domenica 26 agosto 2007

Il giro del mondo in 1380 giorni

Nonno Gigi

Cecco Beppe non ci mise molto a capire che i soldati trentini sul fronte italiano sarebbero stati poco opportuni. Di madrelingua italiana, molti irredentisti o quantomeno filoitaliani, si sarebbero trovati a combattere contro quella che consideravano la loro madrepatria.


La mobilitazione generale della popolazione maschile fra i 20 e i 42 anni (dopo il 1915 fino ai 50) fece sì che dalle valli del Trentino partissero poco meno di 60.000 uomini, più del 15% della popolazione, che finirono per la maggior parte ben lontani dall'Italia, sul fronte orientale fra i Carpazi e la Galizia, insieme ai soldati delle altre province italiane dell'impero austroungarico.


Circa 12.000 non tornarono più e già nel secondo anno di guerra altri 12.000 erano prigionieri disseminati in vari campi di concentramento, a cercare di sopravvivere alla fame e al freddo delle steppe russe, dimenticati da Vienna che di loro si fidava ben poco.


Come primo intervento l'Italia, alleata dell'Impero Russo, riuscì ad ottenere per loro la condizione di "soldati non ostili" facilitando loro la sopravvivenza, quindi, nel 1916 il governo creò una Commissione, composta da 20 ufficiali, che partì per Pietrogrado con il compito di trovare, raccogliere e riportare in Italia quanti più prigionieri possibile.


Già il 24 settembre del 1916 un primo gruppo di quasi 1700 prigionieri venne imbarcato su una nave diretta, via Polo Nord, in Inghilterra. Seguirono altre 2 partenze e a fine novembre circa 4000 soldati erano rientrati in Italia, dove li aspettava il riconoscimento della cittadinanza italiana e un campo di raccolta: le loro case erano ancora in territorio nemico.


All'inizio del 1917 l'inverno russo, le vicende della guerra e la Rivoluzione di febbraio complicarono enormemente le cose. Il maggiore Cosma Manera si trovò con 3 battaglioni da far rientrare e nessuna collaborazione russa né mezzi di trasporto. Suddivise i suoi 2000 uomini in piccoli gruppi che, alla spicciolata, salirono sui pochi treni che ancora viaggiavano attraverso la Siberia. In capo a due mesi, con percorsi diversi, si ritrovarono tutti a Vladivostok, dove l'ufficiale sperava di trovare modo di imbarcarli.


Purtroppo a Vladivostok la speranza andò delusa: in città, affollata di truppe alleate, non c'era né modo di acquartierare gli ex prigionieri né navi dirette verso l'Europa. Manera prese a questo punto una decisione coraggiosa: raggiungere la concessione di Tientsin, che l'Italia aveva ottenuto dalla Cina come riconoscimento per il suo intervento durante la rivolta dei Boxer.


Il viaggio fu lunghissimo, le strade pessime, i mezzi di trasporto malsicuri, ma nel marzo del 1918 Manera e i suoi uomini erano a destinazione. Da qui, gli uomini che non entrarono a far parte del "Battaglione Irredenti" impiegato in Siberia nella lotta antibolscevica, vennero, per vie diverse, rimpatriati.


Un gruppo consistente via nave fino alla costa occidentale degli Stati Uniti, quindi in treno a New York, di nuovo in nave fino a Genova ad attendere la fine del conflitto e il ritiro degli austriaci dal Trentino.


Il mio nonno rientrò a casa nel 1919, 4 anni dopo la partenza e dopo aver fatto l'intero giro del mondo.