venerdì 25 aprile 2008

Patacorta

Cesare-Fava1 Cesarino Fava. (foto al borde)

"E' morto Cesarino, un grande vecchio saggio. Fino a pochi mesi fa, a quasi 88 anni, li avrebbe compiuti il prossimo 12 giugno, conservava una freschezza e lucidità invidiabili. Grande appassionato e amante delle montagne, sia del suo Brenta che della Patagonia.

Il Cesarino migliore era quello che parlava della vita, delle ingiustizie del mondo. In particolare dei "poblones", i poveri delle bidonville, illusi di potersi costruire un futuro su terre ostili nella lontana Argentina dove lui aveva vissuto per tanti anni.

[...] Ho perso, abbiamo perso tutti, una gran bella persona"

Giorgio Gajer,
segretario per l'Alto Adige del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Spelelologico) Lettera al quotidiano Alto Adige del 24 aprile 2008.

Martedì è morto «Patacorta», zampacorta da quando si congelò i piedi e dovettero amputargliene un bel pezzo, per tentare di tirar fuori dai pasticci un alpinista americano, Richard Burdsall, mollato dalla guida argentina poco sotto la cima dell'Aconcagua, la montagna più alta delle Ande (m.6962). Per dire che tipo fosse Cesarino.

Con la sua camminata inconfondibile dovuta ai suoi cortissimi piedi, ha continuato ad andar per monti fino quasi alla fine, fra la val di Sole dove era nato e tornava appena poteva, e la Patagonia dove era emigrato e lavorava, fra il Cerro Torre, sul quale fu compagno di cordata di Cesare Maestri e Toni Egger nella prima drammatica salita nel 1959, ed il Brenta dove a 81 anni ha aperto una via nuova sulla Cima D'Ambiez.

Nella prefazione al suo libro "Patagonia, terra di sogni infranti" Cesare Maestri scrive: "Cesarino è l’uomo più importante della mia vita." E aggiunge: "E non l’ho scritto perché mi salvò la vita sotto il Torre, quando ero sfinito e moribondo. Quello non conta nulla con Cesarino c’era un legame che si nutriva di altro. Non avevamo neppure bisogno di vederci spesso, bastava poco per capirsi. Lui non è stato un forte alpinista ma un “grande” alpinista e andinista. Tutti gli alpinisti trentini che sono andati in Patagonia gli devono qualcosa, anche quelli che lo hanno pugnalato alle spalle. Lui ha sempre aiutato tutti(*)".

E' partito dal Trentino, tornato, ripartito pendolando fra qui e l'altra parte del mondo, guardando all'emigrazione come ad un'opportunità e non una condanna, un rinnovamento culturale e un arricchimento, al punto da consigliare ai conterranei di ricominciare ad emigrare e a mettere il naso fuori di casa per trovare nuovi stimoli e progetti di vita senza i quali ci si abbruttisce. "Se uscissero per qualche stagione i Trentini non solo ricaverebbero stimoli nuovi, ma apprezzerebbero anche di più, e difenderebbero con più convinzione ciò che hanno a casa, ne sarebbero più fieri, si accorgerebbero che è loro, se non la distruggono, la terra più bella del mondo(**)".

E dopo aver girato il mondo per tutta la vita, Cesarino Fava è morto a Malé, in Val di Sole, nella stessa stanza dove era nato, e lo hanno sepolto pochi metri lontano, in un piccolo cimitero dal quale può vedere le pendici del suo Brenta.

* fonte: quotidiano "IL TRENTINO" 23 aprile 2008
** Franco de Battaglia, quotidiano "IL TRENTINO" 24 aprile 2008