martedì 25 marzo 2008

Una passeggiata nei boschi

Bill Bryson
"Una passeggiata nei boschi"
TEA  (collana Tea Avventure)

Mi sono divertita parecchio con questo libretto; diciamo la verità a momenti mi sono proprio capottata dalle risate. Due panciuti cittadini di mezza età adusi più a spostarsi in auto che a muovere le gambe, a nutrirsi di patatine fritte e birra che di barrette energetiche, consumisti e sprovveduti come sanno esserlo solo gli americani sprovveduti, si mettono in cammino sul famoso Appalachian Trail: un sentiero di 3.400 chilometri che attraversa da sud a nord 14 stati americani, dalla Georgia al Main, non proprio banale e di tutto riposo nemmeno per gente più preparata di loro.

Non ci vuole molta fantasia a immaginarsi i casini nei quali si ficcano i due soci, e Bryson ce li racconta con brio e ironia senza scordarsi ogni tanto qualche riflessione, anche se non particolarmente profonda e un po' piaciona, su ambiente e stili di vita occidentali.

Esilaranti le prime pagine nelle quali descrive la scelta e l'acquisto del materiale e i preparativi per la partenza. Insomma una lettura leggera e gradevole per una lunga domenica di pioggia.

"Non occorre aggiungere che sull’Appalachian Trail ci si deve caricare tutto l’occorrente sulle spalle. Può sembrare un’osser­vazione del tutto ovvia, ma per me fu un vero e proprio trauma, quando mi resi conto che si sarebbe trattato di un’impresa del tutto differente da una passeggiata nel Lake District, con lo zainetto della merenda e una cartina, che si conclude felicemente in un confortevole alberghetto. Sono pochi quelli in grado di portare con sé un equipaggiamento inferiore ai diciotto chili, e quando si trasporta quel genere di peso, potete credermi, non si può smettere di farci caso nemmeno per un minuto. Un conto è camminare per 3500 chilometri; altro è camminare per 3500 chilometri con un armadio sulla schiena.

La prima vaga idea di che razza di avventura sarebbe stata si fece strada in me nel momento in cui mi recai da un rivenditore specializzato, la Dartmouth Co-Op, per acquistare il necessario equipaggiamento. Mio figlio aveva da poco cominciato a lavo­rare li dopo la scuola, per cui mi erano state date istruzioni ben precise di buon comportamento. Più specificamente, mi era stato proibito di dire o fare qualunque stupidaggine, in parti­colare di dire “Mi sta prendendo per il culo?” nel momento in cui fossi stato informato del prezzo di un prodotto, di provare qualunque capo mi avesse obbligato a esporre al pubblico la pancia, di mostrarmi evidentemente poco interessato alle spie­gazioni fornitemi dal commesso sulla corretta cura e manuten­zione di un dato articolo e soprattutto di fare pagliacciate tipo indossare un cappello da sci per signora tanto per fare lo spiritoso.

[...]

Non mi era mai capitato di sentirmi al tempo stesso così affascinato e smarrito. Passammo un intero pomeriggio [con Dave, il commesso, N.d.f.] a visio­nare tutto lo stock disponibile in negozio. Mi diceva cose del tipo: “Ecco, questa è una cerniera a 70 fili ad alta densità, Antiabrasione e con cucitura antistrappo. D’altra parte voglio essere franco con lei... ” e si chinava verso di me abbassando la voce con un tono sommesso e allo stesso tempo candido, come se stesse per rivelarmi di essere stato arrestato una volta in un gabinetto pubblico assieme a un marinaio “... le cuciture sono solo ribattute invece che cucite in diagonale, e il vestibolo è un po’ angusto”.

[...]

I due shock più profondi mi vennero dallo scoprire prima di tutto i prezzi terrificanti di ogni singolo articolo (ogni volta che Dave si assentava un secondo per andare in magazzino o con­fermare un dato tecnico, lanciavo fugaci occhiate ai cartellini del prezzo, che mi lasciavano sistematicamente stecchito) e poi il fatto che ogni oggetto — chissà perché — sembrava richiederne un altro, ovviamente da comprare a parte. Se si compra un sacco a pelo, ad esempio, bisogna comprare una sacca che lo contenga, prezzo 29 dollari. Questo fu un concetto che feci davvero fatica a interiorizzare.

Quando, dopo seria e profonda riflessione, mi decisi per uno zaino marca Gregory, costosissimo, il top nella sua categoria, del tipo inutile-girarci-intorno, Dave mi chiese: “E che tipo di cinghie vorrebbe abbinarci?”

“Scusi?” feci io, rendendomi improvvisamente conto di es­sere sull’orlo di quella pericolosissima condizione nota come “esaurimento nervoso dell’acquirente al dettaglio”. Da quel momento in poi niente più “Faccia pure una mezza dozzina di quelli li, Dave; e Otto di quegli altri. Che diavolo, si vive una volta sola, no?” Il mucchietto di salmerie che fino a un minuto prima mi era sembrato così piacevolmente consistente ed ecci­tante — tutto nuovo! e tutto mio! — improvvisamente mi parve greve ed estraneo.

“Le cinghie ” mi spiegò paziente Dave, “per allacciare il sacco a pelo e fissare lo zaino in vita.”

“Perché, non sono incluse?”

“Certo che no” fece lui, indicandone una parete piena. Poi, toccandosi la punta del naso con un dito aggiunse: “Ovviamen­te avrà bisogno anche di una copertura antipioggia”.

Spalancai gli occhi: “Una copertura anti... Perché?"

“Per riparare lo zaino dalla pioggia, ovvio. ”

“Perché, non è impermeabile? ”

Fece una smorfia come a indicare che stavo spaccando il capello in quattro: “ Be’, non proprio al cento per cento...

La cosa mi parve straordinaria. “ Ma davvero? E non è venuto in mente al tizio che fabbrica questa roba che la gente avrebbe piacere di portare i propri zaini all’aria aperta, di tanto in tanto, e persino di portarseli in campeggio? E quanto coste­rebbe questo zaino? ”

“ Duecentocinquanta dollari. ”

“ Duecentocinquanta dollari? Mi sta prende... ” Feci una pausa e abbassai il tono di voce. “ Dave, lei mi sta dicendo che pago duecentocinquanta dollari per uno zaino senza cin­ghie e non impermeabile? ”

Annuì.

“ Ce l’ha il fondo, almeno? ”

[...]

Finii con l’acquistare un equipaggiamento sufficiente a dare lavoro a una carovana di sherpa: tenda tre stagioni, materassino autogonfiabile, pentolame a incastro, posate ripiegabili, piatti e tazze di plastica, un complicato sistema a pompa per purificare l’acqua, sacche portaoggetti in una rutilante gamma di colori, kit per la riparazione forature, sacco a pelo, corde elastiche, borracce, poncho impermeabile, fiammiferi idrorepellenti, co­prizaino, portachiavi-bussola-termometro effettivamente piut­tosto bello, cucinetta da campo ribaltabile dall’aria decisamente inquietante, bomboletta di gas con relativa ricarica, una torcia elettrica da posizionare sulla testa tipo casco da minatore (e che a dire il vero mi piaceva un sacco), un grosso coltello per uccidere orsi e scherzi genetici di varia natura, mutandoni ter­mici e gilè, quattro bandane e un sacco di altre cose, alcune delle quali non capivo cos’erano, ragion per cui dovetti tornare al negozio e chiedere delucidazioni. Riuscii a fermarmi appena prima di comprare un telone tecnico a 59,95 dollari, renden­domi conto che avrei potuto tranquillamente comprare un pez­zo di cerata in qualunque grande magazzino a non più di cin­que dollari.

Riuscii anche a non comprare un kit da pronto soccorso, un altro per cucire, un altro ancora contro i morsi di vipera, un fischietto da emergenza da dodici dollari e una paletta in plastica arancione per sotterrare la cacca, motivando la mia decisione con il fatto che si trattava di accessori superflui, troppo cari, o semplicemente ridicoli. In particolare, la palettina arancione sembrava praticamente gridarmi in faccia: “ Pivel­lo! Mammoletta! Fate largo a Mollaccione!"

Bill Bryson
"Una passeggiata nei boschi"
TEA  (collana Tea Avventure)
ISBN 88-502-0045-5