo del territorio”, aveva espresso le linee guida del prossimo triennio a gestione sudtirolese: ampliamento dell’area tutelata ai gruppi del Sassolungo, del Sella e delle Dolomiti austriache di Lienz, ricerca di una soluzione al traffico dei passi dolomitici, maggiore offerta di turismo sostenibile e occhio più attento alla comunicazione.

In una delle sue prime uscite ufficiali con la doppia carica di assessore e presidente della fondazione, ecco in sintesi la posizione di Pichler Rolle espressa il 13 giugno all’assemblea dei gestori di impianti di risalita: “No, i confini delle zone tutelate non si spostano per gli interessi degli impiantisti. Nemmeno di un metro. E non chiedetelo più.”

Si può discutere sull’ammodernamento degli impianti esistenti, del collegamento fra comprensori diversi se ne esistono le condizioni, ma niet nuove zone sciistiche né aggressioni all’area tutelata dall’UNESCO. Il riconoscimento delle Dolomiti come patrimonio dell’umanità deve acuire la sensibilità nei loro confronti e non essere un motivo di ulteriore sfruttamento.

L’inizio è condivisibile, vediamo poi se i buoni propositi resteranno solo chiacchiere, come sostiene a gran voce Reinhold Messner, che, per quanto mi stia piuttosto antipatico, sull’UNESCO temo abbia più che una ragione, o se la presidenza sudtirolese farà da volano a un reale cambiamento di politiche e strategie. Per certe cose davvero “Südtirol ist nicht Italien”, potrebbe funzionare, chissà.

lunedì 3 giugno 2013

Campa cavallo

..che la neve, forse, cala.

La situazione a ieri pomeriggio, 2 giugno:

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di questo passo toccherà aspettare ancora un po’ per andare, seriamente, per monti.

mercoledì 29 maggio 2013

Ciao, Franca

 

Era il 9 marzo del 1973, il giorno in cui Franca Rame fu aggredita da 5 neofascisti. Questi la portarono su un furgoncino e la violentarono, lasciandola poi sulla strada in uno stato di totale confusione mentale. La violenza fu raccontata dall'attrice nel 1975 attraverso il monologo "Lo stupro", senza dichiarare di averla vissuta personalmente, dichiarazione che fece solo nel 1987 alla trasmissione Fantastico della RAI.”

fonte: Youtube - RaiUno tramite Vento Tagliente

venerdì 17 maggio 2013

Maledetta primavera…

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Passo del Rombo, metà maggio 2013 (fonte: Quotidiano Alto Adige)

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passo dello Stelvio, webcam di oggi 17 maggio 2013

Al passo del Rombo ci sono ancora fino a 10 metri (!) di neve, e sta ancora nevicando. Nonostante una megafresa al lavoro, difficilmente potrà essere aperto a breve.

Sul passo dello Stelvio il 24 dovrebbe passare il Giro: con le ciaspole sotto le bici, suppongo. Li vedo poi bene nella tappa seguente, Silandro – 3 cime di Lavaredo (rifugio Auronzo, 2333 metri s.l.m.) passando per il passo S.Pellegrino (m.1918), passo Giau (m.2236) passo 3 Croci (m.1805)…

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Quando passa il Giro per l’Alto Adige piove o nevica quasi sempre. Come quando fiorisce la mia peonia arborea che faccio appena a tempo a vedere prima che si infradici, e quando apre il Lido di Bolzano. Tutti eventi che si verificano fra metà aprile e metà maggio. Chi volesse venire in vacanza quassù si ritenga avvisato A bocca aperta

lunedì 13 maggio 2013

e-book [OT]

 

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(Poldo, chissà dove sei finito, gattino!)

Un libro non è fatto solo di parole: è fatto di capitoli, paragrafi, interlinee, spazi pieni e spazi vuoti. Sono importanti perché stabiliscono i ritmi della narrazione, le sospensioni, lo scorrere del testo. L’impaginazione è importante quasi come il testo. E a me girano, eccome girano, quando un testo è impaginato con i piedi. Mi veniva da citare un’altra parte anatomica, mi sono moderata. Sono poco oltre la metà di questo libro ed ho collezionato già 19 grossi errori di impaginazione (sì, da qualche e-book in qua li raccolgo puntigliosamente) ma non mi conviene buttare il reader dalla finestra o nella stufa, cosa che avrei già fatto con un libro di carta. Sono quasi tutti errori di impaginazione di questo genere (quasi eh, ci sono anche i buoni vecchi refusi normali):

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Mi pare di avere il singhiozzo.

Refusini standard:

Il vecchio mi vide arrivare qualche mese, dopo con la canna da pesca e il sacco pieno di bottiglie di birra.” Che c’azzecca la virgola dopo “mese”?
le mie sorelle1” Che intendesse sorellONE?

Eccetera eccetera.

No, non è un libro piratato, né comprato su altri store e poi convertito con Calibre: comprato su Amazon, pagato ad Amazon, scaricato in totale legalità. Certo, lo so che non è colpa di Amazon ma dell’editore. Infatti ce l’ho proprio con loro, i Signori Editori. Poco più di un mese fa pubblicavo un post che stroncava l’editing di un altro e-book e nel frattempo mi sono scornata con altri svarioni di altre pubblicazioni elettroniche.

Pubblicano schifezze scientemente, per disincentivare l’e-book del quale hanno terrore? Terrorizzati dalla pirateria, non sono in grado di offrire testi di qualità superiore alle schifezze che si scaricano, gratis, illegalmente? O è semplice, banale, irritantissima, cialtroneria?

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(no, da che ho il reader non ho smesso di comprare carta!)

Piaccia o meno l’e-book affiancherà il cartaceo in modo sempre più incisivo e premierà, secondo me, gli editori che gli dedicheranno cura ed attenzione. Che proporranno titoli interessanti, in gran numero, a prezzi congrui (non ha senso che costino poco meno del cartaceo, suvvia!) ed editati con cura.

(Peraltro, il libro che sto leggendo non sarebbe nemmeno malaccio, porca miseria!)

lunedì 29 aprile 2013

La guerra dei confini

A ridosso della giornata della Terra, si fanno sempre più forti le pressioni della SVP (Südtiroler Volkspartei) gardenese sui confini dell’area dolomitica tutelata dell’UNESCO. Per ridimensionarne l’area e potenziare una funivia, ovviamente, che credevate?

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Geislergruppe/Odle dal Seceda

Siccome il previsto spostamento del tracciato della funivia Fundres-Seceda porterebbe ad attraversare parte dell’area protetta, che si inventano i gardenesi? Ma di spostare l’area protetta, mica di spostare la funivia. Visto che i vincoli non ammettono costruzioni di nessun genere nell’area soggetta a salvaguardia, risulta molto più economicamente conveniente e più semplice ridimensionarne i confini. Che volpi a Ortisei!

Di fatto lo spostamento non sarebbe enorme, qualche decina di metri, ma se lo può fare Ortisei, perché non Castelrotto, Arabba, S.Martino di Castrozza? Una sforbiciatina qui, una là, si tira su l’orlo a Siusi, si accorciano le maniche sotto la Marmolada, che vuoi che sia?

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Sul Seceda

Verdi, Lista Civica e associazioni ambientalistiche si oppongono con forza in Consiglio Comunale: «la Svp di Ortisei, sentendosi probabilmente al di sopra di ogni responsabilità, in consiglio comunale ha deliberato lo spostamento del confine del Parco naturale Puez Odle, che costituisce habitat Natura 2000 e fulcro della tutela Unesco. Si crea così un grave episodio, che tende a rendere vane altre forme di protezione della natura […] non bisogna sottomettersi a costrizioni economiche»(*).

Si spera che gli uomini delle “generazioni future” per le quali ci si impegna a “conservare il proprio patrimonio riconosciuto nella sua singolarità e integrità”, siano più piccolini, magrini e con meno pretese, e riescano ad infilarsi nei panni di un parco rimpicciolito senza lamentarsi troppo.

E che L’Unesco, che controlla periodicamente lo stato dei siti tutelati, non ritenga di togliere il parco Puez-Odle dall’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità.

Ma chissenefrega, no? Turisti ne vengono abbastanza, anche senza il marchio Unesco, e pecunia non olet. Ortisei ne è valido testimone.

(*) fonte: quotidiano Alto Adige on line

mercoledì 24 aprile 2013

Buona ultima

Ieri, 23 aprile, era la Giornata Mondiale del Libro e del diritto d'autore. Talmente indaffarata (e raffreddata, pure) da non trovare nemmeno il tempo di andare a ritirare il mio libro in regalo in biblioteca!

Però domani è il 25 aprile, così ne approfitto per parlare di un libro resistente:

Più riguardo a I giorni veri

Giovanna Zangrandi
I Giorni veri
Diario della Resistenza

Editore:
Isbn Edizioni

Anno 2012
pagine 288, brossura

ISBN: 9788876383359
disponibile anche in e-book: mobi e epub

Lo scoppio della seconda guerra mondiale trova Giovanna Zangrandi, pseudonimo di Alma Bevilacqua, in Cadore dove insegna scienze naturali nelle scuole di Cortina e di Pieve di Cadore, va per monti e diventa maestra di sci e dove continua a leggere, studiare e scrivere articoli e racconti, pubblicati con frequenza su riviste locali. Il generico antifascismo che la caratterizza nei primi anni di guerra si va delineando con l’8 settembre: sceglie infatti di entrare nella resistenza nella brigata garibaldina Pier Fortunato Calvi, Divisione Nannetti.

La possibilità di attraversare quasi quotidianamente la frontiera con il Reich (la montagna del Cadore e in particolare Pieve era stato annesso all’Alpenvorland) e la sua profonda conoscenza del territorio e delle montagne le permettono di portare ordini e armi alle varie brigate disseminate sul territorio e di individuare dove e come piazzare le mine e sabotare i nazisti. Camminate stremanti fra i monti, ore e ore sugli sci fra le montagne più belle del mondo che hanno già visto la guerra e la morte.

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Civetta

Ovviamente alla lunga iniziano i sospetti, e probabilmente qualcuno si prende la briga di denunciarla: fatto sta che la compagna Anna entra in clandestinità e sale in montagna. Da sola: la banda partigiana non prevede donne.

Riprende i contatti con i partigiani e a muoversi sul territorio fino al novembre ‘44 e al proclama di Alexander. Non era possibile tornare in valle, in paese, aspettare la primavera al sicuro con un tetto sopra la testa. La cercavano, su di lei pendeva una taglia, bisognava cavarsela in qualche modo, cercare di sopravvivere in montagna, in rifugi precari, al freddo, nascosta “in assoluto adiaccio contro una roccia a quota duemila, non grotta, ma un appiombo delle Marmarole ai margini di fitte faggete”(*) con un paio di compagni, con le orecchie sempre tese: bastavano le tracce sulla neve per portare a loro.

Finisce anche l’inverno, quelli rimasti riprendono la lotta, fino a un aprile convulso e feroce, alla fine del quale non sono molti i compagni ancora vivi.

Sono pagine di una scrittura scarna e asciutta, vi è narrato poco di epico o eroico, venata da una tristezza che non cessa nemmeno con la liberazione e la fuga dell’ultima colonna di panzer:

Non ho ucciso stamane, la guerra è finita davvero, anche da noi qui, verso mezzogiorno.

A Pieve di Cadore (come in troppi altri posti) è stata una fine amara, tra morti e macerie gratuite e assurde.

Stamane una colonna di panzer tedeschi da 88 millimetri risaliva dalla Val Piave, indomiti, feroci, sfegatati, decisi a continuare la guerra.

Inutile trattare con loro, offrire una resa, un ritorno alle loro case ormai tanto vicine, senza passare per i «lager» americani.

No, comandanti fanatici e soldati ridotti come macchine spietate non vogliono lasciare le armi, arrendersi; c’è stata battaglia in piazza a Pieve, hanno sparato coll’88 millimetri e sfondato case, hanno ucciso a raffiche Diana, il più giovane dei nostri (quindici anni) e ferito parecchi altri.

[…]

Quel panzer scassato sferraglia e va via. È l’ultimo rumore di guerra nella piazza piena di macerie, attraversata da una manica da fuoco a spegnere un inizio di incendio.
La barella di Diana come un lugubre soffio ha fatto silenzio; a lungo, e muoversi senza parlare, senza saper cosa fare, lentamente: è questa la fine, la pace?

Per quanto tempo non so, minuti, quarti d’ora; lento uscire di gente guardinga, senza parole. Una maestra elementare con una coccarda, ma è come un senso di ridicola, innocente rettorica che ti strappa quasi un sorriso, un pompiere tutto fuligginoso viene al balcone del Palazzo della Comunità e mette fuori la bandiera, lo fa senza gesti inutili, e veramente questa fa piacere vederla; uno ha detto «Légala a mezzo, ci sono dei morti».”

C’è Sergio, in un angolo, armato e tanto magro e piccolo che, se non mi fosse usuale come un fratello, non saprei se è un ragazzo o un attaccapannino di armi. Silenzioso, contratto, tutto occhi come sua madre. Ci guardiamo in silenzio, non abbiamo voglia di parlare; ci passano davanti quei tipi paludati di tricolori e coccarde, passa via la camionetta dei tommies e delle ragazze. Da sotto le armi esce la voce bassa e roca, staccata, di Sergio:
«Adesso comincia il casino, vedrai che razza di casino ci impiantano». Pensiamo ambedue a Severino che non c’è più. Dice il ragazzo, ingoiando saliva:
«Vieni a casa, dai. Vieni a mangiare, intanto».

Si va giù a passo per i vicoli, via dalla piazza, estranei, con uno stomaco che deve ingoiar qualcosa e un barlume di pensiero che domani tenterà di orientarsi «in questo casino», per continuare a fare quel che volevano i morti.”

Tai di Cadore, 2 maggio 1945

(*) da una lettera del 1962 di Giovanna Zangrandi a Vittorio Sereni

lunedì 22 aprile 2013

Earth Day 2013

E’ bellissimo questo piccolo pianeta azzurro e non ne abbiamo uno di ricambio.

Cerchiamo di averne rispetto e di conservarlo intatto per le prossime generazioni.

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Rastenbach

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Dendrocopos major

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Lago di Antermoia

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Königsspitze/Gran zebrù, Monte Zebrù, Ortler/Ortles

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Fonte: Nasa – Licenza: pubblico dominio

domenica 31 marzo 2013

Pasqua esotica

No, non a Sharm su una sedia a sdraio, in mutande e ciabatte: nel Karakorum, in Pakistan, in giacca a vento e sci ai piedi. Tamara Lunger, la giovane e forte alpinista altoatesina, la nostra Tami, è partita il 26 marzo insieme al suo amato papà Hansjörg, fortissimo scialpinista pure lui, e a due cameramen, Matthias Aberer e Stefan Fritsche.

Il progetto è questo: arrivare con i portatori fino ai piedi del Ghiacciaio Braldu, congedare i portatori, caricare una sessantina di chili di materiale a testa sulle Pulka, trascinarsele appresso per circa 150 km di ghiaccio attraverso il Braldu Glacier, in direzione sud-est verso lo Snow Lake. Le valli laterali hanno diverse appetitose cime inviolate sui 6500… L’idea è di portarsene a casa almeno una, per esempio quella che non ha ancora un nome, salire e scendere con gli sci e magari anche “battezzarla”.

Attraverseranno, sulla strada del rientro, il ghiacciaio Biafo fino a Askole. Una “cosa sportiva, non estrema” dice Tamara, una passeggiatina da pasquetta fuori porta insomma, dalla quale, possibilmente, trarre un film.

800px-Latok-Ogre-BiafoIl Biafo Glacier dalla ISS – (foto NASA - fonte Commons Wikimedia  - lic. public domain)

Ci sono diversi siti per seguire “The Great Crossing”, la grande traversata, di seguito i link:

Il sito ufficiale della spedizione
La pagina facebook
Il sito di Tamara
La pagina su Startnext, se qualcuno volesse contribuire fattivamente alla spedizione

Buona Pasqua, ragazzacci, e buona fortuna, tornate a casa tutti interi mi raccomando, e in tempo per aprire il rifugio eh!!

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Il rifugio Latzfonserkreuz /Croce di Lazfons dalla Kassianspitze – Cima S.Cassiano

 

Intervista a Tami poco prima della partenza (in tedesco)

martedì 26 marzo 2013

Andar per fontane

DSC_3688_3Oggi mi sono fermata da un artigiano che lavora le pietre dei nostri monti: porfido di Sarntal, Granito di Brixen, marmo di Laas. Una bella azienda, bravi, esperti, appassionati, ce l’han contata su lunga, li ho guardati lavorare. Con una fresa a controllo numerico, ovviamente.

Ma il signor Gasser non si limita a creare cose nuove, raccoglie e sistema anche vecchie pietre lavorate: antichi portali scolpiti con ancora i cardini originali, cornici di finestre, pilastri, metri e metri di canali irrigui di granito, fontane, mangiatoie, abbeveratoi. Scavati a mano, con lo scalpello: ore e ore di pazienza, di lavoro, di perizia per costruire oggetti che potrebbero durare per sempre che languono dietro un capannone. E mi è tornato in mente McCarthy:

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“Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C'era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai li, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava li. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all'uomo che l'aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di allora ho letto un po' di libri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell'uomo si era messo li con una mazza e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma secondo me non poteva essere cosi ingenuo. Ci ho riflettuto tanto. Ci riflettei anche dopo essermene andato da li quando la casa era ridotta a un mucchio dì macerie. E ve lo dico, secondo me quell'abbeveratoio è ancora li. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto li con la mazza e lo scalpello, magari un paio d'ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l'unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. E la cosa che mi piacerebbe più di tutte.”

Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi

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Vecchia fontana con incisa la data. (foto catalogo Gasser)

Nel 1669 muore Rembrandt, la Repubblica di Venezia deve cedere Candia agli ottomani, Vermeer ha finito da poco La ragazza con l’orecchino di perla e un ignoto scalpellino termina e data la sua fontana.

Purtroppo non ci sta dove vorrei metterla, ma quanto mi piacerebbe! :)

domenica 24 marzo 2013

Giornata nazionale della lettura

Sarebbe per la promozione della lettura, io invece oggi disincentivo la lettura. Non in generale eh, che se c’è una sempre con un libro in mano è la sottoscritta. Ma sconsiglio caldamente l’acquisto dell’edizione per kindle di questo libro:

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Jennifer Jordan 
La scalata impossibile
La tragica storia dell’uomo che sognava il K2

Traduttore: Mark Stiatti

Editore 
Newton Compton 
Anno 2010
pagine 239, brossura

ISBN: 9788854123076
disponibile anche in e-book: azw3, epub

Edizione elettronica realizzata da Gag srl

Sono stufa di sottolineare refusi e formattazioni garibaldine. Mi scandalizza come molti editori trattino l'e-book come prodotto di seconda scelta, scarto, al quale non serve dedicare nemmeno il minimo dell'attenzione.

Questo è inqualificabile. Infinite parole spezzate col trattino come fossero a fine riga:"que- sto, pro- duttiva, soprat- tutto" etc etc.; "600,000" invece che 600.000, un paio di righe di una nota che si mescolano al testo e viceversa; "a causa dalla guerra"; "uno più facoltosi d’America" e diverse altre piacevolezze simili.

Anche la traduzione non mi pare accuratissima: una "lingua tagliente" diventa "la sua lingua biforcuta"!! (il traduttore ha letto troppi Tex Willer mi sa); "piccolo, ostentato, autoritario" ostentato? o ostinato?; "del famoso conduttore della New York Symphony," Conduttore o direttore (d'orchestra?); und so weiter.

La storia: parte lenta, la fa troppo lunga all'inizio raccontando genealogie di cui sinceramente interessa poco, decolla dopo circa 1/4 delle pagine. Dopo diventa interessante, almeno per chi pratica l'ambiente dell'alpinismo e dintorni. Non è un libro di avventura, è una cronaca il più accurata possibile del famoso e contestatissimo tentativo americano alla vetta del K2 nel 1939, vetta al momento ancora inviolata, finito purtroppo malissimo, che si trascinò in polemiche, accuse reciproche e tribunali per anni.

Il capo spedizione, Fritz Wiessner, non ne esce molto bene, viene invece rivalutata la figura di Dudley Wolfe: non era solo un impreparato, capriccioso, grasso e goffo yankee, come piace far credere a chi l’ha abbandonato da solo a morire lassù. Non si arriva a quasi 8000 metri sulla montagna più difficile del mondo, se si è grassi goffi e impreparati. La verità è più scomoda da ammettere. Sono stati fatti innumerevoli errori, la testa di Wiessner era concentrata sulla riuscita e la sorte dei suoi uomini, sherpa compresi, non era una delle sue priorità.

Sufficienti i contenuti, decisamente insufficiente la forma.

franzRecensione basata sull’edizione in formato azw3, ovviamente scaricata da Amazon e regolarmente pagata. Con soldi buoni, of course, non fagioli secchi o soldi del monopoli. Sgrunt.

Nulla so dell’edizione cartacea. Probabilmente la formattazione è corretta, ma non ci metto la mano sul fuoco per gli innumerevoli altri refusi sparsi.

 

(la sottoscritta a 6 anni e 4 mesi)

giovedì 21 marzo 2013

Il gatto in un appartamento vuoto

21 marzo, giornata mondiale della poesia.

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Morire – questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.
Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.

Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c’era qualcuno, c’era,
e poi d’un tratto è scomparso,
e si ostina a non esserci.
In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Cos’altro si può fare.
Aspettare e dormire.

Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all’inizio niente salti né squittii.

Wisława Szymborska premio Nobel per la letteratura 1996

(ciao Anna, te ne sei andata davvero troppo presto!)

domenica 27 gennaio 2013

Gli spodestati e le facce di bronzo

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Sem-Sandberg Steve
Gli spodestati

Traduttore: De Marco Katia

Editore
Marsilio (collana Romanzi e racconti)
Anno 2012
pagine 664, rilegato

ISBN: 9788831711265
disponibile anche in e-book

Dalla quarta di copertina:

Quando alla fine del 1939 i nazisti lo insediano a capo del ghetto di Lòdz, Mordechai Chaim Rumkowski si convince che, per salvarsi, gli ebrei debbano rendersi indispensabili ai tedeschi nella loro guerra, e decide di trasformare il ghetto in un'immensa fabbrica. Ambiguo, dispotico, piegato dalla sua logica di produrre a ogni costo e spinto da un'ambizione titanica, "re Chaim" sacrifica alla sua causa chi non vuole o non è in grado di eseguire i suoi ordini. E cosi, forse consapevolmente, forse no, diventa ingranaggio fondamentale nella macchina di sterminio nazista. Mostro e opportunista crudele, oppure pragmatico stratega costretto ad amputare le braccia per salvare il corpo? "Gli spodestati" è un romanzo sull'ambiguità umana provocata dall'oppressione. Traditore per alcuni, eroe per altri, Rumkowski è un personaggio controverso che suscita inquietanti interrogativi su dignità e abiezione. Intorno alla sua folle ed enigmatica figura, ispirandosi alla "Cronaca del ghetto di Lódz", Steve Sem-Sandberg tesse le vite degli abitanti del ghetto, figure storiche e personaggi fittizi, esplorando i dilemmi morali e le insidie con cui la gente dovette fare i conti in una disperata lotta per la sopravvivenza.”

Un po' troppo lungo IMO, qualche taglio non avrebbe guastato. Serve leggerlo con molta attenzione, tornare indietro a volte per tirare le fila di parecchi personaggi abbandonati qui e là nella storia che rispuntano molte pagine dopo e non ci si ricorda dove erano stati lasciati. Di altri ci si chiede, a libro terminato, il destino anche se non è difficile da immaginare: "Dei 204.000 ebrei che passarono attraverso il ghetto di Łódź, solo 10.000 sopravvissero alla guerra." (wikipedia)
A tratti la realtà narrativa si mescola al sogno, e capita di dirsi: ma non era morta? ahhh, sta sognando!

Molto bene documentato e molto credibile nell'invenzione narrativa.

Agghiaccianti la fame, il freddo, la perdita della dignità, la vita o la morte determinate dall'arbitrio di soldati violenti e ubriaconi, la paura che fa emergere il meglio o il peggio di ognuno; l'inutile speranza dell'arrivo dei russi: quando succederà sarà troppo tardi.

E alla fine, Rumkowski: santo o traditore? collaboratore dei nazisti o salvatore? Tutto il suo darsi da fare, per interessi personali o per prolungare di qualche mese la vita del ghetto? se finisce il ghetto muore anche lui, e lo sa.
La persona risulta molto sgradevole: pedofilo, ambizioso, arrogante con i deboli e servile con i forti, ma avrebbe potuto fare altro? La storia non ha saputo prendere una posizione e io, alla fine, nemmeno.

Da leggere, a mio avviso, la pagina di Wikipedia dedicata al ghetto di Łódź:
e scorrere la documentazione fotografica


"Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene".

"non ha le stesse responsabilità della Germania" ma "ci fu una connivenza che all'inizio non fu completamente consapevole".

“è difficile mettersi nei panni di chi decise allora. Certamente il governo di allora per timore che la potenza tedesca vincesse preferì essere alleato alla Germania di Hitler piuttosto che opporvisi". 

Berlusconi Silvio, 27/01/13, giornata della memoria
Fonte: Repubblica on line


(eh già. Ricordiamocelo pure noi, tipo fra un mesetto)

venerdì 23 novembre 2012

Dove volavano gli angeli

Un post sconsolato di settembre del Cipputi mi ha risvegliato la memoria e, cerca e ricerca, ho ritrovato un articolo di Renzo M. Grosselli pubblicato sul quotidiano L’Adige il 16 settembre 2000, che avevo ritagliato e conservato. Ben nascosto: ho ravanato un bel po’ per scovarlo.

Il bosco si sta lentamente mangiando i pascoli della malga che fino allo scorso anno era in piena attività nonostante fosse priva di strada d'accesso.” scrive Fausto della situazione attuale. Leggetevi com’era 12 anni fa, che ne vale la pena: un sogno finito e un patrimonio di conoscenza, tradizioni e lavoro buttato. Esoterismo, medicina alternativa, grandi padri e Bibbie comprese, che su quelle ognuno la vede a modo suo.

(Non prendetevela con me per lo stile del Grosselli, è fatto così che ci volete fare?)

Dopo (o prima fa lo stesso) aver letto questo post, non perdetevi i link che trovate a fondo pagina.

montalon

Succede anche questo in un Trentino che sta facendo molto per distruggere le sue malghe: che la Magnifica Comunità di Fiemme chieda una lettera di fidejussione di 2 milioni di lire per permettere il passaggio delle vacche che lasciano una malga. Eppure a Malga Montalon si sta iniziando una sperimentazione che potrebbe indicare il cammino della salvezza ad altre malghe trentine oggi in crisi.

Immaginate una malga in cui lavorano tre persone: lui a suo tempo mise in piedi la prima Comune di Bolzano, lei a volte calza le braghe de coram(*) e l’aiutante è un nepalese. Fantasia? No, è Malga Montalon, sul territorio di Telve, di proprietà della baronessa Luigia Buffa. Lassù, quest’estate sono vissuti gli angeli: Emanuela Seber, 45 anni di Castello di Fiemme e Oswald Tonner, 47 anni di Terlano, con maso ed azienda agricola a Salorno. Del terzo angelo vi parleremo poi.

Cento minuti per raggiungere Montalon a piedi, in cima alla Val Campelle. Non un sentiero, ma un ex greto di torrente, scavato tra i sassi. In cima, la bellezza del Lagorai. Molti animali: la malga è stata caricata con 18 galline, 1 gallo, 2 gatti, 2 cani, 12 cavalli, 5 asini, 14 vacche, 64 manze, 3 pecore, 20 capre. In una ampia cucina pulita ed accogliente, Emanuela: braghe da jodler su un viso dolce e capelli neri. Non ha l’aspetto della contadina. A 20 anni Emanuela si sposò e si trasferì a Predazzo dove per 24 anni e mezzo lavorò come segretaria nell’azienda del marito. «A quel punto dovevamo scegliere: o altri 24 anni o separarci».

Si separarono in armonia. Lei, in quegli anni, aveva praticato anche sport ad un certo livello (fu quinta alla Pusterthaler sci di fondo). Ed aveva avuto alcuni incontri che le avrebbero cambiato la vita. Con un libro, nell’82, ad esempio: L’alimentazione dissociata. «Era dicembre e da gennaio in poi non entrò più carne in casa». Vulcanica, drastica, esagerata. «Il cambiamento grande per il mio cammino interiore e spirituale, la cosa che mi ha messa in contatto col Grande Padre è stato capire cosa lui ci ha proporzionato per mantenerci in salute. Dobbiamo partire dai chicchi che Lui ci ha donato, i cereali. Leggi la Bibbia e c’è tutto scritto». Corre, parla, sta mettendo sul fuoco un pasto fatto con le sue regole: pane di grano tenero e segale, gnocchi di miglio con zucchine. Dal 1982 Emanuela iniziò a coltivare la cucina naturale ed integrale. Un corso. «Non mollai più l’insegnante, Inge Orehek, autrice del libro La cucina integrale nelle Dolomiti». Assieme organizzarono successivi corsi in valle, poi l’insegnante fu solo Emanuela. Quindi la donna di Fiemme contattò la Fondazione «Ggb» del dott. Brucker: germanica, insegna alla gente ed ai medici il valore dell’alimentazione corretta. Ora Emanuela è la direttrice della sezione in lingua italiana della scuola, in Sudtirolo.

Un successivo passaggio per la donna di Fiemme fu la nascita della figlia Vanna nel 1986. Aveva dei problemi ai piedi. «O percorrevo la via normale, gesso ogni 15 giorni e poi imparare a convivere con l’handicap, o sceglievo la cura alternativa, i massaggi». Anche 14 volte al giorno massaggiava la figlioletta che ai 14 mesi si mise in piedi e camminò ed oggi è perfettamente normale. Talvolta Manuela in malga propone a chi la va a trovare il massaggio del piede. «Ho imparato che le mani sono due attrezzi meravigliosi». Il tutto, naturalmente, ha alle spalle 3 anni di corsi a Milano. Corre il tempo a Malga Montalon ma Emanuela mostra un quadro: pezzi di orologio: «È il simbolo mio e di Oswald, la rottura del tempo». Dopo i massaggi, corsi Reiki. «Un tuffo nelle vite precedenti, una doccia fredda. Tutti i drammi che viviamo, sono morti traumatiche o drammi di una precedente vita». Non è obbligatorio crederci.

Alla fine del ’98 Emanuela ebbe una visione: una grande casa di Carano, esistente, dove avrebbe potuto fare dell’agriturismo, organizzare corsi, preparare la sua cucina naturale e integrale. La prese svenandosi economicamente, piantò i suoi semi («Vedi questi? Hanno 100 anni e vengono da Capriana, non sono stati manipolati geneticamente»). Il 28 aprile del ’99 si recò ad abitare in quella casa. Il 4 maggio conobbe Tonner. «Tutto quello che io dicevo era quello che voleva lui, e viceversa».

Alto, magro, lunghi capelli raccolti in una treccia. Oswald è uno che nel 1975 partecipò alla prima Comune creata a Bolzano. Poi a Vienna frequentò i corsi universitari di psicologia e pedagogia. Quindi, per 25 anni, in segnante all’Istituto agrario di Ora. E un maso, gestito sopra Salorno: «Lo trovai abbandonato, lo comprai. Una lunga via durata 20 anni». Oswald ha un feeling unico con gli animali: li accarezza, parla con loro.

OswaldOswald (foto Ruralpini)

Dopo l’incontro con Emanuela, l’aiutò nei corsi che lei aveva organizzato nella casa di Carano. Ma a gennaio del 2000 qualcuno comunicò loro che era disponibile Malga Montalon. «Capimmo che era importante. Contattammo la baronessa e facemmo il contratto senza vedere la malga». Il contratto parla di 6 anni, prorogabili a 10. Il primo maggio 2000 la coppia si è recata a Montalon. L’impatto fu duro: la sporcizia accumulata era moltissima, le cose da cambiare anche. Cinquanta giorni di duro lavoro. Ma avevano bisogno di una terza persona per portare avanti la stagione di malga anche perché Emanuela aveva deciso che avrebbe proposto agli ospiti la sua cucina. Detto, fatto. Giunse una telefonata di un ragazzo di Trento che proponeva un suo conoscente: si trattava di Sange Lama, un nepalese di 25 anni che, in effetti, ha lavorato tutta l’estate in malga. «Lui abita in un villaggio sopra i 4.000 metri, dove vivono 12 famiglie. Ha lasciato la sua terra per studiare. Giunse in malga con le bandierine benedette nel monastero del suo paese. È legato carmicamente a me osserva Emanuela la numerologia lo conferma».

Il 12 giugno la malga è stata caricata: vettovaglie, mobili, materiali edili sono venuti sin quassù con l’elicottero. Nove milioni di lire di spesa. Perché manca una strada. Qui i tre amici hanno fatto burro, formaggio di mucca e di pecora. Emanuela ha proposto agli amici i suoi piatti. Il formaggio si fa col gas a Malga Montalon. Perché? «Non c’era legna e non c’era tempo per farla. Certo, tutto sarebbe migliore con la legna...». Il formaggio di Montalon è eccezionale, quello di capra, paradisiaco.

Economicamente funziona questa malga? «Quest’anno andremo in pari con le spese. L’anno prossimo altre spese. L’importante è portare un’alitata di gioia. Ogni volta che arriva un messaggero alla porta io mi dico: "Chissà chi mi manda il Signore"». Manuela dalle braghe de coram e dagli occhi dolci. A Malga Montalon Emanuela e Oswald non propongono solo formaggio e burro ma una visione completa della vita. Non utopistica. Perché Tonner sa bene che se il lato economico non quadra, tutto va a catafascio. «Una strada è indispensabile o gli allevatori non ci daranno più le bestie. Abbiamo un capitale di 200 milioni di animali». Per portare su e giù le cose, quest’anno Oswald ha usato i suoi asini, caricati con cestoni di vimini. Come un secolo fa. E come scaricare le mucche con quel sentiero? Via Val di Fiemme. E qui la novità: la Magnifica Comunità ha chiesto una lettera di fidejussione bancaria di 2 milioni di lire. Incredibile.”

L’Adige il 16 settembre 2000

E di seguito, LAURA ZANETTI
Malga dell’acqua e malga della vita

«Montalon e Montaléto, la Costa e Zopéta... ’nde via solo per Campele...», recitava l’antica scritta in val Campelle che segnalava le quattro storiche Malghe dei Castell’Alto. Dopo un «assalto » dolce di larici «...alleati dei pascoli per le fronde leggere, filtranti luce... », come rivela il prof. Pedrotti, appare Malga Montalon, totalmente immersa nella vasta libertà di orizzonti, ove è intuibile una frequentazione pastorale antichissima e dove si è intessuta forte la relazione tra uomini ed animali. Lassù al «Baloton» (enorme masso roccioso), riparavano un tempo i pastori, ma non la notte tra «i Santi e i Morti»... avrebbero avvertito i suoni dei campanacci sepolti con le loro bestie a Malga Cere causa una spaventosa moria per carbonchio!

Dentro una luce a perdifiato, ovunque sta la voce dell’acqua. Acqua che si fa lago e rio, sorgente che sgorga, sussulta, s’insinua tra questi alpeggi, scrigno prezioso di eccezionali rarità vegetali: Draba stellata, Stellaria, Geum, Gaya, Lichene... descritti dal bassanese Montini, grande esploratore botanico del Lagorai. «...Radici, trefojo, tuto en fior l’era té le Giàre» e «...su te le buse de Ziolére, ala prima erba...», ricorda Gemma, moglie di Nello Paterno, l’ultimo casaro di quella dinastia di Spera che per 97 anni consecutivi, conservò con saggezza questa malga e la «sociologia » dei suoi fiori. «...Se ti vol molder, staghe drio al graso...» (se vuoi un buon pascolo, utilizza intelligentemente lo stallatico) dice la metafora popolare: l’acqua nasce a monte di un lunghissimo barco di porfidi, lo percorre nel suo interno, viva, sull’acciotolato, fuoriesce alimento per questi prati, ed i suoi fiori, perfetta e complessa «farmacia», messa in moto dal sole. L’acqua poi, è forza motrice per la zangola, energia per le «lengue de vaca» (acetosa), con cui, un tempo si avvolgevano i pani di burro.

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Malga Montalon: impianto "a energia rinnovabile" per l'azionamento idraulico della zangola (foto Ruralpini)

Nella «caséra», unico caseggiato che ospita il luogo del fuoco ed il luogo del latte è il legno l’elemento che caratterizza la struttura: le ampie finestrature del «casélo» e l’armonioso assemblaggio di assi e tronchi nello spazio frontale, testimoniano i forti «legami» architettonici con i «Bait» di Fiemme ed i «Tabia» del Vanoi, filtratisi attraverso i collegamenti periferici. Staccato in un unico corpo di fabbrica, il «caserin del formai»; «Paradiso » era il suo nome ottocentesco. «Paradiso » è tuttora per quei due sensi, affatto minori, l’olfatto ed il gusto, ove dimorano le memorie e le emozioni. Fuori, tra le «Buse», «el Scagno dell’aspio », «el Scagno de s. Piero», «el Pian dela Cavala» pascolano solo le vacche retiche dell’attuale malghese Oswald Tonner: le antiche «bigie» brucando, conservano la storia di Malga Montalon, casa del tempo infinito. Dentro il cuore del Lagorai, è lei l’anello di congiunzione tra area della «resistenza casearia » e l’area impoverita e depredata dai lattedotti che sta annullando l’economia identitaria di queste valli. Non quassù nella malga dell’acqua, nella malga della vita poiché, l’esperienza del passato, fatta propria da Oswald e Emanuela Tonner è la prospettiva ideale che configura il nuovo rapporto con la terra in una micro - economia tutta da valorizzare.”

Ma, scriveva Mario nell’agosto 2011 sul bel blog gemello:
purtroppo, questo potrebbe essere l'ultimo anno che Oswald potrà condurre in alpeggio a Malga Montalon le sue bestie e deliziarci con il suo burro straordinario e il suo formaggio di capra perché il barone Luigi Buffa non vuole ristrutturare la malga per adeguarla alle normative vigenti, e così.........un tesoro di inestimabile valore andrà perso.”

Infatti. E il risultato, in un solo anno, è quello descritto da Cipputi.

(Spero di non aver violato troppi diritti con la pubblicazione di questo articolo. In caso contrario, se qualcuno si seccasse e chiedesse risarcimenti, portatemi le arance in prigione per favore, che ormai non fumo più, accidenti! ;) )

(*) braghe de coram: pantaloni di cuoio, tipo questi

link:
Antichi mestieri: la malga di Montalon
L’altro Terre Alte: Le malghe del Lagorai: Malga Montalon
Cipputiblog: Il lento declino di Montalòn
Ruralpini: Malga Montalon
Vita Trentina: intervista a Oswald

mercoledì 14 novembre 2012

7 vite (Aggiornamenti felini)

micetta

Sbircio dalla gattaiola e che ti vedo? Un muso bianco che mi guarda interessato. Se ne è andata zoppicando sotto il diluvio, torna come niente fosse sotto il sole splendente, dritta come un fuso, come non fosse mai stata malata e come non fosse mai andata via.

Strane bestiole, i gatti, non si è mai certi di quello che passa loro per la mente. Che senso ha andarsene in mezzo alle alluvioni, starsene in giro nei 4 giorni peggiori dell’anno e tornare quando fuori è sereno, tiepido e splende il sole?

Gli antibiotici han fatto il loro lavoro e la zampina pare quasi a posto, la tengo d’occhio ma se continua a migliorare non la riporto dal veterinario: non vorrei che collegasse me al trasportino, alle visite, alle radiografie e se la squagliasse nuovamente. Anche Moser è d’accordo.

Si è piazzata sul divano, ha fatto una ronfata galattica e stamattina è sparita di nuovo. Ma adesso è qui sotto la scrivania che fa le fusa, riveste il tappeto di peli bianchi e soffia a Lamicia.

Spirito libero, chissà se vorrà restare o se andrà via un’altra volta, se farà il gatto part time o se pianterà le tende. Comunque sia, la strada la sa e la zampa sta bene.

(Ma se decide di non tornare, sappia che le mando il conto del veterinario! veda lei...)

sabato 10 novembre 2012

Abbi cura di te, piccolina

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Pensavamo fosse di passaggio, ma dopo 3 notti sotto il nostro rododendro, si è capito che si è persa. Affamata come un lupo, bagnata e zoppicante, pian piano siamo riusciti a farla dormire in una cuccia sul balcone, poi in casa. Bellissima, pelo medio lungo, color caffelatte. Giovane, intelligente e dolce.

Ho fatto appelli sui quotidiani e attaccato cartelli in giro per cercare i suoi padroni: si sono fatte vive diverse persone per adottarla ma i suoi niente: vabbè, amen, da oggi abbiamo due gatti.

Lamicia non era proprio soddisfatta, ma non l’ha mai attaccata né minacciata. Ed è cominciato il vai e vieni col dottor Moser: un ascesso da morso infettato (antibiotici), una zecca dietro un orecchio da togliere, un’infiammazione ad un occhietto. A parte questo, una gattina discreta, silenziosa. E triste.

Dormiva sul divano o sotto la scrivania, all’inizio puntava la porta del balcone per uscire, ma con quella zampina zoppicante non mi pareva il caso. Poi ha smesso.

Ieri sera la saluto con una grattatina, mi prendo una leccata sulla mano, la lascio in studio sotto la scrivania e vado a nanna. Stamane la micetta non c’è più. Alla lettera: scomparsa, puff!

Non ho un loft da 500 metri quadrati, e li ho setacciati con cura: non c’è. Cantina, niet, giardino, niet, sotto il rododendro nemmeno. Come diavolo abbia fatto a sparire, è un mistero. Nessuno da ieri sera ha aperto porte né finestre, eravamo tutti a letto: resta la gattaiola della finestra in cucina. Ma cazzo, ieri non saltava nemmeno sul divano, dal male alla zampina. E la gattaiola, non glie l’ha fatta vedere nessuno, aspettavamo che guarisse. Non è nemmeno comoda da usare: bisogna scendere da un albero, niente di che per un gatto sano ma per una micetta debilitata e zoppicante?

Ho rimesso la cuccia sul balcone e una scodella di cibo. Spero torni da sola, ma non la costringerò sicuramente a restare: se è scappata una volta, anzi due, scapperà ancora. Uno spiritello libero, o alla ricerca della SUA casa, oppure siamo stati una tappa sul suo sentiero, non so. Noi abbiamo fatto quel che potevamo.

Adesso fuori piove, e c’ho un po’ di magone. Abbi cura di te, piccoletta. Qui una casa, la pappa e un po’ di carezze, se le vuoi, le troverai per sempre.

martedì 2 ottobre 2012

Era Ora!

In memoria della partigiana "Ora" Ancilla Marighetto (1927-1945)

30 settembre 2012, malga Valarica di sotto, Tesino

giovedì 28 giugno 2012

Gatti e alberi

Se volete sapere cosa prova un albero, dormite con un gatto sul letto e sentite come esplora le vostre curve e i vostri incavi per cercare il nido più confortevole

Roger Deakin, Un anno a Walnut Tree, EDT editore, 2009

 

Qual migliore esempio? (timelapse di valgeis)

lunedì 25 giugno 2012

Elogio dell’ebook

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prima rampa

Non si impolverano, non occupano posto, non vanno persi (a chi mai avrò prestato Tokyo Blues per esempio? E quel vuoto lì sulla libreria a cosa si riferisce?) gli amici possono scordarsi di restituirteli (Cristina, il mio Mordecai Richler? Federico, il mio libro sulle reti??) ma soprattutto NON PESANO una tonnellata quando tocca spostarli qui e là all’arrivo degli operai dilagando in tutto lo stabile, invadendo scale e cantina e appartamento di Terre Basse!

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pianerottolo

La prossima volta che sono irresistibilmente attratta da un libro cartaceo, devo chiedere alla mia schiena se è d’accordo.

(non era d’accordo, ma ho appena comprato questo qui, che non si colloca fra i più leggeri e meno ingombranti in commercio.)

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seconda rampa
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…eccetera eccetera